Traduzione di un intervento radiofonico

 Categoria: Servizi di traduzione

Da neolaureato è alquanto difficile trovare esempi personali di precedenti lavori di traduzione, e, di conseguenza, risulta arduo trarre conclusioni o anche solo discutere intorno alla figura professionale del traduttore. Eppure, come tesi ho avuto la possibilità di trascrivere e successivamente tradurre l’intero intervento radiofonico di Erich Fromm, intitolato “How can conflicts be resolved without war?“, tenuto nel 1970 a Stanford. Si è trattato di un lavoro quantomeno stancante, seppur interessante, che mi ha permesso di conoscere con mano alcune delle difficoltà, dei dubbi e delle complicazioni che ogni traduttore incontra quotidianamente nell’affrontare il proprio lavoro con dedizione.

La prima fase, quella di ascolto, non rientra normalmente nel lavoro di un traduttore, e questo è stato forse il primo grande ostacolo che ho dovuto superare: l’audio è in effetti rovinato e, in alcuni punti quasi inascoltabile; di conseguenza, quelle parole che non sono riuscito a capire sono state tralasciate in inglese, anche se la tentazione di sostituirle con altre visto che il senso era comunque ben esplicito era forte; traducendo in italiano, invece, quei vuoti linguistici sono stati colmati da altre espressioni aventi però lo stesso significato.

Dopo innumerevoli fasi di ascolto, riascolto e infinite correzioni sono passato alla fase traduttiva: qui l’ostacolo più grande, di cui poco sospettavo la presenza, è stato trasformare un discorso parlato, perché l’intervento è un intervento orale, una discussione filosofica personale dell’autore, in un discorso scritto. Mentre parla, inevitabilmente Fromm cade in numerose ripetizioni, lascia intere frasi sospese e la punteggiatura è pressoché inesistente.
Dunque tradurre voleva dire prima di tutto riscrivere, o ripensare il suo discorso.
Partendo proprio da questa idea, l’intero brano trascritto in inglese (sono più o meno 50 minuti di discorso orale) è stato rivisitato, analizzato e suddiviso in periodi. Così soltanto ho potuto passare concretamente alla fase di traduzione. Questa fase è stata oggetto di molteplici modifiche, tant’è che nella tesi è stato interessante andare a sottolineare il processo, a evidenziare l’evoluzione che alcuni tratti del brano tradotto hanno visto. Tutto questo è stato possibile anche grazie all’aiuto che la mia relatrice mi ha elargito nel corso degli ultimi mesi, suggerendomi di volta in volta le strategie migliori al fine di risolvere l’eventuale problema appena insorto.

Posso a ragione affermare che nonostante quello che si può superficialmente pensare, la traduzione è un’arte. Ma un’arte che, a mio modo di vedere, tocca l’apice quando il traduttore e l’autore tradotto sono in sintonia; una sintonia intellettuale, si intende, che vede i due soggetti collegati anche emotivamente rispetto al contenuto del testo in questione.
Posso quindi sostenere che la traduzione può e avrà, come ha sempre avuto, un ruolo chiave nella storia dell’uomo; spero solo che in futuro tutto questo sarà evidente anche ai più, i quali troppo spesso ingurgitano libri tradotti ignorando che tra l’autore originale e i propri occhi ci sono stati altri occhi e, in un certo senso, altri “autori”.

Autore dell’articolo:
Luca Capizzani
Laureato in mediazione linguistica,
Traduttore EN-FR>IT
Bologna