Traduzione e manipolazione (5)

 Categoria: Problematiche della traduzione

In coerenza con l’analisi proposta da Baker e riassunta nell’articolo di ieri (ndr), credo che il fattore importante della narrazione non sia la sua strutturazione testuale, bensì il modo in cui essa opera come strumento mentale nella costruzione della realtà. Nell’ambito della formazione e della manipolazione dell’identità del ricevente mediante le narrazioni, Baker ribadisce ancora una volta quanto sia importante il ruolo della traduzione, soprattutto in considerazione del fatto che la maggior parte dei conflitti odierni non coinvolge solo specifiche comunità monolingui, ma si estende rapidamente al contesto internazionale. Dobbiamo ricordare, afferma la studiosa, che «ogni conflitto bellico inizia e termina con la costruzione e la decostruzione del nemico, di un altro chi così straniero e distante da diventare un esso»(14). Secondo Baker la costruzione di questo esso passa proprio attraverso la narrazione.

Una delle tecniche privilegiate nella narrazione consiste, secondo Baker, nell’“etichettatura” (in originale labelling). Con il termine “etichettatura”, Baker si riferisce a qualsiasi processo discorsivo che prevede l’uso di unità lessicali, parole o frasi che identificano una persona, un luogo, un gruppo, un evento o altri elementi chiave in una narrazione. Come esempio, Baker riporta l’eufemismo “razionalizzazione” in voga nei media, tra i politici e in ambito aziendale per riferirsi alla pratica mediante la quale si licenzia una buona fetta aziendale pubblica o privata.

Inoltre, Baker introduce il concetto di rival systems of naming, ossia il modo con cui comunità conflittuali si riferiscono al medesimo oggetto e/o soggetto, utilizzando lessici differenti al fine di proclamare la propria legittimità socio-politica e negare quella altrui. Baker riporta l’esempio della Cisgiordania nell’ambito della guerra in Medio Oriente. Nell’articolo di lunedì ne parlerò in modo più approfondito (ndr).

(14) M.Baker, Translation and Conflict, Rotledge, London and New York 2006, p. 14.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona