Persi nella traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

Come non si stancheranno mai di dirci i postmodernisti, la lingua è un terreno scivoloso. Il significato preciso delle parole può slittare e scorrere invece di restare fisso. Si consideri il cartello che recita “I cani devono essere presi in braccio su una scala mobile”: apparentemente sembra abbastanza chiaro che se avete un cane si dovrebbe prenderlo in braccio prima di salire su una scala mobile. Ma pensiamo a quelle persone che cercano disperatamente di prendere in prestito un cane per raggiungere il livello superiore.

Se la natura scivolosa di un significato è un problema nell’uso di una lingua, i problemi sono molteplici per i traduttori professionisti o coloro i quali traducono perché intraprendono studi linguistici o imparano una nuova lingua a casa. Quando si lavora con diverse lingue, mantenere il significato di alcune parole scivolose può trasformarsi in una vera e propria pista di pattinaggio. Ecco alcuni settori in cui è facile perdersi nella traduzione:

Gli idiomi demenziali
I traduttori automatici, come Google Translate, spesso sono in conflitto con frasi idiomatiche. In generale, gli idiomi sono espressioni che non possono essere completamente comprese dai significati dei loro singoli componenti.

Frasi come “a heavy smoker” (un fumatore incallito) richiedono, non solo la conoscenza delle singole parole, ma una comprensione ed una valutazione di come la lingua viene effettivamente usata nel linguaggio di tutti i giorni. La frase si riferisce a qualcuno che fuma molto e non ad un individuo sovrappeso dipendente da nicotina. Durante un recente corso di tedesco a Friburgo, uno studente ha incontrato un problema simile traducendo la frase idiomatica tedesca “ein blaues auge” riferita a un individuo con “gli occhi azzurri” e non a qualcuno con un “occhio nero” a causa di un colpo.

Mentre alcune espressioni idiomatiche passano molto bene da una lingua ad un’altra, altre semplicemente non lo fanno. “Mi dà sui nervi” e “Er geht mir auf die Nerven” sono pressoché identiche. Ma molto più spesso il tedesco e le versioni inglesi non sono per niente simili: “He had the nerve to say that” (Ha avuto il coraggio di dire che) e “Er hatte die Stirn, das zu sagen” (che letteralmente si traduce con “aveva la fronte…”) può causare problemi, ma un traduttore astuto potrebbe sostituire un’altra parte del corpo con una equivalente inglese: “He had the cheek to say that” (Ha avuto la faccia tosta di dire che).

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da  Tereza Kaplanova e pubblicato sul blog Omniglot

Traduzione a cura di:
Giovanna Greco
Traduttrice freelance (EN>IT – IT>EN)
Lecce

Un ostacolo del traduttore audiovisivo (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Ma andiamo all’episodio 02X04. Jen organizza una cena a casa sua e invita tre amici, tre amiche e in più l’uomo per il quale ha una cotta, Peter. Ad un tratto Roy chiede a Peter il suo indirizzo email e lui risponde:

“It’s filepeter@hotmail.com” .

Il dialogo va avanti così:

Roy: Filepeter? And why Filepeter?
Peter: Well, File is my second name.
Roy: Right, I see. Peter File.
Moss: Who’s a paedophile?
Roy: No, no, his name is Peter File.

Questa scena fa ridere proprio perché il nome “Peter File” ha lo stesso suono della parola “paedophile”. La difficoltà qui è evidente, poiché l’unica soluzione sarebbe cambiare il nome del personaggio, in modo che, pronunciato insieme al suo cognome, crei una parola di senso compiuto, e che in più sia un insulto.

Il fatto curioso è che la battuta è divertente poiché pronunciata in un inglese britannico; se fosse stata in inglese americano, non avrebbe avuto alcun senso. Infatti, in seguito vediamo Moss che si rivolge a Peter in questo modo:

They say “PED-o-phile” in America. Maybe you should move to America!”.

Come ultima cosa, analizziamo un problema molto simile: gli equivoci.

È questo il caso dell’episodio 04X03 in cui Douglas, il capo di Jen, Moss e Roy, conosce una ragazza di nome April. Al primo appuntamento la donna, in lacrime, gli fa una confessione:

I used to be a man, Douglas”.

Dopo di che, con totale indifferenza. Douglas risponde:

I don’t care”.

Felici e contenti, i due passano tanto tempo insieme e si amano follemente.
Ma verso la fine dell’episodio, ci troviamo di fronte a un fatto curioso.
I due sono a letto insieme e ad un tratto Douglas dice:

Oh, poppet, to think when we met, you were so worried that you came from Iran”.

E April risponde:

No, not Iran! I said I used to be a man!”

E la reazione di Douglas non sarà tra le migliori.
In questo caso ci troviamo di fronte a un equivoco, i due personaggi si sono fraintesi, in seguito alla pronuncia della parola “man”, “uomo”.
Come rendere tutto ciò in italiano?
Come trovare una parola che faccia rima con “uomo” e dare alla battuta italiana la stessa comicità di quella originale?
Questa è una delle tante difficoltà presenti nel lavoro di un traduttore, in questo caso di un traduttore audiovisivo.  Si tratta di un lavoro che richiede tanto tempo e creatività.

Autrice dell’articolo:
Federica Privitera
Traduttrice
Messina

Un ostacolo del traduttore audiovisivo (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Sempre nello stesso episodio, Jen racconta ai suoi due colleghi, Moss e Roy, che l’appuntamento con Bill è stato un vero flop e in più lui non ha voluto condividere alcun piatto con lei. Il fatto l’ha lasciata un po’ perplessa dal momento che si trovavano in un ristorante di “tapas”. Il problema, in questo caso, non sta in un gioco di parole, ma proprio nella pronuncia della parola spagnola “tapas”.

Il caso è il seguente:

Jen: In a tapas restaurant, he doesn’t like sharing.
Moss: What the heck is tapas?
Jen: You know, tapas, tiny food from Spain.
Moss: Oh, yes. “Teipas”!
Jen: Yeah, that’s no how you say it.
Moss: Yes,it is.
Jen: You’re a teipas.

Qui il problema sta nel pronunciare diversamente una parola di un’altra lingua. In Italiano, il problema si risolverebbe, trasformando la parola “teipas” in un’altra che nella nostra lingua ha un senso.

Nell’episodio 01X06, il problema non è un gioco di parole, ma un modo di dire inglese. In questo caso, Jen spiega ai suoi colleghi che si sente molto nervosa poiché si trova in quel periodo del mese comune a tutte le donne. Vuole comunicarglielo, ma senza essere molto diretta, quindi utilizza dei modi di dire.

“I’ve got Aunt Irma visiting”.
“I’m closed for maintenance”.
“I’ve fallen to the Communists!”

Sicuramente in lingua originale sono molto divertenti, ma come diventerebbero in italiano?

Zia Irma viene a trovarmi”.
“Sono chiusa per manutenzione”.
“Sono precipitata sui comunisti”.

Sono dei modi di dire originali, e probabilmente possono essere apprezzati in diverse lingue; ma il fatto è che solo il pubblico inglese può capirli al volo e ridere di gusto. Un telespettatore italiano li sentirà invece per la prima volta.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Federica Privitera
Traduttrice
Messina

Un ostacolo del traduttore audiovisivo

 Categoria: Problematiche della traduzione

I giochi di parole delle sit-com inglesi

THE IT CROWD
The IT crowd è una sitcom britannica scritta da Graham Linehan e andata in onda per la prima volta nel 2006. In essa non mancano di certo le battute divertenti e le gag. Insomma, vi è una comicità che funziona e che “fa ridere” il pubblico inglese.  Che dire invece del pubblico italiano? I dialoghi della serie sono stati tradotti e poi adattati in lingua italiana, ma il risultato non è stato dei migliori. Con questo non s’intende che i traduttori della serie non hanno fatto un buon lavoro. Assolutamente.

La verità è che nella serie spiccano delle battute caratterizzate dai cosiddetti “giochi di parole”. Come fa un traduttore a convertire in un’altra lingua dei giochi di parole e creare lo stesso effetto comico? Questo è uno dei problemi principali che un traduttore di dialoghi deve affrontare nella sua quotidianità.

Ma analizziamo questo problema da vicino, con dei piccoli esempi.
Nell’episodio 01X05, il personaggio Jen Barber ha un appuntamento con un uomo, di nome Bill. Sono seduti a un tavolo in un ristorante di lusso e notano che uno dei camerieri somiglia a Mick Hucknall, cantante e frontman dei SimplyRed.

Trascorre un po’ di tempo e ancora nessuno prende l’ordinazione del loro tavolo; allora Bill, arrabbiato, si rivolge al cameriere in questo modo:

“…if we could get some service round here! Yeah, you, Hucknall.
When you, when you Simply Ready?”

Non è di certo facile rendere in italiano, o in qualunque altra lingua, una battuta del genere. Il problema sta nel tradurre l’avverbio “simply” ,“semplicemente” e l’aggettivo “ready”, “pronto”, utilizzato in questo caso poiché ha lo stesso suono di “red”.

La frase finale sarebbe:
Quando, quando sei semplicemente pronto?”

Oltre a non aver alcun senso in italiano, non fa ridere.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Federica Privitera
Traduttre
Messina

Il mistero di un libro intraducibile

 Categoria: Problematiche della traduzione

Nella Beinecke Rare Book & Manuscript Library dell’Università di Yale, negli Stati Uniti, è conservato un libro che nessuno ha mai avuto la possibilità di leggere, scritto in una lingua inesistente o sconosciuta, che presenta illustrazioni di piante e creature mai viste da occhio umano. L’esemplare è formato da 240 pagine illustrate, è piuttosto piccolo ed è protetto da una sottile copertina di vitellino (cioè pelle di mucca o di vitello utilizzata per dipingere o scrivere) color avorio antico. Nelle sue pagine si possono ammirare piante esotiche, simboli astrologici, creature che ricordano delle meduse e perfino un essere che somiglia in qualche modo a un’aragosta. Una di queste immagini riporta un gruppo di donne con la pelle d’alabastro, nude, che si divertono con uno scivolo d’acqua. Il testo è scritto con un inchiostro marrone, in una lingua che somiglia all’elfico, l’idioma inventato dallo scrittore inglese J. R. R. Tolkien e presente nelle sue storie fantastiche.

Le teorie su quale sia l’origine di questo libro sono numerose e tutte diverse le une dalle altre. Si tratta di un sistema di comunicazione segreto per scovare un tesoro nascosto? O forse del manuale di un avvelenatore? O, ancora, della ricetta crittografata per l’eterna giovinezza? Si è perfino ipotizzato che si tratti del diario illustrato di un extraterrestre adolescente, abbandonato sulla Terra prima di ripartire.

Questo libro misterioso è conosciuto con il nome di Manoscritto di Voynich, in onore di Wilfrid Voynich, venditore di libri di seconda mano, che disse di averlo trovato in Italia nel 1912. Quel che si sa con certezza a proposito di Voynlich è che nacque nel 1865, era polacco di origini, e viveva in Lituania, territorio che, a quei tempi, apparteneva all’Impero Russo. Fu incarcerato e deportato in Siberia per aver commesso atti rivoluzionari; in seguito, Voynlich riuscì a fuggire in Inghilterra attraverso la Manciuria. Una volta a Londra, aprì un negozio di libri di seconda mano, che diventò un centro d’incontro di esiliati politici. Voynlich disse di essersi imbattuto nel manoscritto in un seminario gesuita, a Villa Madragone, vicino Roma.

Nel manoscritto si trovava una lettera scritta nel 1665 da Johannes Marcus Marci, un fisico del Sacro Romano Impero. L’autore di questo scritto rivelava che il testo era appartenuto a Rodolfo II, imperatore del Sacro Romano Impero Germanico e che, probabilmente, era opera dell’alchimista isabellino Roger Bacon. Altri due autori che probabilmente sono collegabili al libro sono John Dee, straordinario mago e astrologo della regina Isabella, ed Edward Kelley, uno dei suoi seguaci.

Secondo un’altra teoria, probabilmente non era stato Voynlich a scoprire il manoscritto: si tratterebbe, infatti, di un falso, frutto proprio del libraio che avrebbe utilizzato la sua preparazione di chimico risalente all’Università di Mosca, all’epoca del suo passaggio in Russia, e utilizzando una grande quantità di pergamena avrebbe creato questo curioso esemplare.

Da che si ha conoscenza del libro, molti studiosi si sono interessati a decifrarne il contenuto. L’americano William Friedman, uno dei più grandi crittografi del XX secolo, trascorse 30 anni cercando di decodificare il testo. Inoltre, si ritiene che le piante raffigurate nel tomo siano di origine mesoamericana, mentre altri affermano di aver tradotto alcune parole grazie all’applicazione della linguistica. Tuttavia, nonostante le numerose ricerche e gli sforzi profusi, il manoscritto continua a essere, almeno per il momento, del tutto intraducibile.

Fonte: Articolo pubblicato il 12 maggio 2014 sul Blog di Trusted Translations

Traduzione a cura di:
Ilaria Lopez
Traduttrice en/spa>ita
Aree di lavoro: romanzi, racconti, fumetti, videogames, IT, marketing, economia, biologia, chimica
Milano (Italia)

La fallacia dei madrelingua (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Nell’articolo di ieri abbiamo parlato di un caso evidente di fallacia dei madrelingua. Qui di seguito ne citiamo un altro altrettanto lampante (ndr).

Caso 2
Mi accorsi di alcuni errori gravi, come errori di punteggiatura, calchi dall’inglese e altro, in una traduzione di un’organizzazione per la quale lavoro. Chiesi di non pubblicare quella traduzione prima di farla revisionare e correggere. Mi dissero che lo avrebbero tenuto presente, ma il giorno dopo la traduzione venne pubblicata senza alcuna modifica. Poiché mi infastidiva vedere quegli errori, e credo danneggino l’organizzazione, segnalai nuovamente gli errori che avevo trovato, spiegando il perché dell’errore, e chiesi di correggerli. Spiegai loro che non è sufficiente essere bilingue per essere traduttore e lo dimostrai con gli errori presenti nel testo. Sapete cosa risposero? Questo: “Quello che dici è interessante, però la traduttrice è madrelingua di inglese e spagnolo, sicuramente sa tradurre bene”.

Ah, avevo dimenticato di nuovo che se qualcuno è madrelingua di professione non gli si può contestare nulla.

È questa la fallacia dei madrelingua. Essere madrelingua non è una professione! Siamo tutti parlanti nativi di qualche lingua, non è una cosa che si studia né per la quale è prevista una specializzazione.

