Il linguaggio non verbale nell’interpretariato

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Spesso, nell’assistere dal vivo o in televisione ad una sessione di interpretariato, vengono sottovalutati e fraintesi i gesti che caratterizzano la comunicazione non verbale di un determinato contenuto linguistico.

Nel comprendere le tappe che portano l’interprete ad una buona riproduzione di un contenuto verbale è necessario fare un resoconto generale su cosa sia l’interpretariato. Partendo dal presupposto che la finalità principale dell’interpretazione è trasmettere un contenuto linguistico, esistono varie forme di interpretazione. Le più conosciute sono: l’interpretariato consecutivo (che divide il contenuto da riprodurre in secondi o minuti, cosicché possa essere tradotto consecutivamente), l’interpretariato simultaneo (traduce simultaneamente un contenuto verbale o non verbale), l’interpretazione in chuchotage (nella quale l’interprete sussurra simultaneamente ad un pubblico ridotto, il contenuto linguistico basato su un determinato tema) ed il relè (caratterizzato da più lingue di ricezione nelle quali l’interpretazione viene riprodotta).

Pur essendo l’interpretariato conosciuto e menzionato per la sua espressione verbale, è fortemente caratterizzato da un elevata componente non verbale. Una comunicazione non verbale comprende tutte quelle forme di comunicazione che non sono considerate parole. Nella comunicazione orale, questi messaggi simbolici sono realizzati attraverso l’intonazione, la postura del corpo, le espressioni del volto e delle pause.
L’interprete tratterà questi elementi non verbali utilizzando un tono di voce adeguato, guardando la persona che sta parlando, evitando di fare pause in modo da guadagnare tempo, utilizzando gesti ed espressioni facciali tipiche della cultura destinataria dell’interpretazione.
Ed è proprio nel momento in cui si traduce verso la cultura di ricezione che possono nascere incomprensioni ed equivoci.

Per esempio, mostrare la lingua per le culture occidentali significa fare smorfie; al contrario, lo stesso gesto in Tibet esprime gentilezza, in Cina è usato per esprimere confusione o preoccupazione, in Indonesia per esprimere il proprio dissenso su un determinato argomento.
Pertanto, nel momento in cui si presentano queste difficoltà, legate fortemente ad una matrice culturale, in che modo l’interprete deve tener conto del suo lavoro al fine di limitarle o eliminarle?

Una soluzione che può limare gli aspetti sopra menzionati ha a che vedere con la collaborazione tra l’interprete e il suo cliente in quanto, il produttore e il fruitore effettivi del contenuto linguistico espresso sono il cliente e il pubblico a cui si rivolge. Per l’interprete, in questo frangente neutrale, sarà possibile decifrare i gesti e le posture non verbali assunte dal proprio cliente. In sintesi, l’interprete deve sapersi districare tra il linguaggio non verbale espresso dal proprio cliente e dal suo interlocutore.

Autore dell’articolo:
Salvatore Aromando
Traduttore Freelance ES-PT-EN>IT
Salerno