Errori di traduzione passati alla storia

 Categoria: Problematiche della traduzione

Quello della traduzione non è mai stato un lavoro facile. Senza dubbio le lingue sono molto complesse e non sempre esistono parole che hanno esattamente lo stesso significato in due lingue diverse, in quanto ci sono sempre piccole sfumature a creare differenze. Inoltre può capitare che due termini molto simili abbiano significati totalmente differenti. Volete conoscere alcuni dei più grandi errori di traduzione della storia? Di seguito viene riportato ciò che un professionista della traduzione non deve fare.

Nel corso della storia le barriere linguistiche hanno lasciato segni significativi. Talvolta i traduttori sono riusciti a contestualizzare molte espressioni; nonostante ciò, altri non sono stati così fortunati e hanno causato delle confusioni storiche.

Se non si conosce una lingua, la cosa migliore da fare è rivolgersi a un buon traduttore. Se qualcuno l’avesse pensata così per gli esempi successivi, la storia avrebbe potuto addirittura prendere un corso diverso, in quanto un errore di traduzione può portare a conseguenze importanti.

Errore di traduzione 1: Alieni su Marte
Nel 1877 l’astronomo Giovanni Schiaparelli cominciò a osservare e analizzare la superficie marziana. Nei suoi appunti classificò le zone più scure come “mari” e quelle più chiare come “continenti”. Inoltre descrisse una serie di “canali”, intesi come formazioni naturali che ricordavano una gola.
Anni più tardi, nel 1908, l’amico Percival Lowell, riesaminando il lavoro di Schiaparelli, arrivò alla conclusione che i “canali” fossero stati costruiti da esseri intelligenti per trasportare l’acqua che scarseggiava sulla superficie marziana, dalle calotte polari fino alle regioni desertiche. In altri termini, l’uso della parola “canali” diede origine alla teoria che su Marte esistessero strutture artificiali per il trasporto dell’acqua costruite da brillanti ingegneri marziani.
Questa affermazione sollevò un gran polverone e così ebbe origine il mito sull’esistenza dei marziani.

Errore di traduzione 2: La bomba atomica
Nel 1945 si cercò di negoziare la resa dell’impero giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Di fronte all’ultimatum, il primo ministro giapponese Kantaro Suzuki utilizzò la parola “mokusatsu“, che equivale a “no comment, ci stiamo ancora pensando”, ma che può anche essere interpretata come “ignoriamo e disprezziamo”. È facile intuire quale delle due scelse il governo statunitense, dal momento che solo dieci giorni dopo vennero sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Errore di traduzione 3: Le corna di Mosè
Per scolpire “Il Mosè” agli inizi del XVI secolo, il celebre artista Michelangelo fece ricorso alla traduzione di San Girolamo. L’artista, imbattendosi nella parola ebraica “karan” (raggiante), la confuse erroneamente con “keren“, che significa “corna”.
Quando l’errore di traduzione venne notato, tutti gli artisti dell’epoca decisero di modificare le loro opere per aggiungere raggi splendenti; nonostante ciò, Michelangelo preferì mantenere il progetto originale.

Errore di traduzione 4: Desideri carnali
Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti, sapeva come attirare l’attenzione delle folle. In un discorso pronunciato nel 1977 in Polonia, un errore da parte del suo interprete fece sembrare che il presidente stesse esprimendo desideri sessuali nei confronti del Paese, allora comunista. L’interprete fece credere che Carter desiderasse sessualmente i polacchi, ma emerse che quello che quest’ultimo voleva veramente comunicare fosse il suo interesse di conoscere “i desideri per il futuro” dei polacchi.
Senza dubbio, la traduzione è una professione che non deve essere sottovalutata e forse un’arte per tanti, che richiede molto tempo e dedizione. È importante prestare particolare attenzione alle questioni che possono apparire semplici, dato che non è tutto oro ciò che luccica.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito di Aire Traducciones

Traduzione a cura di:
Giada Atzeni
Traduttrice e interprete ENG/ESP>ITA
Cagliari

La soggettività del traduttore (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

La cooperazione e la scommessa interpretativa del testo in Umberto Eco

< Prima parte di questo articolo

La cooperazione si attua a tre livelli: a livello della Manifestazione Lineare, a livello delle strutture del discorso e a livello delle strutture narrative. L’applicazione delle competenze linguistiche alla Manifestazione Lineare permette di trasformare le espressioni in un primo livello di contenuto: grazie alle sue conoscenze enciclopediche e al suo bagaglio culturale generale, il lettore può risalire al livello delle strutture del discorso, dove può riassumere parti significative di discorso in macro-proposizioni narrative, le quali costituiranno l’intreccio (gli eventi così come sono raccontati) del testo.

