I classici della traduzione (10)

 Categoria: Storia della traduzione

WALTER BENJAMIN (1892 – 1940)
Il compito del traduttore

Il riguardo dell’autore di un’opera o di una forma d’arte nei confronti del suo fruitore non è mai proficuo alla comprensione della medesima da parte di quest’ultimo. Nessun quadro è per chi l’osserva, nessuna sinfonia è per chi l’ascolta, nessuna poesia è per chi la legge.
E una traduzione dovrebbe essere per chi non comprende l’originale?
Ciò potrebbe bastare a spiegare la differenza che c’è fra l’uno e l’altra in campo artistico.
Ma cosa “dice” una poesia? Cosa comunica? Molto poco a chi la comprende davvero. Fondamentalmente la poesia non comunica, non enuncia. Quindi una traduzione che pretenda comunicare, in realtà non comunica altro che comunicazione, cioè l’inessenziale. È esattamente questo il primo segno di riconoscimento di una cattiva traduzione.

Al contrario, quello che nella poesia esce dalla comunicazione, e che anche il cattivo traduttore indica come essenziale, non è forse considerato come misterioso, inafferrabile, “poetico”? Un qualcosa che il traduttore può restituire solo se si mette a “poetare” a sua volta.
Da ciò consegue il secondo tratto distintivo della traduzione cattiva, che può essere definita come trasmissione inesatta di un contenuto inessenziale. Da qui non se ne esce finché la traduzione si pone l’obiettivo di servire il lettore. Se la traduzione fosse destinata al lettore, allora dovrebbe esserlo anche l’originale. Ma se l’originale non ha questo scopo, come può averlo la traduzione?
La traduzione è forma (letteraria). Per percepirla come tale, è necessario risalire all’originale. La legge della traduzione si trova in esso, è insita nella sua stessa traducibilità. Non sarebbe possibile alcuna traduzione se questa mirasse, nella sua essenza ultima, ad assomigliare all’originale.

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