Lo spagnolo cileno

 Categoria: Le lingue

Mi sono sempre piaciute le lingue, fin da bambina, e all’età di circa dodici anni ho deciso che da grande avrei lavorato in questo campo.

Nonostante il mio grande interesse verso qualsiasi lingua e la curiosità di imparare almeno un paio di parole di ognuna – ogni volta che andavo in vacanza all’estero avevo sempre con me un quadernino sul quale scrivevo le parole più ricorrenti – ce n’è sempre stata una alla quale mi sento più affezionata: lo spagnolo. Da quando ho iniziato a studiarlo al liceo non l’ho mai abbandonato e ho sempre fatto tutto il possibile per migliorarlo giorno dopo giorno e per poter imparare anche quei detti e quelle frasi fatte che non vengono mai insegnati a scuola.

Ma la mia convinzione di aver acquisito un buon livello di spagnolo è svanita il primo giorno che ho messo piede sul suolo cileno. Durante la mia carriera universitaria, ho avuto la fortuna di poter studiare per sei mesi a Santiago del Cile ed è stato proprio lì che mi sono resa conto che il mio spagnolo scolastico mi sarebbe servito a poco. Così, come ogni regione italiana ha il proprio dialetto, ogni paese di lingua spagnola ha le sue sfumature e i suoi vocaboli.

Mi ci sono volute un paio di settimane per ambientarmi e soprattutto per abituarmi alla velocità con cui parlano i cileni. Hanno talmente tanta fretta nel parlare che si “mangiano” la maggior parte delle parole e ricordo che ogni volta dovevo chiedere di ripetere più lentamente ogni frase. Ma le difficoltà non finiscono qui perché dopo essersi abituati alla velocità, è necessario crearsi un proprio dizionario di “spagnolo cileno” con le parole più comuni.

Innanzi tutto ciò che i cileni adorano fare è carretear, che per qualsiasi giovane di Madrid sarebbe salir de fiesta; se invece racconti qualcosa di davvero interessante, per loro sarà molto bakan, ossia qué guay. Per non dimenticare il cachai, la parola più importante di tutto il vocabolario cileno. Equivale allo spagnolo vale, ma in realtà è un intercalare che usano molto spesso e senza rendersene conto; lo mettono tra le frasi per risvegliare l’attenzione del loro interlocutore e soprattutto lo usano alla fine di qualsiasi proposta o spiegazione per essere sicuri che la persona con cui stanno parlando abbia capito tutto, anche se in realtà non è una vera domanda che esige una risposta.

Per quanto riguarda i mezzi di trasporto, invece, se si va alla fermata dell’autobus è perché si vuole prendere una micro (i bus sono solo quelli che percorrono lunghe distanze) e il conducente non conduce ma maneja. Inoltre, non ci si può certo dimenticare del chao gracias quando si scende dalla micro! È il rituale saluto che ogni passeggero urla dal fondo del bus prima di scendere e anche in questo caso non ci si aspetta una risposta, soprattutto perché sono molto pochi gli autisti che salutano.

In conclusione, per imparare bene una lingua non bastano i corsi scolastici, ma l’ideale è viverla, assaporarla, ascoltarla e non scinderla mai dalla sua cultura e dalla sua gente.

Autore dell’articolo:
Francesca Conti
Scienze Linguistiche
Milano