Perdita e guadagno nel processo traduttivo

 Categoria: Problematiche della traduzione

C’è una convinzione che chi traduce è tentato di far sua: quella che esista una traduzione perfetta, e che il compito del traduttore sia raggiungerla. La traduzione, però, è sofferenza e sperimentazione. Sperimentazione dei propri limiti e dei limiti della lingua in cui si traduce; è tentare e sbagliare innumerevoli volte.

«Il testo fonte […] oppone una resistenza a farsi sradicare dal proprio terreno culturale per farsi tradurre altrove.»[1]

Partendo da questa premessa è possibile uscire dalla condizione di frustrazione in cui il traduttore si immerge piano piano, scoprendosi impotente di fronte alla resistenza del testo straniero. A differenza del testo scientifico, in cui l’autore «traduce se stesso passando da una lingua a una terminologia»[2] , quindi un linguaggio universale in cui gli individui non possono capirsi se prima non concordano il significato dei segni, nel testo letterario ciò che emerge dalle righe è la persona dell’autore che sta presentando se stesso senza tradursi al lettore.

Questo genera un testo che in traduzione è impossibile veicolare senza problemi; a sua volta, il testo genera una perdita, un residuo comunicativo. Citando un esempio proposto da Umberto Eco nel suo saggio Sulla traduzione, un’espressione idiomatica inglese come “it’s raining cats and dogs” non si può tradurre alla lettera; è necessario optare per una piccola infedeltà linguistica al fine di guadagnare una fedeltà culturale[3], e ottenere nel lettore di lingua italiana lo stesso effetto che si provoca nel lettore di lingua inglese: alcune possibili traduzioni potrebbero essere “piove come Dio la manda” o “piove a catinelle”. Che cosa accade in questo caso nella traduzione dall’inglese all’italiano? Si ha una perdita inevitabile a livello di immagini (tradurre “piovono cani e gatti” disegnerebbe sulla faccia del lettore un grande punto di domanda), ma c’è anche un guadagno: si è trovata un’immagine che il lettore di lingua italiana è in grado di associare al suo background culturale e che gli consente quindi di ricodificare il messaggio. In traduzione, perciò, la perdita diventa inevitabile. Tuttavia, spesso è possibile compensare questa perdita altrove, in altri punti del testo.

Quella della compensazione è una strategia efficace che aiuta il traduttore ad accettare con maturità e serenità questo lutto, a elaborarlo rinunciando definitivamente al sogno della traduzione perfetta[4]. Lo scopo della traduzione, infatti, non è la ricerca utopistica di un testo d’arrivo perfettamente equivalente al testo di partenza (anche perché il testo di partenza nel suo sopravvivere si modifica, come nel tempo anche le parole maturano e mutano, fino a diventare d’uso comune ed essere addirittura percepite come arcaiche[5]; perciò la traduzione stessa non è mai un processo statico, ma è sempre in movimento), ma è racchiuso nel concetto di hospitalité langagière[6] suggerito da Ricoeur: l’accoglienza dello straniero come fine etico dell’atto traduttivo[7]. La perdita è il segno della differenza tra il proprio e l’altrui. Ciò che si guadagna non riguarda solo la compensazione di cui sopra, ma anche l’irriducibile presenza dell’altro e la conoscenza più profonda di sé, poiché «è solo attraverso la conoscenza dell’altro che si può giungere a conoscersi meglio»[8].

NOTE
[1] Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 19.
[2] Ortega y Gasset J. Miseria e splendore della traduzione, (1937), (in Nergaard Siri, La teoria della traduzione nella storia, Milano, Strumenti Bompiani, 2009, p. 183).
[3] Eco U., Riflessioni teorico-pratiche sulla traduzione, (in Nergaard Siri, Teorie contemporanee della traduzione, Milano, Strumenti Bompiani, 2010, p. 123).
[4] Ricoeur P., Tradurre l’intraducibile: sulla traduzione, (traduzione e studi di Mirela Oliva), Città del Vaticano, Urbaniana University Press, 2008, p. 41.
[5] Benjamin W., Il compito del traduttore, (in Nergaard Siri, La teoria della traduzione nella storia, Milano, Strumenti Bompiani, 2009, p. 226).
[6] «Un concetto […] ben più ampio di quanto non traspaia in ‘ospitalità linguistica’, il modo in cui viene comunemente e in modo approssimativo tradotto. In realtà nell’aggettivo langagier, con quel suo rimandare al langage più che alla langue, c’è più di una questione puramente linguistica. È proprio in questo iato fra linguaggio e lingua (Jervolino 2008: 20), una differenza che in Italiano e in altre lingue neolatine è possibile esprimere, che si inserisce la pratica, l’esperienza e la riflessione sulla traduzione.». Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 20.
[7] «L’atto etico consiste nel riconoscere e nel ricevere l’Altro in quanto Altro». Berman A., La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza, Macerata, Quodlibet, 2003, p. 61.
[8] Cavagnoli F., Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese, Monza, Polimetrica, 2010, p. 129.