Queste macroproposizioni consentono al lettore di risalire alla fabula (lo schema di base della narrazione) del testo e di cooperare all’interpretazione a livello delle strutture narrative. La cooperazione interpretativa, invece, si realizza nel tempo: mentre prosegue nella lettura, il lettore entra in uno stato di attesa che lo porta a fare previsioni sul corso degli eventi e sui mondi possibili che veicolano.

Secondo Eco il traduttore si trova nella doppia posizione dell’autore, che deve immaginare il lettore del suo testo, e del lettore, che interpreta e attualizza il testo che ha davanti. Al pari di quest’ultimo, il traduttore fa ipotesi sui mondi possibili che il testo rappresenta, pur sostenendo le congetture più plausibili: davanti a una voce di dizionario, sceglierà l’accezione del termine che reputerà più adeguata al contesto o al mondo possibile che ha preso in considerazione. È proprio qui che entra in gioco la soggettività del traduttore: nella scommessa interpretativa che fa su i vari livelli di senso e su quali privilegiare.

Allo stesso modo della cooperazione, l’interpretazione può avvenire a livello della Manifestazione lineare, a livello delle strutture del discorso e a livello delle strutture narrative. La prima permette di accedere alle forme dell’espressione, ovvero alla fonologia, alla morfologia, alla sintassi e al lessico del testo. La seconda permette di accedere alla forma del contenuto e fare quindi alcune distinzioni come, per esempio, tra una pecora e una capra (ogni cultura da forma ai propri contenuti in modo diverso). La terza permette di accedere alla sostanza del contenuto: ogni elemento di forma del contenuto acquisisce il proprio senso nel processo di enunciazione. La sostanza del contenuto può assumere forme diverse secondo il tipo di testo: può essere puramente linguistica, metrica o fonosimbolica, come nel caso della poesia, ecc.

Eco insiste sul fatto che il processo interpretativo non segue una cronologia verticale,dall’alto verso il basso o viceversa, ma che, in ogni momento, il traduttore fa la sua scommessa interpretativa e decide quale tra i livelli preferire.

Autrice dell’articolo:
Mafalda Morelli Ottiger
Traduttrice editoriale
Napoli

La soggettività del traduttore

 Categoria: Traduzione letteraria

La cooperazione e la scommessa interpretativa del testo in Umberto Eco
Nel 1979, Umberto Eco pubblica una raccolta di studi che vanno dal 1976 al 1978, con l’intento di presentare un discorso organico sulla cooperazione interpretativa del testo. Il punto di partenza di tale cooperazione è il lettore, principio attivo del testo ed elemento fondamentale della sua genesi. Secondo Eco, il testo è una forma espressiva molto complessa che, nella sua manifestazione linguistica, ha bisogno essere attualizzata dal lettore (come nel caso delle riprese anaforiche);  la complessità maggiore deriva dai suoi “non-detto”,elementi che non si manifestano a livello dell’espressione e che il lettore deve attualizzare a livello del contenuto. La cooperazione tra autore e lettore si fonda su questi spazi che sono stati lasciati volontariamente vuoti: per funzionare, un testo ha sempre bisogno di qualcuno che lo aiuti a funzionare e che ne riempia gli spazi vuoti.

Per quanto riguarda i testi come i romanzi, Eco specifica che l’Emittente e il Destinatario non partecipano alla cooperazione in qualità di poli dell’atto di enunciazione, o come persone fisiche, ma come strategie discorsive: l’autore si manifesta nel testo non solo come il semplice soggetto dell’enunciato, ma anche come uno stile o come un intervento esterno, presente nel tessuto generale del testo.

Nel momento in cui organizza la sua strategia testuale, l’autore prevede un Lettore Modello in grado di attualizzare il testo, che abbia le stesse competenze dell’autore e che faccia riferimento allo stesso sistema di codici. Il suo ruolo è di procedere all’interpretazione del testo seguendo un cammino che, in senso inverso, raggiunga quello percorso dall’autore quando ha prodotto il testo.

