La sfida di tradurre García Márquez (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

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Questo significava una formidabile rampa di lancio per la diffusione del romanzo, e contribuì a proclamare ai quattro venti e fino agli estremi confini del globo che era nato un capolavoro della letteratura universale. Lo stesso Rabassa sapeva che quella traduzione sarebbe stata una grande sfida e una bella avventura. Anche se come regola generale non leggeva mai un’opera prima di tradurla, per permettere che l’emozione della scoperta ispirasse il suo lavoro, con “Cent’anni di solitudine” fece un’eccezione.

“Avevo già letto il libro”, racconta Rabassa “e mi ero reso conto che se avessi applicato il mio solito metodo di lavoro il risultato sarebbe stato un poco diverso. Non so se migliore o peggiore. Mi chiedo se la traduzione verrebbe beneficiata se la facessi oggi, dopo averci speso così tanta energia nei miei corsi, e dopo aver letto ciò ne hanno detto altri. Quello che voglio dire è che ogni volta che leggiamo un libro questo si trasforma”.

Se la traduzione di Rabassa fu eccellente, tuttavia, non tutte le traduzioni delle altre opere del Nobel colombiano ebbero la stessa sorte. Sono celebri molti equivoci commessi nel passare dal castigliano alla lingua di Shakespeare: espressioni colloquiali, frasi idiomatiche o parole che probabilmente esistono sono nella terra del realismo magico.

Il gabologo (esperto nell’opera di García Márquez, ndt) Conrado Zuluaga, che ha navigato per decenni tra le pagine del premio Nobel, si è trasformato anche in un cacciatore di strafalcioni macondiani. Nella ricerca condotta insieme a Margaret S. de Oliveira, ha scovato assurdità come queste: ne “L’autunno del patriarca” il traduttore trasformò la burundanga in un frutto, quando in realtà è un alcaloide; uno zampapalo – vale a dire una zuffa o un battibecco – in una danza; e la marimonda – un tizio giocoso, burlone – in niente meno che un omosessuale. Tutto ciò nella versione inglese. Scivoloni peggiori si trovano nelle versioni tedesca e francese dello stesso romanzo. Qui il traduttore ebbe la leggerezza di trasformare un macaco (una scimmia, ovviamente) in un pappagallo, e di riferirsi alla pava, cioè alla sfortuna, come alla femmina del pavo (il tacchino in spagnolo, ndt). E la lista sarebbe ancora lunga.

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Fonte: Articolo scritto da Juan Fernando Merino e pubblicato il 12 aprile 2015 su El Pais.com.co.

Traduzione a cura di:
Miriam Mezzera
Bogotà (Colombia)