Studi di traduzione sui saggi in inglese (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per prima cosa, il traduttore deve scovare ed eliminare le espressioni che potrebbero essere fraintese e quelle che sono difficili per quanto riguarda la grammatica e il vocabolario; ciò viene fatto per non scoraggiare il lettore che cerca di capire il contenuto del messaggio. La traduzione è considerata illogica se un’alta percentuale di lettori interpreta male il contenuto del messaggio. Inoltre è essenziale comprendere che ogni lingua ha il proprio intelletto, contiene una varietà di caratteri distintivi così come un’unica configurazione dell’ordine della frase e dei segni discorsivi. Sfortunatamente il traduttore tende a “ricostruire” una lingua. Un esempio può essere il missionario dall’America Latina che provò ad introdurre la forma passiva del verbo in un linguaggio in cui questa forma del verbo non esiste. (Theory and Practice of Translation, Eugene Nida)

Dato che tutte le lingue differiscono nella forma, per preservare il contenuto della lingua le forme devono essere cambiate. Il livello in cui la forma deve essere cambiata, in modo che si conservi il significato, dipende dalla distanza linguistica e culturale tra le lingue.

Come dice Eugene Nida nel suo libro “Theory and Practice of Translation”, quando si traduce bisogna stabilire sette gruppi di priorità essenziali: la consistenza contestuale ha la priorità sulla consistenza verbale (o concordanza parola per parola), l’equivalenza dinamica ha la priorità sulla corrispondenza, la forma uditiva del linguaggio ha la priorità sulla forma scritta e le forme che sono utilizzate e accettate dal pubblico per cui la traduzione è stata fatta hanno la priorità sulle forme che sono ritenute più tradizionalmente prestigiose. (Theory and Practice of Translation, pag. 14)

Dal punto di vista grammaticale ci sono sue diversi sistemi di traduzione. Il primo si basa sull’introduzione di diverse regole che devono essere strettamente applicate in ordine e devono indicare esattamente ciò che dovrebbe essere fatto con ogni elemento o combinazione di elementi nella lingua di origine, così che sia facile scegliere la migliore forma corrispondente nella lingua di recezione. La lingua tradotta può essere naturale o completamente artificiale.

Il secondo sistema di traduzione contiene una struttura più complessa, che consiste in tre passaggi:
Analisi, in cui il messaggio della lingua di origine è analizzato dal punto di vista delle relazioni grammaticali e dal significato delle parole;
Trasferimento, in cui il messaggio analizzato è trasferito nella mente del traduttore dalla lingua di origine alla lingua di recezione;
Ricostruzione, in cui il materiale trasferito è ristrutturato in modo da renderlo perfettamente comprensibile nella lingua di recezione.

Traduzione libera di un articolo pubblicato sul sito Uni Assignment Centre

Studi di traduzione sui saggi in inglese

 Categoria: Tecniche di traduzione

Questa tesi è largamente basata sulla ricerca nel campo della traduzione. La traduzione è una valida caratteristica che influenza la nostra società e simboleggia uno degli aspetti più importanti nel continuo cambiamento del nostro pianeta. I compiti  del traduttore sono complessi e hanno a che fare con le sue abilità nel cimentarsi nei diversi aspetti del processo di traduzione. La traduzione è definita in molteplici modi e può essere compresa in modo differente in base alle persone che la leggono. Le persone che non sono traduttori vedono la traduzione come un testo, mentre i traduttori la vedono come un’ “attività”.

La traduzione è uno dei diversi metodi di comunicazione e, posso dire, il più importante. Ciò è maggiormente dovuto al fatto che è in grado di associare almeno due lingue e le loro culture. Attraverso la traduzione, gli elementi caratteristici di una lingua sono trasferiti in un’altra. La traduzione ha grandi conseguenze nella nostra vita quotidiana. Possiamo definirla come un processo o un prodotto, quindi ricopre differenti prospettive. La traduzione si concentra sul ruolo del traduttore, il quale ha davanti a sé un testo e deve trasformarlo in un’altra lingua e riguarda inoltre il prodotto specifico creato dal traduttore.

Nel libro di Susan Bassnett, Translation Studies, la traduzione è definita come il passaggio di significato. La traduzione implica il trasferimento del “significato” contenuto in una lingua in un’altra, attraverso l’uso competente di un dizionario e della grammatica; il processo si basa inoltre su diversi criteri extra-linguistici. (Susan Bassnett, Translation Studies, pg 21) Il linguista e teorico letterario russo, Roman Jackobson, dichiara che non ci può essere un’equivalenza completa attraverso la traduzione. Lo studio della traduzione è la disciplina accademica che studia la teoria e la pratica della traduzione.

Questa si concentrava in un primo momento nella struttura del messaggio e nell’abilità di riprodurre soggetti stilistici: il ritmo, le rime, i parallelismi e le strutture grammaticali inusuali, ora invece ciò che è importante è la risposta del recettore al messaggio tradotto. La risposta deve essere in seguito confrontata al modo in cui il recettore originale ha reagito la prima volta in cui ha letto la forma originale.  Il traduttore deve assicurarsi che il recettore medio non abbia difficoltà a comprendere il messaggio.

Seconda parte di questo articolo >

Traduzione libera di un articolo pubblicato sul sito Uni Assignment Centre

La tecnologia cambia lo spagnolo

 Categoria: Strumenti di traduzione

Se si compilasse un nuovo dizionario in Venezuela questo dovrebbe includere parole come tuittare, smartphone, gangnam, meme e Whatsapp, così come altre, non tanto comuni, ma che sono già presenti nel vocabolario del venezuelano, come bosone (di Higgs) e Instagram. Si tratta di una semplice formula: man mano che la società si evolve nel tempo, si evolve anche la sua lingua. Ma c’è di più, i venezuelani adottano nuove parole dando loro nuove intonazioni e modo di dirle o pronunciarle e scriverle.
“Lo spagnolo venezuelano si è arricchito coi cambiamenti sociali, le trasformazioni umane, la globalizzazione, la scienza e la tecnologia” spiega Francisco Javier Pérez, Presidente dell’Accademia Venezuelana della Lingua.
Questa trasformazione delle parole può obbedire all’auge dei social network, ai cambiamenti politici, all’arrivo di nuove tecnologie o alla creatività dei venezuelani, afferma Pérez che è anche un lessicografo, cioè una persona che si dedica alla compilazione di dizionari.

Inoltre questo rinnovamento verbale al giorno d’oggi procede più veloce che mai. La globalizzazione ne è in gran parte responsabile.
Pérez non considera questi cambiamenti un deterioramento della lingua come, secondo lui, reputa la maggior parte degli studiosi, anzi dice che è persino interessante.
“Se c’è un meccanismo magnifico che possiede lo spagnolo è quello di adottare le parole che vengono da altri paesi e usarle in modo diverso a seconda delle diverse regioni. Il risultato di tutto ciò è che i termini si spagnolizzano” spiega l’esperto.
Usa come esempio il nome Twitter dicendo che molte persone chiamano questo social network “Tuiter” e chiamano l’azione di usarlo “Twitear” o “tuitear”.

“Inoltre ci sono persone che dicono “guasa” riferendosi a Whatsapp. Perché? Perché è la forma più facile che abbiamo di scrivere una parola che non è nostra. La lingua non può includere automaticamente un vocabolo senza farlo suo”.
D’altra parte alcune parole sembrano tornare dal passato nelle conversazioni dei venezuelani e fra queste troviamo “pitiyanqui” (persona fanatica di tutto ciò che riguarda gli Stati Uniti n.d.t) e “barragana” (amante di una persona di potere n.d.t.).
Pérez mette in evidenza il fatto che non bisogna scandalizzarsi di fronte a nuove parole che si impongono nello spagnolo. “Se lo facessimo rimarremmo fuori da ciò che accade nel resto del mondo” afferma.
Quando una nuova parola entra in un vocabolario c’è sempre un processo di adattamento fino a quando finalmente la parola viene accettata, se tale cosa dovesse succedere. Ci sono parole che sono molto artefatte.
“Chi può dire se una parola sarà accettata in una società? Solo il tempo potrà dirlo” conclude Pérez.

Traduzione libera dell’articolo di Daniel González Cappa apparso sul quotidiano venezuelano “El Universal” il 16/01/2013

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

Lei ha fatto molti viaggi sul campo in Kashmir e ha insegnato ad alcuni burushos dei metodi per la documentazione linguistica…
Sì, ho lavorato con parlanti nativi di tutti i dialetti del burushaski. Vista la loro comunità molto ristretta, i burushos del Srinagar sono stati una bella sfida per me. Alla fine, però, alcuni dei miei assistenti linguistici sono riusciti a pieno a registrare, trascrivere e analizzare i dati utili per il progetto.

Quali sono le tipologie di tradizioni orali raccolte dai ricercatori?
Esistono diverse collezioni di testi già pubblicate da vari autori, perlopiù tradotte in tedesco e francese. I risultati della mia ricerca includono anche un corpus digitale consultabile, il “Burushaski Language Resource”, che si trova nella Digital Collection Library dell’UNT. Il corpus contiene materiale linguistico di varia natura, come ad esempio storie popolari, racconti personali, conversazioni spontanee, canzoni etc. Questi materiali sono conservati e disponibili in diversi formati – registrazioni audio e video e testi (su burushaskilanguage.com).

C’è qualche aneddoto interessante sul suo lavoro con i Burushos che vuole condividere con noi?
Avrei diverse storie avventurose, felici e anche dolorose da raccontare. Potrei parlarvi del mio calvario di tre anni per ottenere un permesso per il Pakistan, e di come, una volta arrivata lì nel 2010, sono rimasta bloccata nell’aeroporto di Islamabad perché il mio volo per Gilgit era stato cancellato. Sono finita a fare l’autostop e a viaggiare in auto fino a Gilgit mentre ero incinta al quinto mese. Una volta giunta sul posto, ho dovuto affrontare tutte le agenzie di intelligence che ostacolavano i miei spostamenti nella regione.  Un giorno un agente mi chiese di pagargli una mazzetta per darmi il “permesso di lavorare senza ulteriori interruzioni”. Poi scoprii che era il figlio di un contatto che avrei dovuto incontrare il giorno successivo. Infine, l’agente, in evidente imbarazzo, mi regalò tre volumi di una traduzione del Corano in burushaski.

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Quanti sono i parlanti di questa lingua nel Gilgit-Baltistan?
Non esistono statistiche ufficiali al riguardo. Analizzando i dati raccolti nel censimento del governo del 1981, Peter Backstrom calcolò che il numero approssimativo dei parlanti di burushaski in Pakistan a quell’epoca si aggirava tra i 55.000 e i 60.000. Secondo una pubblicazione del 2017, The Ethnologue calcola circa 96.800 parlanti di burushaski in Pakistan nel 2004. Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia personale esperienza comunicativa con i parlanti nativi di diversi dialetti del burushaski, credo che il numero totale di parlanti si aggiri intorno ai 100.000 o più. Qualche migliaio di loro si è trasferito nelle grandi città come Gilgit, Islamabad e Karachi. Qualcuno si è anche trasferito all’estero.

La generazione dei più giovani predilige l’uso dell’Urdu/Kashmiri?
Sì, la paura della deriva linguistica [1] è molto diffusa. Molti parlanti sono plurilingui (a diversi livelli) con il kashmiri, l’urdu e l’inglese. Il burushaski è fortemente influenzato dall’urdu e da altre lingue dominanti come il kashmiri (in Srinagar) e lo shina e il khowar (in Pakistan). Nonostante la comunità abbia cercato di preservare la lingua originaria nel tempo e di tramandarla alle generazioni più giovani, è molto forte la spinta della deriva linguistica verso lingue più dominanti e prestigiose, specialmente l’urdu.

Sono state messe in atto iniziative per preservare la lingua?
Molti studiosi locali del Pakistan si sono impegnati nel tempo in questo senso. Vari autori hanno pubblicato descrizioni di carattere grammaticale e collezioni di testi sui diversi dialetti. Io stessa ho portato avanti dei progetti di documentazione e conservazione linguistica sui quattro dialetti del burushaski con l’aiuto dei finanziamenti della US National Science Foundation.

La lingua non ha una tradizione letteraria scritta. Qual è l’alfabeto utilizzato?
Nonostante le varie proposte, finora non c’è unanimità nella scelta di un sistema di scrittura standard per questa lingua. I parlanti utilizzano sia l’alfabeto arabo-persiano con delle modifiche, sia l’alfabeto romano, ma non esiste un modo univoco per la scrittura di alcuni suoni (vocali e consonanti) che non sono presenti nell’urdu e nell’inglese.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

[1] NdT: La deriva linguistica, talvolta chiamata trasferimento linguistico o perdita linguistica è il processo mediante il quale una comunità di locutori di una lingua passa a parlarne un’altra, abbandonando quindi la lingua precedente (da cui il termine “deriva”).

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Il Burushaski dello Srinagar è diverso da quello parlato nel Gilgit-Baltistan?
Esistono differenze nette a livello di vocabolario, morfologia e pronuncia tra le varietà regionali. La varietà parlata nello Srinagar, ad esempio, presenta tratti in comune con il dialetto Hunza perché in origine tale varietà derivava da quella del Nagar. La varietà dello Yasin, che dista chilometri e chilometri di aspre montagne rocciose da quelle sopra citate, è quella che presenta i tratti più distinti tra tutte. I parlanti della lingua comprendono i diversi dialetti a vari livelli. A causa del suo isolamento dalla più folta comunità di parlanti di burushaski, durato più di 125 anni, la varietà dello Srinagar ha sviluppato tratti linguistici divergenti.

È possibile considerare il burushaski una lingua isolata? Alcuni studi lo riconducono ad un’origine Indoeuropea, è vero?
Molti sono gli studi che hanno cercato di indagare le origini linguistiche del Burushaski comparandole con altre lingue, purtroppo però, non si è ancora riusciti a trovare una connessione che convinca del tutto. Secondo John Bengtson, il Burushaski apparterrebbe ad un phylum linguistico “macrocaucasico” (o sinocaucasico), incluso nel più ampio macro-phylum denecaucasico transcontinentale, che dovrebbe raccogliere lingue disparate come ilbasco, gli idiomi parlati nel Dagestan (al confine tra la Georgia e l’Azerbaijan), le lingue caucasiche della regione nord-occidentale e il burushaski. Lo studioso Sergei Starostin propose un macro-phylum di connessione tra il sinotibetano, lo yeniseiano (della regione intorno al fiume Yenisei in Siberia centrale) e le lingue caucasiche. Ilija Čašule tentò invece di stabilire una relazione tra le lingue Indoeuropee e il burushaski, in particolare tra quest’ultimo e la famiglia linguistica paleobalcanica. Tuttavia, pochi di questi studi ci forniscono prove sufficienti per stabilire una reale relazione genetica tra il burushaski e le altre lingue esistenti.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

Il burushaski: la lingua sopravvissuta (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Come è venuta a conoscenza della presenza di burushos nello Srinagar?
A dire il vero è stata proprio una scoperta casuale avvenuta durante la mia visita a Shiraz (Iran), poco dopo essermi sposata nell’estate del 2002. Ho incontrato una persona originaria dello Srinagar una sera a cena e gli ho chiesto quale fosse la sua prima lingua. Al tempo sapevo anche che la sua comunità veniva comunemente chiamata “BotaRajas” dalla maggior parte dei parlanti di kashmiri (i tibetani e i ladakhis vengono chiamati “bota” dagli abitanti del luogo), eppure sospettavo che il mio interlocutore non fosse di origini tibetane. Capii che il nostro amico non conosceva il vero nome della sua lingua che (erroneamente) chiamò “gilgiti”. Da lì ho iniziato la mia ricerca linguistica basandomi, inizialmente, su alcuni contatti che avevo nello Srinagar e ho stilato una lista di parole. Solo alla fine ho scoperto che l’idioma in questione era il burushaski, una lingua isolata prevalentemente parlata nelle valli diHunza, Nagar e Yasin, in Pakistan.

Quanti sono i parlanti di burushaski in Kashmir? È una lingua documentata?
I parlanti di burushaski in Kashmir costituiscono una piccolissima minoranza, formata da una comunità di circa 350 persone. La maggior parte di loro vive in un minuscolo villaggio, spesso chiamato “KathiDarwaza” e situato alle pendici del Forte Hari Parbat. Per quanto ne so, la lingua è rimasta non documentata almeno fino alla mia prima pubblicazione uscita nel 2006.

