Traduzione e manipolazione

 Categoria: Problematiche della traduzione

«“Come americano, sollevi la tua mano verso qualcuno puntando le dita in alto”, ha dichiarato il Sergente Jeffries, responsabile due volte al giorno del rifornimento dei checkpoint di Diyala.
“Questo segnale equivale a uno “stop” per molti americani, e i soldati lo riconoscono come stop. Un pugno chiuso equivale a un “per favore state fermi”, ma una mano aperta significa “stop”. È un segnale che si fa nei checkpoint. Per un iracheno invece significa “Ciao, vieni qui”.
Per cui capite il problema che si pone immediatamente. Ti trovi a un checkpoint, e mentre i soldati pensano di dire stop, stop, stop, gli iracheni credono si tratti di un “vieni qui, vieni qui”.
A quel punto i soldati iniziano a urlare, mentre gli iracheni si avvicinano più velocemente. E i soldati urlano ancora di più. Un secondo dopo ti ritrovi a sparare su delle donne incinte”»(1) .

Questa citazione è tratta dalle testimonianze rilasciate alla rivista statunitense The Nation da alcuni veterani di guerra. Si tratta di un chiaro esempio di errata o mancata traduzione delle regole di ingaggio dal codice culturale della lingua di partenza a quello della lingua di arrivo. Questo ci fa capire in quale misura sia importante il ruolo della traduzione nel discorso sulla guerra.
La citazione è utile per introdurre l’analisi affrontata nell’articolo di domani (ndr), ossia il rapporto tra traduzione e manipolazione. Dopo aver effettuato un rapido excursus sugli studi realizzati sull’argomento da Lawrence Venuti, analizzerò il ruolo della traduzione all’interno dei conflitti bellici, partendo dai recenti studi compiuti da Mona Baker.

(1) C.Hedges e L.Al-Arian, The Other War: Iraq vets bear witness, The Nation, 9 luglio 2007. Il reportage è reperibile qui.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona