Lavorare come traduttore in Bulgaria (2)

 Categoria: Traduttori freelance

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C’era una volta…
All’inizio degli anni 90 l’unico mezzo di scrittura per le traduzioni era la macchina da scrivere e per lo più era molto difficile trovarsene una. Inoltre, le traduzioni di regola venivano assegnate dall’italiano al bulgaro e dal bulgaro all’italiano (queste ultime certe volte a tariffe più elevate).

A me servivano due macchine da scrivere – una in caratteri cirillici e una in caratteri latini (comprate dopo lunghe ricerche e parecchi sacrifici finanziari nel più grande negozio della capitale bulgara). Scrivere a macchina significava non permettersi nessun errore né di battitura, né di sostanza, significava ricominciare da capo in caso di errori o omissioni, significava ore ed ore di lavoro lento mantenendo la massima concentrazione possibile.  A quell’epoca essere traduttore o interprete significava prima di tutto avere buone conoscenze sugli argomenti dei testi da tradurre. Fra l’altro non si menzionava nemmeno la possibilità che un professionista si cimenti solo in prestazioni scritte o solo in prestazioni orali. Si attendeva che sapesse fare tutto e sempre. Mi assegnavano qualsivoglia tipo di testi (scienza, cosmesi, medicina, economia, stato civile, musica, arte e quant’altro immaginabile e no) e dovevo riuscire a cavarmela rispettando i termini di consegna e lavorando a regola d’arte.

Per non dilungarmi sopra l’argomento, evidenzierò il fatto che risulta difficilissimo tradurre bene un testo senza conoscere gli argomenti trattati o senza poter consultare materiale affidabile ai fini del chiarimento dei punti oscuri (sempre presenti, persino nei testi più ricercati e curati). Ero dovuta riuscire a tradurre un’ampia opera di macroeconomia all’epoca in cui perfino il concetto di macroeconomia era noto a pochissimi professori universitari. Avevo consultato quanto reperibile in materia sul mercato dei libri in bulgaro, russo, francese ed inglese. Avevo lavorato sodo e alla fine ce l’ho fatta battendo a macchina il testo tradotto.

Fra le tante capacità richieste per l’esercizio della professione di traduttore va evidenziata quella di poter uscire velocemente da casa, recarsi in agenzia percorrendo quasi tutta la città, prendere il materiale da tradurre e ripercorrere di nuovo quasi tutta la città per tornare a casa e mettersi al lavoro. Una volta compiuto l’incarico “lo sherpa” traduttore si recava di nuovo in agenzia per consegnare tutto quanto (testo di partenza e testo di arrivo).

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Articolo scritto da:
Ina Peeva
Dott.ssa di Ricerca
Varna – Bulgaria