Come ha fatto il Burushaski ad arrivare in quelle zone?
La maggioranza dei parlanti di Burushaski appartenenti alla comunità dello Srinagar discende da RajaAzur Khan, il principe ereditario dell’allora Gilgit Agency [1] che visse nel XIX secolo. Gli antenati della comunità, tra cui anche RajaAzur Khan, furono arrestati tra il 1891 e il 1892 dalle autorità britanniche e della dinastia Dogra del Kashmir. Azur Khan e la sua cerchia furono spediti nello Srinagar e tenuti prigionieri nel Forte di Hari Parbat. I burushos che oggi abitano lo Srinagar includono alcuni membri originari della valle di Hunza, i quali migrarono solo più tardi (spesso per motivi matrimoniali).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)


[1] NdT: sistema di amministrazione stabilito dall’Impero Indiano Britannico sugli stati sussidiari del Jammu e del Kashmir.

Il burushaski: la lingua sopravvissuta

 Categoria: Le lingue
  • Parlata da una piccola minoranza in Kashmir e in Gilgit-Baltistan, il burushaski è una lingua isolata molto rara e affascinante
  • In Kashmir, i parlanti del burushaski vengono considerati i discendenti del re di una tribù originaria del nord del Pakistan

Partiamo da un presupposto: su un totale di 12,5 milioni di abitanti che popolano il Jammu e il Kashmir, si contano soltanto 350 parlanti di burushaski. Tuttavia, è nella regione del Gilgit-Baltistan, rivendicata dal Pakistan come quinta provincia, che si concentra il numero maggiore di parlanti, circa 100.000, tra le valli di Hunza, Nagar e Yasin. In Kashmir, i parlanti di burushaski sono considerati i discendenti di un re tribale proveniente dal nord del Pakistan e si concentrano principalmente nello Srinagar, alle pendici dell’Hari Parbat.

SadafMunshi, professoressa associata dell’Università del Texas del Nord (UNT) e dottorata in linguistica, ha concentrato le sue ricerche sulle lingue indoariane (hindi, urdu, kashmiri, romani o lingue “gitane”) e sul burushaski, considerata una lingua isolata.

La studiosa iniziò le sue ricerche linguistiche sul burushaski nello Srinagar nel 2003. Molte registrazioni furono raccolte durante il coprifuoco nella Valle del Kashmir, allora dilaniata dai conflitti. Munshi ci descrive come abbia inizialmente trovato molte resistenze da parte dei giovani parlanti della comunità, che non vedevano di buon occhio la sua ricerca e il suo intento di “decodificare” la loro lingua. Fortunatamente gli iniziali sospetti si dissiparono con l’intervento delle generazioni più anziane.

Munshi riconosce che la documentazione linguistica può comportare l’uso di metodi indiscreti, come la registrazione audio e video durante conversazioni comuni e in altri contesti comunicativi. “Un giorno stavo cercando di registrare un matrimonio come parte del mio studio per analizzare il discorso naturale e le canzoni. Nonostante avessi ottenuto il permesso dal capo famiglia, una donna si oppose. Avevo vissuto con loro per alcuni giorni per partecipare all’evento, ma alla fine ho dovuto rinunciare perché si è scatenata una discussione tra i membri della famiglia”.

La studiosa ha recentemente pubblicato un libro intitolato Srinagar Burushaski (Brill), in cui presenta una descrizione strutturale del burushaski parlato in Srinagar. In un’intervista via mail, Munshi ci parla della sua ricerca e del futuro di questa lingua. Estratti dell’intervista.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nipa Charagi e pubblicato il 19 gennaio 2019 sul sito Live Mint

Traduzione a cura di:
Giulia Incelli
Interprete e traduttrice (EN/AR/IT)
Roma (Italia)

L’arabo è un diamante dalle mille facce (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Entrambe le trascrizioni dialettali usano i comuni numeri per rappresentare i suoni arabi, 7 è pronunciata nella parte posteriore della gola, 3 è una consonante difficile e gutturale chiamata voce fricativa faringea. 2 è la fermata glottale.

Ci vuole occhio per vedere le poche parole in comune tra i dialetti, Anche permettendo agli oratori di raccontare la storia con le loro stesse parole le differenze sarebbero nette.

Per coloro che amano la diversità linguistica, è tutto molto divertente. Per coloro che vogliono che le lingue in generale restino invariate, e per quelli in particolare che vogliono che l’arabo rimanga immutato come unica lingua comprensibile, cioè diviene molto difficile. Per lo studente di lingue, è un compito scoraggiante. Essere competenti in arabo significa apprendere una lingua da leggere e scrivere e una lingua correlata da vari elementi  (come il latino e poi l’italiano) da poter parlare. Inoltre, il povero straniero si limiterà a comprendere solo una parte del mondo arabo. Parlando del declino del pan-arabismo, è probabile che l’incapacità degli arabi di muoversi nella regione, e parlare correttamente ed essere facilmente compresi sia il motivo per cui non sempre essi si sentono un unico popolo.

C’è un detto tra i linguisti che dice una lingua è un dialetto sono un esercito con una flotta. Questo di solito significa che le lingue prive di uno stato vengono sminuite. Ma qui vediamo un caso opposto al problema: la lingua araba, diffusa in più di 20 paesi, ha troppi eserciti e flotte.

