Russo e italiano: uno sguardo contrastivo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

I verbi di moto
Il movimento rappresenta un altro aspetto della lingua russa particolarmente ostico. Se in italiano la frase “Vado al cinema” non presenta apparentemente alcun problema traduttivo e, anzi, sembra una frase da livello A1, non è altrettanto vero se si tenta di tradurla in russo. Bisogna, infatti, tener conto di diverse varianti, dato che il russo designa per lo stato e il movimento un numero ingente di verbi. Occorre dunque tenere presente se intendiamo esprimere un movimento a bordo di un mezzo o a piedi, tenere in considerazione l’aspetto (se è un’azione reiterata oppure no) e la natura stessa del movimento: di uscita, entrata, centripeto/centrifugo, allontanamento, avvicinamento o, ancora, focalizzarsi sull’intenzione potenziale per eseguirlo.

Sicuramente molto arduo è riuscire a incastrare l’aspetto idoneo alla situazione con il verbo con significato semantico corretto. I verbi di moto si dividono inoltre in verbi di moto senza e con prefisso, dove il “prefisso”, in genere, veicola proprio il modo in cui il movimento dovrebbe compiersi. Fortunatamente esistono a volte alcune “scorciatoie” per evitare l’utilizzo di verbi di moto, quando non ci si sente particolarmente coraggiosi, sostituendoli con il verbo essere, ma sono casi singoli. In tutti gli altri casi occorre quindi esprimere con esattezza in base alle categorie enunciate il movimento, che in italiano viene sì espresso con altrettanta chiarezza ma sviluppando spesso la frase in modo analitico e non sintetico come il russo.

La frase italiana “vado a casa” ha quindi due formulazioni possibili in russo:

Я иду домой -> vado a casa a piedi
Я еду домой -> vado a casa con un mezzo

Nota interessante. In italiano dire “vado a casa a piedi” è in realtà una specificazione ulteriore che indicherebbe una specificazione, dovuta ad una domanda precedente, o ad un bisogno di specificare come ci si intende recare alla propria abitazione. Mentre quindi il verbo russo, che reca in sé sia il movimento che il modo, è assolutamente “standard”, per noi la frase standard sarebbe semplicemente “vado a casa”, senza bisogno di specificare ulteriormente come si intende andare (fortunatamente, talvolta, i russi si prendono anche questa libertà e utilizzano il primo verbo).

Ci sono poi particolarità da emicrania. Se occorre esprimere la frase “Passa il tram n. 10” (titolo anche di un cartone animato russo!) bisognerà dire “Шел трамвай десятый номер”, dove il verbo шел è normalmente utilizzato per il moto a piedi. Un po’ strano quindi per noi l’utilizzo del verbo che indica il camminare per il movimento del tram (vale per qualsiasi mezzo di trasporto terreno), quasi ad indicare che il tram in questione si “sposta a piedi” tra una fermata e l’altra. Sono proprio queste particolarità a rendere questa lingua così affascinante, a volte anche così lontana da noi.

Alla luce dei problemi traduttivi trattati il russo si riconferma una lingua davvero impegnativa quando la si traduce in una lingua come l’italiano e occorre fare spesso scelte traduttive che richiedono una dosa abbastanza generosa di creatività e coraggio. Il rischio è infatti, da una parte di mantenere la struttura russa/slava traducendo in modo poco naturale e quindi stentato il testo, ma dall’altra è anche quello di proporre soluzioni ardite che si discostano troppo dal senso dell’originale, rischiando di deformarlo. In particolare, la difficoltà dei verbi di moto rischia di trasformare la traduzione italiana in un testo eccessivamente pedante, con specificazioni avverbiali (traducenti del verbo russo che spesso non ne ha bisogno perché ha già in sé tutti i significati, come quello aspettuale, del verbo) che rendono poco scorrevole il testo di arrivo.

Si rivela utile consultare in questi casi un dizionario fornito di una serie dettagliata di esempi per le parole che si desidera tradurre in modo da potersi confrontare con traduzioni professionali che possono dare una risposta ai propri dubbi. Un ottimo dizionario, per questo fine, è sicuramente il Kovalev.

Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

Russo e italiano: uno sguardo contrastivo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Nella lingua odierna quando si vuole tradurre dall’italiano al russo una qualunque proposizione con predicato nominale, occorre, quindi, riflettere attentamente. Il traduttore italiano si trova a dover sviluppare una frase che, in russo, è sintatticamente molto breve e manchevole di un elemento fondamentale della lingua italiana. L’omissione del verbo viene talvolta sostituita da una forma verbale di registro più colto, cioèявляться, particolarmente ostico da tradurre: talvolta traducibile come rappresentare; scelta vincente, questa, perché anche in italiano è un verbo più elegante rispetto a essere.
C’è poi un’altra possibilità di localizzazione per la frase di Tarzan che evita completamente la copula grammaticale: ed è l’uso dei pronomi possessivi. Si potrebbe quindi tradurre così: мой Тарзан, твой Джейн, lasciando in questo modo la frase “a mezzo”.

L’aspetto verbale
Altra questione molto complessa della lingua russa, ai fini traduttivi, è l’aspetto verbale. In italiano l’aspetto è espresso attraverso l’uso dei differenti tempi verbali ma non ha valore di marca grammaticale come in russo, tranne in rarissime eccezioni come la coppia verbale saltare (pf.) e saltellare (impf.) che ricorda approssimativamente le coppie perfettivo/imperfettivo dei verbi russi (dalle quali si generano ulteriori forme perfettuali).

In italiano gli unici tempi verbali che suggeriscono un’idea esatta di aspettualità sono il passato prossimo (perfettivo) e l’imperfetto (imperfettivo). Per esprimere l’aspetto negli altri tempi viene usata la perifrasi. Esempi:

inizio a fare, finisco di fare (perfettivi dell’imperfettivo fare)

Nelle lingue slave il tempo e l’aspetto sono sempre rappresentati distintamente; mentre qualsiasi differenza è andata perduta nelle lingue neolatine e germaniche, nelle quali le forme del tempo verbale rappresentano sia il tempo che l’aspetto. Per esempio, “ho corso” esprime normalmente sia il tempo passato prossimo che l’aspetto perfettivo (un’azione descritta come compiuta), mentre “sto correndo” esprime generalmente sia il tempo presente che l’aspetto imperfettivo (un’azione descritta come in corso di svolgimento).