Eco definisce allora due tipi di testi: i testi chiusi, destinati a un Lettore Modello ben definito e che non necessitano di grande cooperazione per farsi capire; i testi aperti, che si prestano a varie letture e nei quali l’autore spinge o controlla il Lettore attraverso livelli di interpretazione diversi. Tutti i testi si compongono di una Manifestazione Lineare, ciò che si percepisce con la lettura o l’ascolto, e di un Senso o dei sensi. L’esplicitarsi della Manifestazione Lineare avviene tramite le conoscenze linguistiche, ma il processo è molto più complicato per quanto riguarda l’attualizzazione dei sensi.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Mafalda Morelli Ottiger
Traduttrice editoriale
Napoli

Traduzioni professionali contro MT

 Categoria: Strumenti di traduzione

Con l’avanzare delle tecnologie  e delle cosiddette “Machine translation” sembra che la traduzione professionale stia diventando un settore sempre più di nicchia. Eppure, nonostante sia alla portata di tutti inserire il testo in casella e così, come per magia, ritrovarselo “tradotto”, esistono sfumature che una macchina non potrà mai cogliere. Se da un lato Google Traduttore e il nuovissimo “Interpreter mode” di Google Assistant assicurano un sistema di traduzione efficiente, semplice e addirittura in tempo reale, dall’altro esiste un’umanità imprescindibile in ogni lingua, che la tecnologia non potrà mai trasmettere.
Facciamo un esempio banale, ma efficace, sulla questione:

  • In inglese l’espressione “I love you” può riportare due significati: “Ti voglio bene” o “Ti amo” in italiano. Si tratta di due mondi emozionali completamente diversi, per la nostra lingua, eppure una macchina non sa distinguerli. Un traduttore professionale, analizzando anche il resto del testo, il carico sentimentale che ne deriva e la complessità degli argomenti trattati, si renderà facilmente conto, nella maniera più semplice e istintiva possibile, quale accezione dovrà dare a quel termine. In pratica, se quell’”I love you”, vorrà significare amore o affetto. Eppure Google Traduttore non sa farlo: se si prova a digitare “What a friend you are, I love you”, che qualsiasi essere umano tradurrebbe “Che amico che sei, ti voglio bene”, per Google traduttore vuol dire “Che amico che sei, ti amo”.

Dopo aver analizzato l’aspetto più sentimentale della traduzione, in cui l’essere umano vince (ad armi impari) con la macchina, di seguito si annoverano altre caratteristiche, e vantaggi, che un traduttore professionale può apportare al testo di riferimento:

  • Conoscenza della lingua “a tutto tondo”. Un traduttore professionale tradurrà un testo nella sua lingua madre applicando tutte le conoscenze derivate dall’”esperienza” con quella lingua, impossibile da riportare nella grammatica e nella semantica “da vocabolario” di una macchina. In poche parole? Il professionista traduce un testo come se fosse stato scritto proprio nella sua lingua madre;
  • Creatività, caratteristica essenziale e prettamente umana. Un traduttore professionista riuscirà a riadattare il testo applicando lo “stile” della propria lingua madre. Inoltre, se ad alcune espressioni è impossibile dare un significato letterale, il traduttore, con la dote creativa, riuscirà ad attribuirgli il significato più vicino possibile alla propria lingua madre;
  • Tecnicismi e conoscenza del settore di riferimento in cui si contestualizza il testo. Traduzioni mediche, legali o tecniche in generale, richiedono una conoscenza pregressa nella materia, che solo un traduttore professionista, “scelto” e specializzato, rispetto a una macchina, potrà dare;
  • Ambito culturale, gli usi e costumi di una lingua. Tradurre un testo certamente vuol dire riportarlo fedelmente nella propria lingua madre, ma nel rispetto di quest’ultima. Se un termine, un vocabolo, un’espressione o un’intero testo, tradotti letteralmente, possono in un certo qual modo “offendere” l’ambito culturale in cui la lingua si muove e si diffonde, un traduttore professionista saprà come “riadattarlo”  e “contestualizzarlo” nel migliore dei modi. In questo caso, contro la macchina, a vincere è la sensibilità.

Sicuramente, tra i vantaggi elencati, figura quanto può essere importante, e inimitabile, la capacità di traduzione di un essere umano. Esiste però anche qualche svantaggio: costi maggiori e tempi molto più lunghi.

Viene spontaneo allora interrogarsi, nell’analisi tra i pro e i contro, su quanto valga la pena scegliere un traduttore professionista rispetto alla sempre più gettonata “Machine translation”. La risposta è, in realtà, molto semplice: dipende da quanto tenete alla vostra traduzione!

