Lost in “Trumpslation” (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Trasmettere un’impressione in un’altra lingua
Il processo di traduzione implica la trasposizione delle parole ma, soprattutto, di un modo di pensare, di una personalità per «trasmettere al lettore la stessa impressione e suscitare la stessa riflessione del lettore originale». Il vocabolario estremamente scarno di Trump obbliga colui che ha il compito di trasmettere il suo discorso in un’altra lingua a trovare degli stratagemmi per enfatizzare la sua dichiarazione. Bérengère Viennot parla di un vocabolario monopolizzato da iperboli. «Great» viene utilizzato ben 45 volte nell’intervista al New York Times, seguito da «tremendous», «incredible», «strong» e «tough». Tali aggettivi possono essere tradotti in francese in diversi modi con conseguenti molteplici gradi di correzione. Ecco l’esempio di una dichiarazione: « I mentioned them at the Republican National Convention! And everybody said: “That was so great.” » Bérengère Viennot ha preso la decisione di utilizzare un registro famigliare e tradurre con « stato fantastico». «Dovevo tradurre l’espressione di un entusiasmo puerile e soddisfatto e, quindi, se avessi scelto di tradurre con: “E il mio discorso ha fatto l’unanimità.” Il significato sarebbe stato lo stesso ma avrei trasmesso una fittizia forma d’espressione del locutore.»

Strategia di campagna o pensiero limitato?
Per constatare l’importanza della scelta del registro la traduttrice rievoca l’esempio del comunista George Marchais, un classico prototipo nel mondo della traduzione: nell’URSS la traduzione dei suoi discorsi era affidata solamente ad un interprete dal «linguaggio raffinato». Ciò ha permesso di trasmettere un’immagine elegante, in totale disaccordo con quella riconosciuta in Francia. Ecco la grande responsabilità del traduttore giornalistico, che Bérengère Viennot descrive più dettagliatamente della rivista letteraria Los Angeles Review of Books, pochi giorni dopo la nomina del presidente Trump. Non si tratta solamente di parole ma di un’immagine trasmessa da un uomo politico, divulgata consciamente da quest’ultimo o meno. Ecco il dilemma del traduttore: scegliere di tradurre Trump esattamente nel modo in cui si esprime e lasciare ai lettori francesi un discorso poco comprensibile e di scarsa qualità? Oppure ristrutturare la sintassi e prendere il rischio di lasciar credere che Trump si esprima con normalità come un uomo politico qualunque? Come spiega la traduttrice in Slate, utilizzare un vocabolario semplice per colpire la gente e distinguersi dall’élite politica considerata sconnessa dalla realtà sarebbe potuta essere una strategia «valida» durante la campagna. Ma «nel caso di Trump non si trattava di una strategia: è, dunque, evidente che il suo vocabolario scarno traduce delle concezioni limitate e circoscritte.»

Fonte: Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017 sul blog Big Browser a cura della redazione de “Le Monde”

Traduzione di:
Giulia Cazzola
Traduttrice specializzata Francese-Italiano
Bordeaux (Francia)