Un bravo traduttore

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un bravo traduttore è qualcuno che reinventa la scrittura in modo da fare sembrare che l’autore abbia scritto direttamente nella lingua in cui un testo è tradotto”.

Si dice spesso che tradurre è tradire e qualsiasi traduttore che abbia un po’ di esperienza ha sperimentato “sulla sua pelle” questa dura verità. Questo perché ogni lingua è in sé un mondo ricchissimo di sfumature, di eccezioni e di particolarità, difficili da trasmettere in un’altra lingua altrettanto piena di sfumature e peculiarità. Ecco perché la principale virtù di un traduttore, insieme alla pazienza, dovrebbe essere l’umiltà, la quale è fondamentale nell’approccio alla traduzione, poiché in quest’ambito non si può pretendere di arrivare a un risultato matematico, perfetto.

Il traduttore è un artigiano dell’ombra che porta sulle sue spalle una vera responsabilità: tradire il meno possibile. Ma poiché già in partenza sa che la sua causa è persa, e cioè che non potrà far a meno di “reinventare la scrittura”, cosa è che spinge un individuo a imboccare questo sentiero contorto della traduzione? L’amore per le parole o per la propria lingua? La speranza di un lavoro tranquillo a casuccia, ben retribuito, indipendente? L’essere titolare di un diploma in traduzione e interpretariato con 110 e lode (mi chiedo cosa ne penserebbe Baudelaire, il quale tradusse l’opera di Edgar Allan Poe senza mai seguire altro che la sua voce interiore che lo spingeva a mettersi al lavoro)?

La mia personale risposta a questo dilemma è molto semplice: è la vocazione (dal latino “vox”, appunto, voce); è la chiamata, la convinzione interiore, nient’altro. Il traduttore deve necessariamente essere un artista. Come un artista, passa le sue giornate a tradurre, a cercare la sua arte, a perfezionarla. Non pensa a quanto potrà guadagnare, non dice quante ore ha passato a tradurre quell’espressione che nella sua lingua non ha corrispondenza, così come un pittore non dice quanto tempo ha impiegato a trovare il colore giusto, o l’attore a imparare il suo monologo. Semplicemente lo fa perché è nella sua natura, perché ne sente la necessità.

Non basta sapere due lingue per fare il traduttore, è una follia pensarla così (se uno ha una tela e dei pennelli a casa, questo fa di lui un pittore?); allo stesso modo, non ci si siede davanti a un testo come ci si reca in una fabbrica per eseguire la stessa, meccanica azione di ieri. Che sia detto una volta tanto: il traduttore è un artista, un artigiano. È un artigiano dell’ombra nel senso che di lui non deve rimanere nulla, in modo da far sembrare che l’autore, fosse cinese o ebraico, abbia scritto direttamente nella lingua in cui il testo è tradotto. Questa è la sua unica, vera ricompensa.

Autore dell’articolo:
Julien Desroche
Traduttore dall’italiano al francese