Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

I motti delle Grandi Case e i chengyu cinesi

< Prima parte di questo articolo

La traduzione dei motti delle Grandi Case, con espressioni per lo più a quattro caratteri, dimostra la tendenza largamente diffusa in Cina all’addomesticamento.

Termine coniato da Lawrence Venuti, l’addomesticamento è la strategia opposta allo straniamento. “Addomesticare” un testo straniero consiste nel tradurlo in un modo fluido e trasparente che tende a cancellare l’estraneità del testo fonte e a renderlo conforme alla necessità e ai valori del pubblico d’arrivo. Rievocando Schleiermacher (1813), “Il traduttore lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scrittore”. Fenomeno contrario è invece quello dello straniamento per cui “il traduttore lascia l’autore in pace il più possibile e conduce il lettore verso di lui”. Il lettore viene quindi avvicinato a contenuti non familiari ed esotici e viene meno l’invisibilità del traduttore. Teorizzata da Venuti, l’invisibilità è prodotta dal modo in cui i traduttori tendono a tradurre in maniera scorrevole verso la lingua target allo scopo di produrre un testo d’arrivo idiomatico e leggibile che crei l’illusione della trasparenza. Nella lingua d’arrivo, il testo viene quindi letto non come una traduzione, ma come se fosse l’originale. L’atto della traduzione viene celato. L’addomesticamento rende invisibile il traduttore mentre lo straniamento (anche chiamato resistenza da Venuti) lo rende visibile.

Alcuni esempi di traduzione dei motti delle Grandi Case del Trono di Spade rendono evidente la tendenza cinese all’invisibilità, proponendo strutture linguistiche culturalmente vicine ai propri lettori:

Casa Stark: 史塔克家族 Shǐ tǎ kè jiāzú

Motto:

Winter is coming L’inverno sta arrivando 凛冬将至 Lǐn dōng jiāng zhì

Il motto di casa Stark esprime un monito. I membri della nobile casa del Nord non vantano le proprie qualità ma, rispecchiando la propria indole seria, valorosa, forte e temprata dal gelido clima settentrionale, esprimono un avvertimento nel proprio motto. L’arrivo dell’inverno è legato all’approssimarsi di un periodo di caos, sconvolgimenti politici, carestie e difficoltà economiche. Il motto originale, in inglese, è asciutto e diretto e in italiano viene tradotto alla lettera. In cinese, la frase a quattro caratteri 凛冬将至 Lǐn dōng jiāng zhì, consta di una piccola aggiunta probabilmente apportata perché i caratteri raggiungessero il numero quattro. 凛 infatti, vuol dire “freddo”. La traduzione letterale potrebbe allora essere: “il freddo inverno sta arrivando”. La particella 将 indica l’approssimarsi di un evento futuro e rispecchia quindi il tempo verbale del motto originale.

Terza parte di questo articolo >

Articolo tratto dalla tesi “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: analisi sociolinguistica della traduzione cinese con riferimenti all’adattamento televisivo e alla sua ricezione in Cina”

Autrice:
Emanuela Catarra
Traduttrice ENG>ITA, CIN>ITA
Bergamo

Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco

 Categoria: Tecniche di traduzione

I motti delle Grandi Case e i chengyu cinesi

I motti delle Grandi Case, le cui vicende sono narrate nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, saga fantasy scaturita dal genio letterario di George R.R. Martin, sono stati creati in modo da risultare suggestivi e d’impatto. Sono inoltre carichi di valore semantico che lascia trasparire le peculiari caratteristiche di cui si fregia ogni casato. Frasi brevi, incisive, dense di significato, che vanno analizzate nel dettaglio per essere comprese appieno. Dietro ogni motto si nasconde la storia delle sue origini.

Il motto dei Targaryen (“fuoco e sangue” / “fire and blood”), ad esempio, si riferisce alla grande guerra di Aegon il Conquistatore che lasciò sul campo il sangue di numerosi nemici divorati dal fuoco dei suoi draghi. Racconta un’antica storia anche il motto di Casa Martell: “mai inchinati, mai piegati, mai spezzati” (“unbowed, unbent, unbroken”). I Dorniani furono infatti gli unici a non piegarsi davanti alla potenza dei Targaryen e, piuttosto che sottomettersi alla conquista, accettarono un’unione matrimoniale tra il principe erede al trono, Rhaegar Targaryen, e la principessa Elia Martell. Altrettanto emblematico è il motto di Casa Greyjoy: “noi non seminiamo” (“we do not sow”). Parole apparentemente poco evocative, racchiudono invece la vera natura degli abitanti delle Isole di Ferro. Pirati, predoni, dediti al saccheggio e allo stupro, non seminano perché l’agricoltura non rientra nel loro stile di vita. Le aspre sporgenze rocciose, bagnate dal mare, hanno forgiato gli uomini di ferro plasmandone la vita e le abitudini sociali. Il motto dei signori di Pyke dunque, riflette e riassume le caratteristiche del proprio popolo.

I traduttori cinesi che a partire dal primo romanzo hanno seguito il progetto, Tan Guanglei e Qu Chang (谭光磊, 屈畅), dovevano quindi coniare espressioni brevi, dense di significato, dal sapore arcaico e che riecheggiassero uno stile epico. Si sono dunque avvalsi di arcaismi linguistici, dove possibile, ed è inoltre evidente il tentativo di traduzione volto a racchiudere i motti in soli quattro caratteri. Scelta che deriva dalla tradizione letteraria cinese ed è dovuta all’esistenza dei cosiddetti chengyu (成语, chéngyǔ) o frasi a quattro caratteri. Espressioni idiomatiche del cinese classico, i chengyu racchiudono solitamente un significato comprensibile solo conoscendo il mito, la leggenda, la storia a cui sono collegati. Visto che non rispondono alla normale struttura sintattica del cinese moderno, ma sono molto più sintetici, è spesso necessario conoscere il contesto in cui sono nati per poterli comprendere correttamente. I cinesi ne fanno largo utilizzo sia nella lingua scritta che in quella parlata, conoscere e padroneggiare i chengyu è ritenuto segno di cultura e riflette l’intramontabile amore e rispetto per gli antichi, tipico della cultura orientale.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo tratto dalla tesi “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: analisi sociolinguistica della traduzione cinese con riferimenti all’adattamento televisivo e alla sua ricezione in Cina”

Autrice:
Emanuela Catarra
Traduttrice ENG>ITA, CIN>ITA
Bergamo

Traduzione: non solo questione di parole (5)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Anche il Linguista Roman Jakobson suggerisce che “tutto sarebbe tradotto in atti di linguaggio”. Per lui, la comunicazione è divisa in tre tipi di traduzione. La prima, la traduzione interlinguistica, è quella che alcuni autori chiamano “vera e propria” traduzione, cioè la traduzione di un testo da una lingua all’altra nella sua concezione più tradizionale. Da parte sua, il secondo tipo di traduzione, la traduzione Intralinguistica, è più comunemente noto come riformulazione, cioè il tentativo di utilizzare parole diverse della stessa lingua per spiegare un concetto o idea.

Nella vita quotidiana, questa strategia è spesso usata tra due livelli linguistici o tra due dialetti regionali, o tra diversi modi di parlare legati ad un dato periodo di tempo. Infine, il terzo tipo di traduzione proposto da Jakobson è la traduzione intersemiotica, cioè l’uso di un sistema non verbale per rappresentare i segni verbali. Le espressioni facciali o gestuali o le onomatopee usate al posto delle parole nella comunicazione, o l’uso di emoticon nei messaggi di testo per tradurre un’idea sono esempi di questo tipo di traduzione. Di conseguenza, la traduzione equipara, secondo questo teorico, ad una sorta di sinonimia sulla scala di significato, e una conversazione sarebbe un atto di traduzione intersemiotica costante, dove ogni interlocutore “tradurrebbe” continuamente per sé il significato di ogni gesto che accompagna le parole che sente. Seguendo la logica del linguista russo, dire che il significato è una traduzione sarebbe possibile.

Una nuova versione del mondo
Nel complesso, il concetto di traduzione, inteso da alcuni come fenomeno puramente linguistico, e rivendicato da altri come atto interpretativo in senso lato che rende possibile la creazione di una nuova “versione” del mondo, gioca un ruolo fondamentale nel rimettere in discussione e riappropriarsi del significato degli elementi tradotti. Che la traduzione implica una certa perdita di significato o che porta ad un’aggiunta interessante in termini di semantica, essa dà luogo all’esistenza di una versione alternativa e polifonica della realtà. Così, anche se i teorici concordano sul fatto che una traduzione non può essere perfetta e che è necessariamente incompleta, apre la possibilità della coesistenza e della creazione di nuove soggettività e analisi plurali altrettanto valide delle interpretazioni iniziali, poiché, come ci ricorda Berman, non esiste un originale in termini assoluti, esistono solo traduzioni.

Fonte: Articolo scritto da Gabrielle Pannetier Leboeuf e pubblicato sul volume 2 dell’estate 2016 della rivista Dire

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Traduzione: non solo questione di parole (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

La Traduzione, solo da una lingua all’altra?
Per capire l’idea di Berman, dobbiamo concordare sulla definizione del termine traduzione. Da un lato, quello che molti specialisti danno è essenzialmente linguistico: la traduzione sarebbe l’espressione in una lingua di che cosa è stato scritto o espresso in un altro.  Così, invece di considerare ogni situazione quotidiana o qualsiasi atto di comunicazione in cui si decodifica e interpreta un concetto come uno dei tanti aspetti della traduzione, Il poeta e teorico dell’arte Johan Wolfgang von Goethe preferisce separare ciò che egli percepisce come “traduzione”, che si limita a tradurre un testo da una lingua all’altra, di tutti gli altri tipi di riformulazione, parafrasi o interpretazione. Il filosofo, scrittore e traduttore Umberto Eco difende anche la stessa idea, applicando con forza e chiarezza che l’interpretariato non sta traducendo se il trasferimento di discorso ad un’altra lingua non è coinvolto nel processo.

La Traduzione: un atto interpretativo?
D’altra parte, Antoine Berman condivide la concezione che i romantici tedeschi del XIX secolo avevano della traduzione, opposta a quella di Goethe ed Eco, e la definisce in questi termini: stiamo parlando volutamente di traduzione generalizzata: tutto ciò che riguarda la “versione” di qualcosa in qualcos’altro [...] La traduzione, qui, riguarda sia la manifestazione di qualcosa, sia l’interpretazione di qualcosa, sia la possibilità di formulare o riformulare qualcosa in altro modo.

Questa concezione della traduzione permette di affermare che la comunicazione stessa è la traduzione di un’idea. In realtà, l’uso attuale del verbo tradurre riflette questo significato della parola come una riformulazione, come in frasi frequentemente utilizzate come “ho tradotto il mio pensiero nel modo seguente…” “o” non posso tradurre quello che sento”. In questo senso, “ogni comunicazione è in una certa misura un atto di traduzione-comprensione”. Per Steiner, la comprensione è sinonimo di interpretazione e traduzione, dal momento in cui la translation (che significa “azione mossa” o “forma di movimento”) e lo “spostamento” del significato che si verificano durante la decodifica di un’informazione sono presi in conto. Inoltre, da un punto di vista strettamente etimologico, il verbo tradurre deriva dal latino Traducere, il cui significato si avvicinerebbe a “far passare da un luogo all’altro” (la nostra traduzione). Da questa osservazione, Esteban Torre, professore di letteratura e traduzione all’Università di Siviglia, definisce la traduzione come una traduzione, una trasposizione, un passaggio da un luogo all’altro. Infatti, il termine inglese per riferirsi alla traduzione è appunto la traduzione, in cui la nozione di spostamento è molto esplicita.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabrielle Pannetier Leboeuf e pubblicato sul volume 2 dell’estate 2016 della rivista Dire

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Traduzione: non solo questione di parole (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

La Traduzione, per riscrivere il mondo
Se la traduzione è, agli occhi di alcuni, un tradimento, è percepita paradossalmente da altri come una strategia di riscrittura polifonica del mondo, cioè come un processo positivo in cui i sensi e le voci si moltiplicano. Poiché qualsiasi traduzione (comprese le opere originali) sarebbe di per sé la maggior parte del tempo imperfetto, la moltiplicazione delle traduzioni diventa possibile e anche giustificata, come tanti tentativi di approssimare la realtà. Ogni traduzione, invece di essere un’imitazione, costituirebbe dunque una versione, una riscrittura o una correzione di un testo, un pensiero o un evento, una versione che avrebbe quindi un’esistenza pulita al di fuori dell’”originale”.

Rappresenterebbe così una visione alternativa alla visione iniziale, cioè una visione che differisce dalla versione ufficiale o anche egemonica. In questo senso, la traduzione aprirebbe gli orizzonti di un interlocutore, assicurando che “l’originale [è solo] una delle tante possibili versioni ” (la nostra traduzione). Ad esempio, gli adattamenti cinematografici dei romanzi del millennio (la loro “traduzione” nel linguaggio cinematografico) rappresentano in un certo senso una seconda versione di queste opere, ma esistono ancora nel loro diritto e hanno avuto successo considerevole. Le traduzioni francesi dei racconti e poesie di Edgar Allan Poe di Charles Baudelaire e Stéphane Mallarmé, la cui qualità letteraria è così grande che molti lettori li hanno giudicati ricchi come la loro versione originale in inglese, fornire altri esempi che illustrano bene questa possibilità.

Ancora di più, per alcuni teorici della traduzione, il lavoro tradotto, piuttosto che essere una versione diminuita, costituirebbe solo una “rigenerazione” dell’idea originale che il romanzo stesso cercava di esprimere. Il processo traduttivo potrebbe così dare vita ad una dimensione del testo che non appare nella versione originale e che solo la traduzione rivelerebbe. Secondo il teorico della traduzione francese Antoine Berman, lo scopo di una traduzione non è quello di riuscire a rappresentare l’idea espressa nella parola originale, ma piuttosto di rappresentare l’idea di cui la parola originale stava cercando un approccio senza necessariamente realizzarlo completamente.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabrielle Pannetier Leboeuf e pubblicato sul volume 2 dell’estate 2016 della rivista Dire

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Traduzione: non solo questione di parole (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

La Traduzione come tradimento
La prima domanda che i ricercatori si pongono nel pensare alle implicazioni della traduzione è la seguente: il processo di traduzione impoverisce o al contrario arricchisce il significato desiderato? Per alcuni, la traduzione appare come una rappresentazione mancata dell’idea originale. Secondo lo scrittore Charles Pierre Péguy, qualsiasi traduzione, ogni movimento, porta necessariamente ad una trasformazione ed una perdita di significato in relazione all’originale, che lui chiama “perdita” o “alterazione”. Così, secondo questa concezione, anche se una traduzione o una riformulazione può essere più vicina all’idea originale, non può mai completamente uguagliarla, e questo porta il teologo e filosofo tedesco Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher ad affermare che “se la lettera e il significato sono collegati, la traduzione è tradimento e impossibilità.”

In questo senso, è vero che ci sono quasi tante varietà della stessa lingua come ci sono gli oratori, e una traduzione perfetta richiederebbe che ogni espressione sia tradotta in modo diverso per ogni destinatario. Infatti, il significato dato alle varie espressioni varia probabilmente da un oratore all’altro, cosicché un discorso non significa mai esattamente la stessa cosa per due individui, ciascuno dei quali lo analizza, lo codifica e lo “traduce” secondo le proprie concezioni e definizioni di parole e le proprie sfumature. In questa prospettiva, anche il lettore di un romanzo sarebbe un Traduttore- traditore, dal momento che la sua comprensione personale e soggettiva filtra e modifica il significato che le parole prenderanno per lui. Infine, la realtà stessa non può essere tradotta perfettamente dal linguaggio, poiché le parole sono difficili da tradurre con fedeltà e precisione assoluta i pensieri di un individuo, né questi pensieri possono tradurre con precisione i concetti ai quali si riferiscono. Lo scrittore e teorico della traduzione George Steiner spiega questo fenomeno o perdita di significato come conseguenza dello spostamento di fase iniziale che esiste tra il linguaggio e la realtà, tra la parola e l’oggetto.

Seguendo questa logica, la traduzione perfetta sarebbe impossibile, dal momento che la comunicazione stessa sarebbe un filtro insufficiente. In senso lato, qualsiasi opera originale sarebbe fondamentalmente una traduzione, poiché costituirebbe una traduzione approssimativa di idee in parole. Lo dice il saggista messicano Octavio Paz: ogni testo è unico e simultaneamente, è la traduzione di un altro testo. Nessun testo è del tutto originale, perché la lingua stessa, nella sua essenza, è una traduzione: prima, del mondo non verbale e, in secondo luogo, perché ogni segno e ogni frase è la traduzione di un altro segno e di un’altra frase (la nostra traduzione).

Pertanto, una traduzione (fatta da una lingua all’altra o semplicemente traducendo un’idea con altre parole della stessa lingua) potrebbe difficilmente essere perfetta, poiché è essa stessa la traduzione di una traduzione o una copia di una copia. In questo senso, come potrebbe una traduzione essere vera all’originale se l’originale in se non è allineare alla realtà?

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabrielle Pannetier Leboeuf e pubblicato sul volume 2 dell’estate 2016 della rivista Dire

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Traduzione: non solo questione di parole

 Categoria: Tecniche di traduzione

Una buona traduzione, anche se deve essere il più fedele possibile al testo di partenza, riesce raramente a corrispondere la qualità di esso in tutti gli aspetti, sembra ovvio. E se qualsiasi processo di traduzione non implica necessariamente una perdita di significato, ma ha invece aggiunto una seconda dimensione al testo, assente dall’originale? Per comprendere la misura in cui un testo può trarre beneficio dalla sua traduzione, il primo passo è innanzitutto quello di considerare la traduzione come un fenomeno che va ben oltre la linguistica, e a constatare che si estende al contrario alla maggior parte delle operazioni di vita quotidiana, come la conversazione che hai avuto con il tuo collega pochi minuti fa o anche capire la frase che stai leggendo in questo momento. Mettere in discussione alcuni dei concetti tradizionali della traduzione, considerando in modo completamente diverso questa disciplina troppo spesso limitata alla linguistica.

Tradurre: concetto noto, non è vero? Molti lo credono, ma niente è meno sicuro. La traduzione ha un significato più ampio del trasferimento di informazioni da una lingua all’altra, e apre molteplici possibilità in termini di significato che superano di gran lunga la relazione con il testo originale. Così, una moltitudine di definizioni distinte e talvolta contraddittorie coesistono per la traduzione. Ad esempio, all’interno della comunità di traduttori e teorici di traduzione, molti non sono d’accordo con le distinzioni (o anche l’esistenza di distinzioni) tra le nozioni di traduzione e quelle di interpretazione. Nel suo più ampio senso scientifico, la traduzione può essere concepita come un atto interpretativo che permette di presentare diverse versioni valide della realtà proponendo una riscrittura e una riappropriazione dei concetti che si cercano di tradurre. Ma cosa significa realmente la traduzione?

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabrielle Pannetier Leboeuf e pubblicato sul volume 2 dell’estate 2016 della rivista Dire

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Le insidie della traduzione letterale

 Categoria: Tecniche di traduzione

Quanto spesso ti è capitato di leggere un libro di un autore straniero? Lo leggi in versione originale o tradotto nella tua lingua madre?  Hai mai pensato a quante opere letterarie sarebbero sconosciute ai più senza il lavoro dei traduttori, che aprono a tutti il mondo virtuale creato dalle pagine dei libri? La traduzione letterale è un arte; essendo creatività, è del tutto incompatibile con il letteralismo.  Quindi che cosa accade? Il traduttore si trasforma improvvisamente in un vero e proprio scrittore, con il compito di riscrivere il libro daccapo per i lettori della sua lingua. Ovviamente, senza il ‘dono dello scrittore’, questo compito non risulta semplice. Ecco perché i traduttori considerano questo tipo di traduzione una delle più difficili della professione. Non può essere paragonata ad una traduzione per delle trattative d’affari, dove le frasi ufficiali devono dare l’informazione che l’altra persona si aspetta. È diversa dall’interpretariato, dove è importante rispondere rapidamente con delle parole esatte, ma dove l’armonia della frase è un fattore secondario.  La traduzione letterale, in qualunque lingua, deve preservare interamente l’atmosfera della storia e lo stile dell’autore.

A proposito, ci hai mai pensato? Ogni volta che hai espresso la tua ammirazione verso uno scrittore straniero, stavi in realtà elogiando le capacità del traduttore che ha reso il testo nella tua lingua. Rendere il testo fruibile e interessante, conservare lo stile originale e rispettare l’idea dell’autore fanno parte delle abilità del traduttore. Ogni traduttore deve padroneggiare la teoria e la pratica della traduzione letterale per tutta la vita. Non è un mistero il fatto che la traduzione letterale abbia differenti caratteristiche e che nasconda, ovviamente, molte insidie.  Per prima cosa, la totale assenza di letteralismo. Questo tipo di traduzione non deve essere letterale e non deve avvenire parola per parola. Questo fattore è  da sempre causa di disaccordo tra studiosi e traduttori.

In secondo luogo, la traduzione di aforismi e frasi idiomatiche.  Anche se quest’ aspetto è in realtà meno complicato di quanto possa sembrare a prima vista, richiede un vocabolario vasto e la disponibilità di un dizionario specializzato. Un’altra insidia è l’uso delle parole per creare umorismo. La presenza di umorismo o ironia nel testo di partenza rende il processo di traduzione molto più interessante. Il traduttore deve essere abile a mantenere il tono ironico voluto dall’autore. Infine, un’altra insidia è la conformità di stili, culture ed epoche. In questo caso, il traduttore letterario si trasforma in ricercatore. Tradurre un testo di un’epoca o di una cultura diversa può risultare difficile se si ha una scarsa familiarità con esse. Il discorso non cambia: un buon traduttore deve avere talento. Perchè, senza talento, non riuscirà mai a creare dei testi che suscitino piacere e meraviglia nei propri lettori.

Fonte: Articolo scritto da Arsenii Shack e pubblicato nell’ottobre 2015 sul Translation Journal

Traduzione a cura di:
Marco Liguori
Traduttore e Adattatore
Napoli

Tradurre i chengyu (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

La traduzione libera è consigliata nei casi in cui il chengyu presenti degli elementi culturospecifici, ovvero dei riferimenti unici alla storia, alla geografia e alle tradizioni cinesi.

Unchengyu che riflette un tratto tipico della Cina è 稳如泰山 (wěnrútàishān), che, alla lettera, significa stabile come il monte Tai. Il monte Tai è la più importante delle cinque montagne sacre taoiste della Cina, situata nella provincia dello Shandong. L’espressione idiomatica, quindi, riflette un aspetto geografico prettamente cinese. In italiano, potrebbe essere tradotto con l’idioma essere fermo come una roccia. Lo svantaggio è l’evidente perdita dell’aspetto culturale cinese.

Un altro esempio che riflette le differenze geografiche tra gli Stati è挥金如土 (huījīnrútǔ), che letteralmente significa spendere soldi come terra. Essendo la Cina un Paese di origini agricole, si è dato sempre estrema importanza alla terra, unica fonte di sostentamento per milioni di famiglie. Questo aspetto culturale del Paese si riflette anche nella lingua. Ecco perché molti modi di dire designano elementi geografi e naturali.

Nel Regno Unito, questo chengyu non potrebbe mai essere tradotto alla lettera, perché non riflette le origini, la mentalità e le abitudini della popolazione. A differenza della Cina, essendo stato nel passato una potenza marittima e commerciale, il Regno Unito presenta numerose espressioni idiomatiche che hanno come tema l’acqua. L’idioma cinese che significa alla lettera spendere soldi come terra, in inglese è spend money like water. La parola terra è sostituita da water, che significa appunto acqua.

In italiano entrambi i modi di dire non esistono, bensì vi è il modo di dire avere le mani bucate.

Ci sono, quindi, due opzioni per gli interpreti e i traduttori che si imbattono nella traduzione dei chengyu: traduzione letterale o libera. Sta a loro decidere se voler tradurre più letteralmente l’espressione idiomatica, mantenendo gli aspetti originali della lingua e della cultura di partenza, o, invece, optare per una traduzione libera, che stravolga la frase originale pur preservando lo stesso significato.È senz’altro una scelta difficile e rischiosa. Nel caso della traduzione libera, alcuni esperti sostengono che si si perde traccia della cultura di origine e di quel sapore locale legato ai chengyu. Altri studiosi, invece, credono che adattare il chengyu alla LA sia positivo, in quanto il lettore o l’oratore, ascoltando qualcosa appartenente alla sua cultura, si senta a casa, capisca meglio il messaggio e lo memorizzi meglio. Sta al traduttore e all’interprete decidere quale scelta prendere. L’importante sarà sempre quello di non stravolgere il significato vero ed intrinseco del chengyu, anche proponendo un’immagine diversa ai lettori della cultura e della lingua d’arrivo, e adattarlo al significato complessivo della frase in cui il chengyuè collocato, al contesto e al registro.

Autrice di questo articolo:
Antonella Ercolano
Interprete e Traduttrice ZH <> IT

Tradurre i chengyu (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per poter essere in grado di trovare un corrispettivo idiomatico dalla lingua di partenza (LP) alla lingua d’arrivo(LA) è necessario padroneggiare gli aspetti culturali delle due lingue.

Sicuramente sarà più semplice trovare un corrispettivo idiomatico tra LP e LA per quelle espressioni che indicano concetti universalmente diffusi e accettati. Ad esempio, l’espressione italiana anche i muri hanno le orecchie ha il corrispettivo cinese 隔墙有耳 (géqiángyǒuěr). Il corrispettivo cinese dell’espressione due piccioni con una fava è 一石而鸟 (yìshíérniǎo). L’espressione italiana la pratica rende perfetti in cinese è 孰能生巧 (shúnéngshēngqiǎo). Infine, l’espressione italiana lontano dagli occhi lontano dal cuore è la traduzione alla lettera dell’espressione cinese 眼不见,心不烦 (yǎnbújiànxīnbùfán).

In altri casi, però, potrebbe risultare difficile trovare un corrispettivo idiomatico nella LA. Ciò avviene quando si traducono dei chengyu strettamente legati alla cultura, alla storia e alle tradizioni cinesi che comprendono degli elementi che non appartengono alla cultura della LA. In questo caso, il traduttore o l’interprete dovranno decidere se optare per una traduzione letterale o una traduzione libera.

Per quanto riguarda il primo tipo di traduzione, Nida (1993), nel libro Language, Culture and Translating, afferma che con la traduzione letterale si preserva l’aspetto caratteristico della cultura di provenienza. Il vantaggio della traduzione letterale è la possibilità di diffondere la cultura d’origine dell’espressione idiomatica, pur creando un effetto estraniante nell’ascoltatore o lettore della LA che si trova ad affrontare concetti lontani dalla sua cultura.

In alcuni casi, la traduzione letterale non è adatta, in quanto i parlanti della LA potrebbe non comprendere l’espressione idiomatica. In questo caso, si dovrà adattare il modo di dire cinese alla cultura di arrivo, eliminando il tratto tipico cinese e sostituendolo con quello della LA.

Ad esempio, l’espressione idiomatica cinese 在梦乡里 (zàimèngxiānglǐ) viene utilizzata per indicare l’azione di dormire serenamente. In italiano, l’espressione ha il corrispettivo idiomatico di essere tra le braccia di Morfeo. L’espressione occidentale è diversa da quella orientale, in quanto legata alla mitologia greca (per i Greci, Morfeo era il Dio dei sogni). È evidente, quindi, che una traduzione superficiale o frettolosa potrebbe portare a tradurre l’espressione idiomatica cinese nel modo meno comune e diffuso tra la popolazione della LA, causando fraintendimenti o confusione.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Antonella Ercolano
Interprete e Traduttrice ZH <> IT

Tradurre i chengyu

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione dal cinese all’italiano è un’attività interlinguistica e interculturale molto complessa, non solo per le differenze sintattiche e grammaticali tra le due lingue, ma anche per il divario culturale tra Italia e Cina.

La presenza di elementi culturospecifici, metafore, citazioni letterarie ed espressioni idiomatiche non fa che rendere questa attività ancora più articolata. Il traduttore si trova a ricoprire un doppio ruolo: non solo deve garantire lo scambio linguistico tra parlanti di lingue diverse, ma funge anche da ponte tra culture lontane e differenti.

In questa sede si cercherà di proporre delle strategie traduttive per affrontare uno degli elementi tipici della lingua e delle cultura cinese, i celebri chengyu.Essi rappresentano l’espressione idiomatica cinese per eccellenza. Sono delle brevi espressioni, la maggior parte formata da quattro lessemi, il cui significato complessivo il più delle volte è slegato dal significato dei singoli lessemi che formano l’espressione. Ciò è dovuto prevalentemente all’origine dell’espressione idiomatica. I chengyu sono strettamente legati alla cultura tradizionale cinese e molti di essi derivano da racconti storici, tradizioni popolari e leggende. Se non si conosce il retroscena storico, culturale e sociale legato ai chengyu, essi potrebbero risultare molto difficili da comprendere e, di conseguenza, molto difficili da tradurre.