Presa dall’impotenza che provavo quasi stavo per rispondergli qualcosa come “Anche Belén Rodriguez (ndr) è madrelingua spagnola e non le chiederesti di revisionare un testo”. Invece mi rassegnai e risposi “va bene, grazie”.

Questo mi riporta alla domanda iniziale: perché? Perché alla gente costa tanto credere che noi traduttori possiamo apportare qualcosa in più? Perché la nostra formazione non è valida come quella di qualsiasi altro professionista? Perché anche quando si dimostra che quel “madrelingua” ha commesso un errore, si dà priorità al suo criterio e non al nostro?

Non lo capisco e non trovo nessuna risposta a questa domanda. Non è che, in preda a un attacco di ego, abbia detto “sono una traduttrice, so farlo meglio”. Quello che ho fatto è stato trovare e spiegare gli errori che dimostrano che qualcuno con formazione ed esperienza nel campo della traduzione può tradurre meglio rispetto a chi non ha questi requisiti. È davvero un’idea così strampalata?

Occhio, non fraintendetemi. Sono sicura che molti bilingue madrelingua sono anche traduttori, eccellenti traduttori. Non dico che chi è bilingue madrelingua traduca peggio di coloro che non lo sono. Il fatto è che ci sono bilingue che si sono formati come traduttori o che sono arrivati alla traduzione da un’altra strada e vantano anni di esperienza. In ogni caso, i traduttori non sono solo “madrelingua”.

Sarebbe molto difficile per altre professioni. Assumereste un cuoco solo perché è nato in Italia? Se voleste un quadro della Torre Eiffel, chiamereste un pittore o il primo parigino che passa per strada? Con la traduzione succede la stessa cosa: bisogna assumere un professionista. Non dimentichiamo che noi traduttori siamo anche madrelingua, o monolingue o bilingue, l’importante è essere professionali. Per questo dobbiamo farci valere e far sì che la gente capisca che essere madrelingua non è di per sé una professione, mentre essere traduttore sì, e che inoltre siamo sempre e comunque madrelingua.

Non saprei dire come farlo, ma credo che sia nostro dovere lottare per il riconoscimento del nostro lavoro. Per il momento, ho pensato di creare questa immagine per rivendicare un poco quello che siamo. Se volete, potete condividerla su Twitter o Facebook, e magari riusciremo a farci apprezzare di più. Vi invito anche a condividere le vostre esperienze nella sezione dei commenti, sperando che ce ne siano di positive.

Fonte: Articolo pubblicato il 22 settembre 2015 sul Blog “Bailando entre traducciones

Traduzione a cura di:
Ambra Sottile
Master Translation Studies
Traduttrice EN-FR-ES-CAT>IT
Catania

La fallacia dei madrelingua

 Categoria: Problematiche della traduzione

Oggi vi parlerò di un male con il quale noi traduttori dobbiamo misurarci: la fallacia dei madrelingua. Di che si tratta? Lasciate che lo contestualizzi e capirete rapidamente.

Sono arrabbiata. Sì, sono arrabbiata per il poco rispetto che si ha verso la nostra professione. So che questo argomento è stato discusso molte volte, che non raggiungeremo nessuna nuova conclusione e che l’unica cosa che possiamo fare è difendere il nostro lavoro. D’accordo, però io mi pongo una domanda: perché?

Tornerò dopo su questa domanda, adesso voglio illustrarvi le situazioni che mi hanno portata a scrivere questo articolo.

Caso 1
Tempo fa avevo trovato un’impresa che sembrava ambire a una clientela internazionale, ma i cui testi erano un disastro. Pensai che avessero un buon progetto e che magari, essendo un’impresa piccola e giovane, non sapessero come offrire determinati servizi.

Per alcuni giorni indagai un poco, prendendo appunti e cercando informazioni, e alla fine mi misi in contatto con l’impresa. Spiegai loro perché li contattavo, quello che avremmo potuto fare e i vantaggi che ne avrebbero tratto. Non mi ascoltarono, era come parlare al muro. Neanche un “in questo momento non possiamo permettercelo” o un “grazie, ci penseremo”. Nulla.

Negli ultimi mesi li ho visti pubblicare, tramite i loro profili sulle reti sociali, testi pieni di errori, uno dopo l’altro. Mi venne in mente che una buona maniera per convincerli del bisogno di assumere un professionista era inviando loro una delle traduzioni pubblicate, segnalando tutti gli errori e fornendo una spiegazione per ognuno di essi.

Mi misi di nuovo in contatto con l’impresa e spiegai loro, ancora una volta, che pubblicare un testo con tanti errori crea una pessima impressione, che poi non è facile cambiare. Inviai loro il testo con tutti gli errori segnati e la loro risposta fu la seguente: “Non abbiamo bisogno di traduttori”. Forse non vorrete dei traduttori, ma è abbastanza chiaro che ve ne serve uno. Considerate che non si trattava di errori insignificanti, che a malapena si notano. C’erano tantissimi errori di concordanza, con le preposizioni, articoli mancanti e tutto quello che potete immaginare, oltre che chiari errori di traduzione. Al “non abbiamo bisogno di traduttori” seguiva un “inoltre, a tradurre i testi è un madrelingua”. Ah, certo, scusate! Avevo dimenticato che essere madrelingua è una professione!

Nell’articolo di domani parleremo di un altro caso di fallacia dei madrelingua (ndr).

Fonte: Articolo pubblicato il 22 settembre 2015 sul Blog “Bailando entre traducciones

Traduzione a cura di:
Ambra Sottile
Master Translation Studies
Traduttrice EN-FR-ES-CAT>IT
Catania

Traduzione è tradimento?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Tradurre è tradire. Verità o falsa credenza?

Tradurre da un sistema linguistico a un altro significa trasportare da una cultura a un’altra una serie di valori, pensieri ed ideologie strettamente connesse al tessuto linguistico di chi scrive. Dal momento che il traduttore, più che un semplice “traghettatore” di significati letterali è prima di tutto un mediatore culturale, il suo compito è più complesso di quanto sembri. Si è parlato a lungo della presunta fedeltà o meno al testo, ma è ormai chiaro che il termine fedeltà, da solo, non riesca a esprimere la notevole varietà di implicazioni sottese a una traduzione.

Il vero tradimento non consiste nella traduzione in sé, quanto nel rischio di fraintendere le intenzioni e il background culturale dell’autore della lingua di partenza. La teoria della traduzione è ricca di dibattiti sull’argomento, ma non tutti sono pienamente convinti dell’importanza, da parte del traduttore, di un’ interdisciplinarietà. Il traduttore dovrebbe essere non un semplice conoscitore di lingue e idiomi, non soltanto un teorico della traduzione, ma anche (e soprattutto) un abile conciliatore. Un conciliatore fra chi? Fra che cosa?

In primo luogo, un conciliatore fra due lingue. Il rischio di scivolare nelle numerose trappole offerte dal testo, specialmente i calchi, è notevole. Il testo di partenza, con tutta la sua ricchezza e complessità, si mostra al traduttore con le strutture linguistiche e narrative proprie del suo sistema linguistico. Una traduzione che presenti troppi calchi manifesta immediatamente il suo carattere artificioso e forzato, privo di naturalezza e musicalità. Il calco, oltre che un fastidioso ostacolo ai fini della comprensione del testo, è indice della scarsa propensione del traduttore alla mediazione.

In secondo luogo, è necessaria una conciliazione fra la cultura di partenza e quella di arrivo. Ammettiamo, per esempio, che il testo di partenza sia un romanzo incentrato sulla vita di una famiglia americana negli anni ’90 e che il traduttore italiano si appresti a  tradurlo nel 2015. Non risulterebbe forse un po’ strano trovare marchi commerciali italiani, magari nati dopo il 2000? È molto probabile che una traduzione del genere inneschi nel lettore un meccanismo di rifiuto, una percezione dell’artificiosità pari a quella suscitata dal calco. Oltretutto, vi sono fraintendimenti culturali che scivolano in un odioso atteggiamento di superiorità da parte del traduttore, convinto che l’autore del testo di partenza appartenga a una società inferiore a quella di chi traduce.

Infine, il traduttore deve saper conciliare il proprio lavoro con la creatività e il messaggio dell’autore del testo di partenza. Si tratta di un dialogo fra due autori a tutti gli effetti: il primo, che parla e si esprime nella propria lingua, il secondo con il compito di ri-scrivere nella lingua di arrivo.

Alla luce di queste riflessioni, ecco le conclusioni che potremmo trarre. Il traduttore dovrebbe sempre ricordare che la traduzione da un sistema linguistico all’altro, lungi dall’essere un mero esercizio stilistico o uno sfoggio di conoscenze grammaticali, dovrebbe prima di tutto essere un atto di mediazione culturale fra realtà diverse, una mediazione che tenga conto dei numerosi elementi sottesi a un testo.

Autrice dell’articolo:
Francesca Perozziello
Dottore in Storia e forme delle arti visive, dello spettacolo e dei nuovi media
Dottore in Scienze umanistiche per la comunicazione
Traduttrice freelance EN > ITA
Marina di Pietrasanta (LU)

Il collo della chitarra

 Categoria: Problematiche della traduzione

Sin dall’adolescenza sono un appassionato musicista dilettante (chitarrista, tastierista & computer musician) e nel mio percorso ho incontrato e utilizzato molti dispositivi che generano, alterano e riproducono suoni, la grande famiglia delle apparecchiature audio e degli strumenti musicali elettronici legati alla produzione di quei toni organizzati che chiamiamo “musica”.

Se abbiamo in mente un timbro e vogliamo far sì che la macchina (in questo caso un sintetizzatore) lo riproduca proprio come l’abbiamo concepito, dobbiamo avere una conoscenza chiara e approfondita di tutti i parametri che sono a nostra disposizione per arrivare a concretizzare la nostra idea. Per studiare il nostro strumento ci serviamo quindi del manuale (a volte di centinaia di pagine) che ci spiega (o dovrebbe) ogni aspetto dell’apparecchio.

I guai iniziano quando questo manuale è stato scritto in Inglese da un Giapponese (ottimo tecnico, ma non ferratissimo nella lingua di Shakespeare) e tradotto in Italiano da un Cinese con una conoscenza scolastica del nostro idioma. Si arriva così al “collo” della chitarra. Come tutti sappiamo, questo strumento si compone principalmente di due parti: la sinuosa cassa armonica o corpo che teniamo sulle gambe, e il “prolungamento” su cui corrono le corde, detto manico, in Inglese “neck”, che ho visto tradotto brillantemente col termine “collo” dal nostro esperto di turno, non proprio madre-lingua, nel manuale di un noto costruttore.

Ventun anni fa ho deciso di unire le mie conoscenze linguistiche e tecniche, ponendole al servizio degli utenti e degli importatori di strumenti musicali (e di dispositivi audio) per cercare di creare un “ponte” e non una barriera tra l’idea creativa di chi vuole (o deve) utilizzare un’apparecchiatura, spesso complessa, e la realizzazione di quell’idea.

Trans ducere: portare al di là, traghettare il significato da una lingua ad un’altra. Per svolgere al meglio questo compito, facendo felice chi leggerà il nostro lavoro e onorando l’impegno preso con il nostro committente, occorre una profonda conoscenza della materia che trattiamo. Dobbiamo anche saperci immedesimare nel nostro utente: se per esempio stiamo traducendo la guida di un prodotto professionale, si può dare per scontata la comprensione di certi termini, da spiegare invece se ci troviamo di fronte ad un prodotto destinato ad un target meno smaliziato. In ambito tecnico, è naturalmente fondamentale conoscere e utilizzare la terminologia già consolidata che caratterizza il brand del nostro committente, senza creare confusioni.

Come in un’ottima ricetta ogni ingrediente è sapientemente dosato per dare il suo contributo al gusto finale del nostro piatto, una traduzione tecnica riuscita è il risultato del giusto mix tra competenza e coerenza terminologica, semplicità e chiarezza di esposizione.

È altresì importante saper comunicare ai nostri committenti il vero valore di una manualistica tradotta con competenza da un professionista che sa di cosa sta parlando, e proprio per questo riesce a mettersi nei panni di chi si rivolge con fiducia al manuale per trovare le risposte che cerca. Non dunque un semplice costo aggiuntivo, da affrontare per rispettare le norme di legge, ma un segno tangibile della cura e della volontà di seguire al meglio, anche dopo la vendita, chi ha investito in un nostro prodotto.

Spero, con queste mie piccole osservazioni sul mondo della traduzione, frutto della mia esperienza nella nostra affascinante professione, di aver portato il mio modestissimo contributo a questo blog che illumina ogni aspetto del nostro vasto e sfaccettato mondo.

Autore dell’articolo:
Pierpaolo Punzo
Traduttore EN – ITA
Macello (TO)

Traduzione e manipolazione (7)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Sesta parte di questo articolo

Conclusioni

«Nel villaggio c’era tra i profughi anche un’operaia berlinese con le sue figliolette. Non so come fu che cominciammo a parlare con lei ancor prima dell’arrivo degli americani; già per diversi giorni nel passarle accanto mi aveva fatto piacere ascoltare, in terra bavarese, quel suo berlinese puro. La donna era molto cordiale e intuì subito l’affinità delle nostre opinioni politiche. Ben presto ci confidò che suo marito era stato a lungo in carcere perché comunista e attualmente si trovava in un battaglione di disciplina, chissà dove, se pure era ancora vivo. E anche lei, affermò con orgoglio, era stata in prigione, anzi ci sarebbe stata ancora se le prigioni non fossero state sovraffollate e non avessero avuto bisogno di lei come operaia.
“Per quale motivo è stata in carcere?”, chiesi.
“Beh, per delle parole…” (aveva offeso il Führer, i simboli e le istituzioni del Terzo Reich)»(18).

