Traduzione è tradimento?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Tradurre è tradire. Verità o falsa credenza?

Tradurre da un sistema linguistico a un altro significa trasportare da una cultura a un’altra una serie di valori, pensieri ed ideologie strettamente connesse al tessuto linguistico di chi scrive. Dal momento che il traduttore, più che un semplice “traghettatore” di significati letterali è prima di tutto un mediatore culturale, il suo compito è più complesso di quanto sembri. Si è parlato a lungo della presunta fedeltà o meno al testo, ma è ormai chiaro che il termine fedeltà, da solo, non riesca a esprimere la notevole varietà di implicazioni sottese a una traduzione.

Il vero tradimento non consiste nella traduzione in sé, quanto nel rischio di fraintendere le intenzioni e il background culturale dell’autore della lingua di partenza. La teoria della traduzione è ricca di dibattiti sull’argomento, ma non tutti sono pienamente convinti dell’importanza, da parte del traduttore, di un’ interdisciplinarietà. Il traduttore dovrebbe essere non un semplice conoscitore di lingue e idiomi, non soltanto un teorico della traduzione, ma anche (e soprattutto) un abile conciliatore. Un conciliatore fra chi? Fra che cosa?

In primo luogo, un conciliatore fra due lingue. Il rischio di scivolare nelle numerose trappole offerte dal testo, specialmente i calchi, è notevole. Il testo di partenza, con tutta la sua ricchezza e complessità, si mostra al traduttore con le strutture linguistiche e narrative proprie del suo sistema linguistico. Una traduzione che presenti troppi calchi manifesta immediatamente il suo carattere artificioso e forzato, privo di naturalezza e musicalità. Il calco, oltre che un fastidioso ostacolo ai fini della comprensione del testo, è indice della scarsa propensione del traduttore alla mediazione.

In secondo luogo, è necessaria una conciliazione fra la cultura di partenza e quella di arrivo. Ammettiamo, per esempio, che il testo di partenza sia un romanzo incentrato sulla vita di una famiglia americana negli anni ’90 e che il traduttore italiano si appresti a  tradurlo nel 2015. Non risulterebbe forse un po’ strano trovare marchi commerciali italiani, magari nati dopo il 2000? È molto probabile che una traduzione del genere inneschi nel lettore un meccanismo di rifiuto, una percezione dell’artificiosità pari a quella suscitata dal calco. Oltretutto, vi sono fraintendimenti culturali che scivolano in un odioso atteggiamento di superiorità da parte del traduttore, convinto che l’autore del testo di partenza appartenga a una società inferiore a quella di chi traduce.

Infine, il traduttore deve saper conciliare il proprio lavoro con la creatività e il messaggio dell’autore del testo di partenza. Si tratta di un dialogo fra due autori a tutti gli effetti: il primo, che parla e si esprime nella propria lingua, il secondo con il compito di ri-scrivere nella lingua di arrivo.

Alla luce di queste riflessioni, ecco le conclusioni che potremmo trarre. Il traduttore dovrebbe sempre ricordare che la traduzione da un sistema linguistico all’altro, lungi dall’essere un mero esercizio stilistico o uno sfoggio di conoscenze grammaticali, dovrebbe prima di tutto essere un atto di mediazione culturale fra realtà diverse, una mediazione che tenga conto dei numerosi elementi sottesi a un testo.

Autrice dell’articolo:
Francesca Perozziello
Dottore in Storia e forme delle arti visive, dello spettacolo e dei nuovi media
Dottore in Scienze umanistiche per la comunicazione
Traduttrice freelance EN > ITA
Marina di Pietrasanta (LU)