About Videogame Localisation (5)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Un altro aspetto di cui è necessario che il traduttore si renda conto è il fatto che una frase che compare una volta sola all’interno dello script potrà ricorrere più volte all’interno del gioco ed in situazioni non connesse tra loro; starà dunque al traduttore cercare di rendere quella frase quanto più impersonale possibile. Un esempio interessante è quanto accaduto in The Marionette, un gioco sviluppato da Team Effigy. La scena è la seguente: Martin, il protagonista, è nel bel mezzo di una lite con la sua fidanzata, Eshana; egli non è d’accordo con la sua idea di trasferirsi da lui per cominciare una lunga vita insieme. La schermaglia tra i due recita come segue:

Eshana: I – But I thought –
Martin: Did you?

La frase era stata inizialmente tradotta come:

Eshana: Io – ho pensato che –
Martin: Perché, tu pensi?

La stessa frase, tuttavia, presenta dei problemi, in quanto la battuta di Martin, tradotta come Perché, tu pensi? corrisponde anche ad una risposta che Giuseppe dà a Martin in un dialogo completamente diverso. La scena è quella del primo dialogo tra i due, in cui il protagonista mostra a Giuseppe una foto che gli è stata recapitata per posta giorni prima. La battuta recita:

Martin: I found this in my mail box a while ago.
Giuseppe: Did you?

In questo caso la risposta di Giuseppe è nient’altro che un’esortazione affinché Martin gli sveli ulteriori dettagli in merito all’accaduto. La versione italiana definitiva sarà perciò Fai sul serio?, applicabile in entrambi i contesti.
Proseguendo, i livelli grammaticale e semantico, rispettivamente al secondo e terzo grado della gerarchia di Chroust, abbracciano aspetti legati principalmente a elementi specifici della lingua di arrivo, quali l’uso di un linguaggio tecnico comune piuttosto che il grado di espressività della lingua o l’uso di abbreviazioni.

Per quello che concerne il livello semantico, ad un’analisi più approfondita sulle avventure grafiche prese in esame, è interessante notare la differenza di fondo che le caratterizza e che si traduce in differenze di carattere semantico: se nel primo caso ci si imbatte in bozzetti, sculture, tecniche pittoriche più o meno apprezzabili, a suggerire un universo incentrato sul potere creativo/distruttivo dell’arte, dall’altro si è alle prese con un mondo completamente inventato, in cui però tratti peculiari del quotidiano non entrano in collisione con lo sviluppo della storia.
The Marionette permette di entrare in contatto con aspetti peculiari del campo artistico, ne sia esempio significativo il tentativo di Martin di marcare un confine tra la sua professione di scultore e quella di Giuseppe, una figura imprecisata che si mostra a lui e al giocatore nelle vesti di falegname:

Giuseppe: Oh, I know of you. A sculptor, yes? /I am a craftsman too, as you see, but I work with wood and clay.
Martin: But sculpting is an art, not a craft.

di seguito la traduzione italiana

Giuseppe: Ho sentito parlare di te. Uno scultore, non è così?/ Come avrai notato, anch’io sono un artigiano, soltanto che lavoro con legno e argilla.
Martin: Uno scultore è un artista, non un artigiano.

Sesta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
Titolo/Qualifica: Transcreator
Taranto

About Videogame Localisation (4)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Le tecniche e gli esperimenti
La piramide di Chroust
Il processo di localizzazione, come si è detto, necessita di uno studio preparatorio multilivellare. Chroust definisce una gerarchia di livelli nei quali è possibile imbattersi durante il processo di localizzazione; si tratta di una struttura a piramide alla cui base sono presenti le cosiddette Infrastrutture Tecnologiche, vale a dire tutta la preparazione e organizzazione che costituisce l’elemento propedeutico necessario ai fini della localizzazione.

Uno degli aspetti peculiari delle Infrastrutture Tecnologiche in correlazione con il genere delle avventure grafiche è la presenza dei path. I path (letteralmente “sentieri”, “percorsi”) sono ciò che distingue l’esperienza interattiva da una semplice lettura di un libro dalla struttura perfettamente lineare; i path comprendono tutte le azioni/dialoghi a disposizione del giocatore, per quanto stupide e impensabili alcune di esse possano sembrare. Ad esempio, in The Journey Down: Chapter One , del team Skygoblin, un’azione insensata come usare delle spezie su un altro personaggio dà luogo alla frase

Bwana: Little spice, some salt and pepper, fry him up …/I’m sure he’d make a fine little roast.
Bwana: Cotto con la giusta salsina e un pizzico di sale e pepe,/sarebbe un arrosto niente male.

A questo punto è ovvio come, a causa della presenza di innumerevoli path, il traduttore si trovi a tradurre molte più frasi di quante il giocatore effettivamente incontrerà nella sua esperienza. I path, inoltre, di solito vanno ricostruiti dal traduttore stesso: spesso il copione inviato dagli sviluppatori, per ragioni tecniche, si presenta in modo non lineare. Ad esempio, lo script di The Journey Down: Chapter One presenta, senza troppa coerenza, prima tutte le battute del personaggio principale, poi quelle degli altri personaggi ed infine un elenco insensato di oggetti; se ne prenda ad esempio il seguente estratto, in cui tre frasi numerate in modo progressivo non hanno alcuna connessione le une con le altre:

“bwan529″ : {
“english” : “That needs no wrenching.”
},
“bwan530″ : {
“english” : “Nah, I don’t wanna mess with this little fella.”
},
“bwan531″ : {
“english” : “The fishing pole is fine the way it is.”

Il traduttore sarà dunque costretto a possedere un’infarinatura di conoscenze informatiche settoriali.
Per tradurre, a questo punto, sarà necessario contestualizzare ogni frase all’interno dello script, in un’esperienza di gioco mirata a identificare tutti i path possibili e immaginabili. Gli appunti del traduttore compariranno più o meno così:

No need to go bragging about my beautiful broom. (COMBO MOP+SAILORS)
Ad indicare che questa frase viene pronunciata solo quando si cerca di far interagire il mocio con i marinai.

