La traduzione di un mito aborigeno

 Categoria: Traduttori freelance

Mai, come nel caso della traduzione dei miti degli aborigeni australiani, appare in tutta la sua drammaticità il problema se si tratti, in realtà, di traduzione o di trasformazione. Le storie mitologiche degli aborigeni d’Australia hanno certamente subito notevoli manipolazioni nel corso del tempo, dal momento che sono più antiche dei più arcaici poemi occidentali. Molte sono andate perse dopo l’arrivo dei colonizzatori bianchi. Colin Johnson, lo scrittore aborigeno che è stato a lungo uno dei più attivi portavoce della cultura aborigena, autore di Wild Cat Falling, Writing from the Fringe e di Doctor Wooreddy’s Prescriptions for Enduring the End of the World, che dal 1988 ha mutato il proprio nome in Mudrooroo, ha scritto con amara ironia, “Quando i valorosi pionieri inglesi occuparono l’Australia, magari recando con sé una copia dell’Iliade in tasca, occuparono [la Terra nullius, la terra di nessuno: gli aborigeni erano nessuno] con grande spargimento di sangue e la catturarono come gli antichi greci catturarono e presero Troia. Chi conosce il canto di Troia o l’epica che i troiani cantavano? Si è persa, dimenticata … Al vincitore spettano le spoglie e questo è successo per l’Australia”. I racconti superstiti sono stati raccolti sul campo e tradotti/trasportati in altre lingue, dopo essere passati, naturalmente attraverso la lingua e la cultura inglese.

Le storie mitologiche aborigene si rifanno ad un periodo che precedette l’inizio del tempo, che viene definito il “Dreamtime”, “il Tempo del Sogno”, o semplicemente “The Dreaming”, “il Sogno”, o il “tempo della tradizione”, che ebbe inizio con le gesta dei mitici antenati totemici. Nella mitologia aborigena, il Sogno è un’epopea primordiale, che agli occidentali può apparire vaga e nebulosa, ma che per gli aborigeni è reale, nella quale gli uomini sono anche animali e gli animali sono anche uomini. Gli antenati potevano trasformarsi in uomini o animali a loro piacimento. In seguito alle straordinarie avventure, tramandate fino ai nostri giorni dalla “tradizione”, molti di loro si trasformarono definitivamente negli animali che oggi vediamo in Australia. Naturalmente, quando parliamo di tradizione, non intendiamo un insieme monolitico di leggende, miti e storie. La vastità stessa del territorio australiano, il fatto stesso che gli aborigeni discendano da popoli diversi, migrati in epoche successive e probabilmente da varie regioni dell’Asia, prima di disperdersi sul nuovo vasto continente australe, è incompatibile con questa visione. Tuttavia, alcuni temi sono ricorrenti. Il legame tra gli uomini e l’animale che prese forma dagli antichi antenati rimane saldissimo. Ogni aborigeno si identifica ancora oggi in un animale totemico e ne conosce il Sogno. Alcuni ritengono di essere essi stessi l’animale totemico. Con le sue gesta, l’antenato totemico ha, infatti, generato non solo il paesaggio, con le sue caratteristiche fisiche, ma ha anche dato vita alla tribù che popola quella terra.

“(Gli antenati) hanno percorso la terra, lasciando sul loro cammino i figli che generavano con le donne dei popoli che essi stessi avevano creato; infine avevano varcato il confine del territorio noto a quella particolare tribù ed erano ridiscesi nelle profondità della terra, oppure si erano trasformati in rocce, alberi o in qualche altra caratteristica naturale del paesaggio. Questi luoghi divennero centri dai quali gli spiriti individuali, che rappresentano quei particolari antenati, scaturirono per reincarnarsi in forma umana” (A. W. Reed, Aboriginal Myths, Reed New Holland, Sydney 1999, pagg. 50-55).