Se quindi in russo abbiamo la coppia aspettuale standard читать/прочитать dove il primo esprime l’imperfettivo e il secondo il perfettivo, l’italiano sviluppa l’aspettualità del verbo attraverso la scelta del modo verbale. Ad esempio: я читаю сейчас si tradurrebbe con “sto leggendo adesso” e non solamente come “leggo adesso”, sottolineando così efficacemente la progressività della forma imperfettiva, accentuata nella frase russa dall’avverbio сейчас.

Terza parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

Russo e italiano: uno sguardo contrastivo

 Categoria: Le lingue

Il russo, ahimè, è una lingua difficile. Normale avere inizialmente un po’ di sconforto. La lingua russa è infatti particolarmente complessa soprattutto per chi è di madrelingua italiana (e per chiunque la cui madrelingua afferisca al ceppo delle lingue romanze), dato che molte strutture morfo-sintattiche della lingua slava non sono presenti nella lingua italiana, e viceversa. Ecco quindi cosa significa affrontare una traduzione russo-italiano: prospettive differenti, concetti di spazio/tempo totalmente disuguali e parole, a volte, completamente estranee; soprattutto considerando il fatto che la lingua russa, a differenza di quella italiana, è più restia ad accettare vocaboli inglesi e internazionali. Vi è quindi l’aggettivo интернациональный (internazionale) ma anche l’usatissimo международный (una fusione letterale dei termini russi inter+nazionale), la parola è infatti un calco dell’originale.

Nel momento in cui il traduttore italiano si deve confrontare con un testo russo, di qualunque tipologia esso si tratti, deve essere conscio di una serie di problematiche che incontrerà durante il processo traduttivo, le quali rendono la traduzione dal russo verso l’italiano, spesso, una vera e propria ricostruzione. Vale ovviamente anche il contrario. Al traduttore, artigiano della parola, tocca smantellare i sintagmi della lingua source per approdare efficacemente alla lingua target, districandosi tra proposizioni grammaticalmente molto diverse da quelle della struttura morfo-sintattica dell’altra lingua, dovendo molto spesso enunciare esplicitamente più di quello che il testo iniziale dice, altre volte meno, dovuto principalmente al fatto che la lingua russa è flessiva; ma non solo.

Di seguito, vorrei individuare tre grandi discrepanze tra le due lingue, mettendo soprattutto in luce le principali difficoltà di un traduttore italiano, ma tentando, al contempo, di proporre qualche soluzione; alcune linee guida per tentare di rendere questa meravigliosa lingua meno insidiosa e più accessibile, soprattutto a chi si avvicina ad essa per la prima volta. Ecco dunque una sorta di “prontuario” delle situazioni a rischio, le più cavillose della lingua russa.

Il verbo быть, la sua omissione all’indicativo presente e la sua forma есть

“You Jane, me Tarzan.”
“Tu Jane, io Tarzan.”
«Ты есть джейн, я есть Тарзан. »

Iniziamo dall’esempio sopra citato. Una frase così semplice, problemi così complessi. Se la traduzione dall’inglese verso l’italiano non presenta particolari problemi, la resa traduttiva verso il russo è particolarmente ardua ma il risultato finale può essere reso in diversi modi, tutti abbastanza efficaci. Vediamo quindi come rendere questo parlato errato e primitivo, il “tarzanese” nella lingua russa, ove l’assenza del verbo essere è norma comune e la sua mancanza non è avvertita come stranezza come avviene nella lingua inglese e in quella italiana. Tutt’altro: è la norma. Le due lingue, infatti, sfruttano il verbo essere/to be come un verbo pieno, la cui funzione in quanto copula è sempre da esplicitare in situazioni standard, fatta eccezione per contesti giornalistici in cui l’uso della frase nominale è una marca stilistica ben precisa. Ma nella lingua russa il verbo essere ha invece una caratteristica più complessa.

Быть ha innanzitutto una coniugazione oggi ormai antiquata: solo есть (singolare) è di uso corrente ed è la forma per indicare diversi costrutti grammaticali tra cui “avere” (у меня есть) e la forma italiana “c’è/ci sono” (in inglese “there is/there are”). Il verbo “avere” in russo si traduce quindi letteralmente come “Presso di me c’è” invertendo la consueta prospettiva romanzo/germanica (io ho/I have) e mettendo a focus ciò che viene posseduto e non il suo possessore. L’antico russo (o meglio, l’antico slavo) godeva però di una coniugazione completa: я есмь, ты еси, он/она/оно есть, мы есме, вы есте, они суть. Il verbo essere in russo odierno risulta tuttavia difettivo e utilizza, come dicevamo poc’anzi, esclusivamente la terza persona singolare. La frase pronunciata da Tarzan, in russo, è quindi un esempio riuscito di localizzazione: rende infatti molto bene l’aspetto “esotico” del “tarzanese”; lingua, questa, non tanto errata o confusa, ma frammentata e imperfetta.

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Autore dell’articolo:
Fabio Ramasso
Traduttore freelance DE, ENG, RU > IT
Bra (CN)

Tradurre o l’incontro tra culture (6)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Quinta parte di questo articolo

Tradurre i diritti umani in arabo
La traduzione dei diritti umani in arabo segue lo stesso processo, ma nella direzione opposta. Taieb Baccouche osserva che è proprio il riferimento internazionale basato “sull’idea fondamentale che i diritti umani costituiscono un insieme di valori universali” che è oggetto di divergenza. Il problema più importante – al di là del problema tecnico della traduzione, che non è insormontabile – riguarda alcuni concetti, non nella loro dimensione terminologica, ma nel loro riferimento culturale: in particolare la libertà di credo e di religione. Ciò solleva il problema teorico della traduzione: deve essere letterale o deve trasporre e trasmettere il messaggio? In quest’ultimo caso, il traduttore, in quanto intermediario tra l’autore e il lettore, svolge lo stesso ruolo o ha una particolare responsabilità? La traduzione dei diritti umani in arabo e i numerosi sconvolgimenti che ha provocato nei forum internazionali illustrano la difficoltà di abituare persone di “culture diverse ad ascoltare gli altri, a rispettare il loro punto di vista, a cercare di capire il loro messaggio e a stabilire una vera comunicazione, un vero scambio per arricchirsi a vicenda, in uno spirito di tolleranza”.

Ma non sono forse pie speranze quando sappiamo, seguendo i numerosi studi sul campo dell’antropologia culturale, che la visione dell’Altro è sempre stata strettamente dipendente da una “comprensione mediata delle culture attraverso il prisma dei racconti di esplorazione, dei rapporti degli amministratori coloniali e delle riviste missionarie”? L’antropologia, nonostante le buone domande che si pone, si scontra sempre con una di esse, per quanto fondamentale: quella della “rilevanza dell’opposizione canonica tra il carattere scritturale delle culture occidentali e la natura orale delle culture esotiche e quindi l’assenza correlativa, in quest’ultima, di qualsiasi ermeneutica”. In altre parole, i membri di una cosiddetta cultura orale si sentono analfabeti, analfabeti e vivono in un ambiente semiologicamente vuoto?

