Tradurre letteratura – Il Flusso Infinito

 Categoria: Traduzione letteraria

…riverrun,…
Finn, again!… A way a lone a last a loved a long the…

Tutto comincia lì dove finisce, tutto finisce lì dove comincia.
Ognuno ogni cosa ogni luogo cade e risorge. L’inizio è la fine.

Nessuno come J. Joyce è riuscito a tradurre in letteratura quel processo mentale complesso ed affascinante studiato dalla psicoanalisi di S. Freud.
Nessuno è riuscito a penetrare nei meandri nascosti della nostra mente per interpretare e comprendere quel flusso incessante, quel fiume in piena che scorre a livello inconscio dentro di noi.

Un iceberg enorme che affiora dall’acqua spaventa e affascina perché nasconde il mistero, l’ignoto.
È un cerchio che diventa infinito, che si allarga a dismisura nello spazio e nel tempo.

Non ci sei più eppure sei sempre qui. H.C.E. Quanti modi differenti di interpretazione, quanti enigmi nascosti, ognuno plausibile.
Puoi tuffarti ovunque nel testo, leggere e rileggere, interpretare e cambiare opinione per ritrovarti sempre allo stesso esatto punto.
La fine è l’inizio nella fondamentale idea del grande infinito ciclo della vita.

Il linguaggio o meglio i diversi linguaggi, talora persino l’invenzione e la creazione di parole, ha lo scopo di catturare l’unità che risiede nell’apparente diversità degli idiomi stessi, ma è anche il suggerimento della perdita del potere comunicativo che caratterizza la società moderna.

Joyce stesso scrive: “… quando un’anima nasce le vengono gettate delle reti per impedire che fugga…”, ma l’intento dell’autore è proprio quello di cercare di fuggire da quelle reti così il suo babble talk diventa l’espressione significativa di un linguaggio universale.

Abbiamo bisogno di ritrovare il nostro daimon.
Non c’è nessun altrove.
La risposta è insita in noi, dobbiamo solo saperla decifrare.

Autore dell’articolo:
Claudia Invernizzi
Laurea in Lingue e Letteratura Inglese
Docente di Lingua e Letteratura Inglese
Traduttrice EN<>IT
Milano