Le parole costituiscono il più potente mezzo di espressione e comunicazione. Per “delle parole” si rischia di finire in prigione, come la donna della citazione, o di perdere le elezioni. Le parole sono la porta della mente e danno accesso al sistema di idee e concetti usati nel pensiero. Ma il linguaggio non esprime soltanto identità, può cambiare l’identità. Un articolo di giornale, un film e una discussione amichevole possono entrare nel nostro cervello e fornire modelli di comportamento che seguiamo e definiscono chi siamo. È in questo senso che le parole si materializzano improvvisamente in una moltitudine incontrollata di identità, passando da uno stato puramente astratto a uno pericolosamente fisico. Il modo in cui pensiamo modella il linguaggio, e a sua volta il linguaggio modella il modo in cui pensiamo, in un gioco infinito fatto di input e output.
È per questi motivi che occorre vigilare costantemente sulla produzione del linguaggio privilegiata dai gruppi di potere che hanno accesso ai moderni mezzi di comunicazione di massa. Non solo, occorre interrogarsi anche sulle traduzioni dei vari messaggi propagandistici, considerata la forza della traduzione quale mezzo di connessione e contaminazione tra le varie culture.
Concludo affermando che manipolare significa ignorare pratiche propagandistiche latenti, tradurle e instillarle in culture “altre”, favorendone così la diffusione immediata e incontrastata. Tradurre significa anche, e soprattutto, individuare e segnalare pratiche manipolative non immediatamente riconoscibili nella cultura di arrivo. Tradurre non equivale soltanto a trasferire passivamente idee politiche da una cultura a un’altra. Farlo costituisce un atto politico allo stesso modo di rifiutare una pratica del genere.

(18) Klemperer, LTI, La lingua del Terzo Reich, cit., p. 340.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona

Traduzione e manipolazione (6)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Quinta parte di questo articolo

La comunità israeliana si riferisce alla Cisgiordania utilizzando i termini “Giudea e Samaria”, ossia i nomi biblici con cui si indica la parte centrale e meridionale della Palestina, ora occupata da Israele. All’interno della “narrazione” di stampo sionista, queste due aree sono considerate la naturale patria degli ebrei. Al contrario, dopo l’occupazione israeliana di questi territori nel 1967, coloro i quali non considerano l’occupazione israeliana legittima, utilizzano l’espressione West Bank, in riferimento alla riva occidentale del fiume Giordano.
Quindi, l’uso di un’espressione a scapito dell’altra segnala immediatamente la scelta “narrativa” adottata dall’interlocutore. Da un’ottica traduttiva, invece, l’uso inconsapevole di “Giudea e Samaria” immette il traduttore in una narrazione di stampo sionista. In altri termini, anche se inconsapevolmente, il traduttore adotta una pratica manipolativa che ha conseguenze politiche enormi.
Baker, a questo proposito, riporta l’atteggiamento degli editori e dei traduttori della BBC. Quando la BBC cita le parole di un politico israeliano o riproduce l’estratto di qualche giornale israeliano, lascia intatta l’espressione originale adoperata nel testo di partenza ma la accompagna con West Bank tra parentesi quadre. Questa strategia è impiegata sono nel primo caso in cui compare l’espressione “Giudea e Samaria”, che dalla seconda volta in poi occorre senza aggiunte. Riporto l’esempio citato da Baker:

«The presentation of plans for construction in Judea and Samaria [West Bank] constitute another manoeuvre by Prime Minister Ariel Sharon. What a strange coincidence, exactly on the eve of the Likud conference, that the prime minister suddenly emerges as “the biggest builder of Judea and Samaria”. Time after time the prime minister initiates futile manoeuvres and he thinks that there are still those who believe him. Mr Prime Minister, there is no longer anyone who believes you»(15).

Come afferma Baker, sembra che «gli editori e i traduttori abbiano trovato il modo per segnalare la propria dissociazione dalla narrazione sionista, rimanendo all’interno della loro prestabilita sfera narrativa di giornalisti e traduttori»(16). In primo luogo, le parentesi quadre avvisano il lettore che si tratta di un’aggiunta del traduttore, che segnala la sua intenzione a voler adempiere unicamente alla propria funzione professionale. In secondo luogo, il traduttore non omette mai l’uso di “Giudea e Samaria”, rispettando così il testo originale. Secondo la studiosa, questa scelta narrativa dimostra la responsabilità e la coscienza dell’emittente nei confronti di scelte che non hanno una valenza solo dal punto di vista semantico ma anche politico.
Ovviamente, scelte del genere hanno a che fare con l’etica della traduzione. Traduttori e interpreti possono agire passivamente senza alterare la funzione del testo originale, segnalare la propria contrarietà con il messaggio del testo di partenza, o addirittura optare per una manipolazione evidente. A questo proposito, negli ultimi anni si sono sviluppate organizzazioni di traduttori formate in prevalenza da attivisti, che tendono a proporre espressioni alternative riguardo a frame e narrazioni non condivise. Su tutte cito Translators for peace e Babels, che adottano strategie di counter-naming in risposta al costante uso di eufemismi all’interno del mondo politico. Per esempio, l’FBI (Federal Bureau of Investigation) viene chiamata Federal Bureau of Intimidation, oppure l’IDF, che sta per Israeli Defence Forces diventa IOF, ossia Israeli Offence Forces.
In questo genere di situazioni, non è possibile prevedere modelli di applicazione standard, né sviluppare metodi etici da suggerire ai traduttori e agli interpreti. Però, come afferma Baker:

«The main thing to stress here is that neutrality is an illusion, and thus uncritical fidelity to the source text or utterance also has consequences that an informed translator or interpreter may not wish to be party to»(17).

Settima parte di questo articolo >

(15) Ivi, p. 126. La citazione è tratta da Press anger over West Bank homes plans, BBC News, del 18 Agosto 2004.
(16) Ibidem.
(17) Ivi, p. 128.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona

Traduzione e manipolazione (5)

 Categoria: Problematiche della traduzione

In coerenza con l’analisi proposta da Baker e riassunta nell’articolo di ieri (ndr), credo che il fattore importante della narrazione non sia la sua strutturazione testuale, bensì il modo in cui essa opera come strumento mentale nella costruzione della realtà. Nell’ambito della formazione e della manipolazione dell’identità del ricevente mediante le narrazioni, Baker ribadisce ancora una volta quanto sia importante il ruolo della traduzione, soprattutto in considerazione del fatto che la maggior parte dei conflitti odierni non coinvolge solo specifiche comunità monolingui, ma si estende rapidamente al contesto internazionale. Dobbiamo ricordare, afferma la studiosa, che «ogni conflitto bellico inizia e termina con la costruzione e la decostruzione del nemico, di un altro chi così straniero e distante da diventare un esso»(14). Secondo Baker la costruzione di questo esso passa proprio attraverso la narrazione.

Una delle tecniche privilegiate nella narrazione consiste, secondo Baker, nell’“etichettatura” (in originale labelling). Con il termine “etichettatura”, Baker si riferisce a qualsiasi processo discorsivo che prevede l’uso di unità lessicali, parole o frasi che identificano una persona, un luogo, un gruppo, un evento o altri elementi chiave in una narrazione. Come esempio, Baker riporta l’eufemismo “razionalizzazione” in voga nei media, tra i politici e in ambito aziendale per riferirsi alla pratica mediante la quale si licenzia una buona fetta aziendale pubblica o privata.

Inoltre, Baker introduce il concetto di rival systems of naming, ossia il modo con cui comunità conflittuali si riferiscono al medesimo oggetto e/o soggetto, utilizzando lessici differenti al fine di proclamare la propria legittimità socio-politica e negare quella altrui. Baker riporta l’esempio della Cisgiordania nell’ambito della guerra in Medio Oriente. Nell’articolo di lunedì ne parlerò in modo più approfondito (ndr).

(14) M.Baker, Translation and Conflict, Rotledge, London and New York 2006, p. 14.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona

Traduzione e manipolazione (4)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Terza parte di questo articolo

Da un punto di vista esclusivamente pratico, il ruolo che riveste la traduzione in relazione a rapporti conflittuali è estremamente ampio e importante. A titolo esemplificativo, Mona Baker prende in esame i conflitti di natura bellica.

In primo luogo, come ci ricorda Baker citando le parole di Paul Chilton, «una dichiarazione di guerra è innanzitutto un atto linguistico»(10). La dichiarazione, infatti, prevede la sua immediata traduzione in altre lingue, affinché anche i membri di altre nazioni e culture possano comprenderne il significato.

In secondo luogo, una volta che la guerra è stata dichiarata, le operazioni militari possono iniziare solo mediante comunicazioni verbali. Dato che la maggior parte dei conflitti in atto implica la partecipazione di eserciti provenienti da paesi differenti, «il reale processo di mobilitazione militare ha inizio solo in seguito a costanti operazioni di traduzione e interpretariato»(11), che includono processi comunicativi tra gli eserciti, e tra eserciti e popolazioni civili coinvolte nel conflitto.

Inoltre, prima dell’inizio delle ostilità, «non si tratta di mobilitare soltanto gli eserciti ma anche convincere la popolazione domestica affinché questa supporti la guerra»(12). In questo senso, i governi devono trovare il modo migliore per giustificare un attacco e l’eventuale uccisione di vittime civili oltre che la perdita di soldati.
Per concludere, aggiunge Baker, una volta che la guerra si avvia verso la fine, occorre organizzare conferenze, incontri e trattative segrete che includono la mediazione di interpreti e traduttori.

L’analisi di Baker dei processi traduttivi implicati nei conflitti bellici parte da questi presupposti ma soprattutto dalla nozione di narrative, che traduco qui con “narrazione”. La definizione che Baker dà di narrazione è la seguente:

«The definition of narrative I intend to draw on in this book is very much in line with that adopted by Fisher, Landau, Bruner, and Somers and Gibson. Narratives in this view are public and personal ‘stories’ that we subscribe to and that guide our behaviour. They are the stories we tell ourselves, not just those we explicitly tell other people, about the world(s) in which we live. The terms “narrative” and “story” are interchangeable in this context»(13).

Quinta parte di questo articolo >

(10) M.Baker, Translation and Conflict, Rotledge, London and New York 2006, p. 2.
(11) Ibidem.
(12) Ibidem.
(13) Ivi, p. 19.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona

Traduzione e manipolazione (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il processo descritto nell’articolo pubblicato ieri (ndr), può generare fenomeni diversi, come per esempio la formazione di stereotipi in grado a loro volta di alimentare etnocentrismo, razzismo o patriottismo. Un caso significativo citato da Venuti riguarda la traduzione inglese della narrativa giapponese contemporanea. Il Giappone veniva rappresentato, fino agli anni ottanta, come una terra esotica e sostanzialmente opposta a quella occidentale. La particolarità, inoltre, risiede nel fatto che questi stereotipi hanno condizionato le aspettative dei lettori statunitensi per oltre quarant’anni, e che il canone si è poi diffuso indiscriminatamente in tutto il mondo occidentale, che traduceva direttamente dall’inglese. Questo dimostra come la traduzione manipoli e sia in grado di influenzare la rappresentazione di una cultura straniera.

Infine, va affrontato il discorso sulla manipolazione inserendolo all’interno delle moderne dinamiche della globalizzazione. La storia del colonialismo è caratterizzata da un ricorso costante alla traduzione. I missionari cristiani, con l’aiuto degli educatori e degli antropologi, scrissero dizionari, grammatiche e sillabari delle lingue locali, per poi tradurre i testi religiosi e giuridici in quelle lingue. Come afferma Venuti, «la traduzione rese possibile la conversione e, al tempo stesso, la colonizzazione»(9). Alla luce di tutto questo, occorre stabilire le basi culturali affinché lo strapotere economico e politico dell’occidente non si trasformi direttamente in strapotere culturale nei paesi “in via di sviluppo”, come vengono definiti dai governi occidentali.

Questo discorso vale sia per quanto riguarda la letteratura in senso stretto, che per i processi traduttivi relativi al mondo dell’informazione. È sempre più facile, infatti, manipolare le ideologie locali in favore dell’ideologia dominante, mediante la traduzione inconscia di narrazioni culturali partorite dall’egemonia politica occidentale.

Quarta parte di questo articolo >

(9) L.Venuti, Gli scandali della traduzione, Guaraldi, Rimini 2005, p.204.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona

Traduzione e manipolazione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Lawrence Venuti introduce il suo famoso libro, intitolato Gli scandali della traduzione, affermando che «la traduzione, come qualsiasi altra pratica culturale, implica la riproduzione creativa di valori»(2); e ancora, «le traduzioni fanno inevitabilmente opera di addomesticamento»(3) . I fattori che contribuiscono a tale operazione sono molteplici e di natura diversa. In primo luogo, la manipolazione ideologica operata per mezzo della traduzione è evidente soltanto se analizziamo le statistiche relative alla quantità di libri tradotti da una lingua all’altra. Su questo punto Venuti afferma:

«Dalla seconda guerra mondiale l’inglese è una delle lingue più tradotte del mondo, ma una di quelle verso cui si traduce di meno. Le traduzioni pubblicate dagli editori britannici e americani costituiscono attualmente fra il 2% e il 4% della loro produzione annuale complessiva. […] Nel 1995 gli editori italiani hanno pubblicato 40.429 volumi, di cui il 25% era costituito da traduzioni (10.145 libri); l’inglese sovrastava le altre lingue. […] Questa asimmetria fa sì che gli Stati Uniti e il Regno Unito esercitino sugli altri paesi un’egemonia che non è solo politica ed economica ma anche culturale»(4).

La manipolazione, quindi, prima ancora che a livello testuale può avvenire in senso “mediatico” e linguistico, a seconda di cosa viene tradotto e da quali lingue e culture. La manipolazione precederebbe, in questo senso, l’atto traduttivo, e risiederebbe nella produzione e nella scelta dei testi da trasferire da una cultura all’altra.

In secondo luogo, la traduzione è inevitabilmente legata al concetto di “autorialità”. Pertanto, «mentre quest’ultima è generalmente definita come originalità, come auto espressione in un testo unico, la traduzione è derivata, né auto espressione né unica, poiché imita un altro testo»(5). La traduzione, infatti, non essendo “originale” suscita sempre il timore della distorsione. L’estremizzazione di questo concetto è rappresentata da una delle maggiori mistificazioni letterarie della storia: Les Chansons de Bilitis di Pierre Louÿs (6) . Lo scrittore presentò il suo testo come una traduzione francese della poesia greca di Bilitide, una donna contemporanea a Saffo. In realtà, nessuna opera di Bilitide ci è mai pervenuta, e una Bilitide potrebbe non essere mai esistita. Come afferma Venuti, «la sua beffa deriva gran parte del suo potere trasgressivo dal fatto di simulare (e, occasionalmente, dal fatto di essere) una traduzione»(7). L’operazione conferì al testo un’aura di autenticità e, appunto, di autorialità.

L’esempio dimostra come la traduzione necessiti e rappresenti la ricerca incessante dell’autorialità del testo di partenza, in modo da suggerire essa stessa la sensazione di autenticità nella cultura di arrivo. Come afferma Venuti, «la traduzione, con la sua doppia fedeltà al testo originale e alla cultura d’arrivo, ci rammenta che nessun atto di interpretazione può essere definitivo per nessuna comunità culturale, che l’interpretazione è sempre locale e contingente»(8).