Quinta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
Titolo/Qualifica: Transcreator
Taranto

About Videogame Localisation (3)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Interventi di localizzazione nel mondo videoludico
Gli interventi di localizzazione cominciano a diventare parte integrante del processo traduttologico informatico attorno al 1980 come risposta alle richieste sempre più specifiche di una sempre più emergente globalizzazione informatica, per cui la sola traduzione si rivelava piuttosto insufficiente, soprattutto in casi in cui un software sviluppato in un certo paese doveva essere reso disponibile e fruibile nel mercato di un altro paese.
I prodotti videoludici sono generalmente strutturati in diversi livelli tra i quali il giocatore è chiamato a districarsi, e che contengono al loro interno un certo margine di errore consentito al giocatore stesso, le cui azioni corrispondono inevitabilmente ai feedback del sistema di gioco, sempre diverso a seconda del genere al quale esso appartiene.

In questo senso, va da sé che un intervento di localizzazione si rivelerà tanto più efficiente quanto più il traduttore possiederà un quadro delineato delle caratteristiche dell’universo videoludico, specialmente nei casi in cui la versione originale e quella localizzata si sviluppano e vengono rilasciate sui rispettivi mercati simultaneamente, in una modalità di localizzazione conosciuta col nome di simship, ovvero portata avanti senza l’ausilio di un testo completo nella lingua di partenza, privo perciò di elementi di co-testo/contesto (Bernal-Merino 2006); di conseguenza, il traduttore potrà fare leva soltanto sulle proprie capacità intuitive e sul proprio bagaglio di conoscenze.

In ultima istanza, il traduttore dovrà tenere conto della cosiddetta raison d’etre del prodotto videogioco, finalizzato quindi all’intrattenimento; attraverso la localizzazione, il traduttore dovrà essere in grado di offrire all’utente un’esperienza di gioco che si avvicini quanto più possibile a quella dell’equivalente originale. Un gioco localizzato deve garantire il più alto grado di comprensibilità e usabilità, di fatto configurandosi come un prodotto easy to play. Per questo motivo ai traduttori è concessa ampia libertà creativa nel modificare, adattare o rimuovere riferimenti culturali, giochi di parole o qualsiasi altro elemento che possa interferire in qualche modo con la lingua d’arrivo. La localizzazione dei videogiochi permette al traduttore di «transcreare» ciò che è necessario al fine di preservare l’esperienza di gioco e fornire una traduzione originale e coinvolgente. Questo tipo di licenza creativa non è altro che il risultato di teorie che ruotano attorno alla definizione accademica di skopos, messa a punto da Vermeer e che viene di seguito illustrata nelle parole di Snell-Hornby (2006, pp. 54-55)

«translation as a cultural transfer rather than a linguistic one, language being part of culture… The concept of culture is central to the Skopos theory as it is considered to  be a special form of communication and social action otherwise to abstract code-switching.»

La traduzione deve ispirare comunicazione e in questa circostanza il concetto si traduce come libertà per i traduttori di non essere necessariamente fedeli al testo originale; piuttosto, si cerca di finalizzare l’intervento di localizzazione direttamente all’esperienza ludica, al testo di arrivo nel suo insieme e più in generale alla cultura del paese di arrivo.

Quarta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
Titolo/Qualifica: Transcreator
Taranto

About Videogame Localisation (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Non bisogna dimenticare che il fine ultimo dei prodotti videoludici è quello di intrattenere, di divertire. E’ fondamentale che il traduttore, in questo senso, comprenda e rammenti l’importanza del concetto «look-and-feel of the original», e certamente questo comporta uno studio approfondito per ciò che concerne tratti culturo-specifici insieme con tratti prettamente umoristici, di fatto spingendo il traduttore a fare proprio il contesto culturale del genere dei videogiochi e del registro stilistico che lo caratterizza. In questo campo, infatti, il traduttore ha molto spesso una certa libertà d’azione, soprattutto nell’utilizzo di tratti peculiari alla cultura di arrivo visibili all’utente mediante giochi di parole e chiari riferimenti alla cultura popolare. Questo tipo di traduzione, come vedremo in seguito, prende il nome di transcreazione.

Il piccolo grande universo dei videogiochi
Qualsiasi ne sia la modalità (sottotitoli, dubbing, voice-over), la traduzione all’interno dei media resta non priva di punti nevralgici anche piuttosto comuni. Come già accennato, infatti, a differenza di testi puramente scritti od orali, i prodotti multimediali sono costituiti da elementi acustici e visivi al tempo stesso. Tuttavia, la complessità degli audiovisivi risiede nella stretta combinazione tra i codici acustico e visivo; di conseguenza, sebbene il traduttore si trovi ad operare materialmente solo a livello verbale, modificando il testo, questi è inevitabilmente legato al livello visivo, che invece rimane invariato.

Se ci si concentra sul genere dei videogiochi, sin dall’avvento del tridimensionale, la maggior parte dei guadagni sul mercato videoludico è stata derivata dalla vendita di prodotti caratterizzati principalmente da una grafica impressionante; al giorno d’oggi l’interesse verso gli effetti audio-video sembra essersi ridotto o può alla meglio considerarsi più o meno stabile, Le ragioni sono diverse: molti giochi nascono da uno stesso motore, che ripropone gli stessi effetti, di fatto dando vita a prodotti molto simili tra loro; ancora, i videogiochi dell’età contemporanea presentano un tipo di grafica altamente realistica e questo rischia di assottigliare notevolmente il confine tra grafica «buona» e grafica «cattiva»; infine, ma non meno importante, la grafica lascia il posto alle nuove esigenze dell’utente, il quale non si accontenta più dell’effetto, bensì ricerca un’esperienza di gioco coinvolgente. In poche parole, ricerca una storia.

«At same point the environments look the same to the player no matter how many extra polygons or texture passes you add. We’ve reached that point – now we must turn our focus to story. A good story is much more accessible to people than snazzy technology.”
Le avventure grafiche e/o i giochi di ruolo (RPG) fanno del cosiddetto storytelling la propria raison d’etre, il perno attorno al quale gira il successo o l’insuccesso del prodotto. Tuttavia, esiste una differenza non trascurabile tra la storia all’interno del prodotto videogioco e la storia, il filo narrativo, dei libri, dei film o degli spettacoli: i videogiochi, infatti, sono conosciuti per la propria non-linearità. Se nella stesura di un libro la storia non è altro che un’esperienza controllata di eventi scelti accuratamente dall’autore, nei videogiochi niente ha un ordine precostituito.

«To the degree that you make a game more like a story – a controlled, predetermined experience with events occurring as the author wishes – you make it a less effective game. To the degree that you make a story more like a game – with alternative paths and outcomes – you make it a less effective story.»
Greg Costikyan propone in questa citazione un giusto mix tra storia e azione, un equilibrio che si traduce nell’offrire al giocatore la possibilità di muoversi all’interno di uno spazio non troppo delimitato e lasciare che sia artefice della risoluzione di enigmi o missioni, in modo del tutto arbitrario. Terminate le missioni e/o risolti gli enigmi, il filo narrativo non-lineare del gioco si dipana all’interno di una nuova area di gioco.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
Titolo/Qualifica: Transcreator
Taranto

About Videogame Localisation

 Categoria: Servizi di traduzione

Una visione d’insieme
La traduzione degli audiovisivi esprime l’idea di un trasferimento interlinguistico in situazioni in cui il linguaggio verbale è trasmesso e reso accessibile sia in termini visivi che acustici, solitamente – ma non necessariamente – attraverso l’uso di dispositivi elettronici.
La maggior parte dei prodotti audiovisivi è sottoposta a tre diverse modalità di traduzione:

- dubbing, un processo che utilizza il canale acustico a fini traduttologici;
- sottotitolazione, che si avvale del mezzo visivo e che implica un tipo di traduzione scritta, di fatto visibile sullo schermo;
- voice-over, che però risulta essere un metodo poco utilizzato

Tradurre per il grande/piccolo schermo è cosa piuttosto diversa dal tradurre per prodotti destinati alla stampa: libri, quotidiani e tutti quei prodotti «cartacei» sono creati appositamente per essere letti e la presenza di eventuali illustrazioni è direttamente finalizzata a completare o approfondire un concetto già espresso verbalmente nel contenuto scritto.
Al contrario, i prodotti per lo schermo – film, serie TV, documentari – sono per definizione e natura audiovisivi, ovvero lavorano simultaneamente su due o più livelli, configurandosi come elementi polisemici, ovvero costituiti da numerosi codici; questi ultimi interagiscono al fine di ottenere un unico effetto.

Per quanto concerne il genere audiovisivo dei videogiochi, invece, questo definisce i suoi prodotti come «computer-based entertainment software, using any electronic platform… , involving one or multiple players in a physical or networked environment» (Frasca 2001:4)
I videogiochi sono accessibili attraverso l’ausilio di computer, televisori, console o anche mediante dispositivi specializzati o installati all’interno di telefoni cellulari; la difficoltà e le modalità sono piuttosto variabili, passando perciò dal giocatore singolo a più giocatori, in una situazione ludica di tipo interattivo.

Come già accennato, i videogiochi sono di natura audiovisiva, ma ciò che li distingue dagli altri prodotti per lo schermo sta nell’utilizzo spasmodico di una tecnologia d’avanguardia, che fa largo uso di effetti sempre più creativi e originali, in modo da ottenere effetti audio-video sempre nuovi e realistici; un esempio è l’inserimento di voci umane, le quali necessitano di essere così doppiate/sottotitolate ai fini di estendere la comprensione dei contenuti ad una clientela linguisticamente variegata.

Nel caso dei videogiochi, tuttavia, i processi di traduzione e programmazione informatica del prodotto vanno di pari passo con gli sforzi atti a localizzare quest’ultimo all’interno di un preciso mercato; non è un caso se in termini di guadagni, l’industria dei videogiochi ha largamente superato quelle del cinema e della televisione e questo può essere indice di un più attento controllo qualitativo da parte delle aziende sul singolo prodotto. In altri termini, l’industria dei videogiochi si configura come un raro esempio di come la traduzione non sia semplicemente un elemento di contorno: i cosiddetti game publisher sono spesso responsabili della localizzazione del prodotto, processo attraverso il quale si cerca di assicurare un certo standard qualitativo e che si traduce in rigorosi testing funzionali e linguistici; ne è la prova il fatto che gli stessi traduttori siano coinvolti in ogni fase del progetto, con i loro pro e contro, dal momento che si tratta di figure che si raffrontano continuamente con «unstable work models», di fatto fortemente variabili.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Claudia Mucavero
Titolo/Qualifica: Transcreator
Taranto

Accuratezza Vs chiarezza nella traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Inglese puro
Se guardassimo alcuni esempi pubblicati da esponenti del movimento dell’Inglese puro/ della lingua pura, la differenza tra quello che fanno loro e quello che i traduttori spesso tendono a fare potrebbe risultare abbastanza stridente. L’editore della lingua pura lavora strettamente con il cliente per identificare il messaggio centrale, per assicurarsi che le parole siano state scelte attentamente per evocarlo e per ridurre qualche distrazione. Per esempio (da Guida Oxford per l’inglese puro di Martin Cutts), “io non vedo nessuna ragione per la quale la società non dovrebbe esigere un supporto alle spese adeguadamente preparato.” ha bisogno di una correzione, ma la più chiara “è ragionevole per la società richiedere fatture adeguate” è un equivalente preciso? Rimuove delle parole non necessarie e una doppia negazione, ma rende la frase un’affermazione assoluta piuttosto che un’opinione personale. Ha importanza? Alcuni redattori di lingua pura potrebbero risultare giustamente drastici (pertanto lasciando da parte la tendenza dei traduttori con minore esperienza a restare vicino alla fonte quando hanno dei dubbi): “il titolo di proprietà sulle merci dovrebbe rimanere legittimo nella Compagnia fino a quando il prezzo delle suddette merci dovuto alla compagnia non sia stato pagato totalmente.”> “continueremo a possedere le merci finchè tu non avrai finito di pagarle.” È una “traduzione” accurata e fedele (affermare che noi e tu siano stati adeguatamente definiti)? Forse l’unica differenza è che la seconda versione rende più chiaro chi sta effettuando il pagamento, ma presumibilmente (da confermare con il cliente) è ovvio e l’originale non aveva intenzione di lasciare aperte altre possibilità?

Alcuni potrebbero affermare che la seconda versione non rende accuratamente la versione dell’originale, “stile” arcaico. Ma il dovere primario del traduttore quando lavora con testi legali/ commerciali, come questo, è sicuramente riportare l’informazione accuratamente e completamente per rendere facilmente comprensibile ai lettori nella lingua di destinazione in uno stile che rappresenti la migliore tecnica attuale in questo genere di target.

Chiarezza come valore aggiunto
Con un po’ di coraggio e attraverso una comunicazione attiva con i clienti/ gli autori, i traduttori possono produrre traduzioni fedeli, accurate e chiare, traduzioni che servono a soddisfare i bisogni dei lettori destinatari, aiutando a potenziare la reputazione dell’autore/ del cliente e ad aggiungere valore. Le traduzioni presentano i traduttori come i professionisti seri che sono.