Addendum: anche più del solito, incoraggio i lettori a esaminare i commenti qui sotto. Un certo numero di madrelingua pensa che l’account sopra esageri le differenze dialettali. Dato un migliaio di parole in più avrei potuto aggiungere molti più dettagli e sfumature a questo account. Forse, cosa più importante, e che non ho del tutto precisato che i dialetti occidentali (in particolare marocchini) sono separati nettamente da quelli orientali (egiziano, levantino e così via). All’interno dei dialetti orientali, esistono linee nette che li separano, da linee dialettali più facili. alcuni dialetti sono parlati in più paesi, come il continuum levantino parlato in Siria, Giordania, Libano e Palestina. I lettori non dovrebbero avere l’impressione che la maggior parte degli arabi non possano parlare tra loro attraverso i vari paesi. Possono, in particolare quelli che possiedono conoscenze metalinguistiche per ridurre al minimo le caratteristiche insolite dei propri dialetti e utilizzare consapevolmente frasi di uso comune.

Ecco una tipica vignetta riguardante gli adolescenti che non sanno ancora parlare bene questa lingua. Viene trasmesso da un linguista tunisino, Mohamed Maamouri, a  un sedicenne di Tunisi di nome Khaled, in visita a suo cugino in Arabia Saudita:

“Khaled e Sourour non parlano gli stessi dialetti arabi. Khaled comprende la maggior parte di ciò che Sourour dice quando parla in arabo, ma lei non capisce il tunisino. Deve usare il Fusha o il francese per parlarle. Finalmente trovano il modo di comprendersi i due. Ma il suo francese non è corretto  come il suo. Quando torna a Tunisi, vuole scriverle delle lettere, così le scrive in Fusha con termini in francese e inglese”.

L’intero articolo di Maamouri è interessante (e non è tecnico), per i lettori che desiderano maggiori dettagli sull’argomento.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Un giorno, Juha e suo figlio stavano preparando le valigie per andare nella città vicina, e si misero in sella sulla schiena dell’asino per iniziare il loro viaggio. Lungo la strada passarono davanti a un piccolo villaggio e la gente iniziò a guardarli con sguardi strani. Dissero: Guardate questi miserabili, cavalcano l’asino e non vedono quanto stia soffrendo l’animale. Quando stavano per raggiungere il secondo villaggio, il figlio scese dall’asino e camminò a piedi, Quando furono in procinto di entrare nell’altro villaggio, il popolo li vide e disse: Guarda questo padre ingiusto, lascia che suo figlio cammini a piedi mentre lui si riposa sul suo asino. Quando stavano per raggiungere il prossimo villaggio il padre Joha scese dall’asino e disse a suo figlio di salire sul l’asino. Quando entrarono nel villaggio, la gente li vide e disse: Guarda Questo figlio ingrato che lascia suo padre camminare a piedi mentre lui si riposa sul l’asino. Joha si arrabbiò per via delle lamentele della gente e decise di andare con suo figlio a piedi lasciando l’asino camminare solo dietro di loro, Così che la gente non avesse da ridire su di loro. Quando entrarono nella città, la gente li vide, e disse: Guardate questi pazzi, loro camminano a piedi stancandosi e lasciano l’asino dietro di loro a camminare da solo. Alla fine i due vendettero l’asino.

Ascoltando e leggendo i diversi dialetti parlati dai nostri personaggi che raccontano la storia, si osservano le traslitterazioni derivanti dall’alfabeto romano ed abbiamo subito la sensazione che qui stiamo prendendo molto più del dialetto. Ecco il primo bit traslitterato dal moderno arabo

Fii yowmmin al-ayaamkaanaJohawaibnuhuyahzimuunamta’atahumisti’daadanlil-safar ila al-madiina al mujaawira fa rakibaa ‘ala dhahrilikayyabda’urihlatahum. Wa fii al-tariiqmarruu ‘ala quriyasaghiira fa akhadha al-nasyandhiruunilayhimbinadharaatghariibawayaquuluun: “andharuu ila ha’ulaa’ al-qusaahyarkabuunkulluhumaa ‘ala dhahri al-hamaariwa la yaraa’afuunbihi.

Qui di seguito una versione algerina da Algeri:
Qallek wa7ed ennharkan Djou7a w wlido y7addro besh yro7o lwa7ed mdina, wkan 3andhom 7mar. Alors, tal3o fi zoudjfoqel 7mar w qall3o meddar. Fettriqdjazo 3la un petit village, w ghirdekhlobdewennas ta3 hadelvillageykhozrofihom “yokha 3la hado, rakbinzodj 3la 7mar wa7ed meskin. Wallahi la 7ram”

Eccone una in egiziano da Alessandria:
fi youmminelayem, kan go7a we’bno bey7addaro 7aget-hom 3ashan yeroo7o elbaladelligambohom. farekboeletnein 7omarhom 3ashan yabtedoyesafro. we 3a’sekka marro 3ala baladsoghayyarakeddaho. ba7ala2o elnasfeehomwe 2alo:  ayoh! bo99o elnasel 2asya elli mabter7amshi rakbeenkollohom 3ala el 7omar.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

L’arabo è un diamante dalle mille facce (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

In Europa, le lingue che chiamiamo “Francese” e “Spagnolo” nell’arabo queste varietà sono dette”dialetti”, nonostante la mancanza di mutua intelligibilità. Alcuni linguisti fanno così il punto: si tratta di lingue diverse, dicono. Ma gli arabi considerano l’arabo una cosa sola, nonostante i vari dialetti. Tutti gli Arabi istruiti imparano la lingua basata sulla cultura coranica che i linguisti chiamano “modern standard Arabic”. È viene usato in discorsi politici, scritti e telegiornali. ma nessuno lo parla in maniera corretta, la Maggior parte delle persone fatica anche a scriverlo correttamente.