Autrice dell’articolo:
Melania Cacace
Giornalista e copywriter
Napoli

Terminologia e terminografia

 Categoria: Tecniche di traduzione

Benché la terminologia affondi le proprie radici nel XV secolo quando furono redatti i primi lessici professionali con le prime raccolte terminologiche, la disciplina è tuttavia un concetto relativamente giovane, se considerata nell’accezione odierna del termine, e risale a dopo le conquiste scientifiche e tecnologiche dei secoli XIX e XX. E’ dunque intorno agli anni 70 / 80 del 1900 che, grazie alle opere di Eugen Wüster e Helmut Felber, vengono poste le basi teoriche per la disciplina conosciuta oggi con il nome di terminologia. Tale disciplina ebbe una spinta propulsiva a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche che, difatti, hanno notevolmente promosso lo sviluppo ulteriore e la divulgazione dei lavori terminologici e terminografici. Di pari passo con lo sviluppo della disciplina in questione si percepì il bisogno di rifondare l’ente di normazione internazionale che assunse il nome di ISO, International Organization for Standardization; furono inoltre incentivate le attività delle scuole impegnate nello studio e nella divulgazione di terminologie coerenti e si procedette alla creazione di grandi banche terminologiche consultabili online.
La terminologia, da non confondere con la lessicologia[1] e con la lessicografia,[2] è “la disciplina che studia sistematicamente i concetti e le loro denominazioni, cioè i termini, in uso nelle lingue specialistiche di una scienza, un settore tecnico, un’attività professionale o un gruppo sociale, con l’obiettivo di descrivere e / o prescriverne l’uso corretto.”[3] Tuttavia, con tale termine, non solo si indica la disciplina generale ma si definisce anche “l’insieme dei termini che rappresentano un sistema concettuale di un dominio particolare.”[4] La terminologia in quanto disciplina si trova quindi a dover descrivere in modo sistemico i termini, intendendo con ciò parole, espressioni, locuzioni impiegati in settori di lavoro ben circoscritti, in una o più lingue; diffondere le conoscenze tecniche attraverso strumenti terminologici quali glossari, schede terminologiche, mappe e banche dati; definire delle norme specifiche in base alle quali si cerchi di disciplinare l’utilizzo dei termini.

La terminografia è invece “l’attività che, applicando i principi e metodi della terminologia, si occupa della registrazione, elaborazione e presentazione dei dati terminologici, acquisiti mediante la ricerca terminologica.”[5] Durante l’attività terminografica è consigliabile e preferibile perseguire un approccio onomasiologico che parte dai concetti di un dato ambito specialistico e non dal lessico e che porta alla realizzazione di due sistemi concettuali monolingue in due fasi distinte. Dopo quindi aver condotto le fasi intralinguistiche, è possibile procedere alla comparazione dei due sistemi in modo da verificare le corrispondenze e le identità concettuali. La terminologia e la terminografia sono quindi due discipline di primaria importanza per un interprete e un traduttore che si accinga a tradurre testi e / o orazioni in ambito tecnico-scientifico specialistico in quanto la comprensione del messaggio di arrivo da parte del fruitore della traduzione scritta o orale è strettamente vincolata all’impiego di termini nella LA che siano coerenti, equivalenti e adeguati. Per adempiere a ciò nel migliore dei modi, è dunque essenziale che l’interprete o il traduttore conduca un’accurata e sistemica attività terminologica e terminografica che assicuri una traduzione efficace ed efficiente.

Autrice dell’articolo:
Sara Romanelli
Docente Universitario
Traduttrice e Interprete di Conferenza Freelance ITN<>ENG ITN<>DEU


[1] Per lessicologia si intende lo studio del lessico, l’insieme delle parole e locuzioni di una lingua o di un ambito, in tutte le sue forme. Studia, registra e descrive le parole e i termini, sia del linguaggio generale sia delle lingue speciali., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[2] Per lessicografia si intende la disciplina che si occupa di redigere dizionari o lessici, attraverso la raccolta, classificazione e la definizione delle parole, che vengono riassunti in singole voci sotto forma di lemmi., Cfr. H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010., p. 7
[3] H. Rieger, Cos’è la terminologia e come si fa un glossario., fascicolo in Pdf, 2010, p. 4
[4] Ibidem
[5] Ivi, p.7

Dizionario di inglese giuridico: By-law

 Categoria: Strumenti di traduzione

Sai che cos’è un bylaw? E un bye-law? E, magari, sai il loro significato sia il medesimo in tutto il mondo anglosassone? Te lo spieghiamo in questo articolo. Continua a leggere, è possibile che tu ti sorprenda.

Oggi analizziamo un termine che sembra facile, ma che non lo è.
Innanzitutto, ha un significato nel Regno Unito e un altro negli Stati Uniti.
Se questo fosse poco, lo si può trovare scritto in quattro modi diversi: by-law, bylaw, bye-law e byelaw. Andiamo con ordine.

Origine
Secondo il dizionario Merriam-Webster (clicca qui), si ritiene che il termine bylaw tragga origine dall’antica lingua dei popoli nordici (Old Norse) con questa forma: bȳlǫg. Di lì potrebbe essersi evoluto all’inglese medio (Middle English) come bilawe ed esser giunto all’inglese moderno come bylaw.