Fonte: Articolo scritto da Oliver Lawrence e pubblicato il 17-01-2016 sul suo sito Incisive English

Traduzione a cura di:
Chiodi Silvia
traduttrice free-lance IT>EN – EN>IT
Teramo

Accuratezza Vs chiarezza nella traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Cos’è una buona traduzione se non un’accurata e fedele traduzione? Deve riportare la stessa questione, raggiungere lo stesso obiettivo e creare la stessa impressione nella lingua d’arrivo, come l’originale aveva fatto nella lingua d’origine. Sicuramente ottenere questo può essere un’impresa difficile e superata: concetti nel testo originale potrebbero non esistere nella cultura del destinatario; le norme culturali dei lettori in lingua di partenza e di quelli d’arrivo potrebbero differire e forse la traduzione dovrebbe ricreare non la “stessa” impressione, ma una “equivalente”, qualunque essa sia esattamente.

Ma qual’ era precisamente l’intenzione dell’autore del testo in lingua di partenza? La scelta delle parole hanno avuto modo di esprimerla completamente? Un gran numero di testi in lingua originale sono stati scritti seguendo impostazioni commerciali in tempi stretti (il tempo è denaro) da persone che non erano qualificati come scrittori professionisti, senza considerare gli ambiti letterari con tutte le sfumature verbali da controllare.  Neanche gli accademici sono necessariamente esperti nel selezionare le parole per esprimere le proprie idee.

Cosa hanno detto Vs cosa intendevano
Di conseguenza, un testo può contenere degli elementi che non rispecchiano completamente l’intenzione dell’autore. Questo non perché l’autore non conosca la propria mente o perché siano superficiali – men che meno- leggibili. Ma loro possono lasciare aperte implicazioni o interpretazioni che non erano state programmate. Possono insinuarsi delle ambiguità. Il rigoroso microscopio del traduttore professionista può rivelare sfumature di significato che l’autore non aveva intenzione di includere.

Queste questioni possono risultare problematiche quando il traduttore si sta impegnando per la chiarezza, un nobile obiettivo a cui tutti i traduttori dovrebbero aspirare (eccetto forse in casi eccezionali quando il testo di partenza ha un’ostinata- oh gioia!- oscurità stilistica). E con “chiarezza” certamente non mi riferisco a “screditare”, “banalizzare” e fare ricorso esclusivamente a monosillabi anglosassoni. Una scrittura chiara rende l’informazione/ il messaggio/ l’impressione più semplice e più veloce da comprendere completamente e accuratamente, facendo così risparmiare tempo, sforzo e (di conseguenza) denaro ai lettori e creando un’impressione più favorevole nei confronti di chi ha prodotto il testo.

Scrittura chiara
In pratica, la scrittura chiara coinvolge principi sani come evitare l’uso non necessario della voce passiva, eliminare vocabolario non necessario ed usare frasi brevi in una struttura variegata, semplice. Questi principi possono essere sfidati ad essere applicati quando si sta traducendo o pubblicando il lavoro di qualcun altro per la necessità di essere fedele, per evitare di rimuovere degli elementi o delle sfumature di significato.

Per esempio, “I biglietti possono essere ritirati alla biglietteria fino a cinque minuti prima dello spettacolo” è più chiaro di “tu puoi ritirare il tuo biglietto alla biglietteria fino a cinque minuti prima dello spettacolo”, poiché ci si rivolge in parte direttamente al lettore (“tu”). Comunque l’originale lascia aperta la possibilità che qualcun altro possa ritirare i biglietti per te. Ma era intenzionale? Il teatro ora permette alle altre persone di farlo? Se seguissimo l’originale attentamente, noi probabilmente non saremmo d’aiuto (il cliente o il lettore). Anche domande pratiche ordinarie vengono fuori: per migliorare il testo, avrei bisogno del cliente per chiarire ciò che loro hanno inteso, ma ho tempo prima della scadenza? Il mio contatto saprebbe darmi la risposta? Ho sempre accesso all’autore? Dovrei dire ciò che l’autore dice o quello che penso abbia inteso? La soluzione più allettante potrebbe essere la via della minima opposizione e del minor rischio: scrivi giusto quello che è stato detto e lascialo così. Ma è la tecnica migliore? È quella nel miglior interesse del nostro cliente?

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Oliver Lawrence e pubblicato il 17-01-2016 sul suo sito Incisive English

Traduzione a cura di:
Chiodi Silvia
traduttrice free-lance IT>EN – EN>IT
Teramo

Il francese europeo e quello del Quebec (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Ciò che rende il quebecchese diverso
Prima di concentrarci sulle differenze tra il francese metropolitano e il quebecchese è importante sottolineare che per quanto riguarda lo scritto non c’è grande differenza tra queste due lingue. Sebbene esistano delle differenze nel vocabolario e nella semantica, i quebecchesi utilizzano la grammatica francese standard. Infatti leggendo un testo può risultare difficile sapere se sia stato scritto da un francese o da un quebecchese.

La differenza tra queste due lingue si applica nel linguaggio parlato. Le differenze maggiori si trovano nella pronuncia, nelle fattispecie nell’accentuazione di vocali e consonanti. Il francese quebecchese ha un timbro più intenso, a causa di una pronuncia più nasale. Risultato, alcune parole omofone in francese saranno pronunciate in maniera differente in quebecchese, come le parole “pâte” e “patte”.

Oltre alla pronuncia, nel quebecchese si fanno sentire le influenze della colonizzazione britannica e delle lingue amerinde ed inoltre, alcune parole che si sono sviluppate in Francia dopo la rottura con il Québec non si sono sviluppate in quebecchese.

Lista delle differenze tipiche tra francese e quebecchese
Le principali differenze che troviamo tra queste due lingue si rinvengono nel vocabolario e nel senso delle parole. Ecco qui alcuni esempi:

Quebecchese       Francese                       Inglese                 Traduzione

Achigan                Perche noire                  Black bass             Persico trota

Brunante              Crépuscule                     Dusk                     Crepuscolo

[1] Atoca              Canneberge                   Cranberry              Mirtillo rosso

[2] Carcajou         Glouton                         Wolverine             Ghiottone

Barrer                  Verrouiller                     To lock                 Chiudere a chiave

Traversier             Ferry/bac                      Ferry (boat)          Traghetto

Esistono anche parole che vengono utilizzate in entrambe le lingue ma che hanno un significato differente. Ad esempio un “dépanneur” è un negozio alimentari di quartiere in quebecchese, mentre in Francia “un depanneur” è una persona che esercita la professione di meccanico o elettricista.