In terzo luogo, il rapporto tra traduzione e manipolazione si manifesta mediante la formazione di identità culturali. Tale processo ha inizio con la scelta stessa di un testo straniero da tradurre, operazione che implica sempre l’esclusione di altri testi, e continua mediante l’applicazione di strategie traduttive che riscrivono il testo utilizzando varietà linguistiche della cultura di arrivo, favorendo valori culturali locali ed escludendone altri.

Terza parte di questo articolo >

(2) L.Venuti, Gli scandali della traduzione, Guaraldi, Rimini 2005, p.7.
(3) Ivi, p.12.
(4) Ivi, p.111.
(5) Ivi, p. 43.
(6) P.Louÿs, Les Chansons de Bilitis, Société du mercure de France, Paris 1894.
(7) L.Venuti, op.cit., p. 47.
(8) Ivi, p. 60.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona

Traduzione e manipolazione

 Categoria: Problematiche della traduzione

«“Come americano, sollevi la tua mano verso qualcuno puntando le dita in alto”, ha dichiarato il Sergente Jeffries, responsabile due volte al giorno del rifornimento dei checkpoint di Diyala.
“Questo segnale equivale a uno “stop” per molti americani, e i soldati lo riconoscono come stop. Un pugno chiuso equivale a un “per favore state fermi”, ma una mano aperta significa “stop”. È un segnale che si fa nei checkpoint. Per un iracheno invece significa “Ciao, vieni qui”.
Per cui capite il problema che si pone immediatamente. Ti trovi a un checkpoint, e mentre i soldati pensano di dire stop, stop, stop, gli iracheni credono si tratti di un “vieni qui, vieni qui”.
A quel punto i soldati iniziano a urlare, mentre gli iracheni si avvicinano più velocemente. E i soldati urlano ancora di più. Un secondo dopo ti ritrovi a sparare su delle donne incinte”»(1) .

Questa citazione è tratta dalle testimonianze rilasciate alla rivista statunitense The Nation da alcuni veterani di guerra. Si tratta di un chiaro esempio di errata o mancata traduzione delle regole di ingaggio dal codice culturale della lingua di partenza a quello della lingua di arrivo. Questo ci fa capire in quale misura sia importante il ruolo della traduzione nel discorso sulla guerra.
La citazione è utile per introdurre l’analisi affrontata nell’articolo di domani (ndr), ossia il rapporto tra traduzione e manipolazione. Dopo aver effettuato un rapido excursus sugli studi realizzati sull’argomento da Lawrence Venuti, analizzerò il ruolo della traduzione all’interno dei conflitti bellici, partendo dai recenti studi compiuti da Mona Baker.

(1) C.Hedges e L.Al-Arian, The Other War: Iraq vets bear witness, The Nation, 9 luglio 2007. Il reportage è reperibile qui.

Articolo scritto da:
Stefano Iuliani
Traduttore e scrittore freelance
Barcellona

Perché tradurre è così difficile? (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

La difficoltà di questa professione si intravede meglio tenendo conto della circostanza che talvolta si traducono testi con contenuti riguardanti nuove acquisizioni scientifiche e tecniche per le quali la lingua di destinazione non ha una terminologia corrispondente, dunque il traduttore dovrà, da solo o in collaborazione con gli opportuni esperti, risolvere i problemi terminologici. Pertanto, la traduzione dei termini tecnici per i quali non esiste traduzione si sviluppa in più fasi. In primo luogo, è necessario capire l’espressione o la parola, e qualora fossero incomprensibili, si cercherà l’aiuto di collaboratori esperti del settore interessato. La seconda fase è caratterizzata dall’uso dei dizionari in circolazione.

Tuttavia il dizionario fornirà solo una spiegazione generale del termine, nella fase successiva si utilizzerà invece la letteratura scientifica per ricercare le precise definizioni dei concetti tecnici. Sarà necessario ricontrollare anche le annotazioni personali grazie a cui il traduttore si renderà conto se aveva già avuto modo di imbattersi nel termine interessato, dopodiché, se necessario, seguirà una discussione con un collaboratore di quello specifico settore. Solo così si giungerà alla fase di preparazione vera e propria della traduzione e, nello specifico, della traduzione tecnica. Non è, quindi, sufficiente conoscere la lingua, per fare una buona traduzione di un testo tecnico, né si può pensare che un esperto/ingegnere possa scrivere nella lingua di destinazione un testo di pari valore (egli anche se comprende la struttura, non è un linguista né possiede gli strumenti adeguati, tali da trasmettere il suo sapere).

Per questo motivo, per garantire la qualità della traduzione di testi settoriali/tecnici sarà opportuno rivolgersi e servirsi di agenzie di traduzione esperte del settore. Esse impiegano numerosi esperti, non solo traduttori, ma anche collaboratori esterni, che con la loro conoscenza di aree specifiche, con il loro lavoro e la loro esperienza assicurano le migliori traduzioni tecniche.

Fonte: Articolo scritto da Marina Skoko

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Jelena Tudic
Traduttrice ed interprete croato-italiano ed italiano-croato (madrelingua croata ed italiana)
Diploma post-lauream di specialista in professioni legali
Laurea quinquennale in giurisprudenza
Verona

Perché tradurre è così difficile? (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

In questa professione la meticolosità e la precisione sono di massima importanza perché è necessaria una comunicazione chiara e comprensibile, al fine di evitare conseguenze spiacevoli. Nei documenti legali l’errata interpretazione del testo dovuta all’impreparazione sulla terminologia settoriale, anche qualora si tratti del più piccolo errore, potrà comportare conseguenze importanti, di carattere economico, oltre che effetti sull’immagine della società.

Il traduttore deve avere familiarità con le varie leggi, con le espressioni tecniche del sistema giuridico e con le appropriate definizioni affinché il testo tradotto possa essere giuridicamente un testo valido. I traduttori tecnici sono caratterizzati dal fatto che, oltre ad avere una responsabilità morale, hanno anche una grossa responsabilità materiale in termini di qualità del lavoro. Ciò che può, allora, ritenersi la cosa più importante nella traduzione di testi tecnici è la conoscenza della materia di cui si tratta, oltre che la capacità di scrittura ed espressione per mezzo del linguaggio di un particolare settore.

Un traduttore professionista di testi settoriali e tecnici nelle sue traduzioni deve tener conto del fatto che la traduzione dovrebbe essere il più precisa e semplice possibile, in modo che il lettore della lingua di destinazione possa capire la materia allo stesso modo di colui che legge il testo nella lingua originale. Non è sufficiente la mera conoscenza della lingua, è necessaria la conoscenza della materia in tutte le fasi della traduzione, dalla comprensione del testo sorgente, alla ricerca delle espressioni adeguate nella lingua di destinazione, alla formazione del testo tenendo conto del senso originario del testo sorgente.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Marina Skoko

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Jelena Tudic
Traduttrice ed interprete croato-italiano ed italiano-croato (madrelingua croata ed italiana)
Diploma post-lauream di specialista in professioni legali
Laurea quinquennale in giurisprudenza
Verona

Perché tradurre è così difficile?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Ogni traduzione comporta un lavoro impegnativo e di responsabilità che può essere portato a termine con successo solo da persone qualificate. Il termine stesso “traduzione” indica la trasposizione di un messaggio espresso in una lingua, in un messaggio equivalente espresso in un’altra lingua. Ciò che deve essere tradotto è proprio il messaggio ed è indispensabile che quest’ultimo rimanga invariato, d’altra parte il compito del traduttore è quello di fornire nella lingua di destinazione in modo altrettanto chiaro, preciso e logico la descrizione del contenuto oggetto del testo d’origine. I destinatari del messaggio tradotto devono cogliere lo stesso contenuto dei destinatari del messaggio originario.

Esistono, tuttavia, delle grosse differenze fra la traduzione di testi letterari e quella di testi specialistici. Mentre nella traduzione di un testo letterario il traduttore deve concentrarsi sull’espressione linguistica con la quale crea l’impressione estetica, nella traduzione di testi settoriali o tecnici l’attenzione viene spostata sull’utilizzo uniforme del lessico. Il testo settoriale o tecnico è incentrato sulla materia e si cerca di evitare ogni tipo di ambiguità. Affinché si possa ottenere una traduzione di qualità, per ciò che riguarda un testo settoriale/tecnico, il traduttore, oltre ad avere la conoscenza di una seconda lingua, dovrà essere specializzato nel settore in cui effettua la traduzione, oltre che dover acquisire la padronanza della terminologia tecnica, specifica del settore considerato.

Sebbene la maggior parte dei traduttori siano senza dubbio degli esperti, nessuno può avere una conoscenza enciclopedica, né può tantomeno tradurre testi di qualsivoglia settore con il medesimo standard qualitativo. Il traduttore è anzitutto un linguista con spiccate capacità di ricerca e conosce due o più lingue. A fronte del linguaggio specifico da cui sono caratterizzati i diversi settori e la differente terminologia ad essi collegata, i traduttori scelgono uno o due ambiti in cui specializzarsi, cosicché il traduttore di testi medici non sarà egualmente preparato per ciò che attiene i testi che trattino tematiche economiche, legali o ingegneristiche. Ogni linguaggio di settore implica una diversa terminologia, specifica solo di un determinato ambito. Il traduttore di testi medici e farmaceutici deve utilizzare correttamente la terminologia, i concetti, i termini tecnici e le nomenclature mediche senza la conoscenza dei quali non riuscirà a realizzare una traduzione che possa trasmettere un messaggio equivalente a quello contenuto nel testo medico originale.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Marina Skoko

Traduzione a cura di:
Dott.ssa Jelena Tudic
Traduttrice ed interprete croato-italiano ed italiano-croato (madrelingua croata ed italiana)
Diploma post-lauream di specialista in professioni legali
Laurea quinquennale in giurisprudenza
Verona

La traduzione in Georgia oggigiorno (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

1. L’aspetto più importante è l’aumento straordinario della traduzione letteraria. Probabilmente questa tendenza continuerà anche negli anni prossimi. Ovviamente, si produce anche tanta traduzione di bassa qualità, e ciò evidenzia maggiormente la necessità di incentivare le traduzioni di qualità. E’ cresciuta la richiesta del lettore e, conseguentemente, si stanno costituendo i principi di critica della traduzione. Non è ancora possibile definirla una critica letteraria argomentata, ma la domanda è evidente.

2. Le case editrici georgiane spesso producono una letteratura non di tipo commerciale e questa scelta, considerando le limitate potenzialità del mercato del libro georgiano, è molto apprezzabile. E’ chiaro che ciò non riguarda tutti: alcuni sono più orientati alla domanda del mercato, altri di meno, ma non possiamo dire che tutti gli editori insistano sulla letteratura commerciale (oppure che scelgano soltanto essa). Ma è possibile definire commerciale Musil, la cui traduzione e la cui stesura sono un lavoro straordinario? Quindi, possiamo dire che ci sono case editrici georgiane per le quali sono molto importanti i principi e il gusto letterario.

Per quanto riguarda l’offerta, ho fatto alcune proposte e non mi sono mai state rifiutate. Penso che sia possibile farli interessare perfino alla letteratura non commerciale, se il testo è veramente di qualità e la traduzione è buona.

Che altro posso dirvi… La traduzione è una professione, un’attività che ognuno sceglie da sé, ma stampare il libro dipende da un editore. E’ chiaro che il traduttore può pubblicare il libro da solo seguendo ogni fase della procedura (acquisto dei diritti d’autore, la redazione del testo, assistenza tecnica alla pubblicazione, stampa, distribuzione, ecc.), ma ciò è un lavoro enorme e personalmente io, come traduttrice, nemmeno immagino quanto impegno ciò richieda.

3. Non posso dire niente di nuovo, anche se lo vorrei. Sono sicura che alla fine una buona traduzione è uguale per tutti perché è una giusta combinazione di due cose: qualità del testo tradotto e affidabilità. E’ essenziale, dopo aver dato un significato al termine “giusto”, capire quali sono le priorità in una traduzione. Per alcuni è più importante la correttezza del testo, altri preferiscono che si curi anche l’estetica del linguaggio. Personalmente per me la cosa più importante è la piacevolezza del testo. Questo, chiaramente, quando si traducono testi di narrativa e non testi scientifici o saggi. Secondo me è impossibile definire la traduzione letteraria “buona” in base alla precisione. Chi può stabilirne i criteri? E’ chiaro che non sono accettabili errori grammaticali o la distorsione del senso delle frasi; questa precisazione è perfino inutile, ma direi di sostituire la famigerata “affidabilità”, “fedeltà”, “precisione” del testo tradotto con il termine “responsabilità” e, pertanto, direi che per me è importante che il traduttore scriva in georgiano in modo raffinato e che abbia ben chiaro il senso della responsabilità durante la traduzione. Tutto il resto andrà bene.

Umberto Eco, che ha riflettuto moltissimo sul tema della traduzione, critica senza risparmiare le traduzioni irresponsabili, superflue, termina così il suo ultimo libro, Dire quasi la stessa cosa, Esperienze di traduzione: – “Se consultate qualsiasi dizionario vedrete che tra i sinonimi di fedeltà non c’è la parola precisione. Ci sono, piuttosto, lealtà, onestà, rispetto, pietà”.

4. Non ho riflettuto molto su questo argomento e forse mi sto sbagliando, ma non ne vedo tanto la necessità. Comunque, avere molti lettori (cioè, estimatori), a mio parere, migliorebbe sensibilmente anche la qualità della traduzione. E comunque, se deve esistere questo tipo dell’associazione, forse può essere utile soprattutto per gli incontri tematici, i dibattiti, l’educazione e la formazione delle nuove generazioni, più che per “definire le politiche e le priorità”.

5. Le traduzioni influiscono senz’altro. La traduzione arricchisce la lingua così, come la poesia, la prosa e la saggistica originale. Penso che ciò riguardi in modo particolare la lingua georgiana: il traduttore riesce a superare le scelte così varie e complicate in ogni lingua, e quindi è impossibile non considerare questo lavoro complesso come un contributo allo sviluppo della lingua di destinazione.
Come regola, ci si riferisce soltanto alla narrativa, quando si discute su questo argomento, ma per arricchire la lingua sono molto importanti anche le traduzioni scientifiche e tecniche. Spesso sentiamo la frase: “preferisco preparare in inglese” (un intervento, un discorso, un dialogo, una presentazione). Questo accade perché bisogna arrovellarsi a cercare le parole in georgiano, cercando le parole “intraducibili”, implorando aiuto attraverso i social network: “Sos, amici! Come si dice in georgiano…?”, ecc. – La causa di questo panico è proprio la carenza di traduzioni scientifiche e tecniche di alta qualità. In breve, non è sufficiente ironizzare sulla mancanza di un dibattito comune su queste tematiche.
6. Per me è molto facile rispondere a questa domanda: la letteratura italiana è quasi completamente da tradurre. Sono così numerosi gli autori che dovrei nominare che posso limitarmi a fare solo alcuni nomi: Gadda, Pavese, Fenoglio, Calvino, Buzzati, Levi e, tra i nuovi, Benni, Riccarelli e tanti altri, tralasciando la poesia.