Spetta a Jack Goody di aver insistito sull’importanza della tradizione scritta, in particolare quella proveniente dalla civiltà arabo-musulmana – con tutto ciò che questo stesso contributo porta con sé da elementi greci, egiziani, sumeri, ecc. Sulle culture dell’Africa occidentale, come Bambara e Dogon, di solito presentate come isole pure di oralità e paganesimo.

Seguendo Jean-Luc Nancy, Rada Ivekovic si interroga sulla possibile esistenza di una via di mezzo tra traducibilità e intraducibilità, partendo dall’osservazione che se “la difficoltà di traduzione, la sua insufficienza, è una prova ” , essa condivide questa insufficienza e questa inadeguatezza con tutte le lingue e con tutte le lingue. A suo avviso, la traduzione è “la messa in contatto, l’aggrapparsi e il legame tra due (ognuno dei quali è plurale) che sarà trasformato in questo rapporto “. Di conseguenza, la traduzione non può differire dall’originale e ad esso corrisponde solo parzialmente. Non rende impossibile l’accesso all’originale, “lo rende altrimenti accessibile”. In breve, la traduzione “è creazione allo stesso modo dell’”originale”, ugualmente buona o nulla, ma indipendentemente”: la traduzione è possibile solo se l’”originale” e il traduttore si trasformano, e se il risultato – tradotto – coesiste con il suo “originale” differito e trasformato.

Vorremmo semplicemente concludere qui – molto provvisoriamente – sottolineando che, mentre non c’è dubbio sulla disuguaglianza linguistica (tra lingue dominanti e lingue dominate), che si riferisce ampiamente alla disuguaglianza tra paesi dominanti e paesi dominati, e sul fatto che la traduzione è una questione essenziale nelle lotte per la legittimità simbolica, culturale e letteraria di una lingua e di un paese, è tuttavia vero che la traduzione contribuisce, in modo più o meno decisivo a seconda dei casi, a trasformare, incorporando vari elementi, la lingua della traduzione e la lingua dell’”originale”.

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (5)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Specchio dell’evoluzione della cultura europea trapianto di una cultura costituzionale
Le cose si complicano quando si tratta di trasporre nei paesi ex coloniali le strutture costituzionali e politiche ereditate dal potere coloniale. Il trapianto di una cultura costituzionale non è ovvio, tale è l’essenza dell’argomento di Ranabir Samaddar, suggerito dai costumi politici e sociali del libro testamentario di Rabindranath Tagore del 1940, La crisi della civiltà.

Alla luce di diversi studi recenti sulla storia della guerra e della pace in Asia, R. Samaddar fa una pessimistica osservazione dell’essenzialismo costituzionalista applicato alle ex colonie, che considera incapace di “inglobare il mondo non bianco nei suoi schemi di pensiero”. In breve, egli ritiene che, se una costituzione fornisce servizi, « non è mai la sede principale del dialogo, semplicemente perché non codifica quello che viene chiamato “potere sovrano” ». E per invocare di conseguenza misure radicali, “poiché, fin dall’inizio, le costituzioni non sono state in grado di definire chi sono gli stranieri, dobbiamo compiere questo compito smantellando queste costituzioni”!

Tradurre le Mille e una notte
La traduzione di opere letterarie obbedisce a simili leggi operative, anche se, nel caso della traduzione delle Mille e una notte, le difficoltà, sia complesse che specifiche, “possono essere meno una questione di “testo” che di “fenomeno letterario”, come ammette Richard von Leeuven in ” tradurre scheherazade”. Tuttavia, resta vero che dalla traduzione di Antoine Galland nel XVIII secolo – la prima versione europea della collezione – “gli europei si sono “appropriati” Le Mille e una notte e le hanno adattate ai propri gusti”. Non solo sarà necessario attendere la fine del XX secolo per poter tracciare un quadro esaustivo dei vari testi – il manoscritto che Galland aveva acquisito conteneva solo 281 Notti – ma la complessità della genesi delle Mille e una notte rimane un formidabile ostacolo per il traduttore moderno, che non ha ancora un testo di riferimento universalmente accettato: esistono molte traduzioni europee, alcune basate su testi arabi, altre solo in lingue occidentali!

Le Mille e una notte di Galland è stata all’origine di una moda orientale duratura nella letteratura europea, ma questa traduzione, come “ogni traduzione successiva, riflette sia le tendenze e i gusti del suo tempo, sia lo spirito del suo traduttore“. Queste diverse interpretazioni, per lo più fortemente influenzate dai loro traduttori, rappresentano quindi uno specchio dell’evoluzione della cultura europea e degli approcci alla letteratura, alla traduzione e all’Oriente. Nel complesso, hanno avuto un’immensa influenza sia sulla letteratura europea che sulle concezioni europee del mondo arabo. In altre parole, hanno partecipato alla costruzione dell’orientalismo mentre esprimevano le ossessioni del loro tempo.

Le immagini che hanno dato del mondo arabo – immagini distorte per coincidere con gli interessi dell’Europa nel mondo e per confermarlo nell’idea della sua superiorità culturale – hanno a loro volta suscitato le accuse di molti studiosi arabi di travisare la loro civiltà dotando l’Oriente di una serie di stereotipi a sostegno di una politica espansionistica e oppressiva. Questa è la prova che una traduzione – che si tratti delle Mille e una notte o di qualsiasi altra opera letteraria non occidentale – “non è un’impresa puramente artistica o letteraria; ha anche connotazioni politiche”.

Sesta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (4)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Terza parte di questo articolo

Lo sfruttamento delle culture non europee
Lo stesso vale per la costruzione dell’Europa. In pratica, la diversità culturale europea è spesso il modo elegante per riconoscere tutto ciò che separa gli europei in termini di memorie, riferimenti e sistemi simbolici. Tuttavia, la posta in gioco è alta. Avere come orizzonte un’integrazione economica e la nascita di una nuova forma politica accompagnata da una messa in comune delle diverse culture che rispetta le singolarità e tuttavia produce progetti comuni costituisce una radicale innovazione storica.

La sfida è dunque la seguente: o si gioca sulle differenze e si rimane necessariamente nel quadro di una diversità culturale riservata alle élite, in quanto è vero che “queste identità sono al tempo stesso oggetto di fede e di fedeltà, e [.....] in quanto tali [....] costituiscono resistenza e [....] alimentano un’ambiguità”. O consideriamo che il punto comune delle diverse culture europee risiede “nel modo in cui hanno avuto, simultaneamente, ma comunemente, di relazionarsi con il resto del mondo”.

In altre parole, l’Europa è stata realizzata attraverso lo sfruttamento (appropriazione, saccheggio, distruzione) di culture non europee, la loro importazione/imposizione/incorporazione nella cultura europea, in particolare attraverso imprese coloniali e la traduzione di importanti opere letterarie non europee in una o l’altra lingua europea : Così, le traduzioni dei racconti delle Mille e una notte sono diventate parte integrante della cultura europea, “anche nel modo in cui hanno saputo tradire, troncare, distorcere o censurare il testo, non solo in quanto tale, ma anche attraverso le tante opere, letterarie, musicali,  pittoriche, cinematografiche, alle quali hanno dato origine”. Questa negazione dell’opera o cultura originale era già stata denunciata nel 1943 da Simone Weil, va ricordato, in un testo intitolato « À propos de la question coloniale dans ses rapports avec le destin du peuple français. »

Come risultato di questo processo storico, i paesi occidentali sono stati a lungo confrontati – in realtà – con la questione di come trattare le loro minoranze culturali. Questo vale naturalmente per gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania o la Francia. Ma questo vale anche per l’Europa centrale : Ricordiamo, come ci invita a fare il filosofo croato Nenad Miscevic´, la terribile guerra che, durante l’ultimo decennio del XX secolo, ha distrutto e dislocato l’ex Repubblica Jugoslava. Miscevic´ tuttavia supplica per quella che chiama “intertraduzione”, che si basa sul fatto che la lingua dei serbi, croati e bosniaci è “più o meno comune”. Questa intertraduzione sarebbe, a suo avviso, un potente strumento per combattere ciò che minaccia di accadere oggi in questa regione: una profonda ignoranza per le generazioni future del passato e della storia di questi popoli. In breve, “la traduzione interculturale è essenziale per la stabilità e quindi indispensabile per l’ordine democratico europeo”.

Più in generale, se vogliamo compiere progressi verso l’integrazione europea, dobbiamo tenere conto dell’attuale diversità etno-culturale della maggior parte degli Stati europei per attuare misure politiche adeguate che richiedono un forte sostegno istituzionale per l’interazione e la comunicazione interculturale.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

L’invariabilità della cultura
Lévi-Strauss ritiene che: “La cultura può essere considerata come un insieme di sistemi simbolici, in primo piano dei quali la lingua, le regole matrimoniali, i rapporti economici, l’arte, la scienza e la religione. Tutti questi sistemi mirano ad esprimere alcuni aspetti della realtà fisica e sociale e, a maggior ragione, le relazioni che questi due tipi di realtà hanno tra loro e che i sistemi simbolici stessi hanno tra loro. » Questo è il fondamento dell’antropologia strutturale, la cui ambizione è quella di identificare e indicizzare le “invarianti” o “universali”, cioè quei materiali culturali che sono sempre identici da una cultura all’altra. Lévi-Strauss prenderà in prestito quattro idee essenziali da Ruth Benedict (la cui eredità appare chiaramente in Tristes Tropiques).

In primo luogo, le diverse culture sono definite da un certo modello (pattern). In secondo luogo, vi è un numero limitato di possibili tipi di culture. In terzo luogo, lo studio delle società “primitive” è il metodo migliore per determinare le possibili combinazioni tra elementi culturali. In quarto luogo, queste combinazioni possono essere studiate in se stesse, indipendentemente dagli individui che appartengono al gruppo per i quali rimangono inconsci. Lévi-Strauss è quindi in un certo senso l’erede dell’antropologia culturale americana, ma se ne distingue cercando di andare oltre l’approccio particolarista alle culture : Al di là dello studio delle variazioni culturali, si propone di analizzare l’invariabilità della cultura. Per lui, culture particolari non possono essere comprese senza riferimento alla Cultura, il “capitale comune” dell’umanità da cui attingere per sviluppare i loro modelli specifici.

Ma non basta proclamare che “l’umanità (o l’Occidente, o l’Europa, o l’Islam, ecc.) è forte nella sua diversità”. Secondo Bruce Robbins, la domanda fondamentale deve essere posta nei seguenti termini: “Se, nel bene e nel male, Huntington condivide con i suoi oppositori una valutazione positiva della diversità culturale, con quale logica passa dal rispetto delle culture inviolabili alla difesa degli interessi americani e, d’altra parte, i suoi oppositori potranno rinnegare questa logica? Per noi, che rispettiamo la cultura ma rifiutiamo di dare priorità agli interessi degli Stati Uniti (o di un’altra cultura, a seconda dei casi), è questa una via che possiamo evitare? »

La sfida è quella di “costruire un consenso che non si basa su un vago concetto di essenza umana predeterminata, ma è il risultato attivo del dialogo e della lotta. È anche la sfida della cultura stessa, che non deve avere paura di aprirsi per rivelare (e mettere in discussione) il suo carattere universale.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

La traduzione come negoziazione delle differenze una questione di civiltà
Di conseguenza, l’approccio ci invita a considerare la traduzione come una negoziazione delle differenze, e non più come un’opposizione tra l’universale e il locale. Lavorare sulla traduzione delle culture significa non solo chiedersi cosa si traduce, perché si traduce, come si traduce , ma anche interrogarsi sulle narrazioni contemporanee dell’intraducibile e, così facendo, mettere in discussione il tema dell’incompatibile, quello dell’originale/originale e della traduzione/traduzione tradimento. In breve, tradurre significa pensare alla cultura come rapporto tra le culture. Per questo motivo non si può parlare di una cultura omogenea. Le differenze sono presenti all’interno della stessa cultura e tra le culture, così come all’interno della stessa lingua e tra le lingue. Tradurre tra le culture è quindi una sfida di civiltà, soprattutto nell’attuale contesto ideologico, che fa del riferimento alla “guerra di civiltà” il discorso dominante ed implicito ovunque. Più che mai, è necessario pensare ai divari tra cultura e civiltà, tra alterità e chiusura. Né dobbiamo trascurare i vari fattori inevitabili e la questione in sospeso dell’incompatibilità, il diverso, l’intraducibile, tanti fattori di guerra piuttosto che di pace.

Si tratta infatti di rispondere a un paradosso che può essere così formulato: è proprio perché non esiste un fondo culturale comune, legato agli stessi valori religiosi, alla stessa filosofia della libertà individuale, allo stesso modello di razionalità e all’adesione agli stessi valori democratici, che la traduzione interculturale ha tanta difficoltà ad essere realizzata. Ognuno sa che, al di là di questo innegabile fondo culturale comune dell’umanità caro a Claude Lévi-Strauss, si ricade rapidamente sulle differenze, per non dire sugli antagonismi che spiegano non solo la recente storia violenta segnata dall’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono dell’11 settembre 2001 – e che nei mesi successivi ad una rinnovata seduzione delle controverse tesi di Samuel Huntington sullo scontro di civiltà – ma anche la più antica storia del colonialismo.

Terza parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Tradurre o l’incontro tra culture

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Impegnarsi a “cercare verso la civiltà le possibili vie di un ritorno alla politica, che la maggior parte delle società contemporanee sono venute a mancare, denunciare l’essenzializzazione delle culture, l’etnicizzazione e la comunitarizzazione della politica”. […], non si tratta forse di un obiettivo mobilitante per un’ambizione profondamente umanistica? La traduzione è una delle condizioni (necessarie ma non sufficienti) per superare il discorso identitario. Essa offre anche opportunità di confronto tra diverse realtà culturali e solleva una serie di questioni relative sia al funzionamento dei settori della produzione culturale che agli scambi  internazionali, questioni che troppo spesso vengono discusse oggi solo dal punto di vista della “globalizzazione” o ” mondializzazione”. Da qui l’interesse euristico di aprire “un nuovo campo teorico nella sua trasversalità e modalità di applicazione [.....] per sviluppare una valida alternativa alle nozioni superate di “dialogo delle culture” o multiculturalità”. Abbiamo ora un insieme di riflessioni stimolanti che seguono approcci simili, come gli studi di traduzione e, soprattutto, gli studi sui processi di “trasferimento culturale”.

Come sottolineano Johan Helbron e Gisèle Shapiro: “Il campo di ricerca degli studi di traduzione, che è stato istituito a partire dagli anni ’70 in alcuni piccoli paesi, spesso multilingue (Israele, Belgio, Paesi Bassi), è diventato, almeno in alcuni luoghi, una specialità a sé stante, con le sue cattedre, l’insegnamento, i manuali e le riviste specializzate. Questo lavoro rappresenta un cambiamento nell’approccio adottato. Invece di comprendere le traduzioni solo o principalmente in relazione a un testo originale, un testo di partenza o una lingua di partenza, e di identificare attentamente le deviazioni la cui rilevanza dovrebbe poi essere determinata, gli studi di traduzione si sono sempre più concentrati su questioni che riguardano il funzionamento delle traduzioni nei loro contesti di produzione e di ricezione, cioè nella cultura di destinazione. È questa stessa questione del rapporto tra i contesti di produzione e di accoglienza che sta alla base degli approcci in termini di “trasferimento culturale”, che mettono in discussione anche gli attori di questi scambi, istituzioni e individui, e la loro inclusione nei rapporti politico-culturali tra i paesi studiati. »

Seconda parte di questo articolo >

Fonte : Articolo scritto da Jean-François Hersent e pubblicato nel giugno 2003 sul sito BBF (Bulletin des Bibliotèques de France)

Traduzione a cura di:
Ayoub Benzarti
Traduttore indipendente
Tunisi

Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

I motti delle Grandi Case e i chengyu cinesi

< Seconda parte di questo articolo

Casa Lannister: 蘭尼斯特家族 Lán nísī tè jiāzú

Motto

Hear me roar! Udite il mio ruggito! 听我怒吼 Tīng wǒ nùhǒu

La nobile e orgogliosa Casata di Castel Granito, il cui emblema è un leone dorato in campo rosso, si fregia del motto “Hear me roar!”. La traduzione italiana ha modificato il verbo “roar” sostituendolo con il sostantivo “ruggito”, anziché con il verbo “ruggire”. La sostituzione della categoria grammaticale, però, non influisce sul valore semantico. La traduzione cinese sembra comportarsi in modo identico e ancora una volta mantiene la struttura del chengyu a quattro caratteri.

Casa Targaryen 坦格利安家族 Tǎn gé lì’ān jiāzú

Motto

Fire and Blood Fuoco e sangue 血火同源 Xuèhuǒ tóng yuán

I Targaryen, signori dei draghi, uniscono fuoco e sangue nel proprio motto. In italiano viene tradotto alla lettera senza creare alcuna difficoltà strutturale. In cinese, viene ricreata la struttura a quattro caratteri nel motto 血火同源 Xuèhuǒ tóng yuán. Il primo carattere (血) è il “sangue”, il secondo (火) il “fuoco”, mentre gli ultimi due (同源) indicano “un’origine comune”. Una possibile traduzione potrebbe quindi essere: “fuoco e sangue hanno la stessa origine”. Non è dunque una traduzione strettamente letterale, ma consta di un’aggiunta che spiega meglio il motto originale. Il fuoco e il sangue derivano infatti entrambi dai draghi, animali fantastici associati alla Casa Targaryen, impiegati nelle guerre di conquista come arma devastante.

Dai tre esempi, estrapolati da uno studio analitico molto più corposo, si evince come la principale tendenza dei traduttori cinesi sia quella dell’addomesticamento. La versione cinese, quindi, tende una mano amica ai propri lettori, vestita di familiarità e adornata di tradizione, pur mantenendosi fedele all’intento dello scrittore.

Di esempi da citare e studi da riportare ce ne sarebbero molti altri per cui, nell’immenso mare della ricerca incentrata sulle strategie traduttive di questo popolo orientale, il presente articolo non è che una goccia trovata tra Delta delle Acque e il Mare Stretto.

Articolo tratto dalla tesi “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: analisi sociolinguistica della traduzione cinese con riferimenti all’adattamento televisivo e alla sua ricezione in Cina”

Autrice:
Emanuela Catarra
Traduttrice ENG>ITA, CIN>ITA
Bergamo

Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

I motti delle Grandi Case e i chengyu cinesi

< Prima parte di questo articolo

La traduzione dei motti delle Grandi Case, con espressioni per lo più a quattro caratteri, dimostra la tendenza largamente diffusa in Cina all’addomesticamento.