Nella lingua nordica antica la parola bȳlǫg era composta da bȳr (o bye in danese) che equivaleva a città o paese e lag o lǫg ovvero legge.
Bȳlǫg = legge di un paese.
Sicuramente ricorderai che il popolo danese ha influenzato fortemente una vasta zona dell’est delle isole britanniche. Là sono vissuti per anni diversi popoli di questa regione europea e sono giunti ad avere un sistema giuridico proprio (per chiamarlo in qualche modo) conosciuto come Dane Law.

Da tale byr nordico o bye danese deriva oggi il nome di alcune città inglesi quali Derby, Whitby o Grimsby.

Prima accezione (Br_En)
Con queste premesse risulta chiaro che città + legge (byr + log) diano luogo a ciò che oggi conosciamo come by-law e che in Inghilterra è utilizzato, in particolare, per designare le ordinanze comunali, i regolamenti locali o la normativa di un comune.

By-law o bylawè, pertanto, una norma promulgata da un’autorità locale che viene applicata unicamente in tale ambito territoriale.

Tale tipo de norme o regolamenti aventi forza di legge (with force of law) vengono pronunciate da determinati organismi quali i comuni e altre amministrazioni locali dotate di poteri legislativi delegati in virtù di legge parlamentaria (Act of Parliament).

Come indicato dal Duhaime Legal Dictionary (clicca qui), tali norme locali promulgate da tali enti vengono denominate bylaws o anche regulations, ma mailaws o statutes.

Però, attenzione, tale significato del termine risulta applicabile unicamente nel Regno Unito, dov’è stato coniato, e in alcuni altri paesi quali Canada e Australia. Mentre negli Stati Uniti significa un’altra cosa.

Seconda accezione (Us_En)
Negli Stati Uniti tale termine viene utilizzato per fare riferimento alla normativa interna di imprese o di altre organizzazioni.

Si tratta di norme (rules) che servono per organizzare i relativi procedimenti interni, disciplinare le attività e fissare i diritti e gli obblighi dei rispettivi soci o membri. E sono ciò che in spagnolo sono conosciuti come estatutos o estatutos sociales [in italiano, statuto della società].

Di fatto, si tratta della prima accezione contenuta nel Black’s Law Dictionary che, sebbene sia la bibbia dell’inglese giuridico, non possiamo dimenticare che viene pubblicato negli Stati Uniti.

A rule or administrative provision adopted by an organization for its internal governance and its external dealings.

Perciò ora sai che cos’è un bylaw in ciascuna sponda dell’oceano.

E, per concludere, una breve postilla sulle differenze linguistiche tra USA e UK. Questo statuto societario che negli Stati Uniti viene denominato bylaws, nel Regno Unito si chiama Articles of Association.

Potrebbero avere ragione coloro che affermano che Inghilterra e Stati Uniti siano due nazioni sorelle separate da una stessa lingua.

Fonte: Articolo pubblicato il 26 aprile 2020 sul sito Traducción Jurídica

Traduzione a cura di:
Silvia Ragagnin
Specializzata in traduzioni giuridiche
Pordenone

Tradurre significa tradire?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Si dice che le traduzioni siano come le donne: brutte e fedeli, o belle e infedeli. Questo curioso gioco di parole interpreta uno dei più consolidati paradossi della comunicazione. Una traduzione fedele al 100% è praticamente quasi impossibile, il risultato sarà sempre leggermente diverso dal testo di partenza.

Se pensiamo alle traduzione dei film, soprattutto americani, non penseremmo mai
di adottare frasi come ‘Hey amico’, (hey man), ‘ma che diavolo dici’? (what the hell?) oppure di chiamare una donna ‘pollastrella’! (chick). Da adattatrice mi imbatto spesso
in questo tipo di traduzioni. La lingua inglese, diciamolo, è molto più sporca rispetto alla lingua italiana, nei film americani utilizzano la parola “fuck” o “fucking” come niente fosse
o ancora “bitch”, “son of a bitch” che ormai sono quasi una regola. Quando adattiamo un
film in italiano dobbiamo per così dire, ripulirlo e renderlo più “digeribile” al pubblico italiano, che non sopporterebbe questo continuo uso di parolacce. Tuttavia conosco persone che si rifiutano di vedere film adattati e preferiscono di gran lunga vederli in lingua originale, proprio perché per chi conosce la lingua, i film tradotti perdono molto del loro significato.