Sotto certi aspetti, il quebecchese non è cambiato rispetto al francese che viene parlato nel Nord-Ovest della Francia da circa trecento anni. Il verbo “magasinier” è ancora utilizzato per indicare che si va a fare spese, mentre in Francia si preferirà usare l’espressione “faire du shopping”.

Il quebecchese possiede anche un vocabolario e delle espressioni peculiari del suo paese e della sua cultura. L’espressione “Baise-moué l’ail” (espressione volgare che in italiano suona tipo “baciami il culo”, ndt) che in francese si traduce letteralmente con “embrasse ma gousse d’ail” (“bacia il mio spicchio d’aglio”, ndt) non è che un esempio tra i tanti. La spiegazione più logica di questa espressione è che la parola “ail” indica una zona del corpo situata tra la parte bassa della schiena e la parte alta delle cosce, e fa quindi eco all’espressione inglese “kiss my ass”.Purtroppo fino ad oggi non è stata data nessuna spiegazione ufficiale all’utilizzo di questa espressione: la somiglianza tra le due parole? La loro forma? Chi lo sa.


[1]Questa parola deriva da un termine autoctono che significa “baie” (bacca)
[2]Questa parola deriva da un termine autoctono che significa “carcajou” (ghiottone)

Fonte: Articolo pubblicato il 2 settembre 2016 sul Lingoda Stories

Traduzione a cura di:
Fulvia Cascella
Traduttrice letteraria, editoriale, tv e cinema.
Roma

Il francese europeo e quello del Quebec

 Categoria: Le lingue

Il francese è una delle lingue ufficiali, anzi la lingua ufficiale, di 29 paesi in tutto il mondo. Tra i settantasette e i centodieci milioni di persone sono di lingua madre francese, mentre circa 190 milioni lo parlano come seconda lingua. Le previsioni riguardo al futuro della lingua francese nel mondo sono varie. L’organizzazione internazionale della francofonia ha pubblicato un pronostico che afferma che da qui al 2050 circa settecento milioni di persone parleranno il francese come prima lingua o come seconda lingua. Di questi settecento milioni, l’80% saranno abitanti del continente africano in cui la crescita è innegabile.

Dopo la Francia, è la provincia canadese del Quebec a possedere, ad oggi, il maggior numero di francofoni per nascita, e se vi aggiungiamo altre regioni di Canada e Stati Uniti ne risulta che l’8% della popolazione americana parla francese correntemente. Vista l’elevata concentrazione di francofoni nel Quebec questa provincia gioca un ruolo importante nella Francofonia ossia in quella comunità di paesi, organizzazioni, governi e gruppi di persone che parlano il francese quotidianamente o sul luogo di lavoro.

L’arrivo del francese in Canada
Per poter comprendere le differenze tra il francese parlato in Francia e quello parlato in Quebec (chiamato anche francese canadese o quebecchese) è necessario avere una visione di insieme del modo in cui la lingua francese è approdata in Canada. Tutto è cominciato quando il re Francesco I organizzò una spedizione al fine di trovare una rotta alternativa per raggiungere la Cina. Ma Jacques Cartier nel 1534 non giunse in Cina bensì sulla penisola della Gaspésie, oggi parte della provincia del Québec. Venne così fondata la Nouvelle France e cominciarono ad arrivare i coloni in America del Nord. La Nouvelle France conobbe il suo apogeo nel 1712 quando il suo territorio si estendeva a più della metà di ciò che oggi è conosciuto come Canada e Stati Uniti.

Gli eventi storici che si sono verificati in seguito possono spiegare le differenze che ora esistono tra il francese europeo e quello quebecchese. Innanzitutto, un attacco a sorpresa nel 1754 che ha dato luogo alla Guerre de la Conquête (Guerra della Conquista, ndt). Se a questo si aggiunge il fatto che gli inverni sono molto più rigidi in Canada che in Francia è comprensibile che la popolazione della Nouvelle France fosse molto più debole di quella delle 13 colonie americane e quindi più vulnerabile agli attacchi. In secondo luogo la Francia e la Gran Bretagna erano coinvolte nella guerra dei Sette Anni e questa ha portato al trattato di Parigi (1763) per il quale la provincia del Québec è passata sotto il regime britannico e ha quindi tagliato i ponti con la Francia.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 2 settembre 2016 sul Lingoda Stories

Traduzione a cura di:
Fulvia Cascella
Traduttrice letteraria, editoriale, tv e cinema.
Roma

I bambini, la cultura e i cartoni animati (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Definire la proprietà
I bambini amano i cartoni animati, guarderebbero i loro preferiti milioni di volte, quindi non c’è da sorprendersi se interiorizzano le lezioni che vengono raccontate. Ciò significa che i cartoni sono un potente mezzo per insegnare ai bambini cos’è lecito nella società. Nel film Madagascar, uscito nel 2005, la zebra Marty dice al suo amico leone “Excuse me! You’re biting my butt!” (lett. Scusami! Mi stai mordendo il culo!): questa affermazione non risulta particolarmente volgare per gli standard americani, ma può esserlo per altre culture.  Nella traduzione Georgiana del film, infatti, il traduttore ha cambiato la battuta originale in “Pardon! Is it possible that your teeth pierced me?” (lett. Scusi! E’ possibile che i suoi denti mi abbiano perforato?). Il significato del testo di partenza è restituito con un cambio di registro da informale a molto formale con l’uso della forma di cortesia (in italiano dando del “lei”, in inglese con il pronome “you”). Questo cambio di registro trasmette la confusione e la paura nervosa della zebra senza violare le norme della società della regione di destinazione.

Trasportare la cultura
I cartoni animati sono il primo prodotto audiovisivo della maggior parte dei bambini e per questo il primo assaggio di cultura. E’ importante che gli aspetti culturali siano integrati nei cartoni animati così da formarli per la loro società. Ad esempio nella traduzione cinese della serie televisiva Transformers,  il traduttore ha fatto un ottimo lavoro con la scelta dei nomi dei personaggi. Megatron è stato chiamato 威震天 (wei zhen tian, “potenza che fa tremare il cielo”), Menasor è stato chiamato飞天虎 (fei tian hu, “tigre volante nel cielo) e Thundercracker è diventato  惊天雷 (jing tian lei, “tuono che scuote il cielo”). Questi nomi non solo restituiscono fedelmente il potere e il vigore previsti dai nomi originali, ma inoltre sono tratti dalla letteratura marziale Cinese e danno prova dello stile iconico dei nomi composti (da 3 elementi) degli eroi leggendari Cinesi.
Come traduttore la creatività è sempre importante ma quando si tratta di cartoni, bisogna andare oltre ciò che verrebbe accettato normalmente nella traduzione. A volte può essere necessario apportare cambiamenti radicali per realizzare il “lavoro” più importante del cartone animato: Insegnare.

