L’interprete diventa traduttore

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Ad essere sincera sono sempre stata più attratta dall’interpretazione piuttosto che dalla traduzione. Da un lato perché lavorando come interprete si ha l’opportunità di viaggiare e scoprire moltissimo, dall’altro perché sono sempre stata poco precisina, poco attenta al dettaglio e interessata al nocciolo del discorso. Proprio questi pregi/difetti mi hanno resa veloce e funzionale nella traduzione, in poche parole adatta all’interpretazione. Tuttavia i problemi dell’interprete non sono del tutto diversi da quelli del traduttore. Certo, l’interprete simultaneista ha a che fare con la velocità d’eloquio dell’oratore, con la divisione dell’attenzione, deve poter prendere decisioni repentine, deve parlare un buon italiano, privo di cadenze regionali. L’interprete che lavora in consecutiva deve avere un’ottima tecnica di annotazione, nonché una buona memoria. L’interprete di comunità deve far comunicare due parti, prestando forse più attenzione all’interpretazione di quelli che sono atti illocutori, piuttosto che locutori. Eppure tutte queste figure, insieme a quella del traduttore, sono accumunate da una capacità fondamentale: la capacità di comprendere il messaggio comunicativo.

In qualità di studente, ho fatto l’errore di tradurre o interpretare in modo meccanico, traducendo parola per parola. Poi riascoltando o rileggendo il mio prodotto finale, mi sono resa conto che così non poteva funzionare. Il prodotto non era semplicemente fruibile e il mio errore è stato quello di aver tradotto ciò che non avevo capito. Non si può tradurre se non sia ha prima un’ infarinatura sull’argomento, se non si legge prima il testo, se il messaggio chiave non è chiaro. Sembra banale, ma è ciò che molti tendono a fare ed è ciò che rende una traduzione non fruibile. Quando parlo di fruibilità, mi riferisco alla caratteristica del testo, scritto o orale che sia, di essere compreso e percepito come se fosse nato in italiano.

In questa concezione mi ritengo molto vicina alla teoria del senso della Seleskovitch, secondo la quale il senso prevale sulle parole. Questo è l’approccio che rende un’interprete davvero bravo e professionale. Per il traduttore credo valga la stessa regola, prima il senso, poi le parole. Ovvio, se parliamo di traduzione in ambito poetico-letterario tutto ciò viene meno, in quel caso prevale la parola, lo stile, l’estetica. Ma, se abbiamo a che fare con testi divulgativi, informativi o addirittura tecnici, tradurre la parola prima del senso non sarà che ingannevole. Per questo motivo, fatta eccezione per l’ambito poetico-letterario, credo che la figura dell’interprete non sia poi molto diversa da quella del traduttore: entrambi sono dapprima lettori/ascoltatori e solo successivamente latori del messaggio compreso.

Autore dell’articolo:
Chiara Paoloni
Traduttrice freelance EN-DE>IT
Jesi (AN)