Termine coniato da Lawrence Venuti, l’addomesticamento è la strategia opposta allo straniamento. “Addomesticare” un testo straniero consiste nel tradurlo in un modo fluido e trasparente che tende a cancellare l’estraneità del testo fonte e a renderlo conforme alla necessità e ai valori del pubblico d’arrivo. Rievocando Schleiermacher (1813), “Il traduttore lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scrittore”. Fenomeno contrario è invece quello dello straniamento per cui “il traduttore lascia l’autore in pace il più possibile e conduce il lettore verso di lui”. Il lettore viene quindi avvicinato a contenuti non familiari ed esotici e viene meno l’invisibilità del traduttore. Teorizzata da Venuti, l’invisibilità è prodotta dal modo in cui i traduttori tendono a tradurre in maniera scorrevole verso la lingua target allo scopo di produrre un testo d’arrivo idiomatico e leggibile che crei l’illusione della trasparenza. Nella lingua d’arrivo, il testo viene quindi letto non come una traduzione, ma come se fosse l’originale. L’atto della traduzione viene celato. L’addomesticamento rende invisibile il traduttore mentre lo straniamento (anche chiamato resistenza da Venuti) lo rende visibile.

Alcuni esempi di traduzione dei motti delle Grandi Case del Trono di Spade rendono evidente la tendenza cinese all’invisibilità, proponendo strutture linguistiche culturalmente vicine ai propri lettori:

Casa Stark: 史塔克家族 Shǐ tǎ kè jiāzú

Motto:

Winter is coming L’inverno sta arrivando 凛冬将至 Lǐn dōng jiāng zhì

Il motto di casa Stark esprime un monito. I membri della nobile casa del Nord non vantano le proprie qualità ma, rispecchiando la propria indole seria, valorosa, forte e temprata dal gelido clima settentrionale, esprimono un avvertimento nel proprio motto. L’arrivo dell’inverno è legato all’approssimarsi di un periodo di caos, sconvolgimenti politici, carestie e difficoltà economiche. Il motto originale, in inglese, è asciutto e diretto e in italiano viene tradotto alla lettera. In cinese, la frase a quattro caratteri 凛冬将至 Lǐn dōng jiāng zhì, consta di una piccola aggiunta probabilmente apportata perché i caratteri raggiungessero il numero quattro. 凛 infatti, vuol dire “freddo”. La traduzione letterale potrebbe allora essere: “il freddo inverno sta arrivando”. La particella 将 indica l’approssimarsi di un evento futuro e rispecchia quindi il tempo verbale del motto originale.

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Articolo tratto dalla tesi “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: analisi sociolinguistica della traduzione cinese con riferimenti all’adattamento televisivo e alla sua ricezione in Cina”

Autrice:
Emanuela Catarra
Traduttrice ENG>ITA, CIN>ITA
Bergamo

Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco

 Categoria: Tecniche di traduzione

I motti delle Grandi Case e i chengyu cinesi

I motti delle Grandi Case, le cui vicende sono narrate nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, saga fantasy scaturita dal genio letterario di George R.R. Martin, sono stati creati in modo da risultare suggestivi e d’impatto. Sono inoltre carichi di valore semantico che lascia trasparire le peculiari caratteristiche di cui si fregia ogni casato. Frasi brevi, incisive, dense di significato, che vanno analizzate nel dettaglio per essere comprese appieno. Dietro ogni motto si nasconde la storia delle sue origini.

Il motto dei Targaryen (“fuoco e sangue” / “fire and blood”), ad esempio, si riferisce alla grande guerra di Aegon il Conquistatore che lasciò sul campo il sangue di numerosi nemici divorati dal fuoco dei suoi draghi. Racconta un’antica storia anche il motto di Casa Martell: “mai inchinati, mai piegati, mai spezzati” (“unbowed, unbent, unbroken”). I Dorniani furono infatti gli unici a non piegarsi davanti alla potenza dei Targaryen e, piuttosto che sottomettersi alla conquista, accettarono un’unione matrimoniale tra il principe erede al trono, Rhaegar Targaryen, e la principessa Elia Martell. Altrettanto emblematico è il motto di Casa Greyjoy: “noi non seminiamo” (“we do not sow”). Parole apparentemente poco evocative, racchiudono invece la vera natura degli abitanti delle Isole di Ferro. Pirati, predoni, dediti al saccheggio e allo stupro, non seminano perché l’agricoltura non rientra nel loro stile di vita. Le aspre sporgenze rocciose, bagnate dal mare, hanno forgiato gli uomini di ferro plasmandone la vita e le abitudini sociali. Il motto dei signori di Pyke dunque, riflette e riassume le caratteristiche del proprio popolo.

I traduttori cinesi che a partire dal primo romanzo hanno seguito il progetto, Tan Guanglei e Qu Chang (谭光磊, 屈畅), dovevano quindi coniare espressioni brevi, dense di significato, dal sapore arcaico e che riecheggiassero uno stile epico. Si sono dunque avvalsi di arcaismi linguistici, dove possibile, ed è inoltre evidente il tentativo di traduzione volto a racchiudere i motti in soli quattro caratteri. Scelta che deriva dalla tradizione letteraria cinese ed è dovuta all’esistenza dei cosiddetti chengyu (成语, chéngyǔ) o frasi a quattro caratteri. Espressioni idiomatiche del cinese classico, i chengyu racchiudono solitamente un significato comprensibile solo conoscendo il mito, la leggenda, la storia a cui sono collegati. Visto che non rispondono alla normale struttura sintattica del cinese moderno, ma sono molto più sintetici, è spesso necessario conoscere il contesto in cui sono nati per poterli comprendere correttamente. I cinesi ne fanno largo utilizzo sia nella lingua scritta che in quella parlata, conoscere e padroneggiare i chengyu è ritenuto segno di cultura e riflette l’intramontabile amore e rispetto per gli antichi, tipico della cultura orientale.

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Articolo tratto dalla tesi “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco: analisi sociolinguistica della traduzione cinese con riferimenti all’adattamento televisivo e alla sua ricezione in Cina”

Autrice:
Emanuela Catarra
Traduttrice ENG>ITA, CIN>ITA
Bergamo

La denuncia della Crusca (2)

 Categoria: Le lingue

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A colpo d’occhio | Uso e disuso della lingua inglese ad opera degli italiani

In Italia si usano sempre più termini anglosassoni nella vita di tutti i giorni, anche quando esiste un equivalente nostrano perfettamente accettabile.

Molti di questi provengono dal mondo degli affari e della tecnologia, come “strategy”, “meeting”, “spending review”, “jobs act” e “budget”. Ma il significato di alcuni viene storpiato quasi al di là dell’immediato riconoscimento.

