Il serbocroato-croatoserbo (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

La “ripulitura della lingua” attuata in Croazia dopo l’indipendenza del 1991 ha portato all’introduzione di neologismi alquanto curiosi. Per esempio telefon (telefono) è divenuto brzoglas, che tradotto letteralmente significa “voce veloce”; televizija (televisione) è divenuta dalekovidnica (letteralmente: “si vede lontano”); helikopter (elicottero) è divenuto zrakomlat, cioè “macchina che batte l’aria”: termini che sono stati codificati nei manuali di corretto uso della lingua, e che dovrebbero venir applicati in ogni circostanza, soprattutto ufficiale. Cosa che però avviene di rado, come precisa un giornalista croato: “Sono termini che nella vita quotidiana quasi nessuno usa anzi, in alcuni casi, hanno suscitato una tale ilarità che la fantasia popolare ha inventato dei termini parodistici di questa “pura lingua croata”. Uno dei più famosi è “okolovratnidopupak”, cioè “intorno al collo, fino all’ombelico”, che dovrebbe venir usato in sostituzione del più “impuro” termine “kravata, cioècravatta”….

Purtroppo c’è ben poco da ridere. Se, infatti, i croati si sono trovati a vivere in un contesto anche linguisticamente nazionalista,[1] i serbi non se la passano meglio: tutti i libri che si usano nelle scuole devono essere in cirillico (l’alfabeto latino è permesso solo per l’insegnamento delle lingue straniere), e nel linguaggio non sono più tollerati croatismi e influenze turche. Inoltre nella parte serba della Bosnia è stato proibito l’uso della variante jekava del serbocroato: tutto quello che è pubblicato in alfabeto latino viene considerato un prodotto dell’opposizione politica. Il fatto è che gli Stati Nazionali nascono su base etnica. E l’etnia vuole una “propria” lingua. Così, per avere una propria lingua nazionale, qui si tendono a rimarcare differenze e specificità.

Tavola con alcuni esempi di cambiamenti introdotti nella lingua croata dopo il 1991.[2]

CROATO SERBO NEO-CROATO ITALIANO
Ambasador Ambasador Veleposalnik Ambasciatore
Uhapsiti Uhapsiti Uhtiti Arrestare
Pasoš Pasoš Putovnica Passaporto
Pogotovo Pogotovo Poglavito Soprattutto
Službenik/činovnik Činovnik Zaposlenik Impiegato
Lična karta Lična karta Osobna iskaznica Carta d’identità
Avion Avion Zrakoplov Aereo
Aerodrom Aerodrom Zračna luka Aeroporto
Zadatak Zadatak Uradak Compito
Evropa Evropa Europa Europa

Indice delle voci:
Croato: lo standard del croato letterale prima del 1991;
Serbo: lo standard del serbo letterale prima del 1991;
Neo-croato: lo standard della lingua ufficiale dopo il 1991.

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] Dopo la fine della guerra, dal 1995, grazie anche alle pressioni dell’Unione Europea, gli accenti più estremisti sono stati un po’ mitigati.
[2] Cfr. Bogdanić Luka,op. cit., pag. 231.

Il serbocroato-croatoserbo (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

I croati (come gli sloveni e le altre nazionalità presenti in Jugoslavia) si dimostravano molto attenti alla tutela della propria identità ed autonomia, e riversavano tale sensibilità anche nelle questioni culturali e linguistiche. Così, a fianco delle dichiarazioni ufficiali di “una lingua, con due varianti” (che, soprattutto nell’epoca comunista, puntavano ad esaltare una “fratellanza” tra gli Slavi del Sud), sorgevano dei tentativi di riaffermare le caratteristiche specifiche del croato come lingua diversa dal serbo. Lo stesso Krleža, già nel 1967, propose di far riconoscere dalla Costituzione l’esistenza della “lingua croata”, intesa come a sé stante.

I tragici eventi degli anni ’90, con la guerra nell’ex Jugoslavia, hanno infine portato alla distruzione del concetto d’unità del serbocroato-croatoserbo. La Croazia ha preso anche linguisticamente le distanze dai serbi, accentuando le specificità del croato e cercando di ripulirlo da serbismi e influenze turche (presenti soprattutto in Bosnia, ma diffuse anche altrove); altrettanto ha fatto la Serbia, puntando ad una lingua simbolo di “compattezza nazionale”. Non di meno hanno fatto i bosniaco-musulmani che parlano oramai di una “lingua bosniaca”[1] a sé stante. Gli esempi non mancano: “caffè” viene scritto kava in croato, kafa in serbo (usando i caratteri latini) e kahva in bosniaco.

In pochi oramai nell’ex Jugoslavia si azzardano a parlare di serbocroato o croatoserbo: l’indicazione dell’ex “lingua comune” assume, infatti, significati ben precisi, e politicamente quanto mai sgraditi.

È vero che storicamente i croati hanno sempre cercato di evidenziare le specificità della loro lingua, ma è solo in questi ultimi anni, con l’indipendenza della Croazia e la guerra nell’ex Jugoslavia, che queste caratterizzazioni hanno assunto toni così marcati da sconfinare talvolta nel ridicolo.

Nell’ex Jugoslavia il serbocroato (nelle sue due versioni, serba e croata), il macedone e lo sloveno, ufficialmente, avevano pari dignità, tanto che in ogni istituzione federale documenti e scritte erano in tutte queste lingue e versioni. E negli uffici governativi ogni documento veniva tradotto anche in albanese, e persino nella variante bosniaca del serbocroato. Quindi, almeno formalmente, c’era un grande rispetto per le varie espressioni linguistiche.

Nella realtà, però, il serbocroato era la lingua più diffusa; e così sloveno [2]e macedone erano, di fatto, ridotti al rango di lingue “di minoranza”.

Non è vero, quindi, che la lingua “croata” o il “bosniaco” siano apparsi sulla scena solo con la crisi jugoslava degli anni ’90.

Quarta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] In Bosnia-Erzegovina, dove la lingua ufficiale era il serbo-croato prima della scissione della Jugoslavia, i tre popoli divisi dalla guerra seguono il principio (affermato nella costituzione dell’ex Jugoslava) secondo il quale ogni popolo ha il diritto di dare il suo nome alla lingua che parla, dimodoché, ora, i Serbi dichiarano di parlare il serbo, i Croati il croato e i Musulmani…. Il bosniaco! Cfr. Thomas P.L., op. cit., pp. 237-239.
[2] Anche gli sloveni hanno sempre cercato di curare la purezza della loro lingua, che si basa sul dialetto kajkavo, e, al pari dei croati, si sono sempre sentiti oppressi dall’uso della “versione comune” del serbocroato che si usava nell’esercito e, pertanto, si studiava nelle scuole slovene.

Il serbocroato-croatoserbo (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

“Serbocroato-croatoserbo: erano le due denominazioni ufficiali della lingua più diffusa e “unificante” dei vari popoli dell’ex Jugoslavia.[1] Oggi viene sostituita da altre varianti di lingue ufficiali nazionali: il croato, il serbo, il bosniaco. La crisi jugoslava ha assegnato alla lingua forti significati simbolici, politici e d’identità nazionale”.[2]

Nell’intento di standardizzare l’uso della lingua, nel 1800 intellettuali serbi e croati[3]portarono parallelamente all’adozione ufficiale, come lingua letteraria, del dialetto štokavo (nell’area serba con la variante ekava e l’alfabeto cirillico moderno, e in quella croata con la variante jekava e l’alfabeto latino).

L’adozione della stessa base linguistica, seppure in due varianti, portò alla ratifica tra serbi e croati di più accordi [4] in cui si sosteneva che i due popoli avevano scelto la stessa lingua, con le sue due varianti, e in cui si stabiliva l’unione del serbocroato-croatoserbo.[5] Questi concetti furono più volte ribaditi, in varie forme ufficiali, fino ai primi anni ’90.

La realtà dei fatti rimase però più complessa. Infatti, le varianti dialettali kajkavae čakava continuarono a venir usate, come pure le varianti ikava, ekavaejekava, a volte sovrapposte alle varianti “ufficiali”.[6]

A seconda delle aree geografiche prevalsero anche differenze lessicali e sintattiche, dovute a differenti influenze linguistiche e storiche. Per esempio i serbi di Vojvodinae Krajina si trovarono a lungo a convivere assieme ai croati nell’Impero asburgico, mentre i croati di Slavonia ed Erzegovina si ritrovarono per secoli, assieme ai serbi, sotto la dominazione turca; esperienze da cui tutti mutuarono varie espressioni culturali e lessicali.

Anche la politica influì sull’uso della lingua: subito dopo il crollo dell’Impero asburgico sloveni e croati si unirono alla Serbia, dando vita al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Spinti dall’afflato unitario i più importanti intellettuali croati, tra i quali l’illustre Miroslav Krleža, introdussero nel loro linguaggio vari serbismi, per simboleggiare con ciò un più forte legame tra i due popoli. Esperienza che però durò poco, perché ben presto i croati cominciarono a lamentarsi delle politiche centralizzatrici e prevaricanti della Serbia e gli intellettuali, in segno di protesta, riadottarono allora le varianti più tipicamente occidentali del croatoserbo.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] L’idea della lingua unitaria serbo-croata era alla base dell’ideologia della fratellanza ed unità (bratstvo-jedinstvo) nella Jugoslavia socialista. Cfr. Bogdanić Luka, op. cit.,pag. 233.
[2] Cfr. Bekar M., Il serbocroato-croatoserbo: una lingua che univa, una lingua che divide?, in “Reset“, 1999.
L’articolo che segue è dell’ottobre del 1999 ed illustra la realtà dell’epoca. Dopo il 2000, con il crollo in Croazia del governo nazionalista dell’HDZ e la morte del Presidente Franjo Tuđman, e con il rovesciamento del regime di Milošević, a Belgrado, la situazione ha subito molti miglioramenti. La realtà attuale (nel 2003 N.d.R.) non ha quindi più certi toni parossistici qui citati, sebbene non sia ancora totalmente superata sul piano culturale. Il testo che segue va  quindi letto come una documentazione su una problematica ed un’epoca, e non come un testo d’attualità.
[3] La lingua letteraria moderna fu fissata ai primi dell’Ottocento per opera specialmente di VukKaradžić (per il serbo) e Ljudevit Gaj (per il croato) che sistematizzarono l’ortografia seguendo un principio rigidamente fonetico: ciò dà luogo a delle alternanze grafiche all’interno della stessa radice (es. sladak “dolce”, mas., slatka fem., dove l’assordimento della –d radicale (sonora) davanti alla k (sorda) nel femminile è reso graficamente).
[4] I più importanti furono quello di Vienna del 1850 e quello di Novi Sad del 1954.
Nell’ “Accordo di Novi Sad” gli intellettuali e i letterati serbi e croati dichiaravano che «la lingua popolare di serbi, croati e montenegrini è un’unica lingua. Per tale motivo anche la lingua letteraria che si è sviluppata sulla base di essa intorno ai due centri maggiori, Belgrado e Zagabria, è un’unica lingua con due pronunce, la ekava e la jekava» Cfr. Bogdanić Luka,op. cit., pag. 233.
[5] La prima dizione era usata comunemente dai serbi, la seconda dai croati.
[6] Per esempio nella Serbia centrale si usò l’ekavo, mentre in quella meridionale prevalse lo jekavo, e l’alfabeto latino si accompagnava talvolta a quello cirillico; nel contempo, nelle zone croate e nelle zone serbe, sopravvisse l’uso di più varietà dialettali.

Il serbocroato-croatoserbo

 Categoria: Le lingue

La guerra cominciò con la grammatica.

«La guerra cominciò proprio così con gaffes grammaticali, una volta sfuggite, una volta volute. Erano tante? Erano poche? Dipende da chi le giudica. Erano volute per dimostrare il nuovo potere indiscutibile e il più democratico del mondo!……

Nella ex repubblica, che ha la costa più bella del mondo, ricca di isole, isolotti, penisole, baie, insenature e il mare  azzurro, verde e mai grigio, un neo ministro dichiarò con voce sonora: “E da oggi in poi la nostra televisione si chiamerà Radio Televisione Croata (applausi)….

Un altrettanto nuovo deputato della regione con maggioranza (o minoranza) serba (chi non contraddice non è un serbo vero) disse: “Io credo che sia più giusto chiamarla Radio Televisione della Croazia, perché nella Croazia non vivono solo i croati, ma anche altri popoli serbi, italiani, cechi, ungheresi, russi”.

“Basta! – (la pazienza croata non è mai riuscita a resistere alla lentezza serbo-bizantina), – si chiamerà come abbiamo deciso Radio Televisione Croata”. Fu una lite che durò almeno due ore in diretta televisiva. In altre lingue non si può nemmeno spiegare dove sta la differenza tra le due denominazioni, dove stava il germe velenoso degno di una lite furibonda, ma poteva essere un dono pagato così poco. Chi sa se quel piccolo e bizzarro regalo poteva mettere una briciola di pace tra serbi e croati della Croazia? Chi sa come avrebbe deciso un uomo saggio?………
Un nuovo ministro augurò felice anno nuovo (1991): “felice anno nuovo croati e croate”, un’altra gaffe, secondo i serbi della Croazia (avrebbe dovuto dire: “felice anno, cittadini della Croazia”)……

Si offesero pure gli ebrei quando un altro nuovo e negligente ministro [1] disse (ma solo per le orecchie prescelte?) che era contento che sua moglie non fosse né serba né ebrea. Gaffe internazionale? Non c’entrava più solo la grammatica».[2]

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Luisa Di Prospero
Traduttrice Giurata
Pescara


[1] Tuđman, presidente della Croazia (in pubblico!).
[2] Cfr. V. Slaven, op. cit. pp. 82-84.

7 differenze tra professionisti e dilettanti

 Categoria: Traduttori freelance

Specializzazione. Un professionista ha un raggio d’azione ristretto: ciò gli permette di approfondire costantemente le proprie conoscenzee di concentrarsi sull’obiettivo. Trattare dieci argomenti non correlati fra loro significa non acquisire una reale competenza in nessuno di essi.

Accuratezza. Un professionista traduce il senso, non le parole: non ha alcuna paura di trasformare una costruzionenegativa in affermativa,unire frasi o spezzarleper migliorare la fluidità del testo ed eliminare i calchi senza alcuna pietà. Un testo tradotto parola per parola èil primo indicatore del fatto che il traduttore è più concentrato sulla produzione che sulla qualità.

Esperienza e formazione.Una laurea aiuta, ma non è indispensabile. L’esperienza è più importante: da quanto tempo lavora quel traduttore? Che tipo di testi traduce? Ha ricevuto dei feedback positivi dai suoi clienti? Potete starne certi: per essere un buon traduttore non è necessario un curriculum di dieci pagine, ma è pur vero che alcuni risultati si raggiungono solo con l’esperienza.

Tariffe. Un professionista sa quanto vale il proprio lavoro, e non ha paura di chiedere un extra per le urgenze o di abbassare le tariffe in caso di grossi volumi.

Onestà. Un professionista può usare la traduzione automatica come bozza, ma in tal caso si parla di “post editing”– e non più di “traduzione”. È un’attività diversa, che implica tariffe,requisiti e metodi di lavoro diversi. Un professionista non consegna un lavoro di post-editing spacciandolo per una vera e propria traduzione: non è etico, e comunque si nota immediatamente.

Comunicazione. Un professionista è in costante contatto con il cliente. Fa domande, propone nuovi termini da inserire nei glossari esegnala se la memoria di traduzione o il testo originale presentano qualche falla. Se è in ritardo con la consegna se ne assume la responsabilità e avvisa subito il cliente, provando a trovare insieme a lui una soluzione.

Tecnologia. Infine, un professionista sa come usare adeguatamente gli strumenti di traduzione assistita: così facendo, può concentrarsi sulla traduzione e lasciare alla macchina i processi più banali e che è possibile automatizzare.

Fonte: Articolo scritto da Nadia Hidalgo Diaz e pubblicato il 17 ottobre 2017 sul blog di Smartcat

Traduzione a cura di:
Sara Galluccio
Traduttrice editoriale, letteraria, marketing, turismo
Genova

Amicizia e traduzione (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Terza parte di questo articolo

4. La traduzione di Cathay di Ezra Pound, 1915
Sulla traduzione: una raccolta di quattordici traduzioni di poesia cinese classica insieme a The Seafarer in inglese antico, Cathay rappresenta un testo di riferimento nella traduzione moderna. Per quanto Pound fosse stato accusato di non conoscere davvero il cinese, le sue traduzioni confermarono la potenziale capacità del vers libre di trasportare lo spirito dell’originale. Cathay allargò anche i confini di ciò che la poesia inglese poteva fare e fu il testo che introdusse il pubblico di lettori inglesi alla poesia cinese.

Sull’amicizia: dato che Pound non conosceva quasi per niente il cinese, fece molto affidamento sugli appunti di Ernest Fellonosa, un orientalista americano e specializzato in arte giapponese. Pound non si sarebbe imbattuto negli appunti di Fellonosa se non avesse incontrato la vedova Mary McNeil Fellonosa nel 1913. L’incontro fu fortunatissimo per entrambi: McNeil trovò un poeta in grado di interpretare e riportare in vita gli appunti del marito sulla poesia cinese, mentre Pound, scontento delle traduzioni che aveva letto in precedenza, espresse il suo interesse nel sapere di Fellonosa. Dopo il primo incontro, Pound iniziò una corrispondenza con McNeil e si incontrarono di persona altre tre volte prima di convenire che avrebbe usato gli appunti di Fellonosa per curare l’edizione di un libro sul teatro Nō giapponese e un’antologia di poeti cinesi.

5. Le traduzioni dei grandi classici russi di Richard Pevear e Larissa Volokhonsky, 1990
Sulla traduzione: è una verità (quasi) universalmente riconosciuta che Richard Pevear e Larissa Volokhonsky sono i traduttori autoritari dei classici della letteratura russa. Le loro traduzioni sono state lodate per aver ripristinato le diverse voci e gli stili degli autori da loro scelti. Laddove i precedenti traduttori – in particolare Constable Garnett – avevano appianato la lingua aspra o rozza dell’originale, Pevear e Volokhonsky preferiscono eccedere nel troppo letterale o nel non idiomatico. Hanno vinto numerosi premi per il loro lavoro, compreso il PEN Translation Priza nel 1991 e nel 2002 rispettivamente per la traduzione de I fratelli Karamazov di Dostoyevsky e Anna Karenina di Tolstoy.

Sull’amicizia: si dà il caso che Pevear e Volokhonsky siano stati anche sposati. Sebbene avessero avuto entrambi esperienze individuali di traduzione, cominciarono a collaborare solo dopo un evento fortuito. A metà degli anni Ottanta, Pevear iniziò a leggere la traduzione di David Magarshak de I fratelli Karamazov e un giorno Volokhonsky gli diede un’occhiata: ciò che vide non era affatto il Dostoyevsky che aveva letto e che conosceva nell’originale russo. La coppia decise allora di sperimentare una propria traduzione del capolavoro di Dostoyevsky: completata una prima versione molto letterale della Volokhonsky, il testo passò a Pevear per la revisione dell’inglese. Dopo qualche difficoltà, la loro traduzione fu accolta con grandissimo successo quando venne pubblicata nel 1990. Da allora, si stanno facendo largo a fatica attraverso l’opera russa.

Fonte: Articolo scritto da Alice Yang e pubblicato il 14 agosto 2017 sul blog del sito Center for the Art of Translation

Traduzione a cura di:
Carmela Di Stasi
Traduttrice  EN > IT, SP > IT
Pisa

Amicizia e traduzione (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Seconda parte di questo articolo

3. La traduzione di Edward FitzGerald delle Rubaiyat di Omar Khayyam, 1859-1889
Sulla traduzione: la traduzione delle Rubaiyat di Edward FitzGerald ha avuto un’influenza senza pari sia in termini di rilievo letterario duraturo sia di numero di lettori. Nella traduzione, FitzGerald conserva in maniera straordinaria il modello delle quartine. A parte questo, si prese considerevoli libertà nel sintetizzare e distribuire il contenuto quando lo riteneva giusto e si impegnò a organizzare le strofe sparse dell’originale. Pubblicate per la prima volta nel 1859 ma riviste altre quattro volte nell’arco di trent’anni, si pensò inizialmente che le Rubaiyat fossero una composizione originale e furono lodate all’unanimità da personaggi come Tennyson, Swinburne, Rossetti, Carlyle, Thackeray e Ruskin. Persino oggi, le Rubaiyat di FitzGerald sono ancora la più eminente traduzione del capolavoro di Omar Khayyam.

Sull’amicizia: non sarebbe una forzatura dire che FitzGerald non avrebbe tradotto le Rubaiyat senza il suo caro amico e possibile amante Edward Byles Cowell. Un mentore per FitzGerald, Cowell non solo lo incoraggiò a tradurre ma gli insegnò anche il persiano (e lo spagnolo). Inoltre, Cowell offrì in dono a FitzGerald la sua trascrizione del manoscritto delle Rubaiyat di Sir William Ouseley (che all’epoca era stato scoperto solo da poco nella Biblioteca Bodleiana) e più tardi gli diede una copia del manoscritto stesso.  La loro relazione non fu affatto unidirezionale: FitzGerald intraprese il progetto in parte anche per ringraziare Cowell per averlo aiutato con i suoi primi tentativi di traduzione dal persiano e dallo spagnolo. Le Rubaiyat di FitzGerald sono al centro di questa lista e sono l’esempio di come l’amicizia possa produrre a volte capolavori letterari.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Alice Yang e pubblicato il 14 agosto 2017 sul blog del sito Center for the Art of Translation

Traduzione a cura di:
Carmela Di Stasi
Traduttrice  EN > IT, SP > IT
Pisa

Amicizia e traduzione (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Prima parte di questo articolo

1. La traduzione della Bibbia di William Tyndale, 1530
Sulla traduzione: Tyndale è la figura più autorevole nella storia della traduzione della Bibbia inglese e fu il primo a lavorare direttamente dall’ebraico e dal greco all’inglese. Difensore degli ideali riformatori, Tyndale cercò di rendere la Bibbia accessibile alla gente comune con una traduzione in vernacolo. Le successive traduzioni inglesi (soprattutto la Bibbia di Re Giacomo), hanno attinto molto dalla prosa di Tyndale il quale ha arricchito la lingua inglese coniando parole ebraico-inglesi come “scapegoat” (capro espiatorio), “passover” (Pasqua ebraica) e “atonement” (Redenzione).

Sull’amicizia: Tyndale ha corso un gran rischio quando ha intrapreso il progetto della traduzione della Bibbia: all’epoca, in Inghilterra era illegale tradurre la Bibbia in vernacolo. Tuttavia, grazie in parte all’aiuto di Martin Lutero, riuscì a trovare un ambiente di lavoro più sicuro in Germania e lasciò l’Inghilterra nel 1524 per continuare la traduzione del Nuovo Testamento. Sebbene possa sembrare un po’ forzato etichettarli come amici, Tyndale e Lutero erano, senza dubbio, coevi e solidali l’uno con l’altro data la loro mutua lealtà nei confronti della Riforma. Inoltre, Tyndale usò la Bibbia di Lutero come riferimento sia per la traduzione che per il commento.

2. La traduzione di Omero di Alexander Pope, 1715-1720 (Iliade), 1726 (Odissea)
Sulla traduzione: tra la miriade di traduzioni inglesi di Omero, la versione di Pope le supera tutte e a buon diritto. Con l’obiettivo di catturare lo spirito e l’energia di Omero, Pope rese l’Iliade e l’Odissea con un vigoroso distico eroico, il suo preferito e con il quale aveva già dimostrato la sua maestria nel poema eroicomico Il ricciolo rapito pubblicato per la prima volta nel 1712. L’Omero di Pope ottenne un successo commerciale e critico senza pari e il guadagno che ottenne soltanto dalla traduzione era abbastanza per sostenerlo in uno stile di vita confortevole.

Sull’amicizia: l’amico di Pope, scrittore di satire e co-fondatore dello Scriblerus Club, Jonathan Swift, fu colui che lo incoraggiò con entusiasmo a intraprendere il progetto della traduzione dell’Iliade. Swift, che giudicava Pope come il più bravo poeta inglese del tempo e che aveva dichiarato che Omero “aveva più talento di tutto il mondo messo insieme”, aveva previsto il potenziale talento dell’Omero di Pope e dimostrò una dedizione notevole nel promuovere sottoscrizioni all’avanguardia. Grazie agli sforzi di Swift, Pope fu in grado di realizzare la traduzione sia dell’Iliade che dell’Odissea, ognuna divisa in sei volumi pubblicati con lo stesso modello della sottoscrizione.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Alice Yang e pubblicato il 14 agosto 2017 sul blog del sito Center for the Art of Translation

Traduzione a cura di:
Carmela Di Stasi
Traduttrice  EN > IT, SP > IT
Pisa

Amicizia e traduzione

 Categoria: Traduzione letteraria

Come l’amicizia ha ispirato molte delle traduzioni pionieristiche della letteratura.

Lo scorso semestre ho seguito un corso di teoria e pratica della traduzione. Come succede nella maggior parte dei corsi, ho assorbito molto di quello che ho imparato, o in maniera impercettibile nella struttura del mio pensiero o come conoscenza messa da parte e da consultare in futuro. Ma a distanza di quasi due mesi, sto ancora pensando all’amicizia (pensate un po’!) legata alla traduzione e mi ritrovo di continuo a ricordare un particolare commento che il professore fece a seguito delle mie riflessioni di fine semestre sulla traduzione:

… non sono d’accordo con te solo su una cosa, che il tuo provare piace nell’ascoltare il lavoro fatto dagli altri membri del corso non abbia nulla a che fare con le riflessioni sulla traduzione. Come l’amicizia nella poesia del Conte di Roscommon o quella legata al componimento/traduzione delle Rubaiyat di Edward FitzGerald, il coinvolgimento con i propri pari ha avuto, talvolta, parecchio a che fare con la traduzione, un profondo attaccamento al proprio lavoro o comunque una decisiva seppur impercettibile influenza…

Vi do un po’ di contesto: stavo per esaurire le cose intelligenti da dire così ho continuato a dichiarare quanto mi fosse piaciuto vedere e sentire i lavori dei miei compagni (un’osservazione che consideravo un po’ troppo frivola per definirla una riflessione). Il professore evidentemente non era d’accordo e, inutile a dirsi, ho finito per cambiare idea.

L’amicizia può avere molto a che fare con la traduzione, in molti modi diversi e in ogni fase del processo, dal momento in cui ci si imbatte in un lavoro tramite la raccomandazione di un amico al consultare un amico in merito alla scelta finale della redazione. Dunque, con il pretesto di considerare la traduzione come un qualcosa di più che un’impresa solitaria, ecco cinque importanti traduzioni che devono parte del loro successo all’amicizia.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Alice Yang e pubblicato il 14 agosto 2017 sul blog del sito Center for the Art of Translation

Traduzione a cura di:
Carmela Di Stasi
Traduttrice  EN > IT, SP > IT
Pisa

Amore e lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Se il piacere facilita l’apprendimento in generale, come influisce, in particolare, sull’apprendimento delle lingue? Cosa rende unico l’apprendimento di una lingua?

Un sistema linguistico che la mente acquisisce è paragonabile ad un sistema operativo installato ad-hoc per determinati fini (piacere o necessità di qualsiasi genere) e, come tale, ha le sue regole di funzionamento che devono essere apprese piano piano grazie a un costante esercizio. Trattandosi di un intero sistema operativo e non semplicemente di un file contenente informazioni riguardo a una determinata materia, la lingua può essere considerata non solo il fine, ma soprattutto il mezzo dell’apprendimento.

Con l’enunciato “impariamo l’inglese” in verità si intende “impariamo qualcosa in inglese”, perché non esiste l’inglese senza un argomento di cui si può parlare. La lingua, quindi, influisce sull’intero sistema concettuale dell’individuo, che viene arricchito grazie a una nuova visione del mondo portatrice di nuovi concetti e referenti, magari del tutto sconosciuti inizialmente. Non a caso, “Freud aveva intuito in modo inequivocabile che la lingua è di per se profondamente metaforica e direttamente collegata a tutte le diverse componenti dell’intelligenza umana intesa non solo come logico razionale” (Salmon 2012, 27), intuizione che ha spalancato nuove frontiere di studio delle parti del cervello umano adibite al linguaggio, enfatizzando l’ipotesi, poi considerata la più veritiera, secondo la quale il linguaggio è frutto di un’interconnessione di impulsi provenienti da diverse parti del cervello.

Qualora la passione si riveli duratura e le emozioni positive momentanee si consolidino, ecco che l’apprendimento sarà guidato dal sentimento più forte al mondo, l’amore, per la lingua o per qualcosa direttamente collegato a quella lingua, inesauribile fonte di ispirazione e di successo che non tarda a portare benefici non solo a livello mentale, ma anche a livello reale. Tale sentimento, dal punto di vista biologico, non fa altro che facilitare le suddette interconnessioni velocizzando l’interiorizzazione di un altro modo di pensare, destinato a portare miglioramenti esponenziali a tutto il sistema mentale.

Autrice dell’articolo:
Angelica Zagni
Traduttrice ING>ITA  RU>ITA
Ferrara

Bibliografia
Lagreca I. 01/05/2017 Il ruolo delle emozioni nell’apprendimento, Edscuola
Salmon L. 2012 Bilinguismo e traduzione. Dalla neurolinguistica alla didattica delle lingue. Franco Angeli, Milano
Stefanini. A. 2013 Le emozioni: Patrimonio della persona e risorsa per la formazione, Franco Angeli, Milano

Amore e lingua

 Categoria: Le lingue

I motivi principali per cui una persona decide di imparare una lingua sono generalmente legati al lavoro, allo studio o a motivi pratici di comunicazione interpersonale, magari scaturiti a causa di un viaggio. Nel caso in cui una persona decida di imparare una lingua per puro piacere personale, apparentemente senza una vera utilità nel mondo di tutti i giorni, la mente risulta più predisposta e l’apprendimento più efficace. Quello che fa la differenza sono i motivi posti alla base dell’apprendimento: se imparare una lingua entra a far parte del cassetto delle “cose da fare” allora non vi sarà una particolare prospettiva di successo, non al di là dell’obiettivo prefissato dal mondo esterno; se, invece, imparare una lingua entra a far parte del cassetto del “benessere” personale allora l’apprendimento procederà in modo esponenziale, poiché lo sforzo impiegato non verrà percepito come tale. Non a caso, si tende a consigliare alle persone di fare nella vita ciò verso cui sono più inclini, dal momento che è la passione, o in generale il piacere, che guidano l’individuo verso l’eccellenza e il successo.

Ma quali sono i veri benefici del piacere nell’apprendimento in generale?

Innanzitutto, è necessario puntualizzare che non esiste apprendimento senza alcun tipo di emozioni coinvolte: infatti, come è noto, “l’emozione influisce nel processo di apprendimento in quanto agisce come guida nella presa di decisioni e nella formulazione delle idee”(Lagreca 2017). Qualora le emozioni siano negative e l’apprendimento avvenga forzatamente, la persona avrà difficoltà nell’elaborazione delle informazioni ed in particolare nel loro salvataggio nella memoria a lungo termine;questo perché il cervello tende a scartare gli input considerati “inutili” per la crescita e le esperienze future. Al contrario, se le emozioni sono positive, “contribuiscono ai successi nell’apprendimento, all’interiorizzazione di saperi e significati, al miglioramento dell’esperienza personale dell’adulto che apprende e che trasferisce e applica nel proprio ambito professionale i risultati di quanto appreso coinvolgendo le proprie risorse emotive” (Stefanini 2013, 19). In questo caso, le emozioni positive favoriscono il salvataggio delle informazioni nella memoria a lungo termine, informazioni che il cervello percepisce come indispensabili per il benessere.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Angelica Zagni
Traduttrice ING>ITA  RU>ITA
Ferrara

Tradurre i chengyu (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

La traduzione libera è consigliata nei casi in cui il chengyu presenti degli elementi culturospecifici, ovvero dei riferimenti unici alla storia, alla geografia e alle tradizioni cinesi.

Unchengyu che riflette un tratto tipico della Cina è 稳如泰山 (wěnrútàishān), che, alla lettera, significa stabile come il monte Tai. Il monte Tai è la più importante delle cinque montagne sacre taoiste della Cina, situata nella provincia dello Shandong. L’espressione idiomatica, quindi, riflette un aspetto geografico prettamente cinese. In italiano, potrebbe essere tradotto con l’idioma essere fermo come una roccia. Lo svantaggio è l’evidente perdita dell’aspetto culturale cinese.

Un altro esempio che riflette le differenze geografiche tra gli Stati è挥金如土 (huījīnrútǔ), che letteralmente significa spendere soldi come terra. Essendo la Cina un Paese di origini agricole, si è dato sempre estrema importanza alla terra, unica fonte di sostentamento per milioni di famiglie. Questo aspetto culturale del Paese si riflette anche nella lingua. Ecco perché molti modi di dire designano elementi geografi e naturali.

Nel Regno Unito, questo chengyu non potrebbe mai essere tradotto alla lettera, perché non riflette le origini, la mentalità e le abitudini della popolazione. A differenza della Cina, essendo stato nel passato una potenza marittima e commerciale, il Regno Unito presenta numerose espressioni idiomatiche che hanno come tema l’acqua. L’idioma cinese che significa alla lettera spendere soldi come terra, in inglese è spend money like water. La parola terra è sostituita da water, che significa appunto acqua.

In italiano entrambi i modi di dire non esistono, bensì vi è il modo di dire avere le mani bucate.

Ci sono, quindi, due opzioni per gli interpreti e i traduttori che si imbattono nella traduzione dei chengyu: traduzione letterale o libera. Sta a loro decidere se voler tradurre più letteralmente l’espressione idiomatica, mantenendo gli aspetti originali della lingua e della cultura di partenza, o, invece, optare per una traduzione libera, che stravolga la frase originale pur preservando lo stesso significato.È senz’altro una scelta difficile e rischiosa. Nel caso della traduzione libera, alcuni esperti sostengono che si si perde traccia della cultura di origine e di quel sapore locale legato ai chengyu. Altri studiosi, invece, credono che adattare il chengyu alla LA sia positivo, in quanto il lettore o l’oratore, ascoltando qualcosa appartenente alla sua cultura, si senta a casa, capisca meglio il messaggio e lo memorizzi meglio. Sta al traduttore e all’interprete decidere quale scelta prendere. L’importante sarà sempre quello di non stravolgere il significato vero ed intrinseco del chengyu, anche proponendo un’immagine diversa ai lettori della cultura e della lingua d’arrivo, e adattarlo al significato complessivo della frase in cui il chengyuè collocato, al contesto e al registro.

Autrice di questo articolo:
Antonella Ercolano
Interprete e Traduttrice ZH <> IT

Tradurre i chengyu (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Per poter essere in grado di trovare un corrispettivo idiomatico dalla lingua di partenza (LP) alla lingua d’arrivo(LA) è necessario padroneggiare gli aspetti culturali delle due lingue.

Sicuramente sarà più semplice trovare un corrispettivo idiomatico tra LP e LA per quelle espressioni che indicano concetti universalmente diffusi e accettati. Ad esempio, l’espressione italiana anche i muri hanno le orecchie ha il corrispettivo cinese 隔墙有耳 (géqiángyǒuěr). Il corrispettivo cinese dell’espressione due piccioni con una fava è 一石而鸟 (yìshíérniǎo). L’espressione italiana la pratica rende perfetti in cinese è 孰能生巧 (shúnéngshēngqiǎo). Infine, l’espressione italiana lontano dagli occhi lontano dal cuore è la traduzione alla lettera dell’espressione cinese 眼不见,心不烦 (yǎnbújiànxīnbùfán).

In altri casi, però, potrebbe risultare difficile trovare un corrispettivo idiomatico nella LA. Ciò avviene quando si traducono dei chengyu strettamente legati alla cultura, alla storia e alle tradizioni cinesi che comprendono degli elementi che non appartengono alla cultura della LA. In questo caso, il traduttore o l’interprete dovranno decidere se optare per una traduzione letterale o una traduzione libera.

Per quanto riguarda il primo tipo di traduzione, Nida (1993), nel libro Language, Culture and Translating, afferma che con la traduzione letterale si preserva l’aspetto caratteristico della cultura di provenienza. Il vantaggio della traduzione letterale è la possibilità di diffondere la cultura d’origine dell’espressione idiomatica, pur creando un effetto estraniante nell’ascoltatore o lettore della LA che si trova ad affrontare concetti lontani dalla sua cultura.

In alcuni casi, la traduzione letterale non è adatta, in quanto i parlanti della LA potrebbe non comprendere l’espressione idiomatica. In questo caso, si dovrà adattare il modo di dire cinese alla cultura di arrivo, eliminando il tratto tipico cinese e sostituendolo con quello della LA.

Ad esempio, l’espressione idiomatica cinese 在梦乡里 (zàimèngxiānglǐ) viene utilizzata per indicare l’azione di dormire serenamente. In italiano, l’espressione ha il corrispettivo idiomatico di essere tra le braccia di Morfeo. L’espressione occidentale è diversa da quella orientale, in quanto legata alla mitologia greca (per i Greci, Morfeo era il Dio dei sogni). È evidente, quindi, che una traduzione superficiale o frettolosa potrebbe portare a tradurre l’espressione idiomatica cinese nel modo meno comune e diffuso tra la popolazione della LA, causando fraintendimenti o confusione.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Antonella Ercolano
Interprete e Traduttrice ZH <> IT

Tradurre i chengyu

 Categoria: Tecniche di traduzione

La traduzione dal cinese all’italiano è un’attività interlinguistica e interculturale molto complessa, non solo per le differenze sintattiche e grammaticali tra le due lingue, ma anche per il divario culturale tra Italia e Cina.

La presenza di elementi culturospecifici, metafore, citazioni letterarie ed espressioni idiomatiche non fa che rendere questa attività ancora più articolata. Il traduttore si trova a ricoprire un doppio ruolo: non solo deve garantire lo scambio linguistico tra parlanti di lingue diverse, ma funge anche da ponte tra culture lontane e differenti.

In questa sede si cercherà di proporre delle strategie traduttive per affrontare uno degli elementi tipici della lingua e delle cultura cinese, i celebri chengyu.Essi rappresentano l’espressione idiomatica cinese per eccellenza. Sono delle brevi espressioni, la maggior parte formata da quattro lessemi, il cui significato complessivo il più delle volte è slegato dal significato dei singoli lessemi che formano l’espressione. Ciò è dovuto prevalentemente all’origine dell’espressione idiomatica. I chengyu sono strettamente legati alla cultura tradizionale cinese e molti di essi derivano da racconti storici, tradizioni popolari e leggende. Se non si conosce il retroscena storico, culturale e sociale legato ai chengyu, essi potrebbero risultare molto difficili da comprendere e, di conseguenza, molto difficili da tradurre.

Ma perché è così importante soffermarsi sulla giusta e corretta traduzione dei chengyu?

Il motivo è semplicissimo. I cinesi fanno grande uso di queste espressioni idiomatiche, anche in contesti formali. Uno dei motivi per cui i cinesi amano usare i chengyu deriva dal fatto che, generalmente, essi non indicano termini molto tecnici o specifici. Anzi, la maggior parte dei chengyu appartiene al gergo quotidiano. Di conseguenza, non è raro per un interprete o per un traduttore professionista imbattersi nella traduzione di queste espressioni.

Ci sono due principali scelte traduttive da prendere quando si traduce un chengyu. Si deve decidere se optare per una traduzione letterale o una traduzione libera.

Un traduttore potrebbe decidere di procedere con la traduzione letterale nei casi in cui il significato complessivo di un chengyu coincide con quello di un’espressione idiomatica della lingua di arrivo. Non diversamente dal cinese, anche la lingua italiana è ricca di espressioni idiomatiche, utilizzate sia nella forma scritta che in quella orale. Il loro uso dà vigore e colore alla lingua.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Antonella Ercolano
Interprete e Traduttrice ZH <> IT

Siamo tutti traduttori…

 Categoria: Strumenti di traduzione

Per un traduttore professionista che lavori in questo settore da decenni, la superficialità con cui oggi molte aziende si approcciano alle traduzioni è veramente disarmante.

Quante volte sentiamo dire: “Ma che bisogno c’è di un traduttore? Io uso Google Translator”.

Effettivamente negli ultimi tempi Google Translator o altri sistemi di traduzione automatica si sono dimostrati un valido aiuto, ma fino ad un certo punto. Pur essendo strumenti utili e veloci da utilizzare, spesso non riconoscono la terminologia specifica di un determinato settore. Tuttavia, questo limite, che può essere considerato uno svantaggio dal punto di vista linguistico, a volte può trasformarsi in un momento di pura ilarità. Per spiegare meglio questo aspetto divertente dei traduttori automatici, vado a ripescare nel passato un esempio di traduzione che se non fosse stata riletta da un essere umano avrebbe potuto creare qualche imbarazzo al cliente. In un contesto puramente tecnico, in cui si parlava dell’installazione di un condizionatore, improvvisamente le istruzioni raccomandavano di “mettere la temporizzatrice sul letto”. Ovviamente una frase del genere si presta a varie interpretazioni, che nulla hanno a che fare con l’installazione del timer sul muro sopra il letto.

Parlando invece di ricette di cucina, come dovrebbe comportarsi un cuoco inglese se nel suo ricettario gli venisse chiesto di “fare a pezzi il faraone e metterlo in forno”? Sembrerebbe più un consiglio adatto ad un serial killer.

Quindi, nonostante il mondo di oggi si stia dirigendo sempre più verso l’automatizzazione, l’intervento umano è ancora necessario, se non altro per evitare brutte figure ai clienti.

