La lingua persiana (2)

 Categoria: Le lingue

Premettiamo che la lingua persiana, nel corso dei secoli, si è sempre servita di sistemi di scrittura stranieri. Nel caso dell’antico persiano (attestato in epoca achemenide) venne adottato un sistema di scrittura cuneiforme, per il medio persiano o pahlavi, lingua dei sasanidi (224-654), si utilizzò invece un sistema di scrittura derivato dall’aramaico. Per il fārsi infine, le cui prime attestazioni scritte risalgono al IX secolo, si scelse di utilizzare l’alfabeto arabo. Ciò è dovuto non solo a una contiguità areale ma a una ragione storica: la dominazione araba del territorio iranico che, a partire dalle conquiste musulmane (VII secolo), si protrasse per diversi secoli fino ad essere spazzata via dall’invasione mongola (XIII secolo) e la conseguente adozione dell’arabo quale lingua della fede e lingua ufficiale del califfato.

Questo alfabeto “persianizzato” presenta alcune varianti rispetto all’originale: l’adozione di quattro caratteri (p, č, j, g) corrispondenti a suoni non esistenti in arabo ([p], [ʧ], [ʒ], [g]) e la diversa pronuncia di alcune lettere. L’influenza dell’arabo si riflette non solo nel sistema di scrittura, ma anche nel lessico: in persiano sono presenti moltissimi lemmi derivati da radici arabe; il verbo fahmidan (capire) ad esempio, deriva dalla radice trilittera araba fa-hi-ma (dallo stesso significato) alla quale è stato aggiunto il suffisso –idan tipico dei verbi all’infinito in persiano. Una peculiarità di questa lingua è quella di aver conservato, in alcuni casi, due parole per esprimere uno stesso concetto: quella prettamente persiana e quella di origine araba; nel caso del concetto di “casa”, “dimora” ad esempio, è possibile utilizzare il termine persiano xāne e quello arabo manzil (pronunciato manzel in persiano). Per questo motivo, sebbene non si tratti di un requisito strettamente necessario, un traduttore che conosce entrambe le lingue è agevolato nel comprendere intuitivamente il significato di alcuni termini.

Per concludere, il persiano, essendo anch’esso una lingua indoeuropea, può essere, al contrario di quanto si pensi comunemente, agevolmente appreso da un italiano: le principali regole grammaticali sono facilmente memorizzabili in pochi mesi. Certo, ciò non esclude la necessità di studio e pratica costanti (regola valida nell’apprendere una qualsiasi lingua straniera). A volte però, in ciò che escludiamo a priori perché celato sotto la maschera della diversità (nella fattispecie un diverso sistema di scrittura), troviamo la nostra strada.

Autore dell’articolo:
Piera Biffardi
Laurea magistrale in Lingue e Civiltà orientali
Napoli