Riflessioni sulla traduzione in Yiddish (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Prima parte di questo articolo

In tale contesto, la traduzione è per Howe una forma di salvataggio inadeguata ma necessaria: un anello della «catena precaria». I traduttori, nonostante i loro limiti, possono effettuare interventi tardivi per salvare alcuni resti dello yiddish, oggi trasposti in inglese per i posteri, e per lasciare eventualmente un segno su una nuova esperienza ebraico-americana del dopoguerra.
Quasi cinquant’anni dopo, l’impulso ad archiviare e a recuperare continua a essere la «difesa» più comune del progetto di traduzione della letteratura yiddish. Lo Yiddish Book Centre porta avanti la sua opera di salvataggio promuovendo la traduzione di quelli che ritiene essere testi perduti. La traduzione è anche diventata una parte centrale degli studi dello yiddish.

In un recente saggio per In geveb. A Journal of Yiddish Studies, Hana Wirth-Nesher ha sostenuto che «la ricerca sulla letteratura e la cultura yiddish è quasi interamente condotta in inglese», mentre Mikhail Krutilov indica in un altro saggio i sempre più numerosi contributi in ebraico, tedesco, polacco, russo, spagnolo e molte altre lingue. La stessa In geveb pubblica in inglese, e a volte in inglese e in yiddish allo stesso tempo, ma mai soltanto in yiddish. Accanto a queste traduzioni accademiche, lo yiddish compare talvolta come elemento di  sostegno al giudaismo post-etnico, [i] oppure, secondo le parole di Isaac Bashevis Singer, come «cosa figurata»,[ii] sotto forma di nostalgia degli immigrati o come una specie di «yiddish di Broadway».

Perfino mentre la rivista Forverts continua a produrre grande giornalismo in yiddish e gli studiosi ammettono che la padronanza di questa lingua è un aspetto essenziale degli studi yiddish,si riconosce sempre di più che lo yiddish come forza culturale oggi vive sotto il segno della traduzione. Al di fuori del mondo chassidico (e sempre di più anche al suo interno), lo yiddish viene affiancato da una seconda lingua: non esiste un teatro yiddish senza sottotitoli, e non esiste letteratura yiddish senza la stampa accademica, sostenuta dalle organizzazioni yiddish no profit.

[iii] Un concetto teorizzato dal professor Shaul Magid, secondo il quale la nuova identità ebraica americana dovrebbe oggi fondarsi non più un senso di appartenenza etnica, legata al sionismo e alle conseguenze dell’Olocausto, bensì religiosa. Si veda qui
[iv] Si tratta probabilmente di un riferimento al discorso tenuto dall’autore in occasione della vincita del Premio Nobel. Si veda l’ultimo paragrafo

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Saul Noam Zaritt e pubblicato il 1 maggio 2016 su In Geveb

Traduzione a cura di:
Bianca Bertola
Traduttrice Editoriale
Torino