Ecco alcuni esempi di termini infiltrati nella lingua italiana che hanno stranamente mutato il loro significato originale:

“Smoking”– usato per indicare un abito maschile formale o da sera
“Water”– usato per indicare un gabinetto o un lavabo
“Sexy shop” – al posto di sex shop
“Pullman” – per indicare un autobus
Footing”–interpretato come jogging o corsa
“Lifting”– per indicare un’operazione chirurgica al viso
“Mister” – usato per definire un allenatore di calcio
“Outing”– l’atto di dichiararsi omosessuale
“Big” – per definire un alto dirigente politico o aziendale
“Baby gang”– non un gruppo di neonati, ma una banda di giovani delinquenti, vandali o criminali

I termini ibridi nati da un italiano inglesizzato stanno emergendo con sempre più frequenza. Un esempio lampante di questa bizzarra attitudine linguistica è il verbo chattare, un termine inventato di sana pianta e preso dal corrispettivo in inglese“to chat”, che ha scavalcato così l’equivalente in italiano, cioè il verbo chiacchierare.

Molti dei nuovi anglicismi sono legati al mondo di Internet – per esempio, dall’inglese “to post” si ricava un altro ibrido storpiato, da cui emerge il termine “postare”, cioè pubblicare un commento o una foto. Poi ancora abbiamo: “mouse”, per indicare l’aggeggio che guida il cursore, “selfie”, “spread”, “car sharing”, “e-book” e “spending review”.

“Se continuiamo così, l’italiano sarà svanito nell’anno 2300. Al suo posto parleremo solo l’inglese”, ha dichiarato il professor Marazzini al quotidiano La Stampa.

I giovani italiani lottano per padroneggiare l’uso del congiuntivo – la forma del verbo che suggerisce che qualcosa potrebbe accadere – e alcuni lo stanno abbandonando del tutto.

Persino il tempo futuro è stato sostituito dal tempo presente. “I giovani, in particolare, tendono ora più che mai a dire  ‘Domani vengo a casa tua’  piuttosto che  ‘Domani verrò a casa tua’ ” – dice il professor Marazzini.

Un politico di alto profilo, indicato come futuro primo ministro, è stato ampiamente deriso pochi giorni fa per non aver afferrato la forma corretta del congiuntivo in un tweet scritto da lui.

Luigi Di Maio, una stella nascente all’interno del Movimento alternativo dei Cinque Stelle, ha sbagliato non solo una volta, ma tre, e ha dovuto ripetutamente correggersi nei messaggi successivi su Twitter e Facebook. In un post sulla sicurezza informatica, è inciampato più volte sul verbo “spiare”.

“Guarda, ti pagherò il doposcuola per prendere lezioni di grammatica settimanali  – gli ha scritto un altro utente – ma ti prego, basta!”

Fonte: Articolo scritto da Nick Squires e pubblicato il 17 gennaio 2017 sul sito del Telegraph

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

La denuncia della Crusca

 Categoria: Le lingue

L’Accademia della Crusca denuncia: la lingua italiana è sotto assalto dal crescente numero di anglicismi, l’uso sconsiderato dei verbi ed un lessico impoverito.

Secondo il più illustre istituto linguistico del paese, l’italiano è messo in pericolo da un’ondata crescente di parole inglesi, l’abbandono dei tempi verbali e l’uso di un vocabolario sempre più ristretto, rischiando addirittura l’estinzione.

La nobile lingua di Dante e del Petrarca procede dunque verso un inesorabile involgarimento, man mano che i giovani rinunciano ad esprimersi attraverso i tempi del congiuntivo e del futuro, seminando piuttosto un linguaggio quotidiano alquanto semplicistico condito di anglicismi, anche dove ci sono alternative perfettamente adeguate nella loro lingua madre; è quello che afferma l’Accademia della Crusca, l’antica istituzione che custodisce la purezza dell’idioma italico.

“C’è stato un grande aumento nel numero di parole ed espressioni straniere e la tendenza continuerà, soprattutto con le parole inglesi”, ha dichiarato il professor Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia, fondata a Firenze nel 1582. “Ci stiamo dirigendo verso un italiano molto scarso. ”

Migliaia di parole sono a rischio di estinzione perché non vengono più utilizzate nel discorso quotidiano, afferma il professore. Tra queste includiamo: “accolito” (attendente, tirapiedi), “maliardo” (stregato), “tremebondo” (tremulo, tremante), “zufolare” (fischiare), e “abbindolare” (prendere in giro, farsi prendere per il naso).

Nel momento in cui gli italiani usano la parola “location”, stanno effettivamente uccidendo tre equivalenti nella loro lingua allo stesso modo efficaci, come luogo, sito e posto.

Quando il governo istituì una mezza dozzina di centri di accoglienza nel sud Italia per accogliere le decine di migliaia di migranti che fluivano attraverso il Mediterraneo dalla Libia, li chiamò “hot spots” invece di usare il termine italiano “centro d’accoglienza” – una decisione che è stata criticata dall’Accademia della Crusca.

Gli italiani sono stati più inclini ad adottare parole ed espressioni straniere, forse perché il paese fu fondato solo nel 1861 e il senso di nazionalità e orgoglio nazionale è inferiore a quello della Francia o della Spagna, ci fa sapere l’Accademia.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Nick Squires e pubblicato il 17 gennaio 2017 sul sito del Telegraph

Traduzione a cura di:
Cristina Scarcia
Traduttrice
Lecce

Consigli per traduttori editoriali (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Consiglio 3: partecipa a un campo estivo
Ci sono diverse scuole estive di traduzione letteraria dove puoi affinare le tue capacità e ottenere dei contatti utili. Il Regno Unito sembra essere un focolaio per questo tipo di cose. Il British Centre for LiteraryTranslation ne organizza uno (pieno per quest’anno, ma ricontrolla per i prossimi anni), e la City University of Londonne offre un altro. La nota traduttrice editoriale dallo spagnolo all’inglese Lisa Carter ha una lista di eventi di traduzione letteraria del 2016 sul suo sito, ma molti di questi programmi saranno probabilmente riproposti nel 2017.

Consiglio 4: traduci un libro di pubblico dominio e pubblicalo indipendentemente
Se non ti va di sbattere la testa contro il muro dell’editoria tradizionale, fai da te. Siti come Project Gutenberg hanno un sacco di libri in tante lingue diverse, tutti di pubblico dominio. Potresti iniziare traducendo uno di questi libri per pubblicarlo su un blog, farci un e-book o stamparlo su richiesta. Ma assicurati che il libro in questione sia davvero di pubblico dominio, prima di pubblicarlo.