Esistono due tipi di traduzione:
- Source oriented (più fedele al testo);
- Target oriented (si allontana dall’originale ma agevola la comprensione ai lettori);

Ci sono molti punti di vista riguardo questo argomento; alcuni, ad esempio, ritengono
che il lavoro del traduttore è simile a quello del copista che riproduce una scrittura. Secondo questi la riproduzione letterale può essere così semplice che vi riuscirebbe anche un trascrittore, dotato di conoscenze elementari sulla lingua di partenza.
Nella traduzione di una poesia la questione diventa più complicata e anche di molto.
La poesia ha una sua melodia, un suo ritmo, ed evoca degli scenari interiori, bisogna insomma avere una certa sensibilità per ritrasmettere le emozioni. Il traduttore di opere
in prosa, dovrebbe avere anche il cuore di un vero poeta. Nella traduzione di testi comici
la traduzione letterale non è idonea: perché creerebbe delle mostruosità linguistiche. Umberto Eco, ad esempio, nel suo ‘Come scrivere una tesi di laurea’, afferma che tradurre è sempre tradire e aggiunge che tradurre è come avere una dentiera e non i denti veri, oppure è come indossare la parrucca o altre protesi di vario tipo.

Tradurre però, vuol dire trasmettere il messaggio senza modificarlo, restituendolo fedelmente. Il traduttore ha due personalità: il linguista e lo stilista; per essere un buon traduttore l’una non deve prevalere sull’altra. La traduzione è un importante mezzo di cultura che, dovrebbe essere aggiornata al momento storico e al pubblico dei lettori. Tradurre è quindi sempre un po’ tradire; ma se lo si fa coscienti dei rischi possibili, si tradisce solo se lo si reputa veramente indispensabile. Curiosità e distacco sono due parole da prendere in considerazione in questo mestiere: la curiosità del lettore attento al messaggio e il distacco di chi lo deve trasferire ai lettori mantenendo il più possibile il suo ritmo e il suo significato. Tradurre insomma è sostanzialmente una sfida.

Magyarorszàg…

 Categoria: Le lingue

Vi domanderete cosa ho scritto… è il nome esatto dell’Ungheria. Il significato di questa meravigliosa e complicata parola si racchiude in un popolo pieno di origini e discendenze, vuol dire “Paese Magiaro”, il paese meraviglioso dove io sono nato. La sua storia racchiude l’impero Austro Ungarico, discendenze finniche ed una forte influenza turca.
Ho avuto il dono di poter imparare questa lingua da mia madre che a tre anni mi ha portato in Italia. Credetemi, penso sia una delle lingue più difficili al mondo.

Il mio cammino verso la traduzione è iniziato sin da piccolo, quando mia madre faceva scambi culturali tra Italia ed Ungheria ed io ero una sorta di mascotte per tutti. Insomma a 7-8 anni andavo in giro per Roma a tradurre le meraviglie della mia città.
Poi ho passato lunghi periodi con amici, conoscenti della mia famiglia; portavo persone italiane alla scoperta della Parigi dell’Est, cioè Budapest. Qui potrei raccontarvi tantissime cose ma non vorrei dilungarmi e magari annoiarvi troppo. Vi rubo un altro secondo dicendovi che nella vita, se fai ciò che più ti piace, allora non serve a nulla il resto, puoi solo sorridere ed essere felice di poter rappresentare due paesi meravigliosi che, per quanto diversi, hanno una bandiera unica con gli stessi colori. Non mi pongo limiti, conosco perfettamente l’italiano quanto l’ungherese.

Autore dell’articolo:
Giovanni Detari
Budapest (Ungheria)

L’importanza delle lingue

 Categoria: Le lingue

Avete mai provato almeno una volta nell’arco della vostra vita a sentirvi come un “pesce fuor d’acqua”? Sì, la classica espressione utilizzata dalla maggior parte della gente comune per esprimere quella situazione di disagio dalla quale non sembra proprio facile uscire.
Bene, proprio grazie a quell’espressione io ho fondato lo scopo della mia vita. Ricordo, ancora ragazzina, i viaggi con la scuola in paesi tanto belli quanto così lontani da me.
Ricordo le gite fatte in Francia ai castelli (bellissimi eh) ma quanto era duro cercare di arrivare a fine giornata per poter finalmente chiudersi in camera, afferrare il telefono dell’albergo e chiamare finalmente casa. Ti rispondevano quel “pronto” in italiano che ti faceva sentire la vicinanza degli affetti e cosa ancor più bella l’essere capita e il poter capire e cogliere le sfumature della vita che ti circondava.

Così pensai dopo l’ultimo dei miei meravigliosi quanto difficili viaggi all’estero che non volevo più vivere in un mondo a metà.
Perché dico a metà? Semplice: sai l’italiano, conosci l’Italia, vivi in Italia, paese splendido, ricco di storia, di calore, ma quando raggiungi il confine e arrivi in terra straniera dove non sai né lingua, né usi, né costumi, come ti senti?
Capire qualche parola di francese, tedesco e inglese non basta per poter cogliere appieno l’essenza di ogni luogo, e così decisi d’intraprendere il magico studio delle lingue.
Già dal primo corso sembrò aprirsi davanti miei occhi uno scenario che non avevo mai visto. Mi sembrava di sentire attraverso quello studio nuovo ma tanto utile per capire e confrontarmi con gli altri, i profumi e i sapori di terre fino a quel momento a me sconosciute.

