Tradurre il terrorismo

 Categoria: Problematiche della traduzione

Chi traduce i terroristi? Quando un terrorista o un nemico viene catturato, chi traduce tutto quello che viene detto durante un interrogatorio? Questo sembra in apparenza un aspetto marginale, ma in fin dei conti è un quesito piuttosto valido dal momento in cui sulle informazioni raccolte in un interrogatorio si basano le strategie militari e la politica di governo.
I traduttori dell’esercito americano, che sono difatti coloro che nelle cerchie professionali vengono identificati come interpreti, presenziano l’interrogatorio, ascoltano ciò che la persona interrogata dice in arabo, farsi, davi, pashtu, o in qualsiasi altra lingua, e poi riportano la frase in inglese.

Questi traduttori non sono del tutti formati nell’arte dell’interpretariato e solitamente non presentano un alto livello di competenza nella seconda lingua.
Per semplificare, focalizzeremo l’attenzione sulla lingua araba e sugli interrogatori di sospetti terroristi e detenuti della Guerra del Terrore.
Altre persone provenienti da altri paesi e che parlano altre lingue ovviamente esistono, ma dato che viene mantenuta la medesima procedura di base, non occorre analizzarle tutte nel dettaglio.

Per prima cosa, gli interrogatori vengono registrati, cosicché niente che venga detto possa essere riesaminato successivamente da altri specialisti. Sia che questo venga effettivamente fatto o no, sia che tali specialisti sia disponibili o no e sia che le registrazioni siano di alta qualità o meno, non ci è dato saperlo. Probabilmente dipende dalla varietà di risorse impiegate.
Registrare un interrogatorio poi, sebbene utile, può rivelarsi rischioso, dato che una molteplicità di nuove agenzie, associazioni per i diritti umani e molti altri ucciderebbero per poter accedere a questo tipo di materiale e lo tradurrebbero senza aver in riferimento il contesto necessario per comprendere appieno ciò che viene espresso.

Come seconda cosa, notizia ricavata da persone interne al sistema, locali, nel nostro scenario gli Iracheni che parlano il dialetto locale dell’arabo sono coinvolti, come aiuto, nel processo comunicativo con il terrorista o il detenuto. Una completa conoscenza di tutti i modi di dire, delle frasi fatte, dei dialetti e di ciò che di contorno a una lingua esiste, richiede molti anni di permanenza nel paese per acquisirne la giusta padronanza, sempre che venga raggiunta.
Perciò collaborare con chi è già a questo livello si rivela molto utile. È anche rischioso, poiché le persone locali potrebbero non riuscire a tradurre determinate sfumature linguistiche e potrebbero non trovarsi a proprio agio nel guardare un interrogatorio, una tortura o cose di questo genere.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo pubblicato sul sito Language Realm

Traduzione a cura di:
Chiara Gatti
Como