Ma perché è così importante soffermarsi sulla giusta e corretta traduzione dei chengyu?

Il motivo è semplicissimo. I cinesi fanno grande uso di queste espressioni idiomatiche, anche in contesti formali. Uno dei motivi per cui i cinesi amano usare i chengyu deriva dal fatto che, generalmente, essi non indicano termini molto tecnici o specifici. Anzi, la maggior parte dei chengyu appartiene al gergo quotidiano. Di conseguenza, non è raro per un interprete o per un traduttore professionista imbattersi nella traduzione di queste espressioni.

Ci sono due principali scelte traduttive da prendere quando si traduce un chengyu. Si deve decidere se optare per una traduzione letterale o una traduzione libera.

Un traduttore potrebbe decidere di procedere con la traduzione letterale nei casi in cui il significato complessivo di un chengyu coincide con quello di un’espressione idiomatica della lingua di arrivo. Non diversamente dal cinese, anche la lingua italiana è ricca di espressioni idiomatiche, utilizzate sia nella forma scritta che in quella orale. Il loro uso dà vigore e colore alla lingua.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Antonella Ercolano
Interprete e Traduttrice ZH <> IT

Come gestire una terza lingua in un testo

 Categoria: Tecniche di traduzione

Cosa succede se traducendo un testo da una lingua A a una lingua B, notiamo che il testo di partenza è fortemente condizionato anche da una terza lingua C? Come ci comportiamo?

Ovviamente ogni caso è sui generis, quindi mi soffermerei su un esempio in particolare.

Mi è capitato di tradurre per una ricerca parte di un libro francese ambientato in Corea del Sud (Ida aupaysduMatin Calme di Ida Daussy) che conteneva quindi molti riferimenti culturali e linguistici coreani. In particolare, all’interno del testo erano inseriti termini coreani scritti “alla francese”: erano cioè scritti non solo nel nostro alfabeto, ma si adattavano alle regole di pronuncia francesi. Questo significa per esempio che un termine come 라면 (leggasi /ra.mjən/) era trascritto come lamyone, per adattarsi al meglio alle regole di pronuncia francesi. Possiamo notare quindi che è stata aggiunta una e finale (che in francese non si legge e che permette così che on non si legga con suono nasale) e che la prima lettera (che si può trascrivere sia con r sia con l a seconda della sua posizione all’interno della parola) è stata trasformata in l nonostante si trovasse a inizio sillaba, in modo che non venisse letta con la tipica r francese.

Si può essere d’accordo oppure no con la scelta dell’autrice di utilizzare un metodo di traslitterazione “inventato” e adattato alle regole di pronuncia della propria lingua invece di utilizzare il metodo di traslitterazione ufficiale, ma non è questo il punto. Durante la traduzione da francese a italiano, il traduttore non può assolutamente mantenere i termini derivanti dal coreano così come li ha inseriti l’autrice. Per un lettore italiano, infatti, una trascrizione del genere non avrebbe senso e anzi, lo allontanerebbe ancora di più dal termine originale (soffermandoci sempre sulla stessa parola presa come esempio, un lettore italiano leggerebbe infatti “lamione”). Il traduttore dovrebbe quindi scegliere di utilizzare un metodo di traslitterazione diverso che potrebbe essere o un metodo simile a quello utilizzato dall’autrice, “inventandone” uno che si adatti alle regole di pronuncia italiane, oppure utilizzare il metodo di traslitterazione ufficiale.

E qui ci troviamo davanti a un altro problema: come fa il traduttore a sapere che la traslitterazione dei termini coreani non è corretta (o almeno non per un pubblico diverso da quello francese)? Solitamente infatti si sceglie un traduttore che sia a conoscenza della lingua di partenza e della lingua di arrivo, senza tenere conto degli eventuali terzi elementi culturali presenti nel testo. Un traduttore a conoscenza della sola lingua francese, pur documentandosi sulla cultura coreana, non avrebbe potuto sapere che questi termini non seguivano la traslitterazione ufficiale del coreano e quindi avrebbe probabilmente lasciato quei termini invariati. Solamente un traduttore a conoscenza di entrambe le lingue avrebbe potuto notare questo dettaglio importante e agire di conseguenza nella stesura della traduzione italiana.

Tutto questo è per sottolineare l’importanza di tutti gli elementi linguistici e culturali all’interno del testo, che non sono mai da sottovalutare nella scelta del traduttore. In un caso come questo, è dunque necessario che il testo venga tradotto da una persona che non solo conosca alla perfezione la lingua di partenza e quella di arrivo, ma che conosca almeno un minimo anche la terza lingua presente al suo interno.

Articolo scritto da:
Marianna Demarchi
Traduttrice freelance (EN/FR>IT)
Novara

Risposte concrete a domande concrete

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nel post precedente, ho presentato il risultato di un’indagine sui traduttori che si trovano in difficoltà nel migliorare la qualità dei propri lavori. In cima alla classifica dei probabili motivi di questa difficoltà, della quale i traduttori stessi sono consapevoli, troviamo quanto segue: quando si riscontrano problemi traduttivi, si chiede subito aiuto a qualcuno per avere soluzioni piuttosto che affrontarli prima autonomamente. Come mai?

Invece di spendere il proprio tempo ed il proprio impegno pare che sia più comodo e veloce chiedere a qualcuno che magari risolve subito la questione. Certo, se proprio non si riesce a risolvere il problema autonomamente, è saggio farsi aiutare. Umanamente parlando, saremmo lieti di aiutare chi manifesta ancora bisogno di aiuto nonostante abbia già fatto scrupolosamente le sue ricerche e le sue indagini, piuttosto che coloro che ricorrono subito ad aiuto per comodità senza neanche provare ad affrontare autonomamente le difficoltà. Anche se a priori non avremmo intenzione di discriminare quest’ultimo caso…

Nel primo caso, quindi, si otterranno delle risposte tangibili in quanto le domande poste saranno ben preparate e concrete, mentre nel secondo caso si riceveranno  solo delle risposte vaghe o poco soddisfacenti vista la scarsa chiarezza e consistenza delle domande stesse. Ne consegue che non si capisce bene cosa si vuole sapere. Dunque tra i due casi è evidente che c’è di mezzo il mare.

Conclusione: Chiedere consulenza contribuisce al miglioramento della qualità traduttiva, solo se le domande da lanciare sono preparate in modo da ottenere risposte concrete e migliorative alla traduzione.

Fonte: https://ameblo.jp/pat-trans/entry-10849130893.html

Traduzione a cura di:
Jun Nakazawa
Ingegnere meccanico, traduttore italo-giapponese, musicista
Siena

Traduzione ed intertestualità

 Categoria: Tecniche di traduzione

Abbiamo già discusso di come esempi di intertestualità possano essere trovati in tutti i testi, sia letterari, politici o altrimenti, anche nelle conversazioni quotidiane. Menzionando una citazione da un libro o un riferimento ad un film o ad una pubblicità, ogni volta che comunichiamo generiamo milioni di connessioni e creiamo una rete di legami che danno un significato più grande e una più grande profondità ai nostri messaggi.

Ogni lettore avrà un’interpretazione differente, e i riferimenti non saranno mai chiari a tutti. In ogni caso, se un lettore comune, leggendo un testo nella sua lingua nativa, può avere problemi a decifrare il significato di un riferimento o addirittura ignorarlo completamente, cosa succede allora in una traduzione, dove non solo la lingua è straniera, ma anche la cultura può essere totalmente diversa? Quanti riferimenti intertestuali è probabile che cadano in secondo piano?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerare la relazione stabilitasi tra il traduttore e l’intertesto. Quando comunichiamo, non entra in gioco solo il nostro apprendimento della semantica, ma si attiva anche la nostra conoscenza del soggetto, tutto il testo che abbiamo letto precedentemente, oltre al nostro bagaglio culturale. E questo è il punto in cui il lavoro del traduttore gioca un ruolo fondamentale.

Un traduttore deve possedere un eccellente comprensione della grammatica e della semantica della lingua di partenza, così come un’estesa conoscenza della cultura alla quale essa appartiene. Non viene ribadito abbastanza che il processo di traduzione non comporta solo la traduzione di ogni parola di un testo da una lingua ad un’altra, anche se in realtà il valore più grande di un traduttore sta nella sua abilità a creare una lettura trasversale del testo, e pertanto nel catturare ogni cosa che aveva intenzione di essere trasmessa dall’autore.

Pertanto, la battaglia tra la traduzione umana e automatica non è finita. Se avete mai provato a tradurre un gioco di parole usando un traduttore automatico, per esempio, avete probabilmente notato che la traduzione letterale della frase non ha assolutamente alcun senso.

Considerate la frase“beware of Greeksbearinggifts”( = “stare attenti ai greci che portano regali”). In generale, essa significa che non ci si deve fidare del tuo nemico, ma specificatamente si riferisce all’Iliade, alla guerra dei troiani e al famoso cavallo di legno. Chiunque conosce la storia non avrà difficoltà nello stabilire collegamenti, mentre qualcuno che non la conosce potrebbe domandarsi cosa c’è di male nei regali da parte dei greci. Un traduttore potrebbe semplicemente tradurla in un’altra lingua come “non fidarti dei tuoi nemici”, o un’altra versione semplificata, ma le sottigliezze del detto andrebbero perse.

È importante riconoscere questi esempi al fine di trasmettere le sfumature nello stesso modo dell’autore. In ogni caso vale la pena notare che in molti casi, la corretta interpretazione di questi esempi è il risultato di una scrupolosa ricerca. La costruzione di una lingua non dipende solo dalle parole che la formano, e il lavoro fondamentale del traduttore è di connettere le culture.

Fonte: Articolo pubblicato sul blog di Trusted Translations

Traduzione a cura di:
Giulia Paloschi
Traduttrice freelance
Bergamo, Italia

La traduzione: ricerca intellettuale (5)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Déjà vu,un’espressione francese, è stata vista e percepita così tanto che alcuni autoctoni inglesi la considerano originaria della propria lingua. L’inglese sta forse alle altre lingue? Ogni parola che usiamo dà un’opinione al messaggio risultante. Parole associate con luoghi e società danno indizi al lettore che permettono di inquadrare dove un testo rientra in una lingua e nella cultura della stessa.

Scrivere nella traduzione
Il traduttore è innanzitutto un buon scrittore. La traduzione di un testo in un’altra lingua coinvolge la scrittura effettiva della stessa. Nel tradurre un documento vi sono diversi passi su cui procedere: leggerlo, comprenderlo, processare l’informazione, esprimerla in una lingua diversa per una cultura diversa, e revisionare il tutto. Anche se un documento è scritto malamente nella lingua d’origine, la traduzione nella lingua target dovrebbe scorrere naturalmente, ed essere ben scritta. Questo implica la necessità di una propria comprensione concettuale nel bilanciare la cultura con la lingua.

Rivedere la traduzione
La revisione rappresenta l’elucidazione del testo, mettendolo in risalto sotto una luce dove possa essere visto chiaramente e nella quale i suoi ritocchi possano essere apprezzati. Correggere una traduzione è ciò che la colloca esattamente nella propria cultura, rendendo viva un’altra cultura a coloro che non ne conoscono la lingua.

Cos’è il lato intellettuale della Traduzione?
La sfumatura coinvolta nella traduzione si lega nell’elemento intellettuale nel considerare il significato del testo d’origine. Che significato ha il testo? Cosa cerca di descrivere? Le parole sono qui, lì, ovunque, ma è il significato dietro e all’interno di esse che porta con sé un senso, e ci parla di origini, guerre, e storia scritta sia dai vincitori che dai vinti. Libri di storia, saggi critici, e ricerche pubblicate in seguito ad eventi di grande importanza, tentano di creare un resoconto critico su ciò che è realmente avvenuto.

Quando i traduttori ricercano cosa le parole possano significare in un contesto storico, essi portano obiettività alla traduzione, letteraria e non. Cos’è esattamente il lato intellettuale della traduzione? Quale fase del processo di lettura-comprensione-concettualizzazione-scrittura-rifinitura rappresenta la parte intellettuale?

Tutte quante. Ognuno di questi tentativi contribuisce a rendere la traduzione una ricerca intellettuale svolta dagli umani: ricerche, competenza culturale, scrittura, revisione, e apprendimento. Tutta questa riflessione critica si focalizza nel creare un significato a beneficio di coloro che vogliono comprendere e apprezzare a pieno testi scritti in altre lingue. Sono l’elaborazione e il metodo umano ad essere intellettuali. La parte più umana della traduzione è la funzione cognitiva.

Quando le macchine potranno ponderare e divenire intellettuali, anche loro saranno in grado di completare le operazioni del processo di traduzione, combinando ogni processo intellettivo necessario a dare una forma d’insieme alla figura della lingua scritta. Fino ad allora, non saranno che aiutanti (tuttavia eccellenti) per le vere menti che svolgono l’attività di pensare vera e propria.

Fonte: Articolo scritto da Jesse Tomlinson e pubblicato il 18 Settembre 2017 sul blog di Steve Vitek.

Traduzione a cura di:
Daniele Ceva
Traduttore freelance
Basilea (Svizzera)

Jesse Tomlinson è responsabile della Divisione Letteraria dell’Associazione Traduttori Americani. Interprete, traduttrice, e talento vocale. Originaria del Canada, vive ora in Messico e traduce dallo Spagnolo all’Inglese, interpretando in entrambe le lingue. Attualmente traduce autori Latino Americani nati negli Anni ’80 in Inglese, per il Proyecto Arraigo. Potete leggere il suo saggio sullo sradicamento (“La vida sin limones”) al seguente indirizzo http://proyectoarraigo.com/la-vida-sin-limones/.

Jesse è interessata a sentire la vostra opinione. Il suo contatto: .

La traduzione: ricerca intellettuale (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

La traduzione come ricerca
I traduttori sono ricercatori. Per ogni nuovo documento, i traduttori creano glossari di parole, concetti e idee, per familiarizzare con l’argomento e da tenere come riferimento. I traduttori diventano esperti in campi generali e specifici. I traduttori devono tenere il passo con la traduzione. Restare aggiornati e intendersi di questa professione richiede dedicare tempo all’ulteriore apprendimento della traduzione e di aree di specializzazione. L’uso di nuove parole e vocabolari, nuovi modi di tradurre, eventi attuali che cambiano la prospettiva e il modo di comprendere il mondo: per migliorare le loro abilità i traduttori devono studiare costantemente.