Dopo anni ed anni di duro apprendimento, di esperienza fatta sui luoghi per capire, imparare, ascoltare dalle culture diverse dalla mia, mi sentivo parte del mondo.
Sì, finalmente potevo dire a me stessa di essere nel mondo, poiché studiando le lingue potevo mettermi in gioco, metterle in gioco.
Lo stesso Rousseau, nel “Saggio sulle origini delle lingue”, spiega che il linguaggio serve innanzitutto per esprimere passioni e stati d’animo, proprio quei sentimenti che sarebbe paradossale manifestare senza capire.
Mi servo dunque di questo incantevole strumento per arricchire giorno dopo giorno la mia biblioteca interiore. Ciò mi consente di vivere al meglio la vita e di chiudere nel baule delle esperienze quanto di più possibile si possa.
Ora viaggio, visito posti bellissimi ma non mi sento più quel “pesce fuor d’acqua” che solo semplicemente per comprare una cartolina da spedire a casa doveva fare uno schizzo su un foglio di carta per farsi comprendere.
Le mie lingue mi permettono una comprensione chiara e corretta di ciò che mi circonda, anche di fatti politici, religiosi e culturali di paesi lontani ma pur sempre così vicini.

La lingua inglese nel mondo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

La realtà linguistica in Nigeria è tale che la maggior parte della popolazione tende infatti a imparare innanzitutto l’inglese, per poi utilizzare la lingua materna (molto spesso proprio il Nigerian Pidgin) solo in contesti quotidiani o di bassa rilevanza. Ciò che quindi è importante sottolineare è che, sebbene le lingue pidgin continuino a essere parlate, questo avviene sempre meno, e l’inglese rimane comunque la lingua privilegiata quando si tratta di scegliere l’idioma più corretto per un contesto formale o un romanzo: il prestigio derivante dall’uso dell’inglese infatti era ed è rimasto indiscutibile anche nei territori ex coloniali, dove oggi come allora si continuano a privilegiare i parlanti nativi o chi usa una tipologia di inglese il più vicina possibile allo Standard English.  Nonostante tutto però, molte comunità africane hanno continuato a produrre una cultura resistendo alle costrizioni sociali e psicologiche imposte dai coloni, e ciò è riscontrabile dal quantitativo di usanze e costumi indigeni che sono comunque arrivati fino a noi.

Ecco, considerare la letteratura e le lingue autoctone al pari degli usi e costumi locali sarebbe già un passo avanti essenziale per continuare a difendere tali realtà che costituiscono comunque un patrimonio culturale inestimabile. È questa dunque la direzione da prendere per proteggere e salvaguardare la storia e la cultura dei Paesi ex coloniali; anziché continuare a considerare i vari pidgin come varietà di broken English, ovvero come un inglese di serie B, si dovrebbe cercare di seguire l’esempio di molti letterati, professori, avvocati e giornalisti africani che non vogliono abbandonare la loro lingua e che continuano a difenderla parlandola e parlandone.

Per finire, da un punto di vista letterario, purtroppo ancora oggi solo alcuni autori preferiscono utilizzare le loro lingue materne nei romanzi, data la maggiore visibilità e vendibilità sul mercato internazionale che l’inglese può invece assicurare loro, relegando così gli idiomi autoctoni a qualche piccola battuta dei personaggi minori o a qualche termine, come detto all’inizio dell’articolo. Per il futuro possiamo solo sperare che si sviluppi una più forte collaborazione tra governi, linguisti e studiosi affinché tali lingue riprendano un ruolo di primo piano, anche per fronteggiare lo strapotere e il fenomeno della globalizzazione linguistica, in maniera che non solo la cultura ma anche la storia di queste comunità non venga dimenticata poiché, come diceva Frantz Fanon in un suo saggio che ho amato molto, lo splendido Black skin, white masks, “to speak means to be in a position to use a certain syntax, to grasp the morphology of this or that language, but it means above all to assume a culture, to support the weight of a civilization”.

