Sul tradurre filosoficamente

 Categoria: Traduttori freelance

Non è necessario essere un filosofo per poter tradurre decentemente un qualsiasi testo scritto. Ovvio. È necessario esserlo per tradurre un testo filosofico? Non proprio. In un certo senso, è l’atto stesso del tradurre a presentare caratteristiche prettamente filosofiche, laddove per “filosofia” si vuole intendere piuttosto un certo modo di fare filosofia, basato sul concetto di voce (espressione, passaggio di conoscenza dall’interno all’esterno) in relazione alla pratica autobiografica. Il riferimento è ai pensatori della cosiddetta filosofia del linguaggio ordinario e, in particolare, alla lettura che ne ha dato un contemporaneo, il filosofo americano Stanley Cavell, esponente di spicco della filosofia post-analitica e autore di un celebre testo sistematico, La riscoperta dell’ordinario (1979).

Secondo Cavell, infatti, si può comprendere la maniera di filosofare del Wittgenstein delle Ricerche filosofiche e di J. L. Austin – le cui opere sono costruite sulla base di una pratica di astrazione autobiografica – nei termini di una sistematica presunzione della voce, di un’arrogante assunzione del diritto a parlare per gli altri, nel tentativo di testare il proprio grado di rappresentatività all’interno della comunità di appartenenza (linguistica, filosofica, artistica) a partire da un atto originario di richiesta di autorizzazione a parlare filosoficamente di sé. Nel 1994, Cavell dedica un’intera opera all’intersezione tra filosofia e autobiografia, dando alle stampe A Pitch of Philosophy. Autobiographical Exercises. Non si tratta ancora di un’autobiografia effettiva e definitiva: è solo con il libro Little Did I Know. Excerpts from Memory, datato 2010, che l’impulso autobiografico presente in Cavell trova totale risoluzione, anche se questo lavoro rappresenta solo l’ultimo tassello all’interno di un mosaico filosofico che nel tempo ha incrociato più volte la riflessione sull’autobiografia e il tema della memoria. Il “pitch” del primo titolo vuole evidentemente riferirsi all’idea di “tonalità”: la tonalità riconoscibile che deve essere propria della voce di ogni filosofo. Alla ricerca di una propria voce durante gli studi dottorali ad Harvard, mentre è in lotta con se stesso perché non riesce a produrre una dissertazione convincente, imbattendosi nei lavori di Austin e di Wittgenstein, Cavell realizza che esiste una filosofia in grado di conferire senso a quello che intende dire. Un linguaggio filosofico all’interno del quale il riconoscimento può essere universale e immediato, e quindi abbracciare qualsiasi esigenza concettuale. La metafora più utilizzata da Cavell è quella dell’orecchio assoluto, ovvero la capacità, per chi è pratico del linguaggio musicale, di riconoscere all’istante ogni singolo tono, ogni nota, senza consultare la partitura o servirsi dello strumento. Lo scrivere filosoficamente, dunque, coincide per Cavell con il trovare un linguaggio all’interno del quale “io” possa comprendere che la filosofia si deve ereditare, un linguaggio che sia espressione della voce attraverso la quale “noi” diventiamo capaci di trovare le parole adatte a raccontare la nostra storia. L’unico modo per reperire le condizioni di un tale linguaggio è quello di comporre la propria autobiografia, intercettando e traducendo il linguaggio dei propri padri.

È questa la promessa filosofica espressa dall’opera di Cavell, nel suo farsi amalgama affascinante tra sostanze teoriche così, apparentemente, distanti: la rinascita di una nuova cerchia di umanità filosofica che fondi eticamente la possibilità di un pensiero linguistico genuinamente creativo, costruito a partire dai frammenti memoriali e dai singoli vissuti esperienziali. Alla luce di quanto detto, la figura del traduttore può essere accostata a quella del filosofo: il problema della resa del senso di un testo, nel passaggio da una lingua all’altra, ha molto a che vedere con il vissuto di chi interpreta, e dunque con determinate esperienze pregresse di traduzione e con una precisa identità di studioso e parlante. Solo attestando la propria posizione nell’alveo di una certa eredità culturale, si è in grado di riconoscere e di discernere tra il significativo e l’irrilevante. E si tratta di una consapevolezza puramente filosofica.

Autore dell’articolo:
Simona Busni
Dottore di ricerca, curatore editoriale e critico cinematografico
Cosenza