La fedeltà della traduzione poetica

 Categoria: Traduzione letteraria

Il problema della fedeltà della traduzione poetica è stato espresso nella forma più precisa da Georges Mounin, nella sezione dedicata alla poesia del suo saggio Teoria e storia della traduzione. Dopo aver passato in rassegna i vari tipi di fedeltà proclamati dai traduttori – lessicale, sintattica, stilistica, musicale – egli conclude che tutte, in alcuni casi, possono condurre a gravi errori nella traduzione. Conservare immutato un elemento testuale significa, a volte, sconvolgere irreparabilmente gli equilibri del testo, o darne un’interpretazione opposta a quella voluta dall’autore, o ancora renderlo illeggibile o ridicolo nella lingua d’arrivo. Insomma, la fedeltà esagerata porta all’infedeltà. A che cosa allora deve essere fedele la traduzione poetica? Mounin stesso formula una risposta convincente:

La fedeltà della traduzione poetica non è né la fedeltà meccanica a tutti gli elementi semantici né l’automatica fedeltà grammaticale né quella fraseologica assoluta né la fedeltà scientifica alla fonetica del testo: è la fedeltà alla poesia. Per tradurla bisogna non solo averla sentita ma identificata tanto nei fini come nei mezzi. La poesia non si sottrae alla prima regola enunciata da Etienne Dolet che cioè il traduttore debba anzitutto intendere il senso e il contenuto dell’autore che traduce. Anche per la traduzione poetica vale questo precetto: solo dopo aver sentito e compreso non soltanto la lingua ma la poesia, il traduttore saprà discernere, di quella poesia, i mezzi, che debbono essere, allora, integralmente tradotti.

Il traduttore si presenta qui, più che mai, come il lettore ideale del testo, capace di comprenderlo profondamente sia nei suoi artifici linguistici («la lingua») sia nel suo valore poetico complessivo, nella sua unicità («la poesia»). Il «senso» della poesia non è dunque il contenuto, opposto alla forma, a cui certi traduttori vantano fedeltà nelle loro brutte traduzioni in prosa; il «senso» è la motivazione profonda, la ragion d’essere poetica del testo. A dover essere tradotti sono pertanto – non solo, ma preferibilmente – gli elementi che concorrono a formare questo «senso»; mentre gli elementi indifferenti possono essere, all’occorrenza, trascurati dal traduttore.

Non tutte le parole d’uso del linguaggio comune ma solo le parole-chiave della composizione poetica <…>. Non tutte le forme grammaticali, che sono anch’esse semplici strumenti morfologici, ma solo quelle che conservano o acquistano un valore espressivo qui e ora, in quel testo e per il fine che quel testo vuole raggiungere. <…>
Non già tutte le espressioni stilisticamente classificate, tutte le allitterazioni, tutte le supposte musicalità: ma solo quelle che concorrono alla vera musicalità della poesia.

Ecco che torna ancora una volta il concetto di funzione: la fedeltà alla poesia è, in fin dei conti, la fedeltà alla sua funzione (poetica). Questo significa che una traduzione che si ponga uno scopo diverso dall’opera originale non è fedele? Esattamente; ma non significa che sia inutile. Una versione in prosa, interlineare, è un supporto indispensabile per lo studio; un’imitazione può essere un’opera a sé valida quanto, e più, dell’originale. Ma in simili casi non si dovrebbe parlare di traduzione. È ovviamente molto difficile e forse impossibile tracciare confini netti tra queste tipologie testuali, ma bisogna cercare di farlo: la traduzione di supporto e l’imitazione devono essere distinte, nella coscienza del traduttore come nella critica, dalla traduzione vera e propria.

Autore dell’articolo:
Elizaveta Illarionova
Traduttrice RU<>IT
Mairago (LO)