La riforma ortografica dell’inglese (2)

 Categoria: Le lingue

Nel suo libro ‘Dissertation on the English Language’, uscito nel 1789, Webster propose
inizialmente di rimuovere tutte le lettere mute e di regolarizzare l’ortografia così che tutti avrebbero potuto scrivere nello stesso modo. Era convinto che questi cambiamenti avrebbero apportato sostanziali miglioramenti nell’apprendimento della lingua inglese, sia per i bambini che per gli adulti, per gli americani ma anche per gli stranieri; erano proiettati anche all’unificazione della popolazione, visto che persone di estrazione sociale diversa avrebbero avuto un modo di comunicare simile, per non dire uguale. La diminuzione delle lettere avrebbe trasformato il linguaggio fino a farlo diventare più sintetico, ma, cosa più importante, ci sarebbe stata una netta distinzione tra l’ortografia britannica e quella americana.

Nel 1806 Webster pubblicò il primo dizionario americano ‘A Compendious Dictionary of the English Language’ il quale conteneva 37.000 vocaboli, inclusi migliaia di termini provenienti dal campo medico, chimico, geologico e agricolo, usati quotidianamente in America, ma non inseriti in nessun altro dizionario esistente. L’ortografia qui utilizzata si basava sulla visione combinata di logica ed estetismo di Webster. È in questo dizionario che si possono notare i cambiamenti nel modo di scrivere dell’inglese americano:

• L’omissione della u da parole come color, honor, labor.
• L’inversione della re finale in er come in center, theater.
• L’eliminazione della k finale in parole come cubic, music, public.
• Il cambiamento del ce finale in se come in defense, offense, pretense.
• La semplificazione da plough a plow e da draught a draft.

Nel 1828 Webster pubblicò ‘American Dictionary of the English language’ nel quale tornò allo spelling originario di alcune parole che aveva tentato di semplificare nel suo precedente lavoro. Per la stesura della sua opera imparò 26 lingue, compreso l’Anglosassone e il Sanscrito,
in modo da ricercare le origini della sua lingua madre. L’edizione del 1828 incarnava un nuovo tipo di lessicografia in quanto i vocaboli che vi erano contenuti erano ben 70.000, superando di gran lunga il capolavoro di Samuel Johnson del 1755. Uno degli aspetti più importanti di Webster risiedeva proprio nella sua volontà di rinnovare e migliorare la propria lingua madre.
La problematica dello spelling inglese era molto diffusa nel XVIII secolo; non è mai stata abbandonata, ma anzi, è arrivata fino ai giorni nostri e vive ancora, riscuotendo grande successo soprattutto su Internet.

Autore dell’articolo:
Elena Martini
Dottoressa in Scienze della Mediazione Linguistica
Toscana