Competenza culturale nella traduzione
I traduttori usano la lingua per trasmettere un’idea di una cultura, così che possa essere compresa in un’altra, ricercando equivalenza semantica all’interno del contesto culturale. E non sempre la migliore traduzione diviene lampante. Ad esempio, se un testo fa menzione del nome di un vulcano in Spagnolo, va forse adattato, tradotto, o spiegato? E per quanto riguarda il nome di un Canyon? Tradurreste Canyon del cobre come “Canyon di Bronzo” oppure “Del Cobre Canyon”? E se un altro Canyon di Bronzo esiste già? Ne prenderete il nome e lo applicherete ad una diversa area geografica?

In Messico e in molte altri parti del mondo le organizzazioni e i posti locali hanno spesso più di un nome. In Guadalajara, ad esempio, un ampio Canyon poggia sui bordi delle municipalità di Tonalá, Zapotlanejo, Ixtlahuacán del Río, e Zapopan.[8] Questo parco-canyon è conosciuto sia come Barranca de Huentitán (Canyon Huentitán) che Barranca de Oblatos (Canyon Oblatos). Mentre Huentitáne Oblatos si riferiscono al canyon, sul lato che poggia sulle municipalità della Zona Metropolitana di Guadalajara ogni nome si riferisce ad una diversa entrata al canyon stesso.

E per quanto riguarda tradurre eventi culturali? Va descritto l’evento, usato un nuovo nome appositamente creato, oppure usare il nome originale, cercando di avvicinare i lettori alla cultura target? Prendereste in considerazione la traduzione di quinceañera come “festa del sedicesimo compleanno”,concetto così familiare agli americani, anche se in Messico la quinceañera è la celebrazione del quindicesimo compleanno? Le parole appartengono alle loro culture, ma come descriviamo la realtà di una cultura usando la lingua di un’altra? Uno stufato speziato di “carne di capra arrosto”e birria sono la stessa cosa? E si può adattare carne asada come “barbecue”?

Note
[8] “Barranca de Oblatos”

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jesse Tomlinson e pubblicato il 18 Settembre 2017 sul blog di Steve Vitek.

Traduzione a cura di:
Daniele Ceva
Traduttore freelance
Basilea (Svizzera)

La traduzione: ricerca intellettuale (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

La Cessione Messicana del 1848 ha concesso i territori che comprendono l’attuale California, il Nevada, lo Utah, la maggior parte dell’Arizona, metà del New Mexico e parte del Wyoming e Colorado.[6] Molti messicani che al tempo vivevano in queste aree decisero di restare e diventare americani. Ma i messicani sono americani nello stesso modo in cui è americano chiunque viva sul continente chiamato America.

Perciò come tradurrà una macchina la parola patria? Com’è stata tradotta già in precedenza o nel modo più frequentemente usato? La macchina usa la conoscenza di cui dispone, e la conoscenza di cui dispone sono parole e combinazioni di parole che sono state pubblicate precedentemente, o caricate su internet, oppure presenti in database di traduzioni automatiche. Ma queste traduzioni potranno essere rilevanti per il concetto messicano di patria?
E cosa succederà quando il database del software di traduzione includerà testi provenienti da Spagna? O Cuba? O Argentina? Tradurrà l’idea di patria come viene sentita in maniera unica da ciascuna di queste nazioni?

L’importanza dell’obiettività
I traduttori sono ossessionati da ciò che si cela dietro e dentro le parole da loro usate. Il sapore di un testo viene impregnato di associazioni connesse agli stili di scrittura, selezione di vocabolario, e uso di collocazione. I traduttori devono considerare le implicazioni d’importanza storica intrinseche nelle parole, restando al contempo imparziali nel loro lavoro. La descrizione di un prodotto, per esempio, potrebbe dirci che un prodotto è “il migliore.” Ma in Inglese quel tipo di linguaggio è soggettivo. È l’opinione di qualcuno, non un dato di fatto. Usare questo tipo di linguaggio potrebbe dare al vostro testo una pendenza commerciale o pubblicitaria non desiderata, o ingiustificata.

Barry Ritholtz, un autore americano, curatore di una rubrica giornalistica e analista finanziario, sostiene in un articolo intitolato “Le Due Regole a Sostegno della Ricerca Intellettuale” che le persone hanno bisogno di “fare esperienza intima con tutte le dottrine, teorie, ideologie e dogmi, ma di rifiutare di permettere a queste idee di governare e modellare la propria opinione.”[7] E i traduttori hanno bisogno di questa obiettività per tradurre al meglio.

I traduttori letterari potrebbero pensare che le opinioni degli autori che stanno traducendo sono i punti di vista del traduttore stesso, ma non lo sono. Il traduttore è un cronista, un osservatore-partecipe che raramente si “immette” nel testo, e lo fa quasi esclusivamente per affrontare questioni di ordine delle parole e logica della lingua target. Ma cosa intendo quando classifico la traduzione come ricerca intellettuale? Diamo un’occhiata all’essenza del processo di traduzione per chiarire questa idea.

Note
6) “Mexican Cession”
7) Ritholtz, Barry: “Two Rules Underpinning the Intellectual Pursuit” The Big Picture (December 8, 2008)

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jesse Tomlinson e pubblicato il 18 Settembre 2017 sul blog di Steve Vitek.

Traduzione a cura di:
Daniele Ceva
Traduttore freelance
Basilea (Svizzera)

La traduzione: ricerca intellettuale (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Una traduzione automatica può giocare un ruolo produttivo nell’assistere il processo di traduzione (ad esempio facendo parte di uno dei diversi strumenti a disposizione del traduttore). È quando la traduzione assistita da un computer diventa una sua esclusiva che il processo diviene corrotto. Le parole sono ben più che scarabocchi su carta da decifrare tramite un algoritmo meccanico. Una parola può riflettere un’intera cultura.

Una macchina non tiene conto di una sfumatura culturale
Prendiamo ad esempio la parola patria in Spagnolo. La tradurremmo come Madrepatria? Terra Natia? Perché non terra nostra,una parola proveniente da una terza cultura (“nostra terra” in Latino), per descriverne il significato ai lettori inglesi? Potremmo anche proseguire su un altro percorso e tradurre patria come “nazione.”
Un traduttore ha diverse domande da tenere in considerazione. Come si riferisce la cultura target al proprio paese? Quali implicazioni ha la parola della cultura target nel suo distinto contesto culturale? Questo non è che un piccolo assaggio del lavoro intellettuale che viene effettuato dai traduttori.

Diamo uno sguardo alle parole “terra natia” e alle loro implicazioni e storia. Negli Stati Uniti, le parole divennero d’uso comune dopo l’11 Settembre, con la creazione del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti d’America: una potente organizzazione governativa incaricata di proteggere la nazione dalle minacce terroristiche. “Terra natia” erano un tempo parole usate dal movimento Sionista negli anni ’20 e ’30 per riferirsi “alla terra natia” situata nel Medio Oriente.[3] Più in là, Hitler estese la sua interpretazione, per avanzare l’idea che le persone necessitavano di una devozione tribale alla terra e alla nazione, così da creare un senso di superiorità razziale.

Josh Marshall, autore ed editore del sito talkingpointsmemo.com, fa notare che “la frase entrò realmente a far parte del vocabolario pubblico con l’uscita di Transforming Defense: National Security in the 21st Century,un rapporto sul futuro delle forze militari statunitensi creato dal cosiddetto “Comitato per la Difesa Nazionale.”[4] Le parole “Terra natia” furono connesse a “difesa territoriale,” intrinsecamente connesse alla Difesa Missilistica Nazionale.[5]

Queste parole provenienti da altri mondi non sarebbero la mia scelta di riferimento per il Messico. Semplicemente, non sono adatte alla storia e al contesto della parola spagnola patria. Questa patria si riferisce alla storia messicana; al fare mestizaje, la mescolanza di persone spagnole con persone indigene, a due rivoluzioni, all’intrigo e imbroglio della storia messicana, così come al sangue versato sul suolo messicano. Anche in questo senso, i contorni sono sfocati, poiché l’America era il Messico, il Messico è l’America, e i confini sono cambiati.

Note
3) “Time for the U.S. to Dump the Word Homeland,” Truthout (September 23, 2014)
4) Marshall, Josh. “I Read An,” Talking Points Memo Editor’s Blog (June 5, 2002)
5) Ibid

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jesse Tomlinson e pubblicato il 18 Settembre 2017 sul blog di Steve Vitek.

Traduzione a cura di:
Daniele Ceva
Traduttore freelance
Basilea (Svizzera)

La traduzione: ricerca intellettuale

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il post ospite di oggi, originariamente pubblicato nel numero di Settembre 2017 dell’ATA Chronicle, è oggi ripubblicato qui sul mio blog con il permesso di Jesse Tomlinson, una traduttrice e interprete dallo Spagnolo all’Inglese. È attualmente responsabile della Divisione Letteraria dell’Associazione Traduttori Americani, e vive a Guadalajara, Mexico.
La sfumatura coinvolta nella traduzione si lega nell’elemento intellettuale nel considerare il significato del testo d’origine. Che significato ha il testo? Cosa cerca di descrivere?

Una traduzione ben svolta ha più bisogno di sfumature che di semplice sostituzione delle parole, con tonalità e livelli di significato che una traduzione automatica non può esprimere.
È la creazione di questa sfumatura che rende la traduzione una ricerca intellettuale. La traduzione è spesso considerata una comodità, e viene riferita nella lingua delle comodità con parole quali “venditore” e “fornitore di servizi di traduzione,” o più recentemente “editore postumo di traduzione elaborata automaticamente”, nonché “revisore di testi automaticamente tradotti.”

In alcune cerchie un’impresa di traduzione viene vista come servizio che può essere prodotto o fabbricato tramite l’uso esclusivo di processi svolti da macchine apposite.
Ad esempio, la traduzione assistita dal computer (in Inglese conosciuta con l’acronimo CAT) è stata commercializzata come strumento capace di incrementare la velocità e la precisione nell’attuare gli incarichi ripetitivi che fanno parte del processo di traduzione.[1]

Questi strumenti sono diventati per le agenzie un sistema per pagare meno i traduttori, tramite mancati pagamenti o pagamenti parziali per “corrispondenze totali” (parole in un documento che sono già tradotte nel database del software di traduzione), o per “corrispondenze parziali” dove esiste già“una frase o un segmento per il quale lo strumento di memoria di traduzione riesce ad abbinare alcune delle parole del documento originario alla lingua target […]”.[2] Pagare a parole non riflette il compito dei traduttori, poiché insinua una sostituzione parola per parola e distrae dal vero incarico degli stessi, che coinvolge la revisione (includendo sia le parole a corrispondenza parziale che totale) nella stesura finale della traduzione.

Questo modo di pensare riduttivo, sempre più popolare, è basato sul presupposto che una traduzione effettuata da una macchina possa offrire un prodotto di qualità semplicemente sostituendo le parole in una lingua con le parole di un’altra. In realtà la traduzione è un impegno complesso che coinvolge lingue connesse per propria natura agli ecosistemi culturali in cui esse vengono parlate. Il cuore del processo di traduzione opera nella mente del traduttore, non nelle viscere di una macchina. La vera traduzione è un’arte che coinvolge la comprensione e la stima dell’autore verso la cultura che sta alle spalle della lingua stessa, riflettendola. È l’arte di esercitare un intelletto.

Note
[1] SDL
[2] Net-Translators, Transation Terminology

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Jesse Tomlinson e pubblicato il 18 Settembre 2017 sul blog di Steve Vitek.

Traduzione a cura di:
Daniele Ceva
Traduttore freelance
Basilea (Svizzera)

Tradurre la comicità dei prodotti audiovisivi

 Categoria: Tecniche di traduzione

L’umorismo è l’ingrediente fondamentale di molte società e dunque si trova in qualsiasi lingua e cultura, ma siamo sicuri che in ogni Paese si rida per le stesse cose? Ci possiamo trovare di fronte a battute, gag, barzellette più inclini a essere tradotte in modo efficace quando gli utenti della lingua di partenza e di quella di arrivo condividono una stessa conoscenza e dei valori che permettono loro di apprezzare quel determinato tipo di comicità, ma questo accade così spesso? Il comico è fortemente legato alle strutture socioculturali della comunità di cui è espressione, infatti non solo è vincolato alla lingua in cui nasce, ma ha anche un’importante componente geografica e temporale. Effettivamente quello che fa ridere in Italia non ha necessariamente lo stesso effetto nel resto d’Europa, e magari ancor meno in Asia; allo stesso modo, quello che divertiva i nostri nonni sembra spesso ormai superato. Lo sanno bene i traduttori che hanno il difficile compito di mantenere l’effetto comico dell’originale nella lingua e cultura di destinazione che spesso manca dei riferimenti necessari a comprendere una battuta o che predilige altri stimoli umoristici. È vero sì che esistono temi universalmente comici, ma ogni società scherza più su alcuni argomenti e rimane indifferente su altri, dando vita a un proprio senso dell’umorismo a volte inimitabile.

Il traduttore che si trova di fronte a una commedia comica o a una sit-com deve possedere un’ampia conoscenza non solo della lingua ma anche del panorama culturale emittente, dal momento che molto spesso si possono ritrovare riferimenti a persone, situazioni ed elementi sconosciuti alla cultura ricevente. Per quanto possano essere impeccabili le strategie di traduzione e adattamento adottate in questo tipo di prodotti, le immagini, il contesto, le abitudini e i paesaggi che appaiono sono espressione di un mondo che lo spettatore di un altro Paese non riconosce come suo. Molto spesso ci si imbatte anche in ostacoli linguistici come le combinazioni di giochi di parole e i riferimenti culturali che risultano divertenti nella lingua di partenza ma che presentano difficoltà per quanto riguarda la resa traduttiva. Anche quando una battuta sembra inequivocabile nell’originale, non dobbiamo dimenticarci che il linguaggio e le specificità culturali vanno di pari passo e sono inseparabili. I giochi di parole di un testo tradotto dovrebbero, idealmente, rispettare quelli della lingua di partenza, mantenendone le peculiarità linguistiche e cercando di riprodurre nel target lo stesso effetto comico dell’originale. Non tutte le lingue, però, hanno la stessa possibilità di creare combinazioni linguistiche che riescano a riprodurre battute corrispondenti a quelle iniziali.