Fonte: Articolo pubblicato il 18 novembre 2014 sul blog Simply CSOFT

Traduzione a cura di:
Francesca Castiglione
Traduttrice contenuti audiovisivi
EN>IT IT>EN PT>IT
Roma, Italia

I bambini, la cultura e i cartoni animati

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Benché i cartoni animati nascano come forma d’intrattenimento con lo scopo di essere divertenti e ricreativi, essi hanno la funzione di piattaforma educativa per i bambini. Questi ultimi assorbono molte informazioni dai loro cartoni preferiti; apprendono la loro cultura, il valore e la moralità nella loro società, e gli aspetti che rendono un personaggio buono o cattivo (spesso si tratta di animali nel caso dei cartoni).

Per produrre una traduzione educativa spesso i linguisti dei cartoni devono lavorare sui contenuti in maniera molto più creativa e trasformativa di quanto facciano i traduttori di contenuti per adulti. Nell’articolo del blog di oggi, si analizzano le tecniche con cui i traduttori creano contenuti culturalmente appropriati per bambini.

Insegnare la storia
Ogni cultura ha una storia di associazioni con altri popoli e luoghi; talvolta le vicende storiche possono essere offensive per le altre culture. Ad esempio, il film Aladdin del 1992 della Disney, inizia con un mercante arabo che attraversa il deserto. Cavalcando il suo cammello canta “Le notti d’Oriente”, una canzone che include la frase “It’s barbaric, but it’s home” (è barbara, ma è casa).  La designazione “barbara” della civiltà Araba rimanda ad alcune relazioni storiche tra l’Europa e il mondo Orientale tuttavia può risultare razzista e inaccettabile. I traduttori avrebbero potuto scegliere parole il cui significato fosse vicino a “selvaggia” o anche “primitiva”, ma avrebbero evitato parole che suggeriscano un giudizio personale (ovvero una categorizzazione soggettiva dell’argomento trattato). I traduttori delle aree geografiche che hanno vissuto un passato più felice con la civiltà Araba, avrebbero scelto parole come “avventurosa” o “vigorosa”.  Qualunque cosa voglia dire la società della lingua di destinazione, il traduttore deve manipolare il significato del cartone animato per renderlo più fedele possibile.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 18 novembre 2014 sul blog Simply CSOFT

Traduzione a cura di:
Francesca Castiglione
Traduttrice contenuti audiovisivi
EN>IT IT>EN PT>IT
Roma, Italia

Elogio della traduzione

 Categoria: Le lingue

In un mondo in cui la conoscenza, e il conseguente utilizzo della lingua inglese appaiono una necessità, un destino cui i popoli della Terra non possono sottrarsi, la traduzione diviene oggi, paradossalmente, strumento fondamentale della diversità e della differenza. L’importanza della lingua inglese, con tutta la sua vasta e nobile produzione letteraria, non è qui in discussione; l’inglese letterario è, infatti, espressione di una soggettività, di un gesto di riflessione individuale che, a partire da un’idea, realizza un’opera. Lo scrittore manipola, dispone, crea e ricrea la lingua, dotandola così di un carattere specifico e unico, ovvero di un’identità. Questa lingua è concreta, reale, si muove e si trasforma nella storia e nella realtà circostante, assume funzioni singolari, imprevedibili e contestualizzabili: in essa la diversità appare e costituisce molteplici forme.

Tuttavia, parallelamente a questo uso nomade dell’inglese, ve n’è un altro organizzato che sussume una pre-codificazione della lingua. Questa versione formattata dell’inglese è quella del business e dell’Università, nei quali la lingua non ha peculiarità determinate o speciali, ma soltanto scopi comunicativi prestabiliti, sicché ripetibili secondo lo stesso modus operandi. Chi si adopera ad apprendere codesto inglese finisce per non parlare (o scrivere) alcuna lingua, limitandosi piuttosto ad eseguire, acriticamente, degli insegnamenti astratti che sono, in realtà, lettera morta, parole vuote il cui senso sta nella mera esecuzione (o pratica) del codice linguistico. Soltanto nel rispetto di questi termini d’insensatezza linguistica l’inglese può essere esportato – come un vero e proprio pacchetto di parole pre-stabilite pronto al consumo linguistico. Non è, infatti, un caso che, nel mondo del commercio e della finanza, si ricorra, universalmente ovvero indipendentemente dalla lingua in uso, a parole inglesi (trend, business plan, marketing, etc.) che sono, invero, facilmente traducibili nella propria lingua.

Ciò significa che questo inglese è un’astrazione la cui sintassi non si evolve caoticamente nel tempo, bensì tende a stabilizzarsi in forme d’espressione fondamentalmente identiche e sistematiche. Questa inglesizzazione coatta del mondo moderno mette in serio pericolo la pluralità linguistica, vale a dire l’esistenza stessa delle lingue in quanto motore creativo della diversità culturale. I popoli devono poter preservare la loro identità linguistica e, al contempo, condividerla in un’ottica di scambio culturale da cui essi traggono dei vantaggi reciproci. Tuttavia, tale scambio non può certo essere mediato da un inglese astratto e pre-codificato, il quale, anziché favorire i rapporti tra le differenti culture, li limita imponendo forme di comunicazione artefatte che ostacolano l’interazione. Va allora da sé che solo la traduzione è in grado di promuovere uno scambio culturale autentico, nel quale, appunto grazie alla traduzione, la specificità di ogni lingua è conservata e condivisa allo stesso tempo.

Autore dell’articolo:
Luigi Sala
Ricercatore in ambito letterario e filosofico
Traduttore FR>IT – IT>FR
Bovisio Masciago (MB)

L’etimologia delle parole (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Conversione o cambiamento funzionale
Spesso delle nuove parole si formano cambiando la loro funzione grammaticale all’interno di una frase. Ad esempio, le innovazioni in campo tecnologico hanno trasformato in verbi alcuni sostantivi come: network (it. rete), Google e microwave (it. forno a microonde).