La lingua inglese nel mondo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

L’espansione della lingua inglese nel mondo è infatti una delle conseguenze più rilevanti del periodo coloniale, ed è dovuta anche al rapporto estremamente stretto che i britannici hanno da sempre avuto con la loro lingua, e alla grande considerazione che hanno da sempre riposto in essa. Nel caso della colonizzazione del continente africano, ognuna delle diverse colonie britanniche ha sviluppato una serie di caratteristiche linguistiche particolari, dovute ai differenti bisogni che gli esploratori inglesi si trovarono ad affrontare: coloro che dovevano instaurare un rapporto diretto con gli abitanti di colore delle varie regioni hanno dato vita ai cosiddetti New Englishes, le varietà africanizzate di inglese, mentre l’unico paese africano in cui la lingua inglese si è imposta come prima lingua in buona parte della popolazione è il Sudafrica, dove comunque gli scontri di carattere razziale non sono mancati, visto che per molti indigeni neri e molti parlanti di afrikaans l’inglese è rimasto in ogni caso una seconda lingua.

E sono proprio i conflitti sociali derivanti dalla presenza non solo dei colonizzatori, ma anche della loro lingua, gli elementi alla base di tutta una serie di polemiche sul concetto di identità che si è formato in una tale situazione: l’inglese, sebbene lingua straniera e dell’oppressione, dovrebbe dunque essere considerata la lingua più adatta per esprimere e sviluppare la cultura africana? O al contrario non farebbe altro che ghettizzare e discriminare ancora di più le popolazioni nere d’Africa?

A tal proposito è bene ricordare che è stato solo nel secondo dopoguerra, ed in particolare dopo il processo della decolonizzazione, che si è potuto iniziare a considerare anche la parte positiva dell’“invasione” dell’inglese in tali zone, senza quella connotazione negativa che lo aveva caratterizzato in precedenza, dovuta proprio alla situazione di autorità ed oppressione con cui gli inglesi trattavano le colonie portando molto spesso i popoli colonizzati a dover rinunciare alla loro lingua e, di conseguenza, alla loro cultura ed identità. Non a caso molti intellettuali e scrittori africani, in particolare il nigeriano Chinua Achebe, hanno spesso criticato l’uso esagerato e indiscriminato che molti colleghi hanno fatto e fanno della lingua inglese nelle loro opere, relegando così le loro lingue vernacolari a un ruolo di secondo piano.

Terza parte di questo articolo >

La lingua inglese nel mondo

 Categoria: Le lingue

Cimentandosi nell’ambito della traduzione è possibile scontrarsi con parole o espressioni tipicamente appartenenti a culture e lingue molto lontane dalle nostre, soprattutto quando si ha a che fare con testi postcoloniali, che spesso presentano un vocabolario colorito e ricco di termini autoctoni delle regioni nei quali sono stati scritti e ambientati. Questo avviene soprattutto in quei romanzi che, seppur prevalentemente scritti in una lingua europea ed ex coloniale come l’inglese, il francese o lo spagnolo, hanno comunque al loro interno sfumature, colori e odori delle terre africane, caraibiche o asiatiche in cui queste lingue sono state importate. In gran parte della letteratura africana, per esempio, questo fenomeno è molto diffuso, e porta il traduttore a doversi misurare con realtà decisamente estranee e, di conseguenza, con alcune difficoltà che, per quanto affascinanti e interessanti possano dimostrarsi, restano comunque delle sfide significative.

Tutto ciò è ancora più vero quando si ha a che fare con la letteratura di nazioni con un passato coloniale duro e contrassegnato da momenti di vera tensione, che hanno addirittura portato a una grande frammentazione linguistica e alla creazione delle cosiddette lingue pidgin, come è accaduto per esempio in Nigeria, dove la lingua istituzionale, l’inglese, è comunque affiancata da una serie di vernacoli più o meno ufficiali e tuttavia molto usati dalla popolazione locale, tra cui è possibile citare il Nigerian Pidgin English. Gli scrittori nigeriani sono quindi molto spesso dei veri e propri bilingui, e questa loro doppia anima arriva poi a scontrarsi nelle loro opere.

Tale fenomeno è dovuto al fatto che i colonizzatori inglesi che sbarcarono in massa sulle coste africane a partire dalla metà del XIX secolo non portavano con sé solo fucili ed armi di ogni sorta che stupivano ed affascinavano le popolazioni locali, ma ovviamente anche la loro lingua. E proprio quest’ultima fu uno degli strumenti più potenti che gli esploratori britannici di ogni epoca ebbero a loro disposizione per portare a termine la loro opera di dominazione e sottomissione delle etnie autoctone di ogni nuovo territorio decidessero di conquistare, dato che nulla quanto una conoscenza linguistica è in grado di discriminare, o al contrario, elevare una persona all’interno della società in cui vive, soprattutto se consideriamo la relazione intrinseca che lega indissolubilmente il sistema culturale di una determinata nazione o società alla sua lingua. Questo principio di base si dimostra tanto più vero se ci soffermiamo ad analizzare il fenomeno della colonizzazione non soltanto attraverso una prospettiva storico-sociale, ma anche da un punto di vista linguistico.

Seconda parte di questo articolo >