L’italiano parlato in Sicilia

 Categoria: Le lingue

Da due anni vivo in Sicilia dopo una lunga permanenza in una città del nord Italia. Da due anni convivo con una realtà linguistica ibrida che avevo studiato durante le mie ricerche universitarie e che oggi combatto quotidianamente correggendo le persone a me vicine e cercando di far capire loro l’importanza dell’italiano, cioè della lingua italiana riconosciuta ufficialmente come lingua nazionale.
Proprio come potrebbe fare un professore madrelingua inglese quando di volta in volta corregge uno studente che deve imparare la lingua sul campo, con lo stesso intento sto riuscendo a modificare un modo di parlare ormai insito quasi geneticamente, correggendo espressioni orali e forme grammaticali scorrette che purtroppo caratterizzano in maniera marcata un parlante del nord da uno del sud.
In Sicilia è la prassi sentire frasi del tipo “hai chiamato a Maria?” oppure “salutami a Salvo” o “lo vuoi fatto l’uovo?” o ancora “mamma, voglio comprato quel giocattolo”. Per non parlare dell’uso scorretto dei verbi intransitivi usati come transitivi. Quindi le frasi come “l’hai scesa la spazzatura?”, “l’hai uscita la carne dal freezer?” sono utilizzate nella normale quotidianità anche da persone con un alto grado di istruzione.
Ad esempio può capitare di sentire il medico di famiglia dire: “Signora, esca la lingua”, egli utilizza correttamente il congiuntivo presente ma cade miseramente sul verbo intransitivo.
Tutto ciò avviene con molta naturalezza ed erroneamente con la consapevolezza che la lingua che si sta utilizzando sia italiano. In realtà quelle espressioni, come anche molte parole utilizzate quotidianamente, sono la traduzione letterale dal dialetto imbastardito anch’esso, che in Sicilia é ancora la lingua madre. Il risultato della traduzione letterale automatica fin dai primi anni di vita del parlante é una lingua spuria che non è più il dialetto di una volta ma nemmeno l’italiano. Per citare altri esempi, si sente sempre più spesso l’uso scorretto del pronome personale complemento: “ci somiglia” per dire “gli o le somiglia” oppure “ci ho detto a lui…” anziché “gli o le ho detto”.
Se intervistassimo un anziano del nord Italia nella maggior parte dei casi questi utilizzerebbe l’italiano, probabilmente correttamente, se invece intervistassimo un anziano siciliano o del sud Italia la lingua utilizzata sarebbe un dialetto modernizzato o un italiano regionale.
Se nel resto d’Italia si ha un italiano che purtroppo subisce l’influenza di termini provenienti dalle nuove tecnologie, da internet, dai social networks o dagli sms, nel sud Italia oltre a queste nuove problematiche linguistiche si ha ancora a che fare con delle gravi carenze grammaticali.

Come si può immaginare ci sono delle motivazioni storico-culturali ben precise. Ancor prima dell’unità d’Italia pare che la Sicilia fosse trilingue. Già nell’antichità si parlava il greco antico, l’arabo e il latino e le influenze straniere, popolari e colte creavano delle interferenze continue. Il siciliano si é arricchito quindi di apporti arabi, bizantini, influssi francesi e spagnoli.
A supporto del dialetto come lingua a sé vi é anche il fatto che la Sicilia, essendo un’isola, sia separata dal resto d’Italia, cosa che tuttora permette pochi scambi linguistici e/o culturali.
Oggi più del 50% della popolazione siciliana si esprime e comunica nel proprio dialetto nativo a prescindere dalla lingua scelta dall’interlocutore.
Ma al di là delle ragioni storico-culturali ben definite del perché in Sicilia si parli ancora il dialetto o uno pseudo dialetto, considerando invece l’italiano una lingua poco adatta a certi discorsi e quasi altezzosa, credo che non ci si possa giustificare.
L’italiano é e deve essere insegnato correttamente e conosciuto da tutti.
L’interferenza continua tra i due registri linguistici non fa altro che alterare l’una e l’altra lingua. Sarebbe opportuno quindi, proprio come avviene in Sardegna, insegnare anche il dialetto nelle scuole come una lingua straniera vera e propria affinché nel parlato si possano distinguere, senza commistione alcuna, le due lingue nettamente.

La salvaguardia del dialetto, importante quanto lo é quello siciliano inteso come patrimonio culturale, (in quanto conoscere e capire il siciliano é come risalire, parola dopo parola, alle lingue delle tante popolazioni straniere passate da quest’isola), va di pari passo con la conoscenza di una lingua ufficiale quale appunto l’italiano che dobbiamo ora più che mai conservare e preservare per creare una uniformità linguistica italiana parallela ai dialetti e agli accenti delle varie regioni d’Italia.
Quindi no ad un italiano sgrammaticato, no ai regionalismi linguistici.

Autore dell’articolo:
Graziella Bentivegna
Traduttrice EN>IT
Palermo