Consiglio 5: scegli il metodo tradizionale e preparati a un lungo cammino
Essere pubblicato da un editore classico è impegnativo, ma tutt’altro che impossibile. Se senti che il tuo autore preferito della tua lingua d’origine debba assolutamente essere tradotto nella tua lingua di destinazione, e che quella traduzione debba essere assolutamente pubblicata da un editore tradizionale, non farti buttare giù da chi ti dice che non puoi. Cerca la lista degli editori di traduzioni sul sito del PEN e mettiti a lavoro.

Consiglio bonus: fai pace con l’aspetto finanziario della traduzione editoriale
Se ti occupi principalmente o esclusivamente di traduzioni commerciali, sarai abituato a seguire il denaro e a puntare ai mercati che pagano di più, tuttavia è difficile che questa caccia ti porti alla traduzione editoriale. Ma finché il resto del tuo lavoro è solido finanziariamente, va bene dedicarsi anche ad un progetto per passione, che può mantenere alta la tua motivazione mentre ti occupi del resto. Ciò non significa che non ci siano traduttori editoriali che non guadagnano bene, sicuramente ce ne sono. Ma così come ci sono solo pochi scrittori dilettanti che riescono a vivere grazie alla scrittura, molti traduttori devono integrare la traduzione letteraria con le traduzioni commerciali.

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato il 12 luglio 2017 sul suo blog Thoughts on translation

Traduzione a cura di:
Giulia Loiodice
Traduttrice DE, EN > IT
Berlino, Germania

Consigli per traduttori editoriali

 Categoria: Traduttori freelance

È il periodo dei premi letterari, quel momento dell’anno in cui tanti di noi ammirano, o addirittura invidiano, colleghi come Tess Lewis (vincitrice del PEN Translation Prize per la sua traduzione dal tedesco all’inglese del romanzo “L’angelo dell’oblio” di Maja Haderlap) o Jessica Cohen (vincitrice del Man Booker International Prize per la sua traduzione dall’ebraico all’inglese di “Applausi a scena vuota” di David Grossman). Molti di noi si sono innamorati della traduzione proprio grazie alla traduzione letteraria. Un esempio di questo fenomeno, misto ad arroganza adolescenziale, è la mia traduzione del poema “Ofelia” di Arthur Rimbaud, con conseguente lettura in pubblico, come progetto finale per il mio corso su Shakespeare al liceo nel 1989… a proposito di palesi turbe adolescenziali.Se, per fortuna, quella traduzione è finita in qualche cassonetto della spazzatura del New Jersey, molti di noi sognano tuttora di tradurre libri, per portare alla luce i nostri autori preferiti nella nostra lingua di destinazione o per tanti altri motivi.

La traduzione editoriale è un settore tosto
La maggior parte degli editori difficilmente puntasu un autore sconosciuto o un traduttore inedito, la traduzione editoriale può essere più un atto d’amore che un impiego redditizio, e la strada per ottenere un contratto è spesso più frastagliata di quella per ottenere un progetto di traduzione commerciale. Però è possibile. Il primissimo libro tradotto dalla traduttrice dal francese all’inglese Sandra Smith è stato il best seller “Suite francese”, che ha vinto il premio PEN ed è stato selezionato come libro dell’anno del Times of London. Quindi, cosa deve fare un traduttore editoriale insoddisfatto? Ecco alcune dritte!

Consiglio 1: inizia con i periodici
Se non hai mai tradotto un libro prima, i periodici sono il posto perfetto da cui iniziare. Prova a farti pubblicare un racconto o un estratto (ma prima assicurati di avere il permesso da chi detiene i diritti di traduzione, prima che il tuo trionfo editoriale si trasformi in una violazione del copyright). Il sito della PEN ha una lunga lista di periodici che cercano traduttori. Cerca le loro linee guida e inizia da lì.

Consiglio 2: cerca risorse disponibili per la tua lingua
Molti paesi, oltre agli Stati Uniti, supportano attivamente le traduzioni editoriali. C’è la French Publishers’ Agency, che si occupa di diritti di traduzione in inglese per libri scritti in francese. Per il tedesco, c’è la Frankfurt Book Fair New York, e sono sicura che ci siano organizzazioni simili anche per altre lingue.

Seconda parte di questo articolo>

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKay e pubblicato il 12 luglio 2017 sul suo blog Thoughts on translation

Traduzione a cura di:
Giulia Loiodice
Traduttrice DE, EN > IT
Berlino, Germania

La linea sottile del bilinguismo

 Categoria: Le lingue

Il “dilemma” di cui vi parlerò oggi appartiene principalmente a chi, come me, va via dal suo paese, con l’illusione di riuscire a sentirsi come a casa anche nel paese al quale sta emigrando. Lo affronto fra traduttori perché mi è capitato di sentirmi dire che i madrelingua che vivono in un altro paese tendono a dimenticarsi la loro lingua e quindi smettono di essere bravi a scrivere, il che a me sembra assurdo e contraddittorio.

L’italiano non è la mia lingua madre, di fatto l’ho imparato dopo i 20 anni e non è che non parli o usi lo spagnolo, ci lavoro tutti i giorni scrivendo e pensando in spagnolo, ma quando devo scrivere qualche appunto, qualche pensiero veloce uso irrimediabilmente l’italiano.

Ho capito che avevo fatto mia questa bellissima lingua quando ho cominciato a sognare in italiano.

Il processo di apprendimento delle lingue ha diversi step, anche dal punto di vista accademico. In sintesi, prima cerchi di riconoscere le lettere e i suoni in quella lingua, poi impari a leggerli, a capirli, ma ancora non riesci a parlare. Poi cominci a parlare facendo un ponte immaginario nel cervello da una parola nella tua lingua a quella corrispondente nella lingua di destino, poi invece cominciano a venire in automatico le parole senza dover passare per la tua lingua e lì riesci anche ad articolare un discorso lungo e profondo. Ma secondo me c’è un passo in più, quello in cui ti senti talmente comodo che “preferisci” sognare in quella lingua.

Vi ricordate Antonio Tabucchi? Lui amava il portoghese, lo amava così tanto che alcuni libri ha preferito scriverli direttamente in portoghese, perché, come me, e tanti altri, ha fatto sua una lingua che non conosceva dalla nascita ma che ha studiato, vissuto e l’ha fatto innamorare.

È qui dove voglio arrivare. Non possiamo chiamarci bilingue se rispettiamo chiaramente il concetto di bilinguismo, ma abbiamo fatto nostra un’altra lingua senza abbandonare la nostra lingua madre e, a mio avviso, il fatto di aver incorporato così profondamente quella nuova lingua non fa che parlare bene di noi e della nostra capacità di linguaggio e di apprendimento.

Autrice dell’articolo
Lourdes Miranda
Traduttrice e Localizzatrice
Assisi