Trasferimento di nomi propri
Alle volte i nomi di persone, luoghi e cose diventano parole del vocabolario comune. Per esempio, il nome maverick (it. anticonformista) deriva dal nome di un allevatore americano, Samuel Augustus Maverick. Il sassofono prende il nome da Sax, il cognome di una famiglia belga del XIX secolo che costruiva strumenti musicali.

Neologismi o Processi Creativi
Di tanto in tanto, dei nuovi prodotti o dei procedimenti possono portare alla creazione di parole completamente nuove. Tali neologismi, di solito, hanno vita breve e non entrano mai in un dizionario. Tuttavia, alcuni hanno resistito, come per esempio i termini quark (it. quark), coniato dallo scrittore James Joyce), galumph (it. correre scompostamente), coniato dallo scrittore Lewis Carroll, aspirin (it. aspirina), che in origine era il marchio registrato, grok (it. groccare), neologismo coniato dallo scrittore Robert A. Heinlein.

Imitazione di suoni
Le parole possono essere create anche attraverso le onomatopee, ovvero imitando i suoni che sono associati ad esse, come ad esempio: boo (it. fischiare), bow-wow (it.bau bau), tinkle (it. tintinnio), click (it. clic).

Perché dovrebbe interessarci la storia delle parole?
Se l’etimologia di una parola non è la stessa della sua definizione, perché dovrebbe interessarci la storia delle parole? Ebbene, per prima cosa, capire come sono nate le parole può insegnarci moltissimo sulla nostra cultura. Inoltre, studiare la storia di parole a noi familiari ci può aiutare a capire il significato di parole sconosciute, arricchendo ulteriormente il nostro vocabolario.  Per concludere, le storia delle parole spesso può essere sia divertente, sia stimolante.  In breve, come direbbe un ragazzo, le parole sono divertenti.

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

L’etimologia delle parole (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Da dove vengono le parole?
Le parole nuove sono entrate (e continuano a entrare) nella lingua inglese in molti modi diversi. Queste sono alcune delle modalità più comuni.

Prestito
La maggior parte delle parole usate nell’inglese moderno sono state prese in prestito da altre lingue. Anche se la maggior parte del nostro vocabolario deriva dal latino e dal greco (spesso passando attraverso altre lingue europee), l’inglese ha preso in prestito delle parole da più di 300 lingue diverse in tutto il mondo. Ecco alcuni esempi:

●  futon (it. futon), dalla parola giapponese che indica “biancheria da letto, lenzuola”
●  gorilla (it. gorilla), dal greco Gorillai, una tribù di donne pelose, forse di origine africana
●  hamster (it. criceto), dal tedesco dell’alto medioevo ‘hamastra’
●  kangaroo (it. canguro), dalla lingua aborigena di Guugu Yimidhirr, ‘gangurru’, si riferisce ad una specie di canguro
●  kink (it. piega), dall’olandese, significa “avvolto in una fune”
●  mocassin (it. mocassino), dal nativa americano, algonchino della Virginia, simile a ‘mäkäsn’ della tribù dei Powhatan e ‘makisin’ della tribù degli Ojibwa)
●  molasses (it. melassa), dal portoghese ‘melaços’, dal tardo latino ‘mellceum’, dal latino ‘mel’, (it. miele)
●  muscle (it.muscolo), dal latino ‘musculus’ (it. topo)
●  slogan (it. slogan), dallo scozzese ‘slogorne’, “grido di battaglia”
●  smorgasbord (it. rinfresco), dallo svedese, letteralmente, “tavolo di pane e burro”
●  whiskey (it. whiskey), dall’irlandese antico ‘uisce’ (it. acqua) e ‘bethad’ (it. “della vita”)

Ritaglio o abbreviazione
Alcune nuove parole sono semplicemente forme abbreviate di parole preesistenti, come, per esempio, indie (it. indie) da indipendente, exam (it. esame) da examination, flu (it. influenza) da influenza e fax (it. fax) da facsimile.

Combinazione
Una nuova parola può essere creata anche dalla combinazione di due o più parole preesistenti: fire engine (it. camion dei pompieri, letteralmente fuoco+motore) e babysitter (it. babysitter, letteralmente guardiano+bambino).

Fusione
Una fusione, detta anche parola composta, è una parola formata dall’unione di suoni e significati di due o più parole. Ad esempio, la parola moped (it. ciclomotore), deriva da mo(tor)+ped(al), in italiano  motore + pedale e brunch (it. brunch) da br (eakfast) + (l) unch, in italiano colazione + pranzo).

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

L’etimologia delle parole

 Categoria: Le lingue

Le parole di uso comune e la loro incredibile origine

L’etimologia di una parola si riferisce alla sua origine e al suo sviluppo nella storia e cioè al primo utilizzo di cui siamo a conoscenza, al passaggio da una lingua a un’altra e ai cambiamenti nella forma e nel significato. Etimologia è anche il termine utilizzato nella linguistica per lo studio della storia di una parola.

Qual è la differenza tra una definizione e un’etimologia?
Una definizione ci spiega il significato di una parola e il suo utilizzo nel nostro tempo.
Un’etimologia ci spiega da dove viene una parola (spesso, ma non sempre, viene da un’altra lingua) e quale era il suo significato.

Per esempio, secondo l’American Heritage Dictionary of the English Language, la definizione della parola ‘disastro’ è “un avvenimento che provoca una vasta distruzione e angoscia, una catastrofe o una grave disgrazia”. Ma l’etimologia della parola ‘disastro’ ci riporta indietro nel tempo, quando le persone comunemente ritenevano che gli astri fossero responsabili di grandi disgrazie.

La parola ‘disastro’ apparve per la prima volta, in inglese, nel tardo XVI secolo, giusto in tempo per essere utilizzata da Shakespeare nella tragedia del Re Lear. È giunta a noi passando attraverso l’antica parola italiana ‘disastro’, che significava “sfavorevole alle proprie stelle”.

Questa sensazione di calamità è più facile da capire se analizziamo la radice latina della parola ‘astrum’, che compare anche nella nostra moderna astronomia come ‘stella’. Con il prefisso latino negativo dis-(lontano) aggiunto ad astrum (stella), la parola (in latino, italiano antico e francese medievale) esprimeva l’idea che potesse capitare una catastrofe sotto “l’influenza maligna di una stella o di un pianeta” (definizione che, oggi, il dizionario ci dice essere obsoleta).

L’etimologia di una parola è la sua reale definizione?
Niente affatto, anche se a volte le persone cercano di portare avanti questa teoria. La parola ‘etimologia’ deriva dalla parola greca ‘etymon’ che significa “il vero senso della parola”. Ma, in realtà, il significato originale di una parola spesso è diverso dalla sua definizione contemporanea.

