Teorie traduttive: possibili applicazioni

 Categoria: Traduzione letteraria

Ogni testo è unico e, nel contempo, è la traduzione di un altro testo.

La citazione da Octavio Paz contiene il senso dell’unicità e della pluralità, ‘nel contempo’, dei testi e ciò implica l’idea di trasformazione letteraria che è il processo insito nella traduzione.
Quest’articolo ha come intento quello di considerare i testi nella loro unicità e ‘originalità’ ma anche nel loro rapporto, intertestuale, con altri testi, stabilito da un ponte, l’atto del tradurre, inteso come transito ma anche come accoglienza mai sterile e innovazione. La traduzione come mediazione culturale, come qui la si vuole intendere, implica un confronto tra culture e sebbene ogni cultura/civiltà sia un mondo a sé, la pluralità delle lingue e la singolarità delle opere non significano eterogeneità in senso assoluto. Esse si stagliano all’interno di un tessuto di relazioni tra lingue-testi che sono separazioni e unioni, contraddizioni e corrispondenze. L’opera letteraria dunque stabilisce relazioni e in quanto ‘testo’, nella sua etimologia ‘textum’ da ‘texo’, tessuto, intrecciato, si interseca e mescola con altri testi.

Le due opere letterarie a confronto da me scelte e individuate come utili a rappresentare la validità delle moderne teorie sulla traduzione, appartengono a due panorami storici diversi e lontani: Oroonoko, or the History of the Royal Slave (1688) della scrittrice inglese Aphra Behn e Imoinda, or She who will lose her name (2000) della scrittrice africana caraibica Joan Anim-Addo. Entrambe appartengono al contesto anglofono, Behn nell’ottica del ‘centro’, della ‘madrepatria’ nel periodo della colonizzazione, Anim-Addo nella prospettiva del ‘margine’, della (post)colonia creola-inglese nel periodo della decolonizzazione che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, si è progressivamente diffusa in tutte le zone caraibiche e in generale in tutte le attuali ex-colonie sviluppandosi come movimento politico ma anche e soprattutto come risposta culturale-letteraria.

Anim-Addo appartiene a quel genere di letteratura postcoloniale che lavora per il riposizionamento del canone e che utilizza l’intertestualità come modalità della riscrittura. Imoinda è pensata in quanto riscrittura di Oroonoko. Riscrittura che in questo lavoro si lega al concetto di traduzione così come viene concepito da A. Lefevere. Dunque traduzione come riscrittura, come forma di manipolazione testuale, della ‘fama letteraria’, vale a dire, dell’immagine di una data opera letteraria.

Tutte le forme di riscrittura sono influenzate dalle ideologie e dalle poetiche della società in cui prendono forma ed “è naturale che esse alterino la letteratura perché questa svolga una particolare funzione sociale”. Nel suo risvolto positivo e produttivo la riscrittura e la traduzione contribuiscono all’accoglienza di nuovi generi e temi producendo un’evoluzione del sistema letterario e sociale. La riscrittura dunque è il motore dell’evoluzione letteraria.

Il suo legame con l’ideologia fa della stessa uno strumento potente, anche di riscatto. Per cui, la logica della riscrittura che rifiuta l’etnocentrismo, applicata al contesto postcoloniale, diviene progetto che intende “riplasmare nella cultura d’arrivo l’immagine di un’opera letteraria o persino di una società”. I ri-scrittori sono quindi creatori di nuove immagini e hanno come obiettivo la ‘trasformazione’ dell’originale, la sua manipolazione e il successivo adattamento all’ideologia del proprio tempo. Questa è esattamente la dinamica che spiega la relazione tra testo-riscrittura che si sviluppa tra le opere in questione.
Joan Anim-Addo, infatti, si rifà all’opera letteraria di Aphra Behn e la riscrive, la manipola producendo un’immagine nuova, specchio della sua cultura, che esiste parallelamente ad una specifica realtà storica. La manipolazione, la trasformazione sono qui necessarie per dar voce a quegli spazi vuoti lasciati dal racconto di Behn, realistico ma ‘ad una sola voce’, che il testo postcoloniale non può far a meno di rendere ‘polifonico’ e multiplo.

Per capire a fondo tutti i significati espliciti e impliciti del testo d’arrivo, è necessario procedere un po’ come procede il traduttore, accostandosi al testo di partenza prima come lettore, poi come interprete, poi ancora come autore e infine come traduttore, secondo i passaggi del circolo ermeneutico. Il circolo ermeneutico prevede un confronto, un’interazione tra testo e lettore da cui nasce un sistema di interpretazioni, un atto critico. L’approccio del lettore parte dalla lettura del testo e della riflessione sulle parti coinvolte: l’autore empirico che è quello reale, in carne e ossa; l’autore modello che è l‘immagine che l’autore empirico si dà, che può essere in alcuni casi il narratore; il lettore modello, che è il destinatario ‘tipo’ a cui è destinato e per cui è pensato il testo e il lettore empirico, quello in carne e ossa che lo legge. In ogni momento il lettore empirico fa delle ipotesi interpretative, poi confermate o smentite dal testo stesso, sulla base delle quali opera delle scelte interpretative. E’ dunque un circolo interpretativo.

La lettura comunque necessita di un supporto, dato dalle informazioni paratestuali sul testo e sull’autore. Dal metatesto (inteso come apparato di testi che accompagnano il prototesto) ricaviamo che Oroonoko di Behn è il frutto di un soggiorno in Suriname della scrittrice e del suo contatto con i personaggi maschili del luogo che suscitarono in lei una forte attrazione ma anche una grande diffidenza. La narrazione dunque nasce da un’esperienza reale e per tale motivo in molti passaggi è realistica. Resta pur sempre una storia romanzata, ambientata nelle West Indies, i Caraibi, che racconta la vita di un principe africano, tratto in schiavitù con l’inganno e deportato in una piantagione. Oroonoko possiede caratteristiche fisiche e morali tipicamente occidentali, incarna il modello del guerriero romano. C’è dunque nel testo la presenza dell’elemento esotico e il suo adattamento ai canoni morali ed estetici occidentali, un’appropriazione, ‘un’annessione’ dell’elemento estraneo africano ai valori della cultura inglese, il simbolo, la proiezione della concezione del primato europeo, logocentrico e colonialista. Ho utilizzato volutamente il termine ‘annessione’ collegandomi alla definizione di Meschonnic che la intende come annullamento del rapporto testuale fra due testi in due lingue culture, l’illusione del naturale, il come-se, a prescindere dalle differenze di cultura, di epoca, di struttura linguistica. Mi è sembrato possibile poter adattare una riflessione utilizzata per spiegare il rapporto interlinguistico-culturale tra un testo e la sua traduzione trasponendola sul piano del rapporto tra realtà osservata e concezione della realtà resa in un testo, anche a conferma del fatto che un testo, in quanto fatto linguistico, riproduce una visione del mondo.

Domani sarà pubblicata la seconda parte dell’articolo.

Autore dell’articolo:
Alessandra Di Lorenzo
Dott.ssa in Letterature e Culture Comparate – Università di Napoli L’Orientale
Catanzaro