Alcuni pensatori panarabisti hanno codificato l’arabo moderno basato su determinate norme di scrittura ma spogliato di tante complessità inutili tra cui alcune forme del dialetto. Ma non c’è nessuna autorità che esprima il fatto di poter parlare correttamente l’arabo moderno. naturalmente il fascino del pan-arabismo è diminuito in concorrenza con i nazionalismi locali, il Panislamismo, il settarismo di sciiti-sunniti e altre tendenze. È un tripudio di situazioni  difficili da descrivere, con la precisazione di non infastidire qualcuno. Ma Fortunatamente, c’è internet, che permette di esprimersi senza la necessità di prevalere su qualcun altro. E alcuni utenti arabi di Reddit, hanno semplicemente deciso di dare voce ai loro dialetti registrando un breve racconto umoristico, sottolineando intenzionalmente le caratteristiche dialettali, forse immaginando vecchi avi che parlavano così. Questa è la storia, scritta in arabo standard.

فييوممنالأيامكانجحاوابنهيحزمونأمتعتهمإستعداداًللسفرإلىالمدينةالمجاورة،فركباعلىظهرالحمارلكييبدأوارحلتهم. وفيالطريقمرواعلىقريةٍصغيرةفأخذالناسينظرونإليهمبنظراتٍغريبةويقولون أنظرواإلىهؤلاءالقساهيركبونكلهماعلىظهرالحمارولايرأفونبه ،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالثانيةنزلالأبنمنفوقالحماروسارعلىقدميهلكيلايقولعنهمأهلهذهالقريةكماقيللهمفيالقريةالتيقبلها،فلمادخلواالقريةرآهمالناسفقالوا أنظرواإلىهذاالأبالظالميدعإبنهيسيرعلىقدميهوهويرتاحفوقحماره،وعندماأوشكواعلىالوصولإلىالقريةالتيبعدهانزلجحامنالحماروقاللإبنهإركبأنتفوقالحمار،وعندمادخلواإلىالقريةرآهمالناسفقالوا أنظرواإلىهذاالإبنالعاقيتركأباهيمشيعلىالأرضوهويرتاحفوقالحمار ،فغضبجحامنهذهالمسألةوقررأنينزلهووابنهمنفوقالحمارحتىلايكونللناسسُلْطَةًعليهما،وعندمادخلواإلىالمدينةورآهمأهلالمدينةقالوا أنظرواإلىهؤلاءالحمقىيسيرونعلىأقدامهمويتعبونأنفسهمويتركونالحمارخلفهميسيرلوحده” … فلماوصلواباعوالحمار

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Terza parte di questo articolo >

L’arabo è un diamante dalle mille facce

 Categoria: Le lingue

JOHNSON ha parlato dell’arabo e della sua storia molte poche volte nel corso degli anni, ma mai veramente si è affrontata una domanda cruciale: cos’è “L’ Arabo”, ad oggi è davvero anche un’unica lingua?

Segue una versione breve e semplificata della storia: il Profeta Muhammad ha scritto (o ricevuto direttamente da Allah) il Corano nel settimo secolo, poi conquistò come leader politico e militare quasi tutta L’Arabia ai suoi successori — I quattro califfi, e poi ai califfi Omayyadi — conquistò ulteriormente l’Islam fino a quando il mondo islamico si estese dalla Spagna al Pakistan.  I soldati e gli amministratori di Lingua araba si stabilirono in tutti questi luoghi, e la loro lingua si radicò gradualmente fra le popolazioni locali, che fino ad allora parlavano lingue dal latino rustico, al Berbero, al Copto, al Persiano.

Per quasi 1400 anni fa, L’arabo del Corano è rimasto un prestigioso e quasi immutabile standard in tutto il mondo islamico. Questo è quello che la maggior parte degli Arabi considerano “Arabo”. Ma la varietà di lingue parlate hanno cambiato effettivamente con il tempo la lingua araba parlata nelle strade e nelle case. Differenziandola molto dal 1400. Oggi, il mondo arabo è a volte comparato all’Europa medievale, quando il latino classico era ancora la lingua unica “vera” parlata, scritta e studiata dalla maggior parte delle persone, ma “Il Latino” parlato dai popoli divenne ben presto: francese, spagnolo, portoghese e così via. Oggi riconosciamo che il francese e il portoghese sono lingue diverse — ma gli arabi non sono ancora sicuri (e sono in contrasto) su come definire oggi “L’ Arabo”. Il semplice fatto è che un cittadino marocchino e un cittadino iracheno non riescono ad avere una conversazione e intendersi perfettamente. Un cittadino algerino e un cittadino Giordano stentano a parlare tra loro, ma trovano solitamente modi per far fronte ed appianare le incomprensioni utilizzando dosi di arabo standard formale. Mentre a volte usano noti dialetti, soprattutto quello egiziano (diffuso attraverso la televisione e la radio), per colmare le lacune.

Fonte: Traduzione libera dell’articolo pubblicato il 21 giugno del 2013 sul blog Johnson dell’Economist

Seconda parte di questo articolo >

Il serbo-croato: nascita e declino (2)

 Categoria: Le lingue

<Prima parte di questo articolo

Nasceva finalmente una lingua nazionale, nonchè quella che sarebbe poi diventata lingua ufficiale della Federazione Jugoslava, distinta in due principali varianti, dalle differenze quasi inesistenti: quella Serba, con alfabeto cirillico, e quella Croata, con alfabeto latino. I decenni successivi all’accordo di Vienna furono anni d’oro, sia per la lingua, che si affermava lentamente anche a livello europeo e mondiale, sia per la nazione stessa, che sotto la guida di Tito si ritrovò a vivere un momento di stabilità e prosperità. Nel 1954 viene stipulata un’altra convenzione sottoscritta da 25 illustri scrittori e linguisti dell’epoca, tra cui il premio nobel per la letteratura Ivo Andric.