I significati di molte parole sono cambiati nel tempo e quelli vecchi possono diventare insoliti o scomparire completamente dall’uso quotidiano. La parola ‘disastro’, per esempio, non significa più “influenza maligna di una stella o di un pianeta”, così come ‘considerare’ non significa più “osservare le stelle”.

Prendiamo un altro esempio. La nostra parola inglese ‘salario’ è definita dall’American Heritage Dictionary come il “compenso prefissato pagato e versato regolarmente ad una persona per dei servizi”.  La sua etimologia può essere fatta risalire 2.000 anni fa a ‘sal’, parola latina che significa “sale”. Dunque, qual è la connessione tra sale e salario?

Lo storico romano Plinio il Vecchio ci racconta che “a Roma, un soldato era pagato in sale” il quale, ai tempi, veniva ampiamente utilizzato come conservante alimentare. Alla fine, la parola ‘salarium’ finì per significare uno stipendio pagato in qualsiasi forma, di solito in denaro. Ancora oggi l’espressione “worth your salt” (letteralmente “che merita il sale”) indica che si sta lavorando sodo per guadagnarsi lo stipendio. Tuttavia, questo non significa che ‘sale’ sia la reale definizione di ‘salario’.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Richard Nordquist e pubblicato il 9 gennaio 2018 su ThoughtCo

Traduzione a cura di:
Cristina Manzotti
Traduttore freelance EN>IT
Roma (RM)

Perché non vai a vivere in Italia? (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Spesso mi chiedono: ”Conosci così bene la lingua italiana, perché non vai a vivere in Italia?” In Italia, paese soleggiato, sicuro e accogliente, è tuttavia molto complicato trovare lavoro, sia per gli italiani sia per gli stranieri. Per questa ragione mi sembra che in Russia, a Mosca, lavorare sia più semplice che in Italia. La lingua italiana è piena di insidie e non si è mai formati a sufficienza.

Il mio lavoro è un continuo compromesso tra quello che voglio fare e quello per cui mi pagano. Capitano nottate molto impegnative trascorse a lavorare su due consegne diverse contemporaneamente. E per quanto bene tu abbia svolto il tuo lavoro, ci saranno sempre clienti insoddisfatti, ci sarà sempre qualcosa da rifare o da rivedere. Ma se si traduce non solo per i soldi o per l’approvazione, si prospetta anche una certa dose di ispirazione e gratificazione.

Le sfide nel lavoro di un traduttore sono all’ordine del giorno. Una di queste sfide per me è stata la traduzione di alcune poesie italiane. Mentre lavoravo su una raccolta di poesie di Corrado Calabrò, era previsto che io facessi una traduzione letterale che poi sarebbe stata rielaborata da un poeta per rendere il mio materiale più poetico, nell’ottica di una traduzione comune. Alla fine sono state pubblicate le mie traduzioni letterali, in quanto risultavano più vicine al testo originale.

Nella traduzione della poesia la difficoltà maggiore risiede nel rendere in russo la quotidianità italiana. Ad esempio, c’era una poesia dal titolo ”Targhe alterne”, un concetto totalmente estraneo alla lingua russa. Targhe alterne, infatti, è una legge italiana che prevede una limitazione del traffico nel centro cittadino. Secondo tale legge nei giorni pari possono circolare nel centro solo vetture con targhe pari e viceversa. D’altronde, gli italiani troveranno sempre il modo di aggirare la leggi: quasi tutte le famiglie italiane possiedono due macchine una con il numero della targa pari e una con il numero dispari. Eppure questa limitazione esiste ed è chiara a qualsiasi italiano. La poesia si concludeva così: ”la vita è ingiusta, come le targhe alterne”. Per tradurlo abbiamo optato per la parola ”roulette”, aggiungendo la spiegazione in una nota.

Articolo scritto da Aleksandra Bibikova e pubblicato il 3 marzo 2016 sul blog Theory&Practice

Traduzione a cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Italiana
Torino

Perché non vai a vivere in Italia?

 Categoria: Traduttori freelance

Sono sempre stata affascinata dal fatto che la traduzione fosse un mezzo per facilitare la comprensione tra le persone. Spesso parliamo la stessa lingua e non ci capiamo ed è ancora più difficile farlo in lingue diverse. Io ho svolto i miei studi alla facoltà di filologia all’Università statale di Mosca e ho scelto la lingua italiana semplicemente perché mi sono innamorata dell’Italia, della sua lingua e della sua cultura. Mi ricordo il mio primo incarico da interprete: stavo aiutando un regista italiano venuto in Russia per girare un film sulle icone. Era molto interessato all’immagine di Edessa, un Mandylion, genere poco diffuso in Italia.

Era allo stesso tempo stimolante e complicato, trattandosi di una tematica molto specifica. Al termine di quell’esperienza mi sono resa conto che mi piaceva sia la traduzione sia l’interpretariato ma ciò che più mi stava a cuore era l’argomento della traduzione. Non mi ispira molto, diciamo, una traduzione  ordinaria di documenti o di trattative petrolifere. Sono sì, pronta a prendere in mano un lavoro di questo tipo, ma mi importa molto che la mia traduzione abbia un qualche tipo di valore per la società. Per esempio, oggi è spesso richiesto l’aiuto di un traduttore nella compilazione dei documenti per l’adozione oppure nelle pratiche delle cure mediche.

Oserei dire che quella del traduttore sia una professione ingrata, in quanto solitamente chi può permettersi di pagare per un servizio del genere, raramente considera il traduttore un professionista. Spesso il committente vorrebbe pagare meno di quanto richiesto e non sempre tratta un traduttore con rispetto. Per questo motivo non è tra le professioni più remunerative e rispettabili. E tuttavia, posso affermare che molti laureati Mosca in un modo o nell’altro svolgono questo mestiere, in particolar modo con la lingua italiana. E qui, come in tanti altri ambiti, occorre essere veloci, avere la capacità di inserirsi nell’ambiente lavorativo, conta molto la stessa attitudine alle relazioni interpersonali e al saper mantenere i contatti. Occorre, altresì, conoscere a fondo la realtà del paese della lingua con cui lavori.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Aleksandra Bibikova e pubblicato il 3 marzo 2016 sul blog Theory&Practice

Traduzione cura di:
Violetta Giarrizzo
Dottoressa Magistrale in Lingue Straniere per la Comunicazione Italiana
Torino