L’italiano al cinema

 Categoria: Problematiche della traduzione

In “ Il prezzo di Hollywood ” film statunitense del 1994 sul rapporto vittima–carnefice nella Mecca del cinema, il protagonista Guy, giovane assistente del perverso e tentacolare produttore Buddy, alla descrizione del suo predecessore delle esigenze costantemente diverse del capo, risponde che quello non è il modo di gestire un ufficio normale. Al che il suo scafato interlocutore oppone il fatto che quello non è un ufficio normale, non è Wall Street, ‘non’ ci sono regole, è il mondo dello spettacolo. Le scorrettezze sono benvenute, premiate addirittura.

Questa breve scena da me riassunta mi pare rifletta con sufficiente precisione le consuetudini della traduzione nell’ambito cinematografico in Italia. Si tratta di una riflessione generale senza distinzione tra dialoghi, titoli e sottotitoli. Le versioni italiane dei film stranieri di ieri e di oggi (le cattive abitudini sono difficili da estirpare) presentano un’arbitrarietà linguistica molto spinta. Qualche esempio: il film giallo di Preminger “Laura” diventa in italiano “Vertigine”, “Vertigo” di Hitchcock “ La donna che visse due volte”, “Double indemnity” di Wilder è stato tradotto in versione Blue Harmony con “La fiamma del peccato” laddove la traduzione franceseAssurance sur la mort” è molto più pertinente, nonostante l’oggettiva complessità di resa di un termine legale che vuole rimandare a uno spessore di significati molto più denso. La commedia inglese “Withnail and I” si trasforma in uno “Shakespeare a colazione” piovuto non si sa da dove. Si potrebbe ipotizzare che è stata proprio questa traduzione derelitta del titolo a far sì che questo capolavoro che nel paese d’origine e altrove ha avuto un successo strepitoso, sia passata praticamente inosservata in Italia.

Queste poche gocce scelte nell’oceano di celluloide esemplificano a sufficienza, a mio avviso, lo scarto improponibile che purtroppo si registra troppo di frequente tra la versione originale e quella italiana. Si badi che si sta parlando di semplici titoli i quali, a differenza dei sottotitoli, sottoposti a una disciplina molto più rigida dovendo rientrare in tempi ben definiti, offrono maggiori possibilità di aderenza, laddove possibile, al testo di partenza.
Una delle ragioni addotte per giustificare la manipolazione è quella del “marketing”: gli arbitrii della traduzione aiuterebbero a rendere più attraente il prodotto e quindi a venderlo meglio. Si potrebbe aggiungere che tradurre “Vertigo” con “ La donna che visse due volte” non fa torto al regista in quanto il messaggio del film viene salvaguardato. Ciò è vero in parte, ma se una traduzione più fedele giunge allo stesso scopo, a che pro la stortura?

Nel caso delle serie televisive importate principalmente dagli Stati Uniti il fenomeno è ancora più grave, datosi che la maggioranza di queste conserva il titolo originale in inglese. Questo fenomeno lascia tanto più perplessi quanto altre lingue europee a diffusione mondiale (francese spagnolo e portoghese) mostrano una cura molto più attenta alla conservazione del testo originale. La stessa lingua inglese nelle sue plurime versioni è decisamente incline alla fedeltà al testo di partenza.
L’attitudine dell’italiano si può definire schizofrenica, divisa com’è tra una libertà troppo spesso eccessiva e un’incapacità o non volontà di traduzione. Sotto quest’ultimo aspetto l’italiano del cinema soffre, e non potrebbe essere altrimenti, di un malessere diffuso in troppi settori del nostro idioma, quali quello giornalistico e quello medico, ossia l’influsso sfiancante dell’inglese. Questa passività può forse essere spiegata con il desiderio di acquisire una dimensione internazionale, senza percepire purtroppo il provincialismo che essa denota.

Autore dell’articolo:
Massimiliano Misturelli
Traduttore FR-ES-PT>IT
Gorizia