La censura in traduzione in epoca fascista

 Categoria: Storia della traduzione

L’istruzione e i libri costituiscono una minaccia per qualsiasi tipo di dittatura, per questo il fascismo non si tirò indietro al momento di controllare il ruolo che gli intellettuali italiani e le case editrici avevano nella diffusione della cultura. Mussolini negò sempre l’esistenza di una censura preventiva su libri e giornali in Italia, ma l’asservimento di molte case editrici dell’epoca alla causa fascista ha portato buona parte dei traduttori che con esse collaboravano ad autocensurarsi per permettere la pubblicazione di opere straniere il cui contenuto non era in linea con i dettami del governo.

L’atteggiamento del regime nei confronti della censura fu determinato dall’evoluzione degli eventi storici; inizialmente fu data poca importanza al flusso di romanzi stranieri che entravano in Italia, ma le sanzioni che colpirono l’Italia a seguito della decisione di invadere l’Etiopia portarono il regime a promuovere un’autarchia non solo di tipo economico ma anche culturale, con il risultato che i controlli sui romanzi stranieri e sulle traduzioni si fecero più severi.

La prassi traduttoria della narrativa straniera durante il Ventennio fascista fu indubbiamente influenzata dalla censura, sebbene in realtà non in maniera così oppressiva come si potrebbe immaginare. Non esisteva infatti nessuna forma di censura preventiva, solo a partire dal 1937 si rese obbligatorio informare il Ministero della Cultura Popolare della decisione di pubblicare una versione italiana di un romanzo straniero.

In questo contesto storico i traduttori svolsero un ruolo fondamentale praticando una sorta di autocensura al momento di vagliare i romanzi da immettere sul mercato, con lo scopo di epurarli dei passaggi che sarebbero potuti risultare sgraditi al regime e che avrebbero quindi portato al sequestro del libro. Questa operazione permetteva alle case editrici di continuare la loro attività senza essere accusate di antifascismo e allo stesso tempo configurava i traduttori come i principali censori delle opere sulle quali si trovavano a dover lavorare. Nonostante le disposizioni del regime la conseguenza fu una totale mancanza di linearità all’interno delle traduzioni pubblicate durante il Ventennio, in quanto ogni traduttore si comportava secondo la sua coscienza in vista del risultato che voleva ottenere. Per alcuni di essi tradurre equivaleva a sovvertire i canoni linguistici e culturali dell’epoca, mentre per altri l’attività traduttoria era un mezzo come un altro per sbarcare il lunario e quindi cercavano di svolgerla velocemente rispettando i dettami fascisti.

Nell’articolo di domani entrerò più nel dettaglio descrivendo l’approccio traduttivo di alcune opere pubblicate durante il Ventennio fascista.

Autrice dell’articolo:
Silvia Doria
Traduttrice ES-EN>IT
Oderzo (TV)