7. E’ importante, che lo Stato riconosca questo settore tra le sue priorità nelle politiche culturali, ma non penso che lo debba finanziare. Sarà ottimo se si assicureranno strumenti supplementari ai traduttori, per esempio fondazioni che sovvenzionino importanti progetti di traduzione anche nell’ambito della letteratura “non commerciale”. Dobbiamo utilizzare i mezzi messi a disposizione dello Stato per tradurre ed “esportare” la nostra letteratura.

Ovviamente in Georgia è difficile mantenersi solo con l’attività di traduttore. Se consideriamo i miei ritmi di traduzione, forse è impossibile. Però non penso che dipenda soltanto dai miei ritmi. La traduzione letteraria è una cosa complicata, impossibile limitarla in una routine e pianificare quotidianamente otto ore di lavoro. A volte ci riesci, a volte no. Non è possibile forzare. Conosco anche il parere di altri traduttori europei riguardo questo argomento e penso che sia difficile ovunque vivere soltanto con l’attività del traduttore. Da noi la retribuzione è semplicemente ancora più bassa rispetto a quanto sarebbe necessario.

8. Nemmeno io conosco perfettamente le clausole che dovrebbero regolare il rapporto di lavoro tra il traduttore e l’editore. Se per “diritti” intendiamo la richiesta all’editore da parte del traduttore di ricevere una parte dalle vendite, non so quanto ciò sia realistico. Personalmente per me sarà un bene ricevere un compenso dignitoso. Le paghe sono veramente basse e sarebbe opportuno fissare un tariffario, a mio parere: non tutti, infatti, ricevono gli stessi compensi. Anche per quanto riguarda il ritardo nella consegna del lavoro di traduzione, non ho mai avuto problemi. Quasi sempre consegno il lavoro all’editore in ritardo.

9. E’ difficile dire qualcosa riguardo alle prospettive. Questa è un’attività, che se proprio sei deciso a svolgerla, non so consigliarti come fare. Devo rispondere a questa domanda per convincere più persone a scrivere e tradurre. Il talento e l’abilità sono importanti ovunque, ma a scrivere s’impara scrivendo. Con la scrittura e con la lettura. Non può tradurre colui che non legge. Di questo sono sicurissima. In Europa e negli Stati Uniti ci sono le scuole che insegnano la scrittura. Tanti sono sicuri che imparare a scrivere non sia possibile. Io la penso diversamente. Se una persona ha le capacità, ci sono tante cose che si possono imparare. Ciò non trasformera le persone in scrittori, ma insegnerà tante cose, per esempio, al traduttore. E poi, alla fin fine, non dobbiamo tradurre soltanto i romanzi e le poesie, esiste anche la saggistica, una marea di letteratura scientifica e tecnica, che ho menzionato prima e di cui necessitiamo di traduzioni in georgiano.

10. Secondo me è indispensabile. Da noi esprimere un’opinione riguardo le traduzioni non supera quasi mai il biasimo o la lode. Non è sufficiente dire: “Va bene, non va bene, è tremendo, meraviglioso, può andare bene”. Bisogna dire, argomentare, definire perché una traduzione è buona o perché non lo è. Questa parte della critica letteraria, secondo me è importante anche per un traduttore giovane. Come regola, la persona ama il suo scritto. La critica argomentata, almeno lo farà riflettere. La critica della traduzione, così come la buona critica letteraria in generale, è rilevante anche per perfezionare e sviluppare il gusto letterario del lettore. Ed è veramente possibile raffinare il gusto.

Fonte: Articolo scritto da Khatuna Tskhadadze e pubblicato il 23/07/2014 sulla rivista georgiana “Arili”

Traduzione a cura di:
Konstantin Vekua
Traduttore Freeelance: GE / RU / EN > IT
Tbilisi

La traduzione in Georgia oggigiorno (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

1. Prima di tutto, analizziamo lo sviluppo della traduzione negli ultimi 20 anni: che cosa avevamo e cosa abbiamo oggi? Che cosa è stato migliorato ultimamente e quali sono le cause di ciò secondo voi?

2. L’attività del traduttore dipende principalmente dalle case editrici, le quali forniscono il materiale da tradurre. La situazione ideale si verifica quando le richieste dell’editore e le scelte del traduttore coincidono. Ma questo non sempre avviene. Quali sono gli strumenti utilizzati dal traduttore per realizzare il suo progetto – intendo la traduzione di un testo di alto valore artistico, quali potrebbero essere non vantaggiose per l’editore dal punto di vista commerciale?

3. Che cosa significa per voi “buona traduzione”? Quali sono le caratteristiche che una traduzione deve avere per essere tale?

4. Da anni si parla della mancanza di una concezione comune della pratica traduzione, quindi sulla necessità di formare un’associazione professionale di traduttori che elabori una politica marcata e le linee guida. Quanto ciò è auspicabile per voi? Chi dovrebbe prendersi la responsabilità di realizzare questo progetto?

5. Le traduzioni influiscono sullo sviluppo della lingua georgiana? E, se sì, da quale punto di vista? È possibile portare degli esempi concreti?

6. Potreste citare dei libri che attualmente non sono tradotti e dei quali sarebbe indispensabile avere una traduzione in georgiano?

7. In tanti Paesi, lo Stato considera una propria responsabilità sostenere i traduttori con borse di studio, talvolta attraverso apposite fondazioni oppure finanziando la traduzione. Come è la situazione in Georgia da questo punto di vista? E i professionisti sono in grado di mantenere loro stessi svolgendo questo lavoro?

8. Per quanto riguarda il rapporto tra traduzione e diritti d’autore, questo è un argomento che sicuramente vent’anni fa non era così basilare, ma che oggi ha un ruolo importante nello svolgimento della professione. Alcune case editrici georgiane acquistano i diritti d’autore e stipulano contratti ufficiali con i traduttori, tuttavia la maggior parte dei traduttori non è sufficientemente cosciente dei propri diritti in modo da richiedere precise condizioni contrattuali alle case editrici. I compensi sono spesso inadeguati, oppure vengono erogati in tempi molto lunghi. Come immaginate la soluzione del problema?

9. Per le nuove generazioni di traduttori, quali sono le prospettive e che cosa è possibile fare, in un prossimo futuro, per incentivare le traduzioni dignitose anche da e verso le cosiddette lingue “poco diffuse”?

10. Che cosa pensate riguardo alla critica della traduzione, la quale è uno degli ambiti necessari alla critica letteraria in generale? Quanto è utile disporre di una critica strutturata e argomentata per riuscire a sviluppare una traduzione di qualità?

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nana Kobaidze e pubblicato il 23/07/2014 sulla rivista georgiana “Arili”

Traduzione a cura di:
Konstantin Vekua
Traduttore Freeelance: GE / RU / EN > IT
Tbilisi

La traduzione in Georgia oggigiorno

 Categoria: Problematiche della traduzione

Non ricordo, dove ho letto, che il nostro è stato definito il secolo della traduzione.
Forse in altri paesi questa epoca è arrivata già da tempo, ma da noi si avvicina con il passo di una tartaruga. È vero che negli ultimi anni la situazione è relativamente migliorata, ma resta il fatto che ancora oggi, nel XXI secolo, molti capolavori della letteratura mondiale non sono ancora stati tradotti in lingua georgiana.

Le motivazioni sono tante. La prima e la più importante è la scarsità di bravi traduttori, il cui numero continua a non aumentare a causa delle difficoltà attuali. I professionisti di questo settore incontrano molti ostacoli in generale, ma la realtà georgiana è particolarmente complicata, nonostante il delicato compito di portare ai lettori e di condividere con essi il pensiero e la cultura di altri Paesi.

Vakhushti Kotetishvili paragona lo svolgimento di questa difficilissima missione ad un miracolo, il quale può essere compiuto soltanto da persone particolarmente dotate. Non tutti possono essere maghi, dunque, ed è per questo che considero futili tutti i ragionamenti riguardo l’arte/mestiere del traduttore: alcuni possono essere definiti artisti, altri specialisti (in base alle loro caratteristiche), ma i problemi, che sono sempre al centro di questa professione, sono assai più importanti. Che cosa preoccupa i traduttori georgiani? Che cosa dà loro più fastidio nello svolgimento del lavoro? Come giudicano la situazione in questo settore e dove vedono degli sbocchi?
Su questo e su altri problemi si esprimeranno i rappresentanti di diverse generazioni. Leggeremo le loro considerazioni negli articoli di domani e di dopodomani (ndr).

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 23/07/2014 sulla rivista georgiana “Arili”

Traduzione a cura di:
Konstantin Vekua
Traduttore Freeelance: GE / RU / EN > IT
Tbilisi

I titoli dei film si perdono nella traduzione (4)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Terza parte di questo articolo

Yehuda Stav, uno dei più grossi critici cinematografici israeliani, pensa che adesso in Israele i nomi siano meno assurdi di un tempo, ma che la logica sia rimasta la stessa.
“Viene tradotto in modo chiaro e diretto per portare le persone al cinema”, dice. “Si cerca qualcosa di attraente o divertente, anche se risulta ridicolo”.
Ad esempio, il titolo della commedia di Paul Newman del 1978 “Slap shot” (in italiano Colpo secco NDT), su una buffa squadra di hockey di terza categoria, fu considerato così criptico in Israele al tempo che fu semplicemente rinominato “Paul Newman e la sua gang”.

Sembra che questo tipo di trasformazione sia molto comune anche a nord dei confini americani. Nella provincia francese del Quebec, in Canada, la commedia di fantascienza di Woody Allen del 1973 “Sleeper” (in italiano “Il dormiglione” NDT) venne cambiata in “Woody e i robot”.

Per qualcuno non c’è niente da ridere su questo fenomeno. Danny Warth, un archivista alla Cinemathèque di Tel Aviv, un centro culturale di cinema d’essai, ha detto che questa trasformazione senza scrupoli dei titoli è un insulto al genere.
“Stiamo parlando di opere d’arte. Nessuno oserebbe cambiare il titolo di un romanzo o di una produzione teatrale, ma nei film per qualche motivo ciò è permesso”, deplora. “Un nome ridicolo è senza dubbio divertente ma non riesco ad accettarlo. Non è dignitoso.”

Traduzione dell’articolo di Aron Heller “Hollywood Movie Titles Get Lost In Translation Overseas” pubblicato il 28 febbraio 2014 su Huffington Post, ripreso dall’Associated Press di Gerusalemme.

I titoli dei film si perdono nella traduzione (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

E’ un fenomeno quasi unico nel suo genere.
In Francia, “The Dukes of Hazzard” (in italiano “Hazzard” NDT) è diventato “Sceriffo, fammi paura!” e “The Hangover” (in italiano “Una notte da leoni” NDT) è conosciuto come “Very Bad Trip”. I francesi hanno inoltre la tendenza ad aggiungere titoli solleticanti a film di serie B per suscitare interesse. E così “Step Up” è conosciuto come “Danza sensuale”, e “No strings attached” (in italiano “Amici, amanti e…” NDT) è diventato “Amici sensuali”.
In Germania, il classico di Woody Allen “Annie Hall” (in italiano “Io e Annie” NDT) si chiama “La nevrotica urbana”. La commedia bellica “Stripes” (lasciato in originale in italiano con il sottotitolo “Un plotone di svitati” NDT) si chiama “Penso di essere stato baciato da un alce!” e “Eternal sunshine of the spotless mind” (“L’eterno splendore di una mente senza macchia”, in italiano “Se mi lasci ti cancello” NDT) è intitolato “Non dimenticarmi!”.

Anche la Turchia ha trasformato “There’s Something About Mary” (in italiano “Tutti pazzi per Mary” NDT) in “Oh Mary, Oh Mary!” e “Erin Brockovich” (lasciato in originale in italiano con il sottotitolo “Forte come la verità” NDT) in “Un dolce problema”.
Emrah Guler, che scrive di cinema per il quotidiano turco Hurriyet Daily News, dice che i distributori probabilmente hanno utilizzato la parola “dolce” per descrivere Julia Roberts nella performance che le è valsa l’Oscar. Se fosse stata Gwyneth Paltrow a interpretare quel ruolo, continua, “la traduzione turca sarebbe stata probabilmente “Un problema elegante”.

In Giappone, il film con George Clooney “Up in the Air” (in italiano “Tra le nuvole” NDT) è stato tradotto con “Chilometri, la mia vita”. In Cina, “The Full Monty” (lasciato in originale in italiano con il sottotitolo “Squattrinati organizzati”), una commedia su un gruppo di disoccupati che mettono in scena uno spogliarello, è stata chiamata “Sei maiali nudi” e “Boogie Nights” (lasciato in originale in italiano con il sottotitolo “L’altra Hollywood” NDT), la storia di un giovane che diventa un pornoattore di successo, è stata chiamata “Il suo grosso arnese lo rende famoso”.

Quarta parte di questo articolo >

Traduzione dell’articolo di Aron Heller “Hollywood Movie Titles Get Lost In Translation Overseas” pubblicato il 28 febbraio 2014 su Huffington Post, ripreso dall’Associated Press di Gerusalemme.

I titoli dei film si perdono nella traduzione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Ma la questione sottesa sono gli incassi, e se il nome non funziona localmente, pare che gli studios hollywoodiani siano ben felici che si operi un adattamento. È così che la sua società è arrivata a una delle più bizzarre traduzioni in ebraico degli ultimi anni, cambiando il titolo della commedia d’animazione americana “Cloudy with a Chance of Meatballs” (“Nuvoloso con possibilità di polpette”, in italiano tradotto con “Piovono polpette” NDT) con il titolo israeliano “Piovono Falafel”.
“Le polpette non sono un alimento con cui gli israeliani hanno molto a che fare”, dice Barak, facendo notare che il falafel è un equivalente migliore nell’alimentazione base locale. (Anche in Turchia pare che il titolo sia stato tradotto con successo con “Piovono Kofte”, una versione locale delle polpette.)
Anche se il film in ebraico ometteva ogni riferimento a polpette di ceci fritte, Barak ha dichiarato che la strategia ha avuto successo e che il film è andato molto bene al box office. Idem per “Silver Linings Playbook” (letteralmente “Taccuino foderato d’argento”) che è stato tradotto “Un gioco dal nome ottimismo” (lasciato in originale in italiano con l’avantitolo “Il lato positivo” NDT). In Francia, invece, il film è stato chiamato “Happiness Therapy”.