Un elemento da tenere in considerazione nelle sit-com è poi la presenza delle risate preregistrate che devono necessariamente scaturire da una battuta che risulti comica anche in italiano, per fare in modo che il pubblico non si domandi il perché di quella reazione. Bisogna evitare che i telespettatori, sentendo ridere, non facciano altrettanto solo per imitazione o tantomeno che credano che gli ascoltatori originali si divertano facilmente per una cosa che non ha niente di comico. Sicuramente adattare questo tipo di prodotti è complicato e pieno di insidie, oltre agli ostacoli traduttivi in sé ci sono poi quelli tecnici (la lunghezza delle battute, la sincronia con il labiale etc.) ma senza dubbio si tratta di un lavoro creativo ed estremamente stimolante.

Autrice dell’articolo
Giulia Rovai
Traduttrice ed adattatrice italiano <> inglese, italiano <> spagnolo
Pescia (PT)

La traduzione intralinguistica (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per attribuire alla traduzione intralinguistica la dignità che merita e assegnarle una posizione rilevante all’interno dei translation studies, è necessario trattarla allo stesso modo di quella interlinguistica, proponendo delle descrizioni empiriche delle strategie che la caratterizzano. Ciò è possibile avendo tracciato prima un confine all’interno della storia di una lingua, poiché tale confine aiuterà a stabilire quando la resa moderna di un testo può essere definita una traduzione intralinguistica e quando interlinguistica.

Nel caso della storia della lingua inglese, per esempio, il confine andrà collocato all’inizio di quella fase storica in cui la lingua viene denominata Middle English, data l’ampia corrispondenza a livello lessicale, morfologico e sintattico tra Middle English e inglese contemporaneo.
La traduzione dal Middle English al Modern English, perciò, può essere considerata intralinguistica, mentre quella dalla lingua più antica, l’Old English, sarà considerata interlinguistica, a causa dell’ampio scarto cronologico che ha permesso alla lingua di evolversi in modo tale che il testo fonte risulta redatto in una lingua completamente diversa da quella della traduzione.

Una trattazione sistematica di entrambe le tipologie di traduzione, quella interlinguistica e quella intralinguistica, fa emergere come esse abbiano la stessa finalità, ovvero quella di condurre i lettori alla piena comprensione del testo. Per conseguirla, esse devono affrontare le stesse problematiche, come la necessità per il traduttore di aderire a una delle due strategie teorizzate da F. Schleiermacher e ribadite da L. Venuti, ovvero la volontà di addomesticare il testo o di conservarne l’estraneità. Questa trattazione, quindi, si propone di essere uno spunto per ulteriori studi che diano alla traduzione che opera all’interno di una stessa lingua la stessa dignità che possiede la traduzione che opera tra lingue differenti.

Autrice dell’articolo:
Gloria Mambelli
Traduttrice EN>IT
Verona

La traduzione intralinguistica

 Categoria: Tecniche di traduzione

Quando si sente parlare di traduzione, viene naturale pensare a quella che opera tra due lingue differenti. Ne esiste, però, un’altra tipologia, troppo spesso trascurata dai cosiddetti translation studies, sorti negli anni Ottanta per indagare la traduzione quale disciplina autonoma e oggi imprescindibili per ogni approccio traduttivo. Si tratta della traduzione intralinguistica, definita per la prima volta nel 1959 da R. Jakobson all’interno del suo saggio On Linguistic Aspects of Translation. Egli distinse tre tipi di traduzione, quella “intralinguistica o riformulazione”, quella “interlinguistica o traduzione propriamente detta” e quella “intersemiotica o trasmutazione”. Se le tre definizioni risultano chiare, la maggior parte degli studiosi della traduzione preferisce concentrarsi sulla traduzione propriamente detta, ovvero quella interlinguistica, come se le altre due tipologie non fossero davvero rilevanti all’interno della disciplina. Certo, i translation studies non le escludono, ma si riscontra una carenza di studi empirici e trattazioni in merito.

Ancora oggi non vi è una differenziazione precisa ed esauriente tra la traduzione che avviene tra due lingue diverse e quella che avviene all’interno della stessa lingua; allo stesso modo non esiste una descrizione sistematica di parametri e criteri che caratterizzano la seconda. Innanzitutto, non è nemmeno stato definito un termine preciso e da tutti accettato per riferirsi a essa, poiché, per citarne solo alcuni, si può parlare di traduzione intralinguistica, diacronica, intertemporale, oppure di modernizzazione, parafrasi, adattamento, rifacimento. È chiaro, quindi, come vi sia ancora molta strada da fare affinché questa tipologia di traduzione acquisisca una posizione rilevante all’interno dei translation studies. Eppure, tale fenomeno ha un’importanza storica e culturale tale da non poter essere ignorata, poiché l’inevitabile evoluzione delle lingue rende difficile anche ai parlanti della medesima lingua testi redatti in un passato lontano e che si fanno via via di più difficile comprensione.

Se nella traduzione interlinguistica la differenza tra le due lingue costituisce l’ostacolo che il traduttore ha il compito di superare, nella traduzione intralinguistica il testo fonte e la sua traduzione sono divisi da una sorta di barriera temporale. Jakobson propose una distinzione di tipo sincronico, ma la dimensione diacronica è fondamentale per trattare la traduzione intralinguistica, poiché è necessario che vi sia uno scarto cronologico tra la lingua del testo fonte e quella della traduzione. I due problemi principali, tuttora non adeguatamente risolti, sono stabilire quando la lingua in cui è redatto un testo è arcaica a tal punto da necessitare una traduzione in una forma più accessibile e determinare quando la lingua di partenza ha subito un’evoluzione tale da essere considerata una lingua diversa.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Gloria Mambelli
Traduttrice EN>IT
Verona

“Lupo ululà e castello ululì”!

 Categoria: Tecniche di traduzione

Capriola sulla sedia. Non posso che inchinarmi al genio del traduttore adattatore che ha reso una battuta (“There, wolf. There, castle”) che in originale non ha la stessa irresistibile comicità. ‘Bene -mi sono detta- questo lavoro è il più bello del mondo. Mi permetterà di esprimere la mia creatività e la ricchezza della mia lingua madre’. La mia stanza, un po’ buia e isolata dai colori del mondo, si riempirà ben presto di volti, paesaggi e atmosfere che, se sarò all’altezza, potrò riportare sulla pagina e offrire all’ascolto, prima ancora che alla visione, di migliaia di telespettatori. Già mi sentivo una traghettatrice verso culture e mondi neanche immaginati da chi, magari in una stanza altrettanto buia, avesse acceso il proprio televisore. Così, forte della mia esperienza come traduttrice di testi, mi sono lanciata nel magico mondo dell’adattamento dialoghi. Immagino che sia successo lo stesso in molte altre stanze buie ma illuminate dall’amore per l’italiano e la traduzione.

Ebbene, ho scoperto ben presto che quello che mi veniva richiesto, in realtà, era il famigerato ‘linguaggio standard’, un italiano né troppo ricco, né troppo povero, non troppo connotato geograficamente e soprattutto senza espressioni, ohibò, troppo ‘triviali’, poiché è notorio che nella vita di tutti i giorni nessuno le usa. Ah,  e soprattutto, senza ironia…come se la nostra lingua, così ricca di sfumature, non rappresenti un popolo altrettanto ricco e disposto ad accogliere linguaggi e modi di dire altri.  La ricchezza di una buona traduzione si stempera immediatamente in un adattamento che deve ‘uniformare’, sono le altre culture che vengono assorbite dalla nostra, anziché arricchirla. Come se il protagonista di una serie sui pescatori di granchi dell’Alaska o l’inconsapevole mamma sedicenne di una nota serie tv, avessero frequentato lo stesso liceo, in Italia, ovviamente.

Per non essere fraintesa: gli adattatori dialoghisti italiani sono fra i migliori al mondo, spesso dotati di una conoscenza dell’italiano che farebbe invidia a più di un abile oratore, nonché padroni delle loro lingue sorgente. E credo che la mia frustrazione sia la stessa dei tanti bravi professionisti del settore audiovisivo, giacché nel cinema le cose sono diverse, che si scontrano con le richieste dei propri committenti. La mia è forse una battaglia impossibile, ma vorrei restituire il suo ruolo alla traduzione, anche nel settore dell’audiovisivo. Ricreare all’infinito quella magia  per cui due mondi distanti si incontrano, due culture diverse si parlano. Anche se con la spada di Damocle del sincronismo, labiale o meno, ben tesa sulla testa di noi adattatori, l’italiano offre una tale ricchezza di espressioni da permetterci di rendere le sfumature di ceto, razza, cultura dei personaggi, nel totale rispetto dei requisiti di un buon adattamento. E lo spettatore italiano è assolutamente in grado  di capire, recepire e, perché no, apprezzare.

-“Ma come diavolo parla?”
-“Non insisto, è lei il padrone”
(Frankestein Junior, cit.)

Autrice dell’articolo:
Marilù Cafiero
Traduttrice/Adattatrice
Roma

I realia nel russo e nell’inglese (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Per riuscire a mantenere lo stesso identico gioco di parole in inglese bisogna avere ottima padronanza dei nomi per cani nella lingua di arrivo, in modo da scegliere quello che suona più simile ai diversi gradi militari. Al contrario sono necessarie note e commenti per conservare il significato di termini quali «гауптвахта» (dal ted. Hauptwache): letteralmente guardia principale, aveva invece per un soldato in servizio il significato di scontare una pena. In inglese con la parola «guardroom» non viene fatta l’associazione fonetica che il russo fa con «гаупт» (principale) e «губа» (lett. labbra, in senso figurato carcere, prigione), perciò non è semplice trovare il giusto equivalente che trasmetta la stessa sfumatura emotiva di «гауптвахта». In riferimento all’espressione «косить от армии» («kosit’ ot armii»), essa trova corrispondenza nell’inglese «to dodge military service», che ha un significato abbastanza simile a quello del russo, nonostante i verbi «косить» e «dodge» non siano identici. Il russo ha inoltre la caratteristica di avere innumerevoli suffissi diminutivi in grado di cambiare radicalmente il significato di una parola. Per esempio «мерзавчик» («merzavchik») non indica una piccola canaglia («мерзавец» = merzavec, canaglia), ma un contenitore di un certo volume utilizzato per alcuni tipi di liquido (una bottiglietta di vodka della capacità di un bicchiere). In questo caso è bene quindi aggiungere un commento alla traduzione.

A questo punto è bene sottolineare che le conoscenze di base all’interno dello stesso popolo possono essere alquanto diverse da una persona all’altra, a seconda dei gruppi o generazioni ai quali un individuo appartiene. Se consideriamo i rappresentanti di una stessa generazione, cresciuti con gli stessi film e gli stessi libri, non avranno nessuna difficoltà nel capire determinate parole o frammenti di frase, mentre invece persone di una diversa generazione non riuscirebbero a cogliere il senso del medesimo enunciato in quanto non condividono lo stesso background. Ad esempio una singola parola come «Пионеры!» («Pioneri!»), pronunciata con la e aperta rimanda immediatamente alla frase dell’attrice russa F. G. Ranevskaja. Questa parola vive infatti da anni un percorso proprio, e non è perciò necessario continuare la frase per caprine contenuto e riferimenti.

Allo stesso tempo questa unità linguistica presenta una certa difficoltà dovuta alla sua componente fonetica, che esula dalla pronuncia convenzionale nella lingua russa. E’ chiaro dunque che i realia, approssimativamente, sono elementi testuali che non è possibile tradurre. Diciamo approssimativamente perché ci riferiamo all’impossibilità di trovare un perfetto equivalente da un punto di vista formale. In questi casi il traduttore ha il ruolo di interpretatore ed autore allo stesso tempo. Il concetto di traduzione dei realia tiene conto di due elementi: i realia, in generale, non sono traducibili (per lo meno attraverso l’utilizzo formale del dizionario), e non possono essere trasmessi (nel contesto) attraverso la mera traduzione. Ciononostante qualsiasi elemento o evento trova sempre corrispondenza in ogni lingua: esso può essere reso nella lingua di arrivo conservandone il significato, e, contemporaneamente, le caratteristiche e la forza espressiva.

Fonte: Articolo scritto da Fominykh Anna Dmitrievna e Palutina Olga Gennadevna e pubblicato sulla rivista online Gramota

Traduzione a cura di:
Laura Caselli
Interprete e traduttrice Russo/Tedesco/Inglese – Italiano
Bologna

I realia nel russo e nell’inglese (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Prendiamo ad esempio i termini «манто» («manto» = cappotto) o «шуба» («shuba» = pelliccia), che hanno sostituito l’antico «доха» («dokha» = ampio e lungo cappotto in pelliccia). Ha senso tradurre in inglese questa parola solo attraverso la traslitterazione in cirillico, seguita da una nota che riporti la moderna definizione di «fur-coat». In questo caso si ricorre ad un iperonimo per sostituire un termine obsoleto con uno moderno. Al contrario, il termine inglese «pea-jacket», che alla lettera indica un «бушлат» («bushlat» = cappotto di panno), una «матросская куртка» («matrosskaja kurtka» = giacca da marinaio), è stato trasformato nel russo «пиджак» («pidjak») che però ha un’accezione leggermente diversa (giacca elegante). Con l’avvento e lo sviluppo della tecnologia, parole quali «дивайсы» (devices), «гаджеты» (gadgets), «ивент» (meeting, evento), «селфи» (selfie), sconosciute alla tradizione russa, si sono radicate nella lingua parlata.

Sono inoltre comparsi nuovi verbi, quali «юзать» («usat’» = da “to use”) al posto di «использовать» («ispol’zovat’» = utilizzare), «чатиться» («chatit’sja» = chattare), «гуглить» («guglit’» = googlare), dove il primo troverebbe anche corrispondenza nel russo, mentre gli ultimi due non sono assolutamente traducibili. Entrambi devono perciò essere definiti ricorrendo all’uso di più parole. Questo gruppo di verbi può essere considerato a parte, poiché nulla ha a che vedere con i realia: suddetti termini infatti non arricchiscono la lingua, al contrario ne favoriscono l’internazionalizzazione, e ne impoveriscono l’originalità e le caratteristiche.

A fianco dei prestiti provenienti da altre lingue esiste poi una pluralità di termini che, per il loro contenuto, sono realia sì linguistici, ma anche sociali. Perfino a chi non ha prestato servizio militare in Armenia sono note le espressioni «дембель» («dembel’» = militare in congedo o che sta per andare in congedo), «полкан» («polkan» = colonnello), «старлей» (da старший лейтенант = primo tenente), «сидеть на губе» o «на гауптвахте» («sidet’ da gube» o «na Hauptwache»= essere agli arresti), «косить от армии» («kosit’ ot armii» = sfuggire al servizio militare), ecc.

