La traduzione: un tuffo nella cultura (2)

 Categoria: Storia della traduzione

Come già anticipato nel post di ieri, per eseguire traduzioni professionali, qualsiasi sia il settore di interesse, è necessaria un’adeguata preparazione specifica. Tuttavia, alcuni settori più di altri richiedono una profonda familiarità con la cultura della Lingua 1. Pensiamo, per esempio, ai testi gastronomici, dove tortilla non si può tradurre semplicemente con “frittata”, né crumpets o scones semplicemente con “focaccine”. Si tratta, infatti, di termini così specifici alla cultura di un paese, così ricchi di sfumature, da non poter essere ridotti brutalmente a un equivalente traduttivo nella Lingua 2.
Un fenomeno che risulta altrettanto evidente nel caso della traduzione di proverbi ed espressioni idiomatiche, in cui non si riesce a stabilire facilmente una perfetta equivalenza tra due lingue, quanto semmai una sorta di corrispondenza in virtù della quale veicolare un certo messaggio seppur alludendo a referenti diversi. Basta pensare al famoso modo di dire “come un elefante in una cristalleria”, che in inglese si trasforma in “like a bull in a china shop”. L’idea in gioco è la stessa, ossia la mancanza di grazia e delicatezza, mentre ciò che cambia è l’immagine su cui si fonda tale idea.

Considerando quanto detto fino ad ora, reputo a questo punto d’obbligo citare un tipo di traduzione densa e appassionante quale quella dei testi letterari, soprattutto dei grandi classici, ove il traduttore frequentemente si imbatte in espressioni così colme di storia, di vita e cultura, che probabilmente la scelta più saggia che gli si prospetta consiste nel conservare il termine originale, accompagnandolo da una nota a piè pagina. Tradurre, infatti, non significa fornire esclusivamente soluzioni prefabbricate che evitino qualsiasi sforzo da parte del lettore, ma si compone anche di strategie complementari, come la parafrasi o la glossa esplicativa, che arricchiscono il testo d’arrivo in modo che si possa cogliere pienamente il significato dei cosiddetti “culturemi”. Pensiamo, ad esempio, alla tarantàs (vettura da viaggio) o alle baby (contadine), così tradotte nell’edizione Einaudi di “Anna Karenina”, o alla spiegazione fornitaci nell’edizione La Biblioteca di Repubblica di “Tristana” circa il maestro Cabra, definito nella nota come personaggio del romanzo “El Buscón” di Quevedo.
Sono queste strategie che risultano tanto più gradite quanto più il lettore è consapevole dell’accurata opera di mediazione che sottostà alla traduzione di un testo. Strategie che risultano tanto più efficaci e costruttive quanto più il traduttore si lascia trasportare dal testo in un mondo di segni e significati, tuffandosi a capofitto in una lingua e in una cultura e affacciandosi, così, alle tante finestre che si aprono sul mondo.

Autrice dell’articolo:
Silvia Alabardi
Dott.ssa in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale
Traduttrice ES-EN-FR>IT
Jerago (Varese)