I traduttori e il decadentismo linguistico

 Categoria: Le lingue

Nell’articolo di ieri abbiamo osservato come l’epoca moderna viva un periodo di indubbio “decadentismo linguistico”.
I traduttori, siano essi giovani ed inesperti o adulti che di parole ne hanno scritte e lette tante, appartengono a una sorta di élite, un gruppo ristretto di individui che ama la lingua, la cura, la studia a fondo e, pertanto, ha acquisito una notevole ricchezza di vocabolario.
Avvertono il proprio lavoro come una sorta di missione uno dei cui obiettivi è quello di preservare la lingua dall’attacco dell’ignoranza. Non vivono quest’aspetto in modo opprimente, anzi, il loro ruolo li riempie di orgoglio e soddisfazione poiché, nel loro piccolo, hanno la possibilità di fare in modo che la lingua non si impoverisca.

Questo non avviene affatto nella loro vita extra-lavorativa. Pur conoscendo le regole, per comunicare con gli altri spesso non le utilizzano, non si curano né della correttezza delle frasi né della forma. Privilegiano la comunicazione mordi e fuggi da tastiera, utilizzano parole sbagliate, forme dialettali, parole straniere non necessarie. Perché? Forse si vergognano di essere “diversi” e hanno paura di essere additati? O forse è troppo faticoso e preferiscono investire le loro energie solo sul lavoro?
Qualunque sia la risposta, anche i traduttori, nella vita privata, sono come tutti gli altri, e, viste le loro attitudini, è un peccato che sia così. Si dovrebbero sforzare un po’ di più per utilizzare la lingua come si deve, dando agli altri il buon esempio e facendo sì che non venga maltrattata giorno dopo giorno in misura sempre maggiore…