Tali espressioni non vengono riportate nemmeno nei dizionari di russo! Per tornare al termine «дембель» («dembel’»), esso indica un soldato il cui servizio è quasi giunto al termine, o il termine stesso del servizio. Un simile concetto può essere trasferito solo attraverso una traduzione descrittiva. La parola «полкан» («polkan»), abbreviazione di «полковник» («polkovnik» = colonnello), in russo viene associata non solo alla sfera militare, ma anche a nomi che un tempo si utilizzavano per cani, il che crea senza dubbio un’immagine ironica degli alti ranghi dell’esercito.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Fominykh Anna Dmitrievna e Palutina Olga Gennadevna e pubblicato sulla rivista online Gramota

Traduzione a cura di:
Laura Caselli
Interprete e traduttrice Russo/Tedesco/Inglese – Italiano
Bologna

I realia nel russo e nell’inglese (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Dato il processo di globalizzazione è indubbio il fatto che per una comunicazione efficace sia certamente necessaria la conoscenza della lingua, ma anche delle peculiarità insite in ogni cultura e nel relativo modo di comunicare. Un idioma è in costante relazione con cultura, sviluppo sociale e delle diverse sfere di attività dell’uomo, quali scienza, tecnica, letteratura e cinematografia. Secondo E. Sapir e B. Whorf, struttura linguistica e semantica di una lingua sono correlate alla mentalità e al modo in cui essa ritrae il mondo in cui vive una certa popolazione. Tuttavia la traduzione, o, più precisamente, la trasposizione di un’unità semantica che rappresenta un realia nei suoi possibili equivalenti, non si limita alla mera acquisizione delle conoscenze pregresse, nonostante queste ultime ricoprano un ruolo importante nella comprensione di un messaggio, sia esso implicito o esplicito.

Le conoscenze di base sono per l’appunto un insieme di rappresentazioni del contesto nel quale si sviluppa la vita quotidiana di un certo paese, di un certo popolo. L’informazione di base può essere contenuta in una semplicissima parola, e comparire nel testo come contesto verticale. Il cosiddetto contesto verticale è un significato recondito che può contenere simboli, giochi di parole, allusioni e riferimenti non chiari, nascosti, contenuti più ampi volutamente introdotti dall’autore stesso. E’ quel significato celato (implicito) che coesiste all’interno dello stesso enunciato con ciò che viene espresso apertamente, il significato esplicito.

Da ciò ne deriva che il traduttore deve conoscere le usanze di una determinata popolazione, deve conoscere i cosiddetti realia. Con realia si intendono vita, abitudini, usi e costumi, sistema politico (1) del paese di riferimento, vale a dire tutto ciò che crea l’immagine nazionale e tipica di un popolo; essi possono essere studiati da un punto di vista sia sincronico che diacronico, in quanto un idioma è in continuo sviluppo, cede e acquisisce elementi linguistici che riflettono nuovi fenomeni e concetti.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Fominykh Anna Dmitrievna e Palutina Olga Gennadevna e pubblicato sulla rivista online Gramota

Traduzione a cura di:
Laura Caselli
Interprete e traduttrice Russo/Tedesco/Inglese – Italiano
Bologna

I realia nel russo e nell’inglese

 Categoria: Tecniche di traduzione

Un’adeguata traduzione dei realia è uno degli aspetti più complicati ed importanti di una traduzione, poiché, quando si traduce, non si trasferiscono semplicemente i significati delle singole unità linguistiche da un idioma ad un altro, ma si cercano i perfetti equivalenti che tengano conto delle specificità culturali ed intellettuali della lingua di arrivo. La caratteristica della traduzione, a differenza di tutti gli altri mezzi linguistici, consiste nella totale corrispondenza con il testo originale: i lettori madrelingua si rapportano infatti al testo tradotto come se fosse il testo di partenza. Allo stesso tempo è evidente che non sia possibile una totale uguaglianza tra il testo originale ed il testo tradotto, ma ciò non ostacola un’adeguata ricezione del messaggio iniziale.

Un idioma non è soltanto un sistema di concetti linguistici e grammaticali, ma è prima di tutto una complessa struttura psicologica. Possiamo definire una lingua come un sistema o un’organizzazione, come un mezzo di comunicazione, ma anche come riflesso della cultura nella quale vive. Oltre a ciò, una lingua esprime la percezione del mondo di ogni individuo appartenente ad un popolo.
E’ a tal proposito che subentra una problematica, vale a dire quella di trasferire informazioni implicite, ovvero il pensiero dell’autore.
Data l’impossibilità di avere perfetta corrispondenza per tutte le unità linguistiche nella lingua di arrivo, è stato introdotto il termine “equivalenza”, che indica la comunanza di contenuti, e può essere considerato come un aspetto e presupposto della traduzione.

Una lingua non è una mera «nomenclatura», una lista di lemmi, ognuno corrispondente ad un determinato oggetto fuori dalla lingua: Secondo Saussure, se le parole indicassero i concetti in anticipo, avrebbero perfetta equivalenza semantica in tutte le lingue, cosa che però non trova assolutamente riscontro nella realtà. Ogni lingua ha il proprio sistema concettuale e formale, un sistema convenzionale di segni atto ad organizzare il mondo circostante. La lingua rispecchia infatti la realtà che circonda l’uomo e la percezione che una popolazione ha di sé, dettata dal proprio stile di vita e dalle caratteristiche nazionali. Una lingua è inoltre l’espressione di una certa cultura attraverso le opere d’arte, di cui cerchiamo di interpretare il più fedelmente possibile emozioni e preoccupazioni proprie di ciascun popolo, e che ci aiutano a determinarne le caratteristiche nazional-culturali e l’autoidentificazione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Fominykh Anna Dmitrievna e Palutina Olga Gennadevna e pubblicato sulla rivista online Gramota

Traduzione a cura di:
Laura Caselli
Interprete e traduttrice Russo/Tedesco/Inglese – Italiano
Bologna

Tradurre è un’arte oltre che una scienza (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Ogni lingua porta con sé sfumature di significato e associazioni di parole uniche. Ad ogni modo, credo che il frasario di ogni lingua possa essere tradotto in qualsiasi altra lingua così che la seconda rifletta esattamente l’idea della prima, e allo stesso tempo suoni naturale e piacevole nella seconda. Ad esempio, gli scienziati sono alla ricerca una “teoria del tutto”, un’unica espressione attraverso cui tutte le caratteristiche dell’universo osservabile possano trovare logica spiegazione, che traduca l’espressione creata dal quark fondamentale in un’altro linguaggio matematico. Ovviamente, ciò può esprimersi o tradursi in un linguaggio concettuale più astratto. Ma il risultato e l’espressione rimane la medesima: l’universo osservabile. Lo stesso tipo di traduzione funziona in ogni espressione artistica, inclusa la traduzione di una lingua umana in un’altra. E il risultato è lo stesso: l’oggetto linguistico-artistico, il “testo” ineffabile, che può quindi essere trasmesso in tutte le lingue. Basta pensare ai computer. Grazie a programmazioni che seguono una semplice serie di comandi (come “print”, “imput”, etc.) si può far in modo che il computer stampi delle frasi, risponda a dei comandi, crei dei grafici.

I risultati sono l’espressione artistico-logica dei comandi che vengono immessi nel modulo di controllo. Ecco perché io credo che la traduzione, sebbene in un certo senso essa è una scienza, è anche un’arte. Non vedo le due cose come incompatibili. La comprensione del significato convenuto, richiede la manipolazione delle parole nella lingua in cui tradurre, esattamente come la creazione iniziale del testo richiedeva la reificazione di una serie di concetti astratti nella lingua di origine. La trasformazione uniforme di un testo da una lingua nello stile di una seconda lingua richiede una conoscenza approfondita delle nuances della seconda lingua così come un senso artistico, familiare e intuitivo delle sfumature di quella lingua. In questo modo, la traduzione segue lo stesso processo come la creazione iniziale di un’opera: definire i concetti originari in una diversa successione di simboli, le parole della lingua in cui è tradotto il testo. Ogni traduzione è un’opera d’arte.

Fonte: Articolo scritto da Joahnna Rodda e pubblicato il 22 maggio 2015 sul sito Proz.com

Traduzione a cura di:
Enrico Senno
Insegnante di lingue e traduttore freelance
Lavagna (GE)

Tradurre è un’arte oltre che una scienza

 Categoria: Tecniche di traduzione

La questione se la traduzione costituisca prima di tutto una scienza o un’arte risale a molto tempo fa, mentre la pratica e il campo della traduzione spesso non raccolgono il successo dovuto. Ciò, io credo, non prende in considerazione la natura fondamentalmente lirica del costruire una prosa gradevole e scorrevole. Scrivere una frase veramente bella richiede attenzione al modo in cui le parole si uniscono, come risuonano una accanto all’altra, come scrivere una parola all’interno di un contesto porti alla reciproca seconda parola, e la seconda alla terza. Una frase organica dev’essere naturale e suonare naturale, ci dev’essere una risonanza nelle varie parti della frase così che risuoni bella e melodiosa, oltre che essere logica. Perciò, io credo che l’arte del tradurre – del manipolare le parole di una lingua per trasformarle nelle frasi gradevoli e logiche equivalenti in un’altra lingua – sia veramente un’arte. È come se avessimo un sesto senso per ciò che è bello e piacevole esteticamente. Che sia un brano di musica, un’opera d’arte, o uno scritto, prendiamo naturalmente in considerazione elementi come colore, tempo musicale, spaziatura, ritmo, rima, dizione, tono, movimento, stile, e una quantità infinita di altri fattori che determinano la nostra generale esperienza di una costruzione naturale, artistica o di altra opera d’ingegno.

Se un elemento di un insieme non sembra accordarsi con la materia circostante secondo i nostri concetti personali di estetica, ne traiamo una sensazione d’improvvisa sgradevolezza e spiacevolezza. Questo può accadere se il ritmo di un lavoro è troppo veloce o troppo lento per ciò che il nostro senso estetico ritiene piacevole. Oppure è il caso quando le parole, i colori, i linguaggi musicali o altro non sembri fondersi con gli altri elementi di un’opera. Ogni lingua esistente (e ciò vale per ogni sistema di espressione segmentabile e parcellizzabile, inclusa la lingua naturale del nostro mondo) segue delle regole di ordine che ne determinano l’articolazione, facendo sì che certi elementi in quella lingua possano accordarsi così da produrre una sintesi soddisfacente, mentre altri elementi potrebbero dare risultati stridenti e discutibili dal punto di vista estetico.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Joahnna Rodda e pubblicato il 22 maggio 2015 sul sito Proz.com

Traduzione a cura di:
Enrico Senno
Insegnante di lingue e traduttore freelance
Lavagna (GE)

Come ridurre i costi della traduzione (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

PRENDI VANTAGGIO DAGLI STRUMENTI DI TRADUZIONE
Viviamo in un mondo guidato dagli strumenti. Gli strumenti sono stati sviluppati e distribuiti in ogni industria immaginabile ed è lo stesso per la traduzione e l’industria di localizzazione. Dovremmo prendere familiarità e avvantaggiarci degli ultimi strumenti di traduzione per aiutarci a risparmiare sui costi della traduzione e accelerare i tempi dell’ingresso nel mercato.

1.Assicurati che il tuo LSP utilizzi una memoria di traduzione (TM)
Una Translation Memory (TM) è un database utilizzato per conservare parole dal loro contenuto originale e le loro traduzioni associate. La TM prende il contenuto che era stato precedentemente tradotto da traduttori professionisti umani, e inizia a creare un progetto con quel contenuto. I traduttori umani possono quindi focalizzarsi su tutte le parole nuove. Avere un TM ridurrà i costi di traduzione dal momento che stai riutilizzando contenuto e inoltre accelera il processo.

2.Utilizzare un Project Managment System di traduzione
Avere un Project Managment System di traduzione elimina i costi amministrativi associati ad un progetto. Permette anche di gestire tutti i tuoi progetti in un unico posto mentre si ottengono aggiornamenti in tempo reale e informazioni sul budget. Soluzioni come un Net-Cloud gestiscono l’intero processo di traduzione, dall’iniziale invio, alla traduzione sino alla fattura. Inoltre risparmierai sui costi di traduzione dal momento che l’uso di Net-Cloud richiede meno tempo di gestione della traduzione.

3.Collega il tuo Content Management System con il tuo LSP
Pianificando il tuo contenuto e utilizzando strumenti di traduzione, puoi ridurre i tuoi costi di traduzione. Per consegnare traduzioni di alta qualità devi seguire ancora un processo consistente, attraverso la traduzione, di gestione della terminologia, controlli di qualità e recensori nazionali. Se vorresti saperne di più riguardo questi suggerimenti e strumenti, contattaci oggi. Ti invitiamo anche a seguirci su Linkedln, Twitter e Facebook per ulteriori suggerimenti e migliori utilizzi.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito Net-Translators

Traduzione a cura di:
Eva Badalamenti
Specializzanda in psicologia forense
Venaria Reale (TO)

Come ridurre i costi della traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

PIANIFICARE IL CONTENUTO
“Un obiettivo senza un piano è soltanto un desiderio”. Questa famosa citazione del consulente d’affari americano nato in Austria, Peter Drucker, è assai vera. Se fai un po’ di pianificazione del tuo contenuto e ti attieni al piano, puoi raggiungere i tuoi obiettivi, incluso ridurre i costi di traduzione e migliorare il tempo necessario per introdurti sul mercato, continuando a produrre traduzioni professionali di alta qualità.

1.Ridurre il numero di parole
I costi della traduzione sono dettati essenzialmente dal numero di parole del contenuto originale. Meno parole traduci, e meno alto sarà il costo. Accertati che il tuo contenuto si rivolga ai bisogni dell’utenza e non renderlo più complicato. In alcuni casi, così come certe traduzioni tecniche o materiali di marketing, potrebbe non essere possibile ridurre il numero delle parole a causa della natura del contenuto, ma avere un buon processo di stesura ti aiuterà ad indirizzare il pubblico verso quelle stesse parole.

2.Riutilizzo del contenuto
Il riutilizzo del contenuto è la pratica di scrivere il contenuto una volta e riutilizzare quel contenuto in più posti, sia nello stesso documento, in altri documenti, o in altri tipi di risultati. Quindi usi la parte del contenuto come blocco di costruzione per creare altri documenti, pagine web e altro. Puoi riutilizzare il contenuto per qualcosa di piccolo come il nome di un prodotto sino a interi paragrafi di istruzioni tecniche. Stabilendo un piano di riutilizzo del contenuto e utilizzando il corretto sistema di gestione del contenuto (CMS), invierai meno parole per essere tradotte, il che ridurrà i costi migliorandone anche la qualità.

