Il serbocroato-croatoserbo (3)

 Categoria: Le lingue

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I croati (come gli sloveni e le altre nazionalità presenti in Jugoslavia) si dimostravano molto attenti alla tutela della propria identità ed autonomia, e riversavano tale sensibilità anche nelle questioni culturali e linguistiche. Così, a fianco delle dichiarazioni ufficiali di “una lingua, con due varianti” (che, soprattutto nell’epoca comunista, puntavano ad esaltare una “fratellanza” tra gli Slavi del Sud), sorgevano dei tentativi di riaffermare le caratteristiche specifiche del croato come lingua diversa dal serbo. Lo stesso Krleža, già nel 1967, propose di far riconoscere dalla Costituzione l’esistenza della “lingua croata”, intesa come a sé stante.

I tragici eventi degli anni ’90, con la guerra nell’ex Jugoslavia, hanno infine portato alla distruzione del concetto d’unità del serbocroato-croatoserbo. La Croazia ha preso anche linguisticamente le distanze dai serbi, accentuando le specificità del croato e cercando di ripulirlo da serbismi e influenze turche (presenti soprattutto in Bosnia, ma diffuse anche altrove); altrettanto ha fatto la Serbia, puntando ad una lingua simbolo di “compattezza nazionale”. Non di meno hanno fatto i bosniaco-musulmani che parlano oramai di una “lingua bosniaca”[1] a sé stante. Gli esempi non mancano: “caffè” viene scritto kava in croato, kafa in serbo (usando i caratteri latini) e kahva in bosniaco.

In pochi oramai nell’ex Jugoslavia si azzardano a parlare di serbocroato o croatoserbo: l’indicazione dell’ex “lingua comune” assume, infatti, significati ben precisi, e politicamente quanto mai sgraditi.

È vero che storicamente i croati hanno sempre cercato di evidenziare le specificità della loro lingua, ma è solo in questi ultimi anni, con l’indipendenza della Croazia e la guerra nell’ex Jugoslavia, che queste caratterizzazioni hanno assunto toni così marcati da sconfinare talvolta nel ridicolo.

Nell’ex Jugoslavia il serbocroato (nelle sue due versioni, serba e croata), il macedone e lo sloveno, ufficialmente, avevano pari dignità, tanto che in ogni istituzione federale documenti e scritte erano in tutte queste lingue e versioni. E negli uffici governativi ogni documento veniva tradotto anche in albanese, e persino nella variante bosniaca del serbocroato. Quindi, almeno formalmente, c’era un grande rispetto per le varie espressioni linguistiche.

Nella realtà, però, il serbocroato era la lingua più diffusa; e così sloveno [2]e macedone erano, di fatto, ridotti al rango di lingue “di minoranza”.

Non è vero, quindi, che la lingua “croata” o il “bosniaco” siano apparsi sulla scena solo con la crisi jugoslava degli anni ’90.

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Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] In Bosnia-Erzegovina, dove la lingua ufficiale era il serbo-croato prima della scissione della Jugoslavia, i tre popoli divisi dalla guerra seguono il principio (affermato nella costituzione dell’ex Jugoslava) secondo il quale ogni popolo ha il diritto di dare il suo nome alla lingua che parla, dimodoché, ora, i Serbi dichiarano di parlare il serbo, i Croati il croato e i Musulmani…. Il bosniaco! Cfr. Thomas P.L., op. cit., pp. 237-239.
[2] Anche gli sloveni hanno sempre cercato di curare la purezza della loro lingua, che si basa sul dialetto kajkavo, e, al pari dei croati, si sono sempre sentiti oppressi dall’uso della “versione comune” del serbocroato che si usava nell’esercito e, pertanto, si studiava nelle scuole slovene.