Sottotitoli, per passione… (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

E col tempo ho capito anche l’importanza di conoscere l’italiano, prima dell’inglese.
In molti, quando dico che sottotitolo telefilm, rispondono “perché tu sai benissimo l’inglese”. Non è vero. Ogni parola inglese si trova su internet. Ci sono vocabolari, dizionari monolingue, siti specifici per gli slang, e l’inesauribile Wikipedia. È ovvio che, più è alta la conoscenza dell’inglese, più facile sarà il lavoro di traduzione. Ma è un aspetto secondario, di tempo di traduzione, di difficoltà magari, non di resa. Perché è la sfumatura, il gioco di parole, la comprensibilità della traduzione in italiano che rende il prodotto fruibile. A nessuno importa che tu abbia impiegato 30 minuti a scoprire cosa vuol dire “it was a piece of cake”. Ma tutti sentiranno la differenza tra “è stato un gioco da ragazzi”, “è stato facile”, “non ho avuto difficoltà a farlo”: tutte traduzioni accettabili, ma che, a seconda del contesto, renderanno la frase più o meno fluente in italiano.

Quando ho iniziato quest’avventura non sapevo esattamente a cosa stavo andando incontro. E tante volte, durante il viaggio, mi sono domandata se non volessi smettere. Perché anche ora che ho preso confidenza con le serie e con il linguaggio, impiego tre ore di media a tradurre la mia parte. È faticoso. Ho iniziato a sottotitolare durante l’ultimo anno di università, ed a volte ho impiegato anche otto, dieci ore per consegnare la mia parte, perché non trovavo un’espressione, non riuscivo a sincronizzare i sottotitoli con il parlato, non capivo come rendere al meglio una frase. Probabilmente se avessi iniziato dopo, non ce l’avrei fatta. Ma ora non riesco a smettere.
Perché ogni volta che, dopo dieci ore fuori casa per lavoro, mi chiedo chi me lo fa fare, poi mi metto a tradurre, e tutto scompare. La stanchezza, l’emicrania, la fatica. Perché amo fare quello che faccio. E lo amo a tal punto che la mia ricompensa, a fine giornata, non è il denaro, ma la gioia di sentirmi realizzata.
Ed è per questo che negli ultimi mesi ho cercato di ingegnarmi a diventare traduttrice. Perché quando ripenso a come ho reso la frase “I caught him red handed. Literally, red handed” (Castle, #5×19) sento che questa è l’unica cosa che voglio fare nella vita.

Autrice dell’articolo:
Valeria Gramigni
Traduttrice – Sottotitolatrice ENG>ITA
Roma