3.Uso di un metodo di scrittura standard come Simplified Technical English
Simplified Technical English (STE) è un metodo di scrittura che fu originariamente sviluppato per le industrie dell’aerospazio e di difesa per incoraggiare la scrittura semplice e consistente per coloro che non erano madrelingua inglese. STE è stato adottato da molte altre industrie al giorno d’oggi come le manifatturiere, della comunicazione e dei software. Hanno adottato STE sia come loro linguaggio controllato, usato altri tipi di linguaggio controllato o creato il proprio per diminuire la complessità e aumentare la consistenza del loro contenuto di inglese. STE implica seguire un insieme di regole di scrittura e stabilire un dizionario di vocaboli. Possiamo usare il linguaggio controllato di STE o svilupparne uno nostro. Applicando un metodo di scrittura standard, puoi aumentare la consistenza e semplificare il contenuto, il che riduce il numero delle parole e i costi di traduzione.

4.Semplificare il formato del contenuto
E’ più facile lavorare con file di un certo formato piuttosto che con altri. Per esempio, il contenuto in un software dal design più complesso come Adobe InDesign, Adobe Illustrator o Microsoft PowerPoint richiede al fornitore del tuo linguaggio (LSP) di estrarre il contenuto, tradurlo, aggiungerlo al file originale e formattarlo. Questo viene chiamato desktop publishing (DTP) e può contribuire in gran parte al costo totale della traduzione. Se crei il contenuto in un formato gratuito, strutturato in modo da usare uno strumento di authoring XML e lo standard DITA, non avrai costi DTP, da cui ne risulta un largo risparmio sul costo. Inviare il contenuto in programmi software meno complessi o senza formattazione complicata può ridurre i costi totali DTP.

5.Estrarre testo dalla grafica
Se il testo è incorporato nella grafica, l’LSP deve estrarre il testo, tradurlo, aggiungerlo al file e formattarlo. Questo processo aumenterà i tuoi costi DTP. Comunque, se separi il testo dalla grafica, sarà più facile per il tuo LSP e dovrebbe richiedere meno tempo.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato sul sito Net-Translators

Traduzione a cura di:
Eva Badalamenti
Specializzanda in psicologia forense
Venaria Reale (TO)

Come ridurre i costi della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Si sa che tradurre un contenuto è necessario per supportare il mercato globale. Con molti mercati locali spesso saturati e altamente competitivi, tradurre e localizzare il contenuto è uno dei solo modi possibili al giorno d’oggi per gli affari di crescere e aumentare il potere di mercato.

Localizzare il contenuto come le pubblicazioni tecniche, interfacce utente di un software (UI), siti web, applicazioni web, sistemi di supporto, ecc., permette alle compagnie di raggiungere i mercati stranieri e soddisfare il pubblico nel suo linguaggio nativo.

Le compagnie che stanno considerando di fare uso di strumenti di traduzione come Google Translate per le loro necessità di traduzione devono pensarci due volte prima di farlo. Sebbene lo strumento di traduzione ha il suo posto e tempo, non è adatto se si cerca di comunicare con pubblici vasti nel mondo nelle loro lingue native. I clienti locali sanno, quando vedono una pessima traduzione, che ciò porta a sfiducia verso i propri prodotti e verso il marchio aziendale. Inoltre, Google cancellerà contenuti tradotti in modo non professionale sui siti web e potenzialmente degradanti il sito web tra i risultati delle ricerche su Google.

Quindi che cosa dovremmo fare? Bisogna produrre il miglior possibile contenuto localizzato in modo da poter comunicare con il pubblico target come se si fosse una compagnia locale.

Comunque le traduzioni di alta qualità non costano poco. Implementare ogni misura che aiuti a risparmiare sul costo sarà un beneficio così che si potrà continuare a produrre contenuto localizzato. Pianificare il contenuto e usare strumenti di traduzione può aiutare a risparmiare denaro.

Nell’articolo di domani (ndr) discuteremo di alcune opzioni che possono aiutare in questo processo e aiutare nelle vendite nei mercati a livello globale.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato sul sito Net-Translators

Traduzione a cura di:
Eva Badalamenti
Specializzanda in psicologia forense
Venaria Reale (TO)

Traduzione: esistono parole intraducibili? (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Gli universali linguistici come possibile soluzione
Si tratta degli universali linguistici, enunciati da Joseph Greenberg e Noam Chomsky. La teoria degli universali linguistici sostiene che ogni lingua naturale ha una serie di modelli comuni con le atre. Dalle sue regole si enuncia il principio della Grammatica Universale. Noam Chomsky fu uno dei principali sostenitori di questa teoria, secondo la quale tutti gli esseri umani hanno la capacità innata di acquisire qualsiasi lingua. Incluse le loro diverse caratteristiche e gli elementi distintivi. Questa abilità non dipende dalla cultura o dal luogo d’origine del parlante. Cioè, agisce nello stesso modo in un parlante d’origine indonesiana che è cresciuto a Saragozza o per un madrileno che è cresciuto in una famiglia di Kuala Lumpur. Entrambi acquisiranno lo spagnolo o il malese senza difficoltà. In quanto entrambi hanno in qualche modo attivato nella loro mente il “chip” di quella lingua.

Non esistono le parole intraducibili
Ciò nonostante, questa teoria può risultare semplicistica, o per lo meno, eccessivamente ottimista. È ovvio che qualsiasi essere umano ha la capacità di apprendere qualunque lingua. Ma non perché abbiamo nella mente un “vademecum” idiomatico. I sostenitori degli universali linguistici hanno ragione per quanto riguarda la teoria che le lingue seguono alcune regole comuni. Infatti, nella Introducción a la Lingüística, Juan Carlos Moreno Cabrera, docente spagnolo della UAM, afferma che: “la traduzione tra qualsiasi lingua umana naturale è possibile”. Quindi, secondo questa teoria universale non esistono le lingue intraducibili. Nonostante le loro enormi differenze semantiche o sintattiche.
Tuttavia, ciò non toglie che esistono parole proprie di ciascuna lingua, e che queste parole risultino impossibili da tradurre univocamente nelle altre lingue.

Sebbene la teoria degli universali linguistici non ci da una soluzione ai nostri problemi, restiamo positivi. È sicuro che possiamo trovare un significato alle parole intraducibili. Sia a causa del contesto in cui queste parole vengono emesse, o forse per l’affinità fonetica, o per il pragmatismo semantico.  Ci auguriamo tuttavia che la lettura di questo articolo sia stata interessante. Ci è sembrato un tema molto stimolante di cui parlare.

Fonte: Articolo scritto da José Manuel Peque e pubblicato il 10 ottobre 2016 sul sito Leon Hunter

Traduzione a cura di:
Francesca Tramontana
Traduttrice Inglese/Spagnolo – Italiano
Reggio Calabria

Traduzione: esistono parole intraducibili? (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Parole intraducibili del castigliano
Ma non sono solo i traduttori spagnoli a dover affrontare questi problemi. Anche i traduttori stranieri temono una serie di nostre parole d’uso comune perché non sanno come traslarle nella loro lingua.La comune “sobremesa”, per esempio. Neanche le espressioni di uso molto comune come “estrenar” (un vestito, delle scarpe) hanno una possibile traduzione, per esempio in inglese. E non ce l’ha neanche la nostra (frequente) sensazione di “vergüenza ajena”. Tanto meno hanno una traduzione diretta in alcune lingue le espressioni di tempo come “anteayer”, o stati come “desvelado” o “falto de sueño”. Quindi, come abbiamo visto, nella nostra lingua non mancano casi in cui i traduttori devono spremersi il cervello per trovare un sinonimo linguistico nella loro lingua d’origine.

Motivi culturali degli errori di traduzione
Il motivo principale dell’esistenza di parole prive di una possibile traduzione è ovvio. Ogni popolo ha un suo “vademecum” linguistico – culturale. Perciò è inevitabile che usino parole senza un referente diretto in altre lingue. Queste peculiarità non hanno a che fare con il carattere, ma anche con l’umore. Molte delle parole intraducibili in un’altra lingua hanno a che fare con il genio intrinseco del popolo che le enuncia.

Con ciò non mi riferisco ad una questione di razza, tutt’altro. Sono ben lontano da questo discorso. Il mio discorso riguarda le peculiarità sociali, sia che si tratti delle abitudini o dei bisogni quotidiani. Il punto è che ogni popolo ha le sue peculiarità e ciò si riflette sulla lingua. Non per niente le lingue sono il prodotto della società che le parla. E non tutte le lingue sono perfettamente uguali, persino quelle più vicine tra loro.

Come abbiamo visto nel caso del castigliano, molte delle parole considerate intraducibili sono per noi fortemente radicate. Probabilmente succederà lo stesso nelle altre lingue. D’altro canto, è logico incontrare parole per noi intraducibili nelle lingue esotiche. Chiaramente, un giapponese, un cinese, un indiano o un tailandese appartengono ad un mondo completamente diverso dal nostro. È chiaro quindi che padroneggino in parole senplici concetti per noi indecifrabili. Tuttavia, si è cercato, dal ramo della Linguistica, una soluzione che provi a smussare queste differenze.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da José Manuel Peque e pubblicato il 10 ottobre 2016 sul sito Leon Hunter

Traduzione a cura di:
Francesca Tramontana
Traduttrice Inglese/Spagnolo – Italiano
Reggio Calabria

Traduzione: esistono parole intraducibili?

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione è uno dei lavori più antichi del mondo. Dagli inizi della scrittura, almeno 5000 anni fa, i traduttori sono stati necessari. E probabilmente si saranno imbattuti in molte parole intraducibili o quasi.

Forse la figura del traduttore (o dell’interprete) era già presente fin dalla notte dei tempi. Sono stati, e sono tuttora, un elemento essenziale per la funzione di intermediari tra i vari popoli della terra. Bisogna ribadire questa idea sostenendo che la diplomazia non sarebbe stata possibile senza un traduttore che mediasse tra le varie parti di un’interfaccia o di un conflitto.

Tuttavia, sebbene ci piacerebbe che fosse così, la traduzione non è un’arma infallibile. Esiste qualche caso in cui persino i traduttori più avvezzi non sono in grado di incontrare una definizione adeguata in una determinata lingua per il concetto che incontrano. Non sono molti, ma ci sono. E non c’è bisogno di cercare una lingua troppo remota o lontana da noi per incontrare vocaboli che non si possono tradurre, cioè parole intraducibili.

Parole intraducibili in tedesco
In tedesco possiamo incontrare molte parole che non hanno un’esatta traduzione nella nostra lingua. Per esempio, il famoso termine “Blitzkrieg”, che i tedeschi usarono per definire la prima tappa della seconda guerra mondiale, non è del tutto ben definita. Di solito si traduce con “guerra lampo”, anche se può riferirsi a qualsiasi azione bellica commessa con somma violenza e aggressività.

Un’altra parola di difficile traduzione, ma con un senso più positivo, è “Vorfreude”. Questa parola definisce una situazione in cui si aspettano buone notizie. Il suo contrario in tedesco (anch’esso prestito dell’inglese) è “Shadenfreude”.  La gioia per la sofferenza altrui.

6.000 lingue e molte traduzioni da fare
D’altro canto è logico che esistano parole per le quali non abbiamo una traduzione adeguata. Attualmente esistono circa 6000 lingue. Delle quali solo una decina condividono una protolingua o antenato linguistico comune con la nostra. Ma, nonostante abbia molta voglia, come filologo, di trattare questo tema in profondità, non lo farò, almeno in questo articolo.

Tra le altre lingue, molte sono completamente diverse dalla nostra sia dal punto di vista grammaticale che linguistico. E non c’è bisogno di andare geograficamente molto lontano per incontrarle. Ad esempio, lo sono le lingue arabe. O ancor più vicino, il basco. Antica lingua camitica, le cui radici potrebbero essere berbere o centroeuropee (non vi è ancora consenso su questo tema), non ha nulla a che vedere con il nostro castigliano. Sono convinto che esistono parole basche che non hanno un’esatta traduzione in spagnolo. Ma attualmente è una lingua frammentata e contagiata da numerosi prestiti linguistici castigliani, quindi difficili da rilevare.

Ma anche le lingue più vicine hanno termini per noi intraducibili. O con una traduzione,che potremmo definire, approssimata. Per esempio il francese. La lingua gallica ha l’espressione “L’espirit d’escalier” che  letteralmente si tradurrebbe come “l’ingegno della scala”, più o meno. Tuttavia, il suo significato ha a che vedere più con una risposta geniale data troppo tardi. Quando nessuno ti sta più ascoltando, e ti lascia con quella sensazione che ti sarebbe dovuta venire prima in mente. O l’italiano.Gli italiani usano il termine “slampadato” per definire quelle persone dipendenti dai raggi “UV” e dagli altri modi per abbronzarsi.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da José Manuel Peque e pubblicato il 10 ottobre 2016 sul sito Leon Hunter

Traduzione a cura di:
Francesca Tramontana
Traduttrice Inglese/Spagnolo – Italiano
Reggio Calabria

La traduzione delle lezioni universitarie

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione simultanea delle lezioni universitarie, non è più un’utopia?

Stando alle notizie diffuse dalla stampa, l’Università Karlsruhe, che da qualche anno si chiama KIT (“Karlsruher Institut für Technologie” o in inglese “Karlsruhe Institute of Technology”), ha sviluppato un sistema di traduzione automatica per le lezioni universitarie. Questo “traduttore di lezioni” deve riconoscere la voce del professore e inserirla nel testo. Poi il testo riconosciuto viene tradotto in inglese in tempo reale, chiaramente all’Università Karlsruhe, e viene visualizzato sui portatili o meglio sui cellulari degli studenti. Sebbene il risultato “non deve essere sempre perfetto”, il servizio di traduzione automatica deve “garantire un valido studio delle barriere linguistiche”. Secondo il prof. Hippler, presidente dell’università, giovani studenti stranieri di talento devono essere attratti da questo metodo. L’ufficio stampa dell’università sostiene che il traduttore delle lezioni viene testato attualmente in quattro diverse lezioni nei dipartimenti di ingegneria meccanica e di informatica.