“Tentiamo di rimanere sempre fedeli al titolo originale”, dice Barak. “Quando non possiamo farlo, cerchiamo di mantenere lo spirito del film”.
I risultati sono spesso esilaranti. Nessuno riesce a spiegare come mai “Terminator” sia diventato “Missione mortale”, “Alien” sia stato trasformato in “L’ottavo passeggero” o “Top Gun” in “Amore nei cieli”. Anche il film “Lost in translation” (lasciato in originale in italiano con il sottotitolo “L’amore tradotto” NDT) è andato letteralmente perso nella traduzione. L’hanno chiamato “Perso a Tokyo”.
“Non esiste Top Gun in ebraico… quando vuoi dire a un pilota che è bravo gli dici che è un asso”, dice Avi Edery, amministratrice delegata della catena di cinema israeliana New Lineo. “L’ebraico è un linguaggio difficile. A volte non è così ricco come l’inglese e non puoi tradurre sempre parola per parola”.

Terza parte di questo articolo >

Traduzione dell’articolo di Aron Heller “Hollywood Movie Titles Get Lost In Translation Overseas” pubblicato il 28 febbraio 2014 su Huffington Post, ripreso dall’Associated Press di Gerusalemme.

I titoli dei film si perdono nella traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

Il dramma poliziesco di David O’Russell “American Hustle” (lasciato in originale in italiano con il sottotitolo “L’apparenza inganna” NDT), plurinominato agli Oscar 2014 ha un titolo che per molti fan è difficile da comprendere, poiché nel loro Paese non esiste un termine capace di restituire l’essenza della parola “Hustle”.
Per questo motivo in Israele il titolo del film è stato tradotto in ebraico con “Sogno Americano”. In Francia, è tradotto come “American Bluff”. In Argentina “Scandalo americano”. In Portogallo, “Stangata Americana”. In Quebec, è “Raggiro americano”. In Spagna è “Il grande imbroglio americano”. E in Turchia, è semplicemente conosciuto come “L’imbroglione”.

I grandi film hollywoodiani vengono identificati immediatamente con il loro nome negli Stati Uniti. Ma nel resto del mondo, i frequentatori dei cinema sono da tempo abituati alle rispettive traduzioni nazionali dei titoli, spesso molto particolari.
Gli osservatori dicono che spesso c’è la necessità di rendere un’espressione linguistica o un fenomeno culturale che possono risultare estranei al di fuori degli Stati Uniti.
Qualche volta i distributori decidono uno slittamento del nome per creare familiarità, inserirvi un tocco locale e attrarre più spettatori. Altre volte, le traduzioni nonsense semplicemente sfidano ogni logica.

Arie Barak, la cui società di pubbliche relazioni rappresenta gli studios della Fox, della Disney e della Sony in Israele, dice che in questa era di globalizzazione il trend è provare ad utilizzare per quanto possibile il titolo originale, soprattutto per quanto riguarda i blockbuster e i supereroi più celebri come Batman e Superman. Altre volte, una traduzione letterale è la miglior soluzione.

Seconda parte di questo articolo >

Traduzione dell’articolo di Aron Heller “Hollywood Movie Titles Get Lost In Translation Overseas” pubblicato il 28 febbraio 2014 su Huffington Post, ripreso dall’Associated Press di Gerusalemme.

9 errori di traduzione da tutto il mondo (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Con l’articolo di oggi chiudiamo la carrellata di 9 famosi errori di traduzione iniziata due giorni fa.

7. Cioccolata per lui.
Negli anni ’50, quando le aziende produttrici di cioccolata iniziarono ad incoraggiare il pubblico a festeggiare il giorno di San Valentino in Giappone, un errore di traduzione da parte di un’azienda fece credere alle donne che era tradizione che fossero loro a regalare agli uomini dei cioccolatini per l’occasione. E questo è esattamente ciò che avviene ancora oggi in Giappone quel giorno. Il 14 febbraio, le donne giapponesi sorprendono i loro uomini con cioccolatini a forma di cuore e tartufi, e il 14 marzo gli uomini ricambiano il dono. Un bell’affare per le fabbriche di cioccolata!

8. Devi sconfiggere Sheng Long.
Nel videogioco giapponese Street Fighter II, un personaggio dice “Se non riesci a sconfiggere il “Rising Dragon Punch” (in italiano, il Pugno del Drago Nascente), non puoi vincere!”. Quando la frase fu tradotta dal giapponese all’inglese i personaggi del “Drago Nascente” vennero identificati come “Sheng Long”. Gli stessi personaggi hanno diverse chiavi di lettura in giapponese, e il traduttore, lavorando su una serie di frasi e non conoscendo affatto il contesto, pensò che fosse stato introdotto un nuovo personaggio nel gioco. I giocatori impazzirono nel cercare di capire chi fosse Sheng Long e come potessero sconfiggerlo. Nel 1992, in occasione di un Pesce d’Aprile, l’Electronic Gaming Monthly pubblicò delle istruzioni elaborate e difficili da seguire su come riuscire a battere Sheng Long. Nessuno disse che si trattava di uno scherzo fino a dicembre, quando ormai molti avevano speso ore intere a giocare.

9. Problemi a Waitangi.
Nel 1840, il Governo britannico stipulò un patto con i capi dei Maori della Nuova Zelanda. I Maori volevano protezione in caso di aggressioni dei loro villaggi da parte di detenuti, marinai e commercianti, e i Britannici volevano espandere i loro possedimenti coloniali. Fu redatto il Trattato di Waitangi ed entrambe le parti lo firmarono. In realtà però firmarono due diversi documenti. Nella versione inglese i Maori avrebbero dovuto cedere “a Sua Maestà la Regina d’Inghilterra assolutamente e senza alcuna riserva tutti i diritti e i poteri della Sovranità” . Nella traduzione in maori, scritta da un missionario, i Maori non rinunciavano alla sovranità, ma al governo. Loro credevano di ottenere un sistema legale ma mantenendo il diritto all’autogoverno. Non andò così, e ancora oggi si discute in merito al significato di questo trattato.

Fonte: Articolo pubblicato il 10 febbraio 2013 su mental_floss

Traduzione a cura di:
Silvia Santoriello
Dott.ssa in Scienze della Mediazione Linguistica
Interprete e traduttrice EN-DE> IT
Salerno

9 errori di traduzione da tutto il mondo (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Continuiamo la lista di 9 famosi errori di traduzione iniziata nell’articolo di ieri.

3. Vi seppelliremo.
Al culmine della guerra fredda, il premier russo Nikita Khrushchev tenne un discorso, durante il quale pronunciò una frase che, interpretata dal russo, voleva dire “vi seppelliremo”. Essa venne presa come una spaventosa minaccia di seppellire gli Stati Uniti a colpi di attacchi nucleari e ciò comportò un’escalation di tensione tra Russia e Stati Uniti. Tuttavia, la traduzione era stata fatta in modo troppo letterale. Il senso della frase in russo si avvicinava di più a “vivremo per vedervi seppelliti” o “vi sopravviveremo”. Sempre molto poco amichevole, ma sicuramente meno minaccioso.

4. Non fare niente.
Nel 2009, la banca HSBC dovette lanciare una campagna da 10 milioni di dollari per riparare al danno di immagine avvenuto dopo che il suo slogan “Assume nothing” (cioè“Non credere a niente”) fu tradotto con “Non fare niente” in molti paesi.

5. Caduta dei mercati
Il panico si scatenò nei mercati azionari di tutto il mondo e portò il dollaro americano al ribasso dopo che una traduzione in inglese molto approssimativa di un articolo di Guan Xiangdong della China News Services fece il giro del web. L’articolo originale era un riassunto informale (e basato più su congetture che su fatti reali) di alcuni report finanziari, ma l’articolo in inglese aveva invece un tono molto più perentorio e autorevole.

6. Cos’è quella cosa sulla testa di Mosè?
San Girolamo, il santo patrono dei traduttori, studiò l’ebraico per poter tradurre il Vecchio Testamento dall’originale in latino, invece di tradurlo dalla versione in greco del terzo secolo d.C come avevano fatto tutti fino ad allora. La versione latina, che divenne la base per centinaia di traduzioni successive, conteneva però un errore madornale. Quando Mosè scende dal Monte Sinai, il suo capo è incorniciato da una radiosità, in ebraico “karan”. Tuttavia, in ebraico non si usano le vocali, e San Girolamo confuse la parola “karan” con “keren” che vuol dire “che ha le corna”. Da qui, per centinaia di secoli Mosè venne raffigurato in dipinti e sculture con le corna e portò avanti lo strano e offensivo stereotipo dell’Ebreo con le corna.

Altri divertenti errori nell’articolo di domani.

Fonte: Articolo pubblicato il 10 febbraio 2013 su mental_floss

Traduzione a cura di:
Silvia Santoriello
Dott.ssa in Scienze della Mediazione Linguistica
Interprete e traduttrice EN-DE> IT
Salerno

9 errori di traduzione da tutto il mondo

 Categoria: Problematiche della traduzione

Conoscere due lingue non vuol dire saper tradurre. La traduzione è una capacità, che per essere sviluppata, richiede duro lavoro da parte dei professionisti. Nel loro nuovo libro Found in Translation, i traduttori Nataly Kelly and Jost Zetzsche hanno compiuto un viaggio entusiasmante nel mondo della traduzione. Un viaggio pieno di storie affascinanti come quelle dei traduttori volontari che hanno tradotto i messaggi durante i tentativi di salvataggio delle vittime del terremoto che colpì l’isola di Haiti; o sulle vere e proprie sfide traduttive in occasione di eventi come le Olimpiadi o i Mondiali di calcio, fino ad arrivare alle amicizie personali che celebrità come Yao Ming e Marlee Martin hanno con i loro traduttori.
L’importanza di una buona traduzione è ancora più evidente quando le cose vanno per il verso sbagliato. Qui di seguito citiamo nove esempi tratti dal libro, che mostrano quanto il lavoro del traduttore possa essere pieno di rischi.

1. La parola da settantuno milioni di dollari.
Nel 1980, il 18enne Willie Ramirez arrivò in stato comatoso ad un ospedale della Florida. I suoi amici e i suoi parenti cercarono di spiegare la situazione ai medici e ai paramedici che lo avevano in cura, ma parlavano solo spagnolo. Un membro bilingue dello staff si occupò della traduzione e tradusse la parola spagnola “intoxicado” con “intoxicated” (intossicato) in inglese. Un interprete professionista avrebbe saputo che “intoxicado” si avvicina di più a “poisoned” (avvelenato) e non ha la stessa connotazione dell’uso di alcool o droghe che ha la parola inglese “intoxicated”. La famiglia di Ramirez pensava che il ragazzo soffrisse di avvelenamento da cibo, quando in realtà si trattava di emorragia intracerebrale. I medici però curarono il paziente per overdose da droga, che si manifesta con alcuni sintomi presentati dal paziente. A causa del ritardo nelle cure, Ramirez rimase tetraplegico. Ricevette un risarcimento di 71 milioni di dollari.

2. Le vostre lussurie per il futuro.
Quando il Presidente Carter visitò la Polonia nel 1977, il Dipartimento di Stato assunse un interprete russo che parlava polacco, ma che non era abituato a lavorare in quella lingua. Attraverso l’interprete, Carter finì col pronunciare delle frasi, che in polacco suonavano più o meno così: “ Quando abbandonai gli Stati Uniti (dall’inglese “When I left the United States” – in italiano “Quando sono partito dagli Stati Uniti)” e “per le vostre lussurie per il futuro” (dall’inglese “For your desires for the future” – in italiano “Per i vostri desideri per il futuro”). Errori che hanno divertito molto i media di entrambi i Paesi.

Altri divertenti errori nell’articolo di domani

Fonte: Articolo pubblicato il 10 febbraio 2013 su mental_floss

Traduzione a cura di:
Silvia Santoriello
Dott.ssa in Scienze della Mediazione Linguistica
Interprete e traduttrice EN-DE> IT
Salerno

Errori atomici

 Categoria: Problematiche della traduzione

La nostra attività di traduttori o agenzie ci porta spesso ad imbatterci in traduzioni errate o prive di senso che talvolta (come nel caso di quelle pubblicate qualche settimana fa in un post in cui vengono citati alcuni esempi tratti dal mondo cinematografico) sfiorano perfino la comicità. La traduzione riveste un ruolo essenziale nel favorire l’intesa reciproca; la mancata comprensione di una parte di un film o di un libro, ad esempio, compromette parte del significato ma, poiché non si vive di soli film, sono innumerevoli le circostanze in cui è richiesta la massima accuratezza nella scelta dei termini.

Tra queste spicca l’ambito delle relazioni internazionali in cui il compito dell’interprete è fondamentale, in quanto è proprio questo il contesto in cui gruppi o individui che non potrebbero comprendersi senza l’aiuto di un traduttore o un interprete si trovano a confrontarsi (talvolta, troppo spesso, in modo conflittuale). Abbiamo già visto in un precedente post del blog che presumibilmente il bombardamento di Hiroshima è stato causato da una traduzione errata del termine mokusatsu utilizzato dall’interprete americano per indicare che i giapponesi stavano “ignorando” il loro ultimatum, contrariamente al concetto che i nipponici avrebbero voluto trasmettere e cioè di ”un’astensione dal rispondere” all’ultimatum. La traduzione inesatta ha reso l’idea di un Giappone in un atteggiamento di sfida nei confronti della minaccia, con i risultati disastratosi che ben conosciamo.

Un caso analogo, che riguarda ancora gli Stati Uniti e l’uso di armi nucleari, si è verificato qualche anno più tardi. Durante un discorso pronunciato al culmine della Guerra Fredda, l’allora primo ministro dell’Unione Sovietica Nikita Khrushchev formulò una frase che fu recepita dai media occidentali sulla falsariga dell’espressione “vi seppelliremo”. In un contesto politico così teso e caratterizzato da una corsa alle armi sempre più frenetica tra USA e URSS, la notizia che il primo ministro sovietico avrebbe seppellito il mondo capitalista generò non pochi timori, in quanto fu interpretata come la minaccia esplicita di un attacco nucleare. Indubbiamente l’episodio non fece che acuire i dissidi tra i due blocchi prolungando così il conflitto. In realtà si pensa che la frase di Khrushchev avesse più il senso di “vivremo abbastanza da assistere al vostro funerale”, tipico modo di dire russo dal significato “vivremo più a lungo di voi”: una dichiarazione di superiorità quindi, non certo una minaccia di attacco.