Vent’anni dopo, verso gli anni ’70, i primi conflitti a sfondo etnico sono solo un pallido preavviso di quello che avverrà con la guerra degli anni ’90.

Durante il conflitto civile avvenuto nel 1991, infatti, laddove ogni elemento possibile veniva considerato arma politica, l’elemento linguistico costituì uno degli strumenti più forti.  Ogni singolo nuovo stato emerso da questa tragica separazione corse ai ripari, proclamando la propria lingua ufficiale e rivendicando l’indipendenza linguistica. Questo fenomeno fu caratterizzato da una introduzione quasi forzata di neologismi che distinguessero le nuove lingue l’una dall’altra. Nascono così: il serbo, il croato, il bosniaco e il montenegrino.

La domanda principale è: ma queste differenze, così fortemente volute, sono davvero così rilevanti? Le differenze fondamentali sono differenze di pronunzcia: la divisione tra kajkavo, stokavo e cakavo è ancora oggi palese, come anche quella tra ikavski, ekavski e jekavski. Ma d’altronde, quale parlata del Nord non è diversa da una parlata del Sud? Lo stesso potremmo affermare per quanto riguarda delle scelte grammaticali, che cambiano da regione a regione. Dal punto di vista dell’uso dei vocaboli, le scelte linguistiche e soprattutto l’introduzione di forestierismi, essi sono dipesi dalla storia di ogni singola entità: nella regione della Dalmazia per esempio, è presente un gran numero di italianismi, dovuti alla dominazione italiana della seconda metà del ’900.  O ancora, la notevole presenza di parole turche in Bosnia, è dovuta all’islamizzazione del territorio nel XIX e XX sec.

Detto ciò, vi è un ultimo fondamentale dato di fatto da prendere in considerazione prima di concludere questo breve excursus: per quanto la separazione delle lingue sia ormai ufficiale, e per quanto questa verità possa risultare scomoda ai più, un serbo e un croato si capiranno sempre e comunque, anche senza il minimo sforzo.

Il serbo-croato: nascita e declino

 Categoria: Le lingue

Il serbo-croato, in lingua originale ‘srpsko-hrvatski’, è una lingua dalla storia complessa e travagliata, proprio come quella delle terre dove ha origine.

Inizialmente, verso il VII secolo d.C., le popolazioni delle terre slave parlavano una lingua comune, detta ‘paleoslava’, dal complesso alfabeto glagolitico. Col passare dei secoli però, le varie lingue del ceppo slavo iniziarono lentamente a diversificarsi, (soprattutto il macedone e lo sloveno, che rimarranno fino ai giorni d’oggi delle lingue a sè stanti), a subire le influenze dei territori vicini e ad assumere connotati diversificati. Furono rilevanti le influenze dei Bizantini e dell’Impero romano, come anche quelle dei paesi limitrofi (Bulgaria, Romania, Albania).

Nel IX sec. d.C., i fratelli Cirillo e Metodio danno vita a quello che viene detto ‘slavo antico’, ‘slavo ecclesiastico’, che diventa lingua letteraria. Ma già prima di Cirillo e Metodio, la lingua si sviluppava, pulsava, viaggiava per le terre balcaniche sulle bocche delle popolazioni attraverso le parlate locali e dialettali, utilizzate per tramandare leggende, miti e tradizioni, racconti epici che sarebbero diventati, nei secoli a venire, le fondamenta della florida letteratura serbocroata.

Le varianti parlate sui territori delle attuali Serbia, Croazia, Bosnia ed Erzevogina e Montenegro erano tuttavia abbastanza simili, con alcune varianti geografiche: nacquero  tre dialetti distinti, detti ‘kajkavo’, ‘stokavo’ e ‘cakavo’. La suddivisione si basava sulla forma che, nelle tre varianti, assume la domanda ‘che cosa?’, che nell’area di Zagabria si rende con il ‘kaj’, nell’area della Dalmazia si rende con il ‘ca’, mentre nei territori di Serbia, Bosnia e Montenegro si rende con ‘sto’. Il dialetto stokavo inoltre, subì un’ulteriore suddivisione legata alla pronuncia dell’antica vocale ‘jat’, che dipendentemente dall’area veniva (e viene) pronunciata come ‘e’ (‘ekavo’), ‘i’ (‘ikavo’), o ‘je’ (‘jekavo’).

Nel corso del XVII e XVIII sec. d.C, con i poeti e romanzieri della Controriforma, si manifesta lentamente il desiderio di una reale unificazione linguistica.

Nel XIX sec. nasce infatti il movimento degli ‘Illiri’, il cui massimo esponente croato era Ljudevit Gaj, mentre in Serbia il movimento fu portato avanti soprattutto da Vuk Karadzic, che viene infatti considerato l’effettivo fondatore della lingua serba e che basò la lingua serbo-croata su un’unica, semplice regola: ‘Scrivi come parli, leggi come è scritto’. Nel 1851 fu stipulato l’accordo di Vienna, che garantiva la standardizzazione della lingua serba e la conformazione all’alfabeto cirillico.

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