Come traduttore umano in relazione con il sistema di riconoscimento della voce, io naturalmente sono scettico riguardo alla sua efficacia. Il primo passo per avviare la lingua: per il riconoscimento vocale come lo conosciamo noi ad esempio abbiamo il software Dragon Naturally Speaking, che di solito  prevede una percentuale di errore da 1 a 5, presupponendo comunque che il microfono funzioni, che il parlante si sia allenato un po’ con il software di riconoscimento vocale e che parli chiaramente (possibilmente la varietà standard e nel caso del tedesco,  l’Hochdeutsch )  e anche che funzioni l’acustica.  Inoltre la persona che detta deve parlare anche grazie alla punteggiatura, quindi non può semplicemente eseguire il proprio compito come vuole, piuttosto si deve attenere alle esigenze del dettato.   Tuttavia durante una lezione all’università è impossibile parlare con punti e virgole. L’acustica difficile di un’aula universitaria turberà ulteriormente il lavoro di riconoscimento e se il computer  è del prof, l’acustica è improbabile nel momento in cui il prof parla più ad alta voce e in modo confuso.   Chi al lavoro utilizza il riconoscimento vocale, sa come funziona. Durante il dettato il software Dragon comprende quasi tutto perfettamente, finché si detta. Però si parla anche con i colleghi o a telefono e ci si dimentica di spegnere il microfono, allora il software riconosce molto poco, forse solo il 50 % dei suoni. Anche per quanto riguarda il riconoscimento vocale di questo servizio di traduzione simultaneo parto da una percentuale di errore di almeno 10%.

Lo stesso vale per la traduzione automatica. Due anni fa abbiamo testato un software di traduzione all’avanguardia. Ai nostri occhi critici il lavoro di traduzione era pagato male. Il tempo dedicato al miglioramento della traduzione era superiore al tempo che necessita una traduzione manuale. La traduzione automatica – esattamente delle lezioni in inglese – richiede sempre segni d’ interpunzione per poter riconoscere il contesto. Se così non fosse, come potrebbe un software di traduzione riconoscere  dove comincia e dove finisce una frase? Come già detto, la lezione parlata non prevede segni d’interpunzione. Allora può il software di traduzione riconoscere le frasi in modo adeguato? Anche per quanto riguarda la traduzione automatica fisserei, perciò, una percentuale di errore di almeno 10%. Le due percentuali di errore supposte producono insieme una precisione dell’81% (0,9×0,9). Per gli studenti stranieri è sufficiente comprendere l’80% di una lezione, visto che la maggior parte di questi studenti non sono madrelingua inglese? E come possiamo valutare questi studenti, quali parti della lezione sono state tradotte in modo giusto e quali in modo sbagliato? Questo è sempre stato uno dei punti critici della traduzione automatica: solo chi padroneggia entrambe le lingue, può valutare cosa è giusto e cosa è sbagliato nella traduzione.

Per avere un giudizio complessivo, osserverò il sistema e continuerò ad informare a questo proposito.

P.S.: la presentazione del sistema si può vedere su YouTube a questo link

Fonte: Articolo scritto da Georg Eisenmann il 13 giugno 2012 su Eisenmann – der Übersetzer-Blog von Eisenmann Übersetzungen

Traduzione a cura di:
Jessica Mele
Dottoressa Magistrale in Lingue e Letterature Moderne
Salerno

Lost in “Trumpslation” (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Trasmettere un’impressione in un’altra lingua
Il processo di traduzione implica la trasposizione delle parole ma, soprattutto, di un modo di pensare, di una personalità per «trasmettere al lettore la stessa impressione e suscitare la stessa riflessione del lettore originale». Il vocabolario estremamente scarno di Trump obbliga colui che ha il compito di trasmettere il suo discorso in un’altra lingua a trovare degli stratagemmi per enfatizzare la sua dichiarazione. Bérengère Viennot parla di un vocabolario monopolizzato da iperboli. «Great» viene utilizzato ben 45 volte nell’intervista al New York Times, seguito da «tremendous», «incredible», «strong» e «tough». Tali aggettivi possono essere tradotti in francese in diversi modi con conseguenti molteplici gradi di correzione. Ecco l’esempio di una dichiarazione: « I mentioned them at the Republican National Convention! And everybody said: “That was so great.” » Bérengère Viennot ha preso la decisione di utilizzare un registro famigliare e tradurre con « stato fantastico». «Dovevo tradurre l’espressione di un entusiasmo puerile e soddisfatto e, quindi, se avessi scelto di tradurre con: “E il mio discorso ha fatto l’unanimità.” Il significato sarebbe stato lo stesso ma avrei trasmesso una fittizia forma d’espressione del locutore.»

Strategia di campagna o pensiero limitato?
Per constatare l’importanza della scelta del registro la traduttrice rievoca l’esempio del comunista George Marchais, un classico prototipo nel mondo della traduzione: nell’URSS la traduzione dei suoi discorsi era affidata solamente ad un interprete dal «linguaggio raffinato». Ciò ha permesso di trasmettere un’immagine elegante, in totale disaccordo con quella riconosciuta in Francia. Ecco la grande responsabilità del traduttore giornalistico, che Bérengère Viennot descrive più dettagliatamente della rivista letteraria Los Angeles Review of Books, pochi giorni dopo la nomina del presidente Trump. Non si tratta solamente di parole ma di un’immagine trasmessa da un uomo politico, divulgata consciamente da quest’ultimo o meno. Ecco il dilemma del traduttore: scegliere di tradurre Trump esattamente nel modo in cui si esprime e lasciare ai lettori francesi un discorso poco comprensibile e di scarsa qualità? Oppure ristrutturare la sintassi e prendere il rischio di lasciar credere che Trump si esprima con normalità come un uomo politico qualunque? Come spiega la traduttrice in Slate, utilizzare un vocabolario semplice per colpire la gente e distinguersi dall’élite politica considerata sconnessa dalla realtà sarebbe potuta essere una strategia «valida» durante la campagna. Ma «nel caso di Trump non si trattava di una strategia: è, dunque, evidente che il suo vocabolario scarno traduce delle concezioni limitate e circoscritte.»

Fonte: Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017 sul blog Big Browser a cura della redazione de “Le Monde”

Traduzione di:
Giulia Cazzola
Traduttrice specializzata Francese-Italiano
Bordeaux (Francia)

Lost in “Trumpslation”

 Categoria: Tecniche di traduzione

Tradurre l’uomo nella sua reale forma d’espressione o ristrutturare la sintassi creando un’illusoria impressione di un’ordinaria eloquenza?

Lo scorso dicembre Bérengère Viennot ha confidato a Slate le numerose difficoltà riscontrate nel tradurre Donald Trump in francese: le «dichiarazioni shock», i «tweets assassini» e i discorsi pubblici pre e post elezioni «di facile comprensione» ma estremamente poveri dal punto di vista lessicale rendono il lavoro del traduttore assai complicato. La scorsa primavera un famoso studio,realizzato dall’università Carnegie Mellon negli Stati Uniti, aveva rivelato che il livello grammaticale dei discorsi di Donald Trump poteva essere collocato al di sotto dei parametri della scuola media superiore. Bérengère Viennot riporta come esempio l’intervista accordata al New York Times lo scorso novembre.

Dal suo punto di vista, quando Donald Trump si esprime improvvisando, senza un discorso scritto in precedenza, esso «si aggrappa disperatamente ad alcune parole presenti nella domanda posta senza riuscire a formulare una risposta precisa». Esempio: il Capo Redattore Dean Baquet lo interroga sui discorsi tenutasi durante la campagna con scopo di «galvanizzare» («energize») l’estrema destra.

La sua risposta: «Non credo, Dean. Prima di tutto non voglio galvanizzare il gruppo. Il mio obiettivo non è quello di galvanizzarli. Non voglio galvanizzare il gruppo, al contrario voglio rinnegarlo. Non so se la colpa sia dei giornalisti. Non so dove fossero quattro anni fa, con Romney, Mc Cain e tutti gli altri, non lo so, non avevo nessun elemento di paragone. Ma non è un gruppo che voglio galvanizzare e, se sono galvanizzati, voglio capire il perché.»

Questo esempio evidenzia il fatto che Donald Trump, tenendo conto delle difficoltà che tutti possono riscontrare nell’improvvisazione di una risposta, si accontenta di «ripetere in continuazione le stesse parole e gli stessi concetti.»

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017 sul blog Big Browser a cura della redazione de “Le Monde”

Traduzione di:
Giulia Cazzola
Traduttrice specializzata Francese-Italiano
Bordeaux (Francia)

La traduzione…in attesa di più tradimenti (5)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Che cosa rimane, quindi, dell’”universale”? O in altre parole: che cosa può farci rimanere nell’universale dopo ciò che ha detto Barbara Cassin sulla questione teorica più spinosa e difficile, la questione della rivelazione della fragilità delle sue origini greche monolingue? Perché ci appelliamo ad esso dopo che è stato fatto cadere dalle sue altezze ed è diventato ciò che sta dietro la globalizzazione? E non è conveniente che noi miriamo alla sua frammentazione, alla distribuzione dei suoi significati tra le lingue e che apriamo davanti ad ogni lingua la possibilità di liberarsi da esso? Non è meglio che ci fermiamo in una zona “tra-tra” per ampliare le direttrici di ricerca e gettare le fondamenta della molteplicità? Queste sono le domande essenziali che è inevitabile porre cercando di rispondervi con l’allontanamento dell’universale dalla sua “superbia”, facendolo uscire dal monolinguismo e dalla limitatezza della sua visione.

Nel suo libro Elogio della traduzione Barbara Cassin congiunge le due estremità nel mondo, l’antico greco chiuso nel monolinguismo e il mondo moderno che mostra di accogliere il multilinguismo e che presuppone maggiore ibridità. Riunendo il vecchio e il nuovo, Barbara Cassin tocca un tasto dolente per proclamare la necessità di liberare la traduzione dal “peccato del tradimento” e dal giogo di un pensiero passato e chiuso in se stesso. Inoltre ricorda che la lingua – quando si situa al crocevia delle civiltà e nel massimo rischio di resa del significato – si astiene dall’essere un semplice strumento di informazione e mezzo di comunicazione e si rivela suo malgrado (o meglio con la volontà dei suoi parlanti) un’arma di dominio e potere. Con questa logica, sta al traduttore essere il perfido traditore…schierandosi al fianco della molteplicità di significati con l’apertura a ciò che va oltre il noto e il diverso. Nella traduzione, in verità, non ci sono significati impossibili da tradurre, ci sono solo significati che non dobbiamo rinunciare a tradurre…nell’attesa di più tradimenti consapevoli, di più tradimenti belli!

Fonte: articolo scritto da Sahby al-Alany e pubblicato il 23 dicembre 2016 sul sito arabo alaraby.co.uk

Traduzione dall’arabo all’italiano a cura di:
Laura Serraino
Dottoressa magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale
Traduttrice AR>IT -  EN>IT
Cantù

La traduzione…in attesa di più tradimenti (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Nell’articolo di ieri abbiamo elencato (ndr) le domande più importanti che Barbara Cassin ha proposto sulle categorie fondamentali del pensiero occidentale. Per capire più approfonditamente i motivi che l’hanno portata a questa visione, è inevitabile ricordare che l’autrice del libro ha vissuto un’esperienza nella traduzione del tipo più difficile che possa provare una persona specializzata, come è lei, nei campi della filosofia e della filologia. Tra il 1993 e il 2000 ha realizzato un’opera, pubblicata poi nel 2004, con più di 1500 pagine alla cui stesura hanno partecipato oltre cento ricercatori universitari. Questo lavoro ha un titolo non privo di stranezza: Il dizionario europeo della filosofia-un dizionario intraducibile e l’aspetto strano in esso è l’ammissione sincera dell’autrice sull’impossibilità di spostare molti concetti da una lingua a un’altra senza che si parli di “crepe” profonde nel significato, rendendo il “tradimento” un fatto reale, inevitabile. Tuttavia gli aspetti di stranezza nel “dizionario” che Barbara Cassin cita nel suo nuovo libro Elogio della traduzione rappresentano alcune direttrici che percorrono quest’ultimo e non solo. Ci basterà indicarne tre.

In primo luogo il campo linguistico europeo di cui si occupano gli autori del “dizionario” non si limita ai confini dei paesi che oggi formano lo spazio politicamente conosciuto come “Unione europea” e dunque i concetti che si sono diffusi in Europa in secoli di sforzo intellettuale e teoria filosofica non sono puramente europei, anzi ci sono concetti con radici arabe, ebree, russe, ucraine e svedesi.

In secondo luogo, l’Europa che è riuscita o era sul punto di realizzare la sua unità attraverso la fondazione dell’Unione, non si è accordata completamente nel “riunire” i suoi discorsi e “unificare” la sua visione. E nonostante la struttura ufficiale dell’Unione e i suoi testi fondamentali siano riconosciuti in molte lingue usate dai popoli che vi appartengono, la verità oggettiva e la realtà svalutano questa “illusione”. A livello di produzioni intellettuali e filosofiche il greco antico continua a occupare i cuori e le menti, pur non avendo  alcuna autorità. Anche se molti intellettuali e filosofi hanno provato a superare la presenza del greco, si ritrovano ora sotto l’influenza della lingua tedesca che si è fatta luce con il suo ruolo di “potere” e “strumento di dominio” attraverso l’influenza del filosofo Martin Heidegger (1889-1976). Per quanto riguarda il modo in cui vengono trattate le lingue oggi all’interno  delle istituzioni dell’Unione, è la lingua inglese che si è appropriata della maggioranza assoluta e del dominio palese a spese delle altre lingue europee.

In terzo luogo – e ciò fa progredire la stranezza e le sue manifestazioni a un livello di disorientamento e sorpresa – la lingua inglese che tutti pensano monopolizzi gli ingranaggi dell’Unione europea e di tutti gli altri organi delle Nazioni Unite non ha, secondo l’opinione di Barbara Cassin, niente a che fare con la vera lingua inglese, anzi questo fatto arreca più danni che benefici alla lingua di Shakespeare. La versione di inglese utillizzata in questi ambiti non è che un insieme di espressioni ibride consacrate dagli esperti di finanza e business con il fine di ottenere piani di finanziamento da questa o quella istituzione europea o internazionale. Per questo motivo Barbara Cassin, nella sua descrizione delle relazioni tra le lingue europee nell’ambito della traduzione, preferisce non parlare di “dominio” della lingua inglese, ma di ciò che chiama dominio del “glo-bish”. E “glo-bish” non è che una parola creata per richiamare astutamente da una parte (glob) la globalizzazione e dall’altra, anzi nell’ultima parte, ciò che rimane della lingua inglese (ish) che noi pensiamo lingua di un popolo intero (English).

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Sahby al-Alany e pubblicato il 23 dicembre 2016 sul sito arabo alaraby.co.uk

Traduzione dall’arabo all’italiano a cura di:
Laura Serraino
Dottoressa magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale
Traduttrice AR>IT -  EN>IT
Cantù