Dipingere con le parole

 Categoria: Problematiche della traduzione

Uno dei problemi maggiori quando si traduce narrativa è quello di rendere l’immagine. Capita di leggere l’originale e di avere ben chiara in mente la scena davanti agli occhi, come se fosse un film. Compito del traduttore è far sì che il lettore della lingua d’arrivo provi la stessa sensazione.
Dato che nel mestiere di traduttore non si butta via niente, voglio raccontare di un’esperienza che mi è stata molto utile per affinare questa capacità e che potrebbe essere un esercizio interessante per un traduttore che voglia dedicarsi alla traduzione di narrativa.

Per varie vicissitudini, dal 2008 a oggi mi è capitato di frequentare con continuità persone non vedenti e di passare insieme tanto tempo in ambienti nuovi per me e per loro. Nelle stanze d’albergo è essenziale descrivere perfettamente la posizione delle cose (e non spostarle!), in modo che possano muoversi autonomamente. All’esterno è fondamentale indicare con la voce la presenza di gradini, rampe o ostacoli. Tutto questo è sufficiente a far sì che non si facciano male, ma per godere appieno dell’esperienza che stanno vivendo è fondamentale fornire loro descrizioni precise e dettagliate delle cose e delle persone che hanno intorno, in modo che si facciano un’idea, assieme alle loro percezioni olfattive tattili e sonore, dell’ambiente in cui si trovano.

Pensateci, è una cosa che noi vedenti non facciamo praticamente mai. Se dobbiamo dire a un amico dove incontrarci diciamo: “all’edificio in mattoni rossi”, “alla casa all’angolo”, ecc. Non descriviamo mai con precisione ciò che abbiamo intorno perché le altre persone che frequentiamo vedono le stesse cose che vediamo noi. Quando invece viaggiamo con i non vedenti, dobbiamo essere precisi e spesso fare ricorso a metafore o similitudini, in modo che la nostra percezione visiva possa essere tradotta in un’immagine mentale definita per loro. Si passa da descrizioni molto elementari, come indicare a tavola la posizione delle stoviglie e delle persone, ad altre complicate, come il racconto di uno spettacolo di danza.

In alcuni casi le descrizioni non sono affatto neutre. Ciò che ci preme è trasmettere la stessa sensazione di meraviglia o disgusto anche a chi non può vedere. Per una descrizione che faccia “vedere”, la connotazione è fondamentale. Se di una zuppa dirò che è una “poltiglia” trasmetterò l’idea di un cibo dal cattivo sapore e dalla consistenza molle. Se descriverò una casa come una “reggia”, si capirà che è grande ed elegante.

Come per tutte le cose che riguardano il mio mestiere, in cui le cause e gli effetti spesso si confondono, non so se aver imparato a descrivere per i non vedenti mi abbia reso una traduttrice migliore o se la mia abilità di traduttrice mi abbia dato la possibilità di descrivere meglio il mondo a chi non lo vede con i suoi occhi. So per certo però che entrambe le capacità si allenano con la pratica e, dato che spesso è difficile dare ricette di successo agli aspiranti traduttori, sono lieta di poter suggerire un esercizio pratico: guardatevi intorno e descrivete con la massima precisione possibile ciò che vedete.

Diventerete capaci di dipingere con le parole.

Autrice dell’articolo:
Francesca Secci
Traduttrice EN-FR>IT
Selargius (CA)