Poiché si tratta di materiali ritrasmessi più volte nel corso dei millenni, per Anthony Pym non si può che concordare con Lévi-Strauss, secondo il quale, in questo caso, il valore dell’equazione traduttore/traditore è praticamente zero. Per questo motivo, non ci dovrebbe essere nulla di più facile che tradurre i miti, in quanto non esiste un autore unico che possa essere tradito. La fonte ultima del mito non è rintracciabile e qualunque versione giunta fino a noi è già la trasformazione di altre trasformazioni: nessun traduttore può, quindi, essere tacciato di essere in errore o infedele.
Tuttavia le cose non sono così semplici come a prima vista potrebbe apparire. Lo stesso Pym ci ricorda che Malinowski, per esempio, considera il mito come “la narrazione di un evento primordiale che stabilisce il precedente per un’istituzione”. Questo porterebbe a concludere che un mito può solo funzionare nel luogo sociale nel quale ha generato quell’istituzione. In luoghi diversi, il suo rapporto con la realtà si annulla e la traduzione è assimilabile alla trasposizione di un testo morto. Inoltre, non si può dimenticare il fatto che il mito è già di per sé una “traduzione” della realtà, un’interpretazione del mondo e dei suoi misteri e che il suo valore specifico è noto solo a pochi membri della tribù. Il possesso di questa conoscenza conferisce potere istituzionale. Un potere che verrebbe annullato dalla rivelazione pubblica del significato mitologico. In questo caso, l’interpretazione e la traduzione del testo mitologico in una lingua occidentale si configurerebbe non solo come un’appropriazione culturale ma anche come una profanazione.
Tutto questo sembrerebbe condurre, in qualche modo, alla conferma della teoria dell’intraducibilità di particolari testi, in particolare di quelli relativi a storie mitologiche, in quanto, pur esistendo la possibilità di trasferire i materiali narrativi rimane irrisolto il problema della trasferibilità dei valori relativi ad una certa cultura e ad una certa istituzione sociale. Tuttavia, anche i testi cosiddetti intraducibili sono tradotti e sono letti da lettori appartenenti ad aree culturali anche molto diverse da quella originale. Può darsi che il traduttore non riesca a far apprezzare fino in fondo allusioni, rimandi, allitterazioni, assonanze e quant’altro la lingua originale riusciva a veicolare ai membri di quella particolare cultura, ma rimane il fatto, come nota Umberto Eco in Dire Quasi la Stessa Cosa, che da millenni la gente traduce di tutto, compresi testi apparentemente impossibili come la Bibbia. Il fatto che biblisti, linguisti e teologi da secoli siano impegnati in discussioni sull’esatta interpretazione di diversi passaggi dei testi sacri, non ha impedito a tali testi di pervenire, attraverso i secoli, a miliardi di fedeli di lingue diverse, in una staffetta da una lingua all’altra. Non solo, ma, prosegue Eco, “una parte consistente dell’umanità si è trovata d’accordo sui fatti e sugli eventi fondamentali tramandati da questi testi, dai Dieci Comandamenti al Discorso della Montagna, dalle storie di Mosè alla passione di Cristo – e, vorrei dire, sullo spirito che anima quei testi.” Secondo Eco, la traduzione si fonda su alcuni processi di negoziazione, un processo nel corso del quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcos’altro, ricercando un equilibrio che dia soddisfazione, che “renda giustizia”, alle due parti in causa.
A proposito della lingua nella quale il mito era originariamente raccontato, bisogna ricordare che le lingue parlate dagli aborigeni d’Australia sono un mondo a sé. Certamente non si tratta di lingue “primitive.” Al contrario, la loro complessità attesta la lunga evoluzione. Come tutte le lingue, anche quelle degli aborigeni sono funzionali alla cultura del popolo che le utilizza.

La seconda parte di questo interessante articolo sulla traduzione di un mito aborigeno sarà pubblicata domani.

Autore dell’articolo:
Aldo A. Magagnino
Traduttore Letteraio/Freelance EN-FR>IT
Alezio (Lecce)