Riflessioni sul mestiere dei traduttori (2)

 Categoria: Traduttori freelance

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Ogni traduzione rappresenta il punto di vista di chi traduce, che nonostante si sforzi per ottenere un risultato imparziale, alla fine si troverà tra le mani un testo leggermente nuovo, influenzato dall’ideologia culturale, dal luogo geografico, dal periodo storico in cui vive. Come sostiene Bruno Osimo, in un certo senso il traduttore priva il lettore che legge un testo tradotto delle possibilità iniziali che il testo originale può offrire, si sostituisce a lui e offre la sua versione dei fatti. Propone direttamente al lettore le sue ipotesi, prendendosi la totale responsabilità dell’interpretazione del significato originale. Una responsabilità enorme. Non esistono traduttori perfetti, ma ci sono una serie di qualità che il traduttore ideale dovrebbe possedere: la perfetta conoscenza della storia e della cultura della lingua da cui traduce, per capire non solo il significato superficiale, ma anche gli artifici retorici e stilistici. Dovrebbe anche essere uno scrittore capace nella sua lingua madre, per padroneggiare le tecniche di scrittura e saper riconoscere la differenza tra i vari registri linguistici e poterla così riprodurre durante la traduzione. Dovrebbe avere anni di esperienza alle spalle, perché la traduzione è anche una disciplina pratica, e come in tutte le discipline pratiche, è possibile migliorare solo con il costante esercizio. Il traduttore ideale deve essere un ponte fra due culture, ma non può fare queste veci rimanendo neutrale.

Massimo Bocchiola parla di questo mestiere facendo una magnifica metafora: il traduttore è come Caronte, il traghettatore per eccellenza. Trasporta le persone da un luogo all’altro, da una sponda culturale all’altra, attraversando il fiume delle lingue. In questo meraviglioso viaggio porta con sé il lettore e gli mostra il testo attraverso i suoi occhi, offrendogli la sua prospettiva. Ancora una volta, si nota come la nozione di traduzione cambi a seconda di chi ne parla. Ogni studioso e ogni traduttore ha la propria idea di come portare a termine questo difficile compito. Mi permetto di citare ancora il grande Umberto Eco, che diede un’altra interessante definizione di traduzione, definendola come una negoziazione di significati. Quando il traduttore svolge il suo lavoro, si trova a negoziare costantemente il significato del testo che ha di fronte, proprio come nella vita quotidiana si negoziano di continuo le espressioni che vengono usate. Ognuno ha un proprio schema mentale, che non è necessariamente lo stesso dell’interlocutore.

Al sentire la parola “gatto”, la scenografia che si crea mentalmente può essere diversa per ogni persona: qualcuno potrebbe pensare a un esemplare dal soffice pelo lungo e bianco, altri potrebbero pensare a un gattino di pochi mesi di vita, altri ancora immaginerebbero un gatto nero e così via. Una volta chiarito lo schema mentale proposto dall’autore, il traduttore deve negoziare una serie di altri significati perché la traduzione aderisca il più possibile all’originale. Per questo, il lavoro di traduzione è di una complessità enorme; per questo, durante il proprio lavoro il traduttore dovrà inevitabilmente perdere una parte delle sfumature del testo originale e sempre per questo, Umberto Eco, conclude che tradurre significa “dire quasi la stessa cosa”.

Autrice dell’articolo:
Alice Borsetto
Dott.ssa in Scienze del linguaggio, ramo filologico-editoriale
Rovigo

BIBLIOGRAFIA
- Osimo Bruno, Manuale del traduttore. Guida pratica con glossario, Milano, Hoepli, 2002.
- Eco Umberto, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, IV, Milano, Bompiani, 2013.
- Bocchiola Massimo, Mai più come ti ho visto. Gli occhi del traduttore e il tempo, Torino, Einaudi, 2015.