Introduzione alla teoria della traduzione

 Categoria: Storia della traduzione

Quando ci si accosta per la prima volta alla pratica della traduzione letteraria, è doveroso consultare testi che forniscano indicazioni utili dal punto di vista teorico. Gran parte della bibliografia sull’argomento sembra insistere su un punto preciso: la traduzione è una scelta tra “mondi possibili”, come afferma Eco, e il reame del possibile è quello che conduce alla provvisorietà della lingua e della cultura; tutto ciò che è provvisorio è soggetto a molteplici mutamenti: il tempo, lo spazio, il pubblico a cui il testo è indirizzato, la funzione del testo nella lingua di arrivo, la prospettiva che il traduttore sceglie di adottare, ecc… Pertanto, se si cercano dei punti fermi nella teoria della traduzione, si è costretti a rinunciare. Nessuna disciplina più della traduzione comporta l’adozione di punti di vista preferenziali, e questi non soggiacciono ad alcuna regola prestabilita. Ogni testo, ogni parola, meritano un trattamento particolare, e il buon traduttore lo sa bene. È dunque impossibile stabilire una teoria definitiva, perché è la materia stessa a coinvolgere svariate conoscenze e fatti socio-culturali, e l’insieme di questi fattori, purtroppo, non aiuta a delimitare il campo.

Vero è che il traduttore non si limita soltanto a volgere le parole di una lingua in quelle di un’altra, in modo che comunichino lo stesso significato; il traduttore ha a che fare con sistemi estremamente complessi, che sono quelli della linguistica, della semiotica, dell’antropologia, della sociologia, della storia letteraria, ecc… Il traduttore è anche un “pensatore”, un ri-scrittore attivo che con il suo lavoro è in grado di influenzare profondamente la cultura di arrivo. La traduzione stessa, essendo un ponte, determina il modo in cui un’opera letteraria tradotta verrà tramandata dal sistema che la accoglie, formerà l’opinione dei lettori riguardo quell’opera e quell’autore, riguardo un’epoca o una corrente letteraria. Si potrebbero riportare le numerose discussioni dei teorici che nella storia hanno cercato di affrancare la traduzione dalla posizione subalterna in cui è relegata da secoli. E ancora oggi sembra necessario insistere sul ruolo chiave di chi traduce, perché il preconcetto secondo cui la traduzione sia un’attività meccanica e puramente linguistica è ancora molto diffuso.

Ciò non toglie che, spesso, le teorie della traduzione possono trasformarsi in vere e proprie impasse. Stefano Manferlotti sostiene, giustamente, che “alla teoria va riconosciuta una dignità assoluta, purché la si veda come riflessione sul linguaggio in quanto tale. […] Ogni altra pretesa nasce dal sofisma o dall’illusione”. Allora, slegata dalla pratica, la teoria della traduzione rischia di limitarsi a una speculazione astratta. Come è possibile creare presupposti teorici per una disciplina che è tutta pratica? Come è possibile stabilire a cosa rinunciare (perché in traduzione si tratta di scegliere, ma le scelte comportano sempre qualche perdita)? Come è possibile decidere a priori se sia meglio rispettare le rime di un testo poetico, per esempio, o dedicarsi alla ricerca del ritmo? Una teoria della traduzione deve esistere, ma per sua stessa natura deve mantenersi aperta, flessibile, mai rigida. Il testo fisicamente inteso è uno spazio in cui avviene una dinamica irripetibile, e questa dà luogo a soluzioni irripetibili; è nel testo stesso che si possono riscontrare problemi sempre diversi e trovare altrettante alternative. Che per tradurre sia importante un ampio sistema di conoscenze è indubbio, ma è anche vero che una teoria della traduzione non può essere sistematizzata e valida in tutti i casi.

Autrice dell’articolo:
Benedetta Tavani
Tradutrice En>It e Esp>It
Rocca di Papa (RM)