La traduzione delle parolacce

 Categoria: Tecniche di traduzione

Spesso i traduttori devono decidere se vogliono tradurre una specifica frase in modo letterale o usare una frase equivalente nella lingua target, specialmente quando hanno a che fare con due tipi di frasi: le espressioni idiomatiche e le parolacce.
Le parolacce, insieme allo slang, sono tra gli elementi più coloriti e vivaci di una lingua. Anche se il loro utilizzo è generalmente sconsigliato in ambiti accademici, legali ed economici, essi rimangono una parte vitale del linguaggio colloquiale. Tali espressioni si ritrovano ripetutamente in libri, copioni cinematografici e dialoghi, che possono (e spesso devono) essere tradotti.
Sia le parolacce che le espressioni idiomatiche hanno sostanzialmente la stessa funzione di mezzo di espressione della propria personalità, quindi si possono tradurre utilizzando approcci simili. Vista, però, la loro tendenza ad affidarsi al contesto e il loro utilizzo variegato, queste parole e frasi sono spesso la parte più difficile da tradurre.
Come per le espressioni idiomatiche, ci sono tre metodi principali per tradurre una parolaccia:

Trovare l’equivalente della parola nella lingua target
Questo è il metodo più efficace ma non sempre può essere usato, poiché spesso le parolacce hanno origini culturali differenti e non sempre si può ottenere una traduzione fedele.

Riformulare la frase
Essenzialmente, si tratta di evitare proprio la parola in questione rielaborando l’intera frase. A volte, però, si rischia di non essere fedeli al testo originale.

Tradurre la frase letteralmente
Questo è il metodo peggiore e dovrebbe essere assolutamente evitato. Sarebbe come tradurre la parola “bitch” nell’equivalente di “cane femmina” nella lingua target. Non proprio il massimo dell’accuratezza, e di sicuro per nulla fedele al testo originale.

Secondo molti traduttori, quando possibile, sarebbe meglio optare per il primo metodo, dal momento che assicura una traduzione fedele al testo d’origine.
Tuttavia, potrebbero esserci ulteriori ostacoli, e questo è esattamente il motivo per cui tradurre le parolacce non è per nulla facile. I traduttori devono far fronte anche alla censura, e a volte devono decidere se tradurre il testo fedelmente o adattarlo per rispecchiare i modelli di linguaggio della lingua target.
In generale, i traduttori convengono sul fatto che sia sbagliato omettere specifiche parole basandosi solo sull’etica o la morale. Il testo stesso non è rivolto a loro (quindi non dovrebbero sentirsi offesi per il linguaggio usato) e sarebbe, anzi, nel loro miglior interesse fornire una traduzione fedele.

Tuttavia, se l’uso delle parolacce influisce sullo scorrere della traduzione, per esempio, se qualcosa scritto in spagnolo o in inglese (entrambe lingue in cui le parolacce vengono spesso usate per esprimere le proprie emozioni) viene tradotto in giapponese (una lingua che non ricorre così tanto alle parolacce), allora avrebbe senso ometterle per mantenere l’effetto e lo scopo del testo originale.
Vale anche il contrario, ovviamente. Una volta, un traduttore dal giapponese allo spagnolo ci ha detto che ogni tanto si ritrova a dover aggiungere delle parolacce non presenti nel testo originale al fine di trasmettere lo stesso tono in spagnolo rispetto all’originale giapponese.
In conclusione, possiamo affermare che tradurre le parolacce può essere difficile, ma non impossibile, specialmente se si ha una buona padronanza sia della lingua d’origine che di quella target.
E quando si incontreranno è meglio mantenerle nella traduzione finale, usando un equivalente oppure riformulando la frase. È importante ricordarsi che, per quanto possano essere offensive le parolacce, si è soltanto il messaggero, e “ambasciator non porta pena”.

Fonte: Articolo scritto da Amy Seaman e pubblicato sul sito Language Realm

Traduzione a cura di:
Lucian Albanese
Traduttore EN>IT
Palermo