Automatismi

 Categoria: Tecniche di traduzione

Come in ogni attività che svolgiamo abitualmente, nell’esercizio professionale della traduzione sorgono mille e più automatismi: azioni svolte senza pensare (almeno non in maniera cosciente) a cosa stiamo facendo o a come lo stiamo facendo. Alcuni sono automatismi fisici, com’è il caso dei virtuosismi nell’utilizzo dei tasti di scelta rapida, che tradiscono le innumerevoli ore passate a lavorare sulla stessa applicazione informatica. Di solito non ci accorgiamo di questi automatismi fino a quando non ci troviamo a usare un’applicazione diversa, e scopriamo le nostre dita impegnate in combinazioni di tasti del tutto inopportune. Così, ad esempio, il traduttore abituato a lavorare con Déjà Vu quando incomincia a tradurre con Trados passerà un intervallo di tempo (forse un’ora, forse un giorno, forse un mese) a inveire di continuo perché invece di salvare la traduzione e passare al segmento successivo con <Alt> + <+> si ostina a schiacciare <Ctrl> + <↓> tutte le sante volte. È in occasioni come questa che ci accorgiamo fino a che punto abbiamo automatizzato le scelte rapide e di quanto tempo e attenzione ci risparmiano, permettendoci di concentrare queste risorse nel risolvere le sfide che il testo ci presenta.

Altrettanto importanti (ma più difficili da cogliere) sono gli automatismi mentali. Un traduttore con esperienza non dedica una riflessione vera e propria, isolata e cosciente, a ogni elemento che produce, o almeno non dovrebbe. Per la maggior parte del tempo lavoriamo in quella che Douglas Robinson definisce azzeccatamente “modalità pilota automatico”: una rete assai complessa di meccanismi cognitivo-comunicativi che eseguiamo in silenzio, in secondo piano, senza rendercene conto. Abbandoniamo la modalità automatica solo quando ci imbattiamo in qualcosa che richiede la nostra completa attenzione (o una sua buona parte): una parola che non conosciamo, una lettura di cui non siamo del tutto certi, un cambio improvviso nel formato del documento originale, un termine nella lingua d’arrivo che non ci viene in mente nell’immediato, una redazione che vogliamo leggere ad alta voce per assicurarci che suoni bene, una metafora originale, un frammento che ci ricorda un libro che abbiamo letto, un dubbio riguardo la conoscenza enciclopedica del destinatario…

Gli automatismi sono pericolosi quando si trasformano in vizi: scrivere sempre *“affanco” invece di “affianco”; tradurre sempre aunque con “anche se” (dimenticando che possiamo avvalerci di “per quanto”, “nonostante”, “sebbene”, “anche quando”, “malgrado”…). Ad ogni modo, la proporzione tra rischi e benefici fa degli automatismi un elemento senza dubbio positivo, per non dire indispensabile. Se mancano, brutto segno: solo il traduttore novello o il professionista che si trova ad affrontare nuovi elementi (aree tematiche che non conosce, combinazioni linguistiche che frequenta meno, formati testuali poco familiari, applicazioni informatiche appena acquistate…) può permettersi il lusso di tradurre senza pilota automatico, pur sempre riconoscendo che si tratta di una situazione temporanea e che presto incomincerà ad automatizzare le nuove abitudini. In altre parole, a tradurre come un professionista.

Fonte: articolo scritto da Eva Almazán e pubblicato l’8 giugno 2010 sulla rivista El Trujamán

Traduzione a cura di:
Annabella Canneddu
Traduttrice ES/PT>IT
Bologna