La traduzione: ponte fra culture

 Categoria: Storia della traduzione

Il Webster’s third new international dictionary of the English language unabridged definisce la traduzione (n.) come: “1. A rendering from one language or representational system into another; also the product of such a rendering.” E tradurre (v.t.) significa: “1. To turn into one’s own or another language; 2. To transfer or turn from any special system of representation, set of symbols, or calculus into another such system, set, or calculus; 3. To practice rendering from one language or representational system into another; 4. To express in different words; 5. To express in explanatory or more comprehensible terms.”
Come si può notare, non esiste una definizione unica ed univoca: i possibili significati sono molti, come i possibili usi nella pratica. Infatti, il linguista russo Roman Jakobson nel suo saggio intitolato “Aspetti linguistici della traduzione” (vedi nota 1 a piè di pagina) distingue tre diversi tipi di traduzione:

1) Traduzione endolinguistica o riformulazione, che consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di altri segni della stessa lingua.
2) Traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta: consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di un’altra lingua.
3) Traduzione intersemiotica o trasmutazione, che consiste nell’interpretazione di segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici.

La traduzione interlinguistica, cioè la trasposizione del messaggio da una lingua ad un’altra, è molto antica. Le prime attestazioni risalgono al periodo romano, quando i documenti venivano tradotti dal greco al latino. Cicerone ed Orazio furono tra i primi autori a proporre una traduzione basata sul significato e non sulla forma. Ma per avere una prima teorizzazione, dal carattere più specifico, sulla traduzione dobbiamo arrivare a John Dryden, dove nella prefazione alle Epistole di Ovidio (1680), individua tre tipi di traduzione:

1) Metafrase: la classica traduzione letterale, parola per parola, da una lingua all’altra.
2) Parafrasi: un tipo di traduzione che punta a riprodurre il significato del testo; è il modello di traduzione proposto anche da Cicerone.
3) Imitazione: in questo caso è il traduttore a decidere se e come allontanarsi dal testo originario, per darne una libera interpretazione.

Secondo Dryden il miglior tipo di traduzione è il secondo. Lo scrittore inglese parte da un punto di vista strettamente morale e si concentra sui doveri etici che un traduttore ha nei confronti dei lettori. L’ideale che anima la classificazione di Dryden è la volontà di chiarire l’essenza del testo, e permettere al più ampio pubblico possibile di accedere a quel testo. Si tratta di una volontà condivisa tra tutti gli uomini di quel tempo, per questo motivo i testi venivano ritradotti nei secoli, modificandone la lingua, secondo gli usi delle epoche in cui si ritraducono.

L’argomento verrà approfondito domani nella seconda parte dell’articolo.

Nota 1: R. Jakobson, “ Aspetti linguistici della traduzione”, in R. Jakobson, Saggi di linguistica generale (Milano: Feltrinelli) 1974, pp. 56-64.

Autore del’articolo:
Erika Fabri
Studentessa e traduttrice en-it, es-it
Teramo