Ancora una volta questi esempi sottolineano lo straordinario potere delle parole e l’enorme responsabilità che in determinate situazioni ricade su traduttori e interpreti, perché un piccolo errore per l’uomo può trasformarsi in un grande errore per l’umanità.

Articolo pubblicato il 20/03/2014 sul blog di Trusted Translations

Traduzione a cura di:
Eleonora Zungri
Traduttrice freelance EN/ES/FR > IT
Como

Traduzione e sospensione dell’incredulità (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Oltre ai fattori citati da Ron Gilbert nell’articolo di ieri, un ulteriore elemento nella sospensione dell’incredulità risulta fondamentale per tutti i paesi non anglofoni: la traduzione. Una frase fuori posto o non perfettamente tradotta o enfatizzata rispetto all’originale, può creare nell’utente una sensazione di disorientamento che lo distoglie inevitabilmente dalla sua immedesimazione. Non è difficile immaginarne il peso e l’importanza nei videogiochi, un medium che fa del controllo e dell’immedesimazione le sue caratteristiche principali.
Poniamo per esempio che l’utente stia giocando un titolo ambientato nel medioevo, esso può anche essere graficamente curato fin nei minimi dettagli, ma se ad un certo punto il giocatore assiste ad un furto e la vittima urla “chiamate la polizia!”, inevitabilmente l’immedesimazione viene compromessa, poiché la figura della polizia risulta totalmente fuori dal contesto cronologico, sostituendosi a quello della figura molto più consona della guardia. Questo è quanto potrebbe accadere se il traduttore sbagliasse a tradurre il termine inglese “guard”, che può voler dire sia “poliziotto” che “guardia” in base al contesto.

Un altro aspetto è la coerenza: la coerenza, nella sospensione dell’incredulità, è influenzata in parte anche dalla coerenza nella traduzione del videogioco, è importante quindi non solo tradurre un vocabolo in modo consono, ma anche tradurlo nello stesso modo ogni volta che si ripresenta. Per esempio, quando un personaggio vuole interloquire con un altro in maniera rispettosa utilizzerà la forma referenziale, che in inglese non esiste, e si rende comunque con “you”. In italiano vi sono invece addirittura due forme referenziali, il “lei” e il più arcaico “voi”. Tradurre “you” prima con “lei” e poi con “voi” è un errore di coerenza, specialmente durante la stessa conversazione.
Oppure, se si assiste alla conversazione tra un ufficiale e un suo sottoposto, e quest’ultimo si rivolge all’ufficiale dandogli del “tu”, allora l’utente medio nota subito qualcosa che non va.

Allo stesso modo, bisogna evitare che nomi di oggetti e posti siano tradotti in più modi diversi nello stesso contesto. Ad esempio, tradurre “foreman” come “caporeparto” e poco dopo come “capomastro” può generare incomprensioni. A tale scopo è fondamentale l’uso di un glossario che deve essere compilato man mano che si avanza.
Questi sono solo alcuni dei casi che contribuiscono a distogliere l’utente dall’immedesimazione che cerca di ottenere. Quando il videogiocatore entra nella trama del gioco, è come se compisse un viaggio, e quando succede uno dei casi precedentemente esposti, è come se questo viaggio si interrompesse di colpo, e il giocatore si ritrova di nuovo catapultato nel mondo reale di fronte al suo videogioco. Specialmente nei titoli che fanno della trama uno degli aspetti più importanti, ma anche nei titoli sportivi, la sospensione dell’incredulità è l’obiettivo da ottenere.

Autore dell’articolo:
Lucian Albanese
Traduttore EN>IT
Palermo

L’articolo è un estratto dalla tesi di laurea dell’autore dal titolo “Traduzione e localizzazione nei videogiochi: metodologia e studio di casi”, presentata all’Università degli Studi di Palermo nel luglio 2013

Traduzione e sospensione dell’incredulità

 Categoria: Problematiche della traduzione

La “Sospensione dell’incredulità” consiste nella volontà da parte del lettore/spettatore/utente di mettere da parte i propri schemi critici, quegli schemi cioè che gli impediscono di ignorare le incongruenze secondarie e di godere appieno di un’opera di fantasia. Il concetto venne coniato ed espresso per la prima volta da Samuel Taylor Coleridge nella sua opera Biographia Literaria, del 1817:

…venne accettato, che i miei cimenti dovevano indirizzarsi a persone e personaggi soprannaturali, o almeno romantici, ed anche a trasferire dalla nostra intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione dell’incredulità momentanea, che costituisce la fede poetica.

La sospensione dell’incredulità è come un patto implicito che l’utente stipula per potersi immergere appieno in un mondo fatto di creature soprannaturali, tecnologie sconosciute e qualsiasi altra cosa o forma di vita che nel mondo reale non esiste, o risulta contraria ai principi scientifici già noti. Si tratta quindi di un impegno volontario, che l’utente sceglie di prendere per facilitare il processo d’immedesimazione e accettazione di fatti e situazioni incredibili.
Ovviamente, il mondo di fantasia che segue questi canoni deve essere coerente in ogni sua forma, soprattutto con le “regole” che l’autore stesso espone nella sua opera. Qualsiasi elemento che sia fuori posto o fuori contesto crea una crepa in questo fragile equilibrio fatto di accettazioni e accordi impliciti e il rischio è quello di rompere quel fragile equilibrio che è alla base della sospensione.
Ciò premesso, accettare questo patto non implica un totale rifiuto della logica, piuttosto la adatta ad alcuni canoni stabiliti implicitamente nell’opera.

Del peso che la sospensione dell’incredulità può avere nell’ambito videoludico se ne era accorto già nel 1989 lo sviluppatore Ron Gilbert, famoso soprattutto per aver dato vita alla serie di avventure grafiche Monkey Island (1990). Proprio nel vivo dello sviluppo del primo capitolo di questa serie, Ron Gilbert scrive un saggio breve chiamato “Why Adventure Games Suck” (“Perché le avventure grafiche fanno schifo”) nel quale ricorda i problemi che affliggono certi tipi di videogiochi dal punto di vista dell’immedesimazione del giocatore, menzionando anche la questione della sospensione dell’incredulità, a proposito della quale, scrive:

C’è uno stato mentale chiamato “sospensione dell’incredulità”: quando stai guardando un film o stai leggendo un buon libro, la tua mente entra in questo stato. Ciò accade quando sei immerso a tal punto nella storia da non renderti più nemmeno conto di essere in un cinema, o di essere seduto sul divano a leggere. Quando la storia comincia ad annoiare, o gli intrecci iniziano a collassare, la sospensione dell’incredulità si perde. Cominci presto a guardarti intorno nella sala, a notare le persone sedute davanti a te o l’insegna luminosa verde con su scritto “uscita”. Io giudico un film in base al numero di volte in cui mi sono reso conto di essere al cinema. La stessa cosa vale per i giochi narrativi (come pure per tutti gli altri tipi di giochi)..” (http://grumpygamer.com/2152210)

Autore dell’articolo:
Lucian Albanese
Traduttore EN>IT
Palermo

L’articolo è un estratto dalla tesi di laurea dell’autore dal titolo “Traduzione e localizzazione nei videogiochi: metodologia e studio di casi”, presentata all’Università degli Studi di Palermo nel luglio 2013

5 svantaggi del lavorare come autonomi (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Continuiamo la lista degli svantaggi che abbiamo cominciato nell’articolo di ieri.

3) Ferie pagate. Una delle grandi gratifiche nel lavorare per qualcun altro è di essere pagato durante le vacanze. Nella maggior parte dei paesi diversi dagli Stati Uniti vigono alcune leggi riguardanti la quantità di ferie che un lavoratore dovrebbe avere, e, di solito, il conteggio è piuttosto generoso (più o meno quattro settimane nella maggior parte delle nazioni Europee). Gli imprenditori non hanno ferie pagate. Se volete andare in vacanza, dovete iniziare a risparmiare per potervelo permettere.

4) Essere pagati per il lavoro svolto. Come impiegati stipendiati, venite pagati (ogni due settimane o mensilmente in base a dove vivete) che lavoriate oppure no. I linguisti freelance, al contrario, sono molto simili agli avvocati: veniamo pagati solo quando terminiamo il lavoro e rimettiamo il conto al cliente (che siano ore, parole, righe o quant’altro). Quando Judy lavorava in azienda, non aveva certo la fama di essere una lavativa, ma il punto è che c’è molta meno pressione nel lavorare sapendo che sarai pagato comunque, indipendentemente dalla quantità di lavoro che riesci a svolgere. Da imprenditore di te stesso, devi finire ogni progetto il più rapidamente possibile se vuoi inviare la fattura ed essere pagato. È indubbiamente una grande motivazione, ma è anche una situazione che può diventare davvero stressante per molti.

5) Incertezza. L’unica certezza che hai quando gestisci la tua attività in modo autonomo è che probabilmente sarà spettacolare farlo ma ci sarà un sacco di lavoro da sbrigare. Tutto il resto sarà incerto, non saprai mai quanti soldi farai domani, la prossima settimana o il prossimo mese. Se siete soggetti avversi al rischio non riuscirete a vivere e lavorare bene e a volte potrete persino provare un senso di paura. Ovviamente, nemmeno se lavorate per un’azienda avete una garanzia sul mantenimento del vostro posto di lavoro nel lungo periodo (alcune nazioni sono migliori di altre per quando riguarda i diritti degli impiegati, ma su questo sorvoliamo), ma saprete sempre da dove verrà il vostro prossimo stipendio: dal vostro datore. Come liberi professionisti, sostanzialmente sarete alla ricerca di lavoro ogni giorno per il resto della vostra vita. Certo col tempo vi costruirete una rete di clienti abituali e, auspicabilmente, intreccerete relazioni di lavoro a lungo termine, ma i vostri clienti potranno lasciarvi in qualunque momento (e lo stesso potrete fare voi). Vi è venuta un po’ di paura? Allora forse il lavoro autonomo non fa per voi.

Fonte: Translation Times Blog

Traduzione a cura di:
Marianna Bendandi
Tecnico dei servizi turistici/ traduttrice EN-IT
Russi (RA)

5 svantaggi del lavorare come autonomi

 Categoria: Problematiche della traduzione

Molti nuovi traduttori e studenti ci chiedono se sia meglio lavorare in azienda o lavorare per sé stessi come autonomi. Judy ha svolto entrambe le mansioni, mentre Dagy non ha mai lavorato per un’azienda (Judy e Dagmar Jenner sono le autrici dell’articolo, ndr) , ma la nostra risposta è chiara: lavorare come autonomi è infinitamente meglio.
Nonostante ciò, va detto che ci sono anche diversi svantaggi di una certa importanza nel lavorare come autonomi, e, visto che ci fanno questa domanda piuttosto spesso, vorremmo fare una lista di alcuni di essi. Ovviamente non sarà completamente esaustiva, ma ci sono i 5 svantaggi principali in ordine di importanza.

1) Non avete mai finito e non siete mai veramente fuori dal lavoro. Quando Judy lavorava in azienda e gestiva un piccolo gruppo di traduttori in una compagnia di e-commerce, le era richiesto di essere disponibile a tutte le ore ed era praticamente sposata col suo Blackberry. Ciononostante, quando usciva dal parcheggio aziendale il suo compito era sostanzialmente finito e non portava a casa molto lavoro. Al contrario, come lavoratori autonomi, non abbiamo mai veramente finito perché siamo noi la nostra azienda e c’è sempre da fare networking, spedire e-mail, rispondere a richieste, sbrigare lavoro di varia natura non retribuito, ecc. non c’è mai fine, e questa è una cosa bella o brutta, dipende dalle vostre prospettive. Ci piace questo aspetto di continuità del nostro lavoro ma a volte è dura staccare la spina e spengerlo del tutto. Ma questo probabilmente è un buon problema da avere, poiché significa che ci piace veramente quello che facciamo e a volte non sembra nemmeno di lavorare.

2) Giorni liberi? Vediamo continuamente il nostro coniuge, ma anche amici e conoscenti che sono a casa perché…è un giorno festivo! Spesso ci dimentichiamo dei giorni festivi, e, visto che abbiamo clienti in più di cinque nazioni, una festività particolare nel nostro paese di solito non è una festività negli altri stati. Avere gli stessi giorni liberi del tuo partner o dei tuoi amici diventa una specie di sfida. Ovviamente cerchiamo di rispettare le festività, ma non sempre è possibile. Ciò detto, Judy ha due giorni liberi questa settimana, mentre Dagy è al lavoro, perché il Giorno del Ringraziamento è un semplice giovedì in Europa e ai nostri clienti austriaci non importa che Judy non stia lavorando. I progetti devono essere portati a termine.

Nell’articolo di domani completeremo la lista degli svantaggi.

Fonte: Translation Times Blog

Traduzione a cura di:
Marianna Bendandi
Tecnico dei servizi turistici/ traduttrice EN-IT
Russi (RA)

Persi nella traduzione: trappole varie (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Riprendiamo il tema affrontato nel post di ieri su alcuni aspetti problematici della traduzione.

Acronimi acri
Gli acronimi sono spesso una sofferenza per i traduttori. Mantenere l’acronimo originale o crearne uno nuovo dalla traduzione del nome dell’organizzazione? Da un certo punto di vista, dipende da quanto l’organizzazione è famosa. Per esempio, l’acronimo della WTO in francese (OMC) è tanto conosciuto quanto quello inglese. Comunque, la questione è diversa per compagnie meno note.
Nel momento in cui si traduce il nome di un’organizzazione, la cosa più sensata sarebbe quella di tradurre anche l’acronimo. Tuttavia in questo modo si correrebbe il rischio di rendere l’organizzazione completamente irriconoscibile. Un modo sicuro per affrontare il problema è di mantenere il nome e l’acronimo originali – “Summer Camp Switzerland” ed SSC, per esempio – ma di includere anche una traduzione del nome fra parentesi quando appare per la prima volta.

