Miseria e splendore della traduzione (3)

 Categoria: Storia della traduzione

L’esercizio traduttivo si fa dunque esegesi: significativo, in questo senso, ciò che W. Benjamin sostiene in Die Aufgabe des Übersetzers: “il traduttore ideale tratta ogni testo come l’esegeta tratta il testo sacro”. Il circuito ermeneutico scaturito dalla traduzione implica un processo di costante metamorfosi, di trasformazione necessaria. Scrive Benjamin: “Come si mostra che nella conoscenza non potrebbe darsi obbiettività, […], se essa consistesse in copie e riproduzioni del reale, così si può dimostrare che nessuna traduzione sarebbe possibile se la traduzione mirasse, nella sua ultima essenza, alla somiglianza con l’originale. Poiché nella sua sopravvivenza, che non potrebbe chiamarsi così se non fosse mutamento e rinnovamento del vivente, l’originale si trasforma”.

Si giunge così a una “disposizione ermeneutica” del traduttore rispetto al testo originale, un’apertura all’interpretazione delineata da A. Prete come una “capacità d’ascolto [che] dischiude il senso e la sua inesauribilità”. La traduzione diventa, a questo punto, una prassi per così dire ossimorica. Proprio attraverso tale disponibilità e apertura, e superando le tradizionali dicotomie, essa metterebbe in scena simultaneamente, imitatio ed inventio, due modelli retorici antitetici in questo caso solo in apparenza. In questa prospettiva, Prete identifica la pratica traduttiva come un “ossimoro del generare: presenza nominata nell’assenza, origine detta nella distanza, dipendenza trasvalutata in dominio dell’altra forma, dell’altra lingua”. La traduzione darebbe voce, allo stesso tempo, a un amore e a un conflitto: un amore capace di manifestarsi soltanto a distanza, nell’alterità, attraverso uno scarto spaziale e temporale che conduce alla nascita di un nuovo tempo, di un nuovo spazio. “Non superare il modello, ma coprirlo di segni, tatuarlo; non nascondere l’influenza, ma dirla in una lingua nella quale essa possa apparire come necessaria e insieme già vanificata”, imitatio e inventio, fedeltà e libertà, amore e conflitto: la sfida massima per il traduttore, è fare di quest’ossimoro, un’endiadi, una compresenza.

Luogo d’incontro per eccellenza con l’Altro, più o meno prossimo, la traduzione, “permette a ogni cultura di procedere alla decifrazione di se stessa”. Aggiunge Sabbadini, “Assumendo, sotto vesti mascherate il proprio passato, o un passato e comunque un’alterità, una cultura, fingendo di farne parlare un’altra, e quindi deresponsabilizzandosi autorialmente del proprio “detto”, parla invece di sé stessa, e dicendoci le modalità secondo cui legge l’altro da sé, ci dichiara in modo lampante come vorrebbe essere letta”. La traduzione dà voce nell’alterità a un’identità, a un’autocoscienza, e tanto più è intenso il contatto con l’Altro, tanto più decisivi diventano il proprio marchio, la propria impronta.

Autore dell’articolo:
Clio Spucches
Dottoranda di letteratura francese presso l’Università degli Studi di Pisa