L’oblio eterno dei traduttori

 Categoria: Traduzione letteraria

I testi originali sono realtà immutabili, la cui essenza non si vede alterata dalla presenza (o assenza) delle traduzioni. Tuttavia, un testo originale non tradotto è come se fosse un prigioniero, un prigioniero incarcerato nella cella dei confini della lingua nella quale è stato scritto. E se un traduttore non gli concede la grazia, il prigioniero viene trasferito nel braccio della morte e sparisce per sempre sepolto dalla polvere dei secoli.
La traduzione lo può salvare, lo può tramandare ai posteri. Ciononostante, con troppa frequenza le traduzioni vengono viste come accidentali ed episodiche, e come tali destinate anch’esse alla morte, ad essere sostituite da altre una volta che abbiano assolto la funzione alla quale erano state destinate.

La tradizione religiosa occidentale ci ha trasmesso una serie di similitudini o metafore che possono essere applicate molto bene a questa distinzione così abituale tra originale e traduzione (sebbene sia giusto dire che con l’arrivo delle teorie poststrutturaliste tali concezioni oggigiorno non hanno più lo stesso vigore).
Poco importa che l’uomo fosse stato creato a immagine e somiglianza della figura divina, prima della quale non c’era nulla, solo oscurità. L’uomo è un essere mortale, per sua stessa natura imperfetto. La caduta dell’uomo, come sappiamo, ha avuto luogo per un eccesso di superbia e di cupidigia, però anche per ingratitudine.

Anche le traduzioni vengono create a immagine e somiglianza dei testi originali, ma i loro autori vengono quasi tutti espulsi dal paradiso, dal regno della gloria, perché rappresentano una minaccia per i veri “creatori”. I traduttori vengono così condannati a vivere un’esistenza terrena che ha poco a che vedere con quella celestiale, anzi, quel che è peggio, vengono condannati a vivere una vita limitata che serve solamente a guadagnarsi la condanna più terribile che si possa infliggere a un artista: l’oblio eterno. Sono solo alcuni gli eletti che raggiungono la grazia perpetua, molto spesso dopo aver scontato anni e anni di condanna in purgatorio, mentre tutti gli altri vengono irrimediabilmente condannati a scontare perennemente la pena nell’inferno della mediocrità e dell’anonimato.