Altre traduzioni problematiche
Vi sono molte altre aree potenzialmente difficoltose per i traduttori, che comprendono: i nomi propri delle persone, le organizzazioni ed i luoghi, l’uso del gergo comune, la gestione delle convenzioni sulla punteggiatura. Sebbene la soluzione a cui si arriva sia una scelta personale, si dovrebbe esaminare con cura come altri hanno gestito i problemi e quindi scegliere quella che sembra essere la soluzione più elegante ed efficace. È inoltre importante essere coerenti – si scelga un modo per trattare qualcosa e lo si mantenga di lì in avanti. Se tutto va come dovrebbe il significato non si perderà troppo nella traduzione.

Articolo scritto da Tereza Kaplanova e tradotto da:
Michele Moretto
Traduttore freelance EN<>IT e laureando in Scienze Biologiche
Taino (VA)

Persi nella traduzione: trappole varie

 Categoria: Problematiche della traduzione

Come i postmodernisti non si stancano mai di dirci, la lingua è insidiosa. Il preciso significato delle parole può ingannare e snaturarsi anziché rimanere chiaro. Considerate il cartello che dice: “Sulla scala mobile bisogna portare in braccio i cani” – obiettivamente sembra abbastanza chiaro che se hai un cane dovresti prenderlo in braccio prima di salire sulla scala mobile. Tuttavia provate a pensare a quelle povere persone obbedienti che cercano freneticamente di recuperare un cane per poter salire al piano superiore.

Se la natura ingannevole del significato è un problema nell’uso di una sola lingua, le difficoltà sono moltiplicate per i traduttori professionisti o per coloro che devono tradurre mentre seguono studi di lingue all’estero o che imparano una nuova lingua a casa. Quando si lavora fra varie lingue, mantenere il significato delle parole equivoche può diventare una vera e propria pista di pattinaggio. Ecco alcune aree in cui ci si può facilmente perdere nella traduzione.

Idiomi idioti
I traduttori automatici, come Google Translate, andranno spesso a sbattere contro frasi idiomatiche. In generale, le frasi idiomatiche sono espressioni che non possono essere completamente comprese partendo dal significato dei loro componenti individuali.
Espessioni come “un grande fumatore” richiedono non solo la conoscenza delle singole parole ma anche la comprensione e la consapevolezza di come la lingua è utilizzata nel dialogo di tutti i giorni. L’espressione indica qualcuno che fuma molto e non un dipendente da nicotina sovrappeso. Durante un recente corso di tedesco a Friburgo uno studente è incappato in un problema simile traducendo l’idiomatica frase tedesca “ein blaues auge”, che si riferisce a qualcuno che aveva gli occhi blu e non a qualcuno con un occhio nero per essere stato colpito.
Mentre alcune espressioni idiomatiche vengono riportate molto bene da una lingua ad un’altra, per altre semplicemente non è così. “Mi sta dando ai nervi” e “Er geht mir auf die Nerven” sono quasi identiche. Ma più spesso, le versioni tedesca ed inglese non hanno nulla in comune: “Ha avuto il coraggio di dirlo” e “Er hatte die Stirn, das zu sagen” (che letteralmente si traduce “ha avuto la fronte…”) può causare difficoltà, ma il traduttore astuto potrebbe sostituire con un’altra parte del corpo per ottenere l’equivalente inglese: “Ha avuto il fegato (in inglese cheek, guancia) di dirlo”.

Nel post di domani verranno trattati altri aspetti problematici della traduzione.

Articolo scritto da Tereza Kaplanova e tradotto da:
Michele Moretto
Traduttore freelance EN<>IT e laureando in Scienze Biologiche
Taino (VA)

Cinque idee errate sulla traduzione (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Nell’articolo di ieri abbiamo introdotto le prime due idee errate sulla traduzione, ne mancano tre:

3. Essere un traduttore giurato è l’unico modo possibile per lavorare nella traduzione
È qualcosa che personalmente, qui in Colombia, mi succede continuamente. In realtà non ho verificato se è un’idea diffusa, però qui, appena dico di essere un traduttore, l’interlocutore mi guarda e mi chiede: quindi sei un traduttore giurato?
Per quelli che non hanno familiarità con il tema, la traduzione giurata è la traduzione certificata di documenti necessari, per esempio, per l’iscrizione all’università, per i visti nelle ambasciate, per i crediti bancari. Il traduttore giurato deve fare un esame per attestare le sue competenze ed ottenere il timbro necessario per ufficializzare le sue traduzioni.
Spesso le persone credono che questo sia l’unico tipo di traduzione esistente. Tuttavia, nel mio caso, ho acquisito esperienza traducendo pagine web, testi pubblicitari, documenti per organizzazioni internazionali e molte altre cose che non necessitano del timbro ufficiale.

4. La cosa più importante per un traduttore è dominare la lingua straniera
Poco tempo fa ho assistito alla conferenza di un autore colombiano e dei suoi traduttori in francese e in inglese. Queste personalità hanno tradotto vari autori rinomati della cultura ispano-americana e sono due dei migliori traduttori letterari nel loro ambiente. Tuttavia ho scoperto che parlando spagnolo si bloccavano spesso e le parole non fluivano bene come nelle loro traduzioni. In realtà, l’abilità di parlare perfettamente la lingua di partenza non è così importante per un traduttore.
Anche se è vero che per essere un buon traduttore bisogna disporre di eccellenti conoscenze della lingua straniera e poterla leggere in profondità, è molto più importante essere abili nella scrittura e nella stesura nella propria lingua madre.

5. I bravi traduttori traducono sia verso la propria lingua madre che verso la lingua straniera
Parlando di traduzione questa è forse l’idea erronea più frequente. Raramente le persone capiscono che i traduttori, in genere, traducono solo verso la propria lingua madre.
Chiaramente non è proibito tradurre verso una lingua diversa dalla propria, di fatto molti traduttori lo fanno. Quello che bisogna avere chiaro è che un testo tradotto verso una lingua straniera non sarà mai buono quanto un testo tradotto nella propria lingua madre, perché è quella che conosciamo e dominiamo meglio, che impariamo da bambini e che sappiamo trattare in tutti i suoi aspetti. Io consiglierei, a quelli che traducono verso una lingua straniera, perlomeno di cercare una persona madrelingua che legga, corregga e stampi la traduzione prima di consegnarla.

Traduzione dell’articolo di Juan D. Gutiérrez “Miti e pregiudizi sulla nostra professione” a cura di:
Christine Bianquin
Traduttrice Es-Zh>It
Aosta (AO)

Cinque idee errate sulla traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

Alla maggioranza di quelli che si dedicano a questo mestiere, in un’occasione o in un altra, è capitato di trovarsi in una conversazione nella quale, parlando di questa disciplina, l’interlocutore dimostrava di avere dei pregiudizi riguardo al lavoro del traduttore.
Molto probabilmente avrete sentito almeno una delle seguenti cinque idee sbagliate sulla traduzione:

1. Chiunque sappia parlare due lingue può tradurre
Molti pensano che una persona sia automaticamente un traduttore solo perché parla due lingue. Non è vero. La traduzione richiede una serie di abilità, oltre a delle capacità innate quali creatività, sensibilità culturale e attenzione ai dettagli, che si acquisiscono tramite la formazione e l’esperienza. Diversamente non esisterebbero programmi di traduzione offerti da università e istituzioni educative prestigiose di tutto il mondo, e non ci sarebbero neppure cattedratici che passano la loro vita a studiare le linee e le peculiarità di questa disciplina.
Pertanto, per tradurre la tua pagina web ti suggerisco di non ricorrere a tuo cugino o ad un amico che ha studiato all’estero e parla inglese. In verità dubito fortemente che possa fare un buon lavoro.

2. La traduzione e l’interpretazione sono la stessa cosa
“Ah, così sei un traduttore, che bello! Quindi fai traduzioni simultanee?”. Questa è una frase che ho sentito più di una volta. Prima di tutto perché la maggioranza delle persone non capisce la differenza tra traduzione ed interpretazione. Pensano che siano sinonimi, ma non possono essere più in errore.
Tradurre ed interpretare sono due concetti completamente differenti. I traduttori traducono testi scritti (letterari, commerciali, legali, finanziari, ecc.), mentre gli interpreti traducono il linguaggio orale, consecutivamente o simultaneamente, per esempio nelle conferenze, nei tribunali, durante degli eventi, per superare le barriere linguistiche. Per essere interprete bisogna essere alquanto estroversi, avere una buona memoria e parlare molto bene in pubblico, caratteristiche che un traduttore non deve necessariamente avere.

La seconda parte dell’articolo verrà pubblicata domani

Traduzione dell’articolo di Juan D. Gutiérrez “Miti e pregiudizi sulla nostra professione” a cura di:
Christine Bianquin
Traduttrice Es-Zh>It
Aosta (AO)

La coerenza testuale in traduzione

 Categoria: Problematiche della traduzione

La penetrazione, spesso inopportuna e invasiva, dei media ha spiegato il contemporaneo emergere di nuove forme ibride di traduzione e interpretazione che accendono costantemente l’interesse di lettore e telespettatore. Ogni forma di intrattenimento è diventata così commistione di linguaggi, codici e stili diversi che si compenetrano dando vita ad un testo nuovo e innovativo.

Valore primario nella fruizione del testo d’arrivo interpretato o tradotto pertanto risulta oggi più che ieri la coerenza testuale, che va qui intesa come il concatenarsi logico, sequenziale e limpido di idee e relazioni, di elementi che soggiacciono alla struttura superficiale del testo e che ne costituiscono cionondimeno l’essenza.

Quale che sia il mezzo attraverso il quale il testo raggiunge il destinatario e constatando l’imprenscindibilità del concetto di loyalty ovvero di aderenza al testo originale, l’interprete-traduttore dovrà produrre quanto di più adeguato vi sia a soddisfare le aspettative della cultura d’arrivo.

Modalità, tecniche e strategie differenti aderiscono tuttavia alle due forme di traduzione (scritta e orale) oggetto di questo articolo; sono il risultato di condizioni proprie di ciascuna attività: se il traduttore ha a disposizione tempo per elaborare un messaggio rispondente (quale che sia il genere – tecnico-specializzato o saggistico-letterario), la condivisione del nunc (anche se leggermente differito nel caso della tecnica consecutiva, dove vige invece il principio della condivisione dell’elemento spaziale) pone l’interprete dinanzi a complessità distinte. Queste gli impediranno necessariamente di aderire strettamente e in ogni circostanza al testo di partenza.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione il caso delle conferenze stampa di Formula Uno, regolarmente trasmesse e interpretate al termine di ogni Gran Premio disputato nel quadro del Campionato Mondiale di Formula Uno.

Nell’incapacità contingente di riprodurre fedelmente il testo di partenza – veloce, denso di informazioni, fitto di tecnicismi e al tempo stesso di elementi informali e/o idiomatici – o nel tentativo di rimediare a un precedente errore nel compito di traduzione, l’interprete seleziona e adotta strategie (riformulazioni, eliminazioni di strutture ridondanti e impurità tipiche del parlato, segnali discorsivi) che gli permettono di creare un testo coeso e coerente e corredare il testo interpretato di elementi che lo rendano più completo, ricco e scorrevole.

Il traduttore è chiamato invece, in virtù anche del tempo che ha a disposizione e dell’irrimediabilità della sua operazione, a tenere un comportamento quanto più ortodosso possibile, restituendo il messaggio nella sua integrità e nel pieno rispetto del testo originale.

Ciò non vuol dire tuttavia che l’interprete potrà produrre un testo distante dalla fonte purché coerente, pregno di senso e scevro di illogicismi. Saranno ovviamente le competenze, che dovranno risultare quanto più elevate per adempiere ad un compito arduo e spesso estenuante, e la deontologia dell’interprete a indirizzarne il comportamento e a determinare l’esito della sua performance traduttiva. Piuttosto, è questo soltanto il risultato, ahimè dubbio e spiacevole, di una televisione sempre più spettacolo, superficiale e priva di contenuto.

Nei casi in cui l’interprete abbia soddisfatto i requisiti necessari a costruire un testo intratestualmente coerente, scopo, forma, significato ed effetto nel testo interpretato hanno soddisfatto le esigenze del fruitore e hanno determinato l’esito positivo del processo comunicativo, pur manipolando e distorcendo parzialmente il testo originale.

Autore dell’articolo:
Gerardo Manfellotti
Interprete di conferenza e traduttore specializzato EN-FR<>IT
Napoli

Le ragnatele della traduzione (5)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Rimaniamo in ambito giuridico: nessun giudice italiano ammonirebbe il pubblico al grido
di “Linguaggio, per favore!”; se in un processo le parti sottostanno a the jurisdiction di
una certa corte, vorrà dire si rimettono alla sua autorità, alla sua competenza, non alla sua circoscrizione (?). Non si può tradurre meccanicamente they built their case against X con costruirono il loro caso contro X, che, onestamente, in italiano non vuol dire nulla: case against
è infatti chiaramente un’espressione tratta dal linguaggio giuridico anglosassone.
Propriamente vuol dire ‘raccogliere prove (contro qualcuno)’ e nel romanzo è usata nel senso traslato di ‘argomentare a sfavore di una tesi’.

C’è infine un’ulteriore problematica che affligge questa traduzione dall’inglese, così come
molte altre che mi è capitato di leggere. Si tratta di questo: se in un testo in inglese il soggetto muta da una frase all’altra, per il lettore rimane chiaro chi stia compiendo l’azione grazie all’espressione obbligatoria del soggetto o, eventualmente, alla presenza di un aggettivo possessivo. Prendiamo queste due frasi in sequenza: Mrs. B. was wachting him on the monitor. His feet were on the desk. Se traduciamo in italiano, come fa il nostro traduttore, con La signora B. lo guardava su un monitor. Aveva posato i piedi sulla scrivania, per il lettore italofono non sarà affatto immediato capire chi abbia posato i piedi sulla scrivania: la stessa signora B. o l’uomo spiato dalla signora B.? Se, infatti, in inglese il dubbio non sussiste, perché his si riferisce necessariamente ad un individuo di genere maschile, in italiano invece, la mancata disambiguazione disorienta il lettore. La mia osservazione potrà sembrare eccessivamente puntigliosa, ma, in realtà, è frequente, nel leggere testi narrativi tradotti in italiano, l’impressione di perdere continuamente il filo del discorso, come se le frasi fossero slegate l’una dall’altra. Una delle principali ragioni risiede proprio in questo, e cioè nella trascuratezza del traduttore che si limita a tradurre verbatim, senza tenere presenti le peculiarità morfo-sintattiche di ciascuna lingua.

Autore dell’articolo:
Corinna Onelli
Dottore di Ricerca in Studi di Storia Letteraria e Linguistica Italiana
Luton (GB)