La traduzione nel periodo post-coloniale

 Categoria: Storia della traduzione

Estratto
Questo saggio affronta il problema legato al panorama della traduzione particolarmente nel mondo post coloniale. Il saggio sostiene che la traduzione non ha luogo in un terreno ideologicamente neutro. Al contrario, viene mediata attraverso l’ideologia dominante dell’epoca. La traduzione durante il periodo post–coloniale è stata soggetta alle regole eurocentriche. Concetti come “ibridismo” e “post – nazionalismo” tendono solo a legittimare quelle traduzioni/quegli scrittori che aderiscono alle norme eurocentriche. Infine, il saggio sostiene la necessità storica di tornare ad un discorso nazionalista per ridefinire sia il discorso della traduzione sia quello della letteratura.
«Sono anch’io un uomo tradotto.» (Salman Rushdie)

«La letteratura vernacolare dell’India verrà gradualmente arricchita dalla traduzione dei libri europei le cui menti sono state impregnate dallo spirito del progresso europeo, cosi che la conoscenza europea può essere posta gradualmente entro la portata di tutte le classi sociali.»

Da un dispaccio sulle questioni relative all’apprendimento della Compagnia delle Indie Orientali nel 1894
La traduzione non è rimasta un impegno nobile o innocente nel contesto coloniale o post-coloniale. «La traduzione durante il periodo coloniale,» come osserva Sherry Simon, «era un espressione del potere culturale del colonizzante. I missionari, gli antropologi e i sapienti orientalisti scelsero di tradurre i testi che corrispondevano all’immagine del mondo soggiogato che loro desiderano costruire» (Simon 2000: 10). La traduzione non si riferisce solo alla trasmissione di testi specifici nelle lingue europee, ma a tutte quelle pratiche il cui scopo era di condensare e di ridurre una realtà aliena ai termini imposti da una trionfante cultura occidentale.

Tejaswini Niranjana (Niranjana1992) sostiene che il significato di storicità nella traduzione coinvolge l’esame dell’ effettività storica, domande come chi ha fatto la traduzione, come e perché e più importante, l’impatto della traduzione deve essere indirizzato. Esaminando la storia della traduzione delle opere classiche indiane in inglese da questo punto di vista, a Niranjana diventa chiaro che i traduttori erano sempre missionari europei o amministratori coloniali perché gli stessi indiani non erano ritenuti all’altezza. Niranjana osserva, giustamente, che le premesse dei traduttori riflettevano un desiderio di presentate la cultura indiana in una condizione purificata cosi da farla sembrare più inglese (Tervonen 2002: 1).
Forse, questo desiderio di sentire la familiarità è emerso come l’equazione dominante dietro la traduzione nel mondo post -coloniale, particolarmente dalle lingue del terzo mondo alla lingua principale, la quale nel mondo globalizzato di oggi è l’inglese.

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Fonte: Articolo scritto da K. Sripad Bhat e pubblicato su “Translation Today

Traduzione a cura di:
Elisa Checcaglini
Traduttrice EN>IT
Monterchi (AR)