Autrice dell’articolo:
Nicoletta Gherardi
EN-IT Translator
Imola (BO)

Il traduttore: 10 miti su questo mestiere (4)

 Categoria: Traduttori freelance

< Terza parte di questo articolo

9. Fare il traduttore è un lavoro tranquillo
Assolutamente no. Già essere un professionista indipendente significa essere responsabile di una buona gestione dell’attività. Non abbiamo segretarie, commercialisti, responsabili per la comunicazione e il marketing, nemmeno dei dipendenti che svolgano il lavoro al posto nostro. Dobbiamo farci conoscere, creare, sondare, vendere le nostre prestazioni, tradurre, rispettare i termini (spesso molto stretti, perché – non si sa perché – le richieste dei clienti sono sempre ‘molto urgenti’), redigere preventivi e fatture. In più, un traduttore deve aggiornarsi costantemente: nuove regolamentazioni, tecnologie, software, soggetti di traduzioni. Il traduttore ha, in più, un obbligo di formazione continua in materia di traduzioni giuridiche. Infine, in quanto collaboratore di giustizia, l’Esperto si assume una responsabilità non indifferente traducendo delle dichiarazioni delicate ed esponendosi al rischio di affrontare lui stesso problemi con la giustizia, in caso di errore. La storia della traduzione racconta episodi dove degli errori di traduzione hanno avuto conseguenze catastrofiche: incidenti diplomatici, pazienti ricoverati che hanno subito gravi danni alla salute, persone sotto processo condannate nonostante fossero innocenti. Questi sono solo pochi esempi.

10. Il traduttore si gestisce il tempo come vuole
Sì e no. E se lo fa, ne paga le conseguenze. Certo, in teoria nulla impedisce a un freelancer di dormire tutta mattina o di dedicare parte della giornata ad attività piacevoli, come lo shopping o prendere un tè con le amiche. Anche se, in generale, i professionisti intellettuali preferiscono lavorare presto al mattino, perché la mente è più ‘fresca’. In più, la traduzione non è la nostra unica attività: tempi di consegna da rispettare, persone da (ri)chiamare, preventivi da inviare quanto prima per evitare la perdita di un potenziale cliente, appuntamenti da fissare, e-mail da leggere e risposte da scrivere sono mansioni da svolgere nelle ore ‘d’ufficio’. Può capitare che ci prendiamo del tempo per andare a correre, ma questo tempo è generalmente recuperato durante le ore dei pasti, la sera e, spesso, la notte. Come tutte le libere professioni, e in particolare quando l’ufficio è in casa, la vita privata è fagocitata dal lavoro: non ci sono più orari, serate, weekend o festività (soprattutto per i traduttori/interpreti che collaborano con la giustizia).

Ecco, ora conoscete l’altro lato della medaglia di questo mestiere purtroppo poco conosciuto e, troppo spesso, sottovalutato. Spero che questo articolo vi abbia permesso di apprezzare meglio l’importanza del lavoro di traduzione e questo personaggio un po’ particolare che è il traduttore.

Fonte: Articolo scritto da Serafina Loggia e pubblicato l’8 dicembre 2016 sul proprio blog

Traduzione a cura di:
Michela Simonelli
Traduttrice EN>IT, IT>EN, FR>IT, IT>FR
Brescia

Il traduttore: 10 miti su questo mestiere (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

6. Traduttore e interprete, è la stessa cosa!
In realtà no. Sono due professioni ben distinte. La differenza principale è che il traduttore traduce un testo scritto, mentre l’interprete traduce un discorso orale. Un interprete deve essere in grado di memorizzare un grande volume di informazioni prima di restituirlo in un’altra lingua, mentre un traduttore ha il tempo di prendere appunti e di effettuare ricerche. Un interprete deve riportare non solo il discorso, ma anche il rispettivo tono della voce e le rispettive emozioni. Un traduttore è anche un autore: è l’autore delle sue traduzioni, poiché riscrive il contenuto dei testi d’origine adattandoli ad un’altra lingua e ad un’altra cultura.

7. Il traduttore può lavorare ovunque
Questa la adoro! Nell’immaginario collettivo, il traduttore – quel fortunato! – ha la possibilità di lavorare in ogni condizione piacevole: seduto al tavolo della cucina – mentre controlla la cottura dell’arrosto e mentre accarezza il gatto, – o al sole, sulla terrazza di un caffé, a bordo piscina o in spiaggia! Nonostante non sia completamente falso che i traduttori sono, generalmente, dipendenti dalle bevande eccitanti (il caffè / il tè ci accompagnano ad ogni ora della giornata), per quanto concerne l’ambiente lavorativo, i traduttori hanno bisogno di una postazione di lavoro adeguata, ovvero comoda, connessa (alla corrente elettrica, alla rete Internet ad alta velocità, alla stampante … ) ed è fuori questione l’idea di stare all’aperto, perché la luminosità del sole sullo schermo ci impedirebbe di lavorare. Abbiamo anche bisogno di una poltrona comoda, di avere i nostri dizionari a portata di mano e di un ambiente privo di distrazioni, perché dobbiamo rimanere concentrati. Ho avuto l’esperienza di lavorare sul tavolo della cucina durante le vacanze (sì, i traduttori lavorano durante le vacanze) e il mio collo e le mie spalle non l’hanno apprezzato. Non proverò mai più nemmeno a lavorare durante i viaggi e sui mezzi di trasporto pubblici.

8. Il traduttore può portare il pigiama tutto il giorno
Lo credete davvero? Ma non è vero! Soprattutto se, come me, Interprete Esperta sotto giuramento, si rischia di ricevere in qualsiasi momento della giornata (e della notte) una chiamata dalla Giustizia per un intervento immediato. In pratica, mi sveglio presto al mattino e faccio in modo di essere sempre lavata/pettinata/truccata/vestita/pronta a uscire.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Serafina Loggia e pubblicato l’8 dicembre 2016 sul proprio blog

Traduzione a cura di:
Michela Simonelli
Traduttrice EN>IT, IT>EN, FR>IT, IT>FR
Brescia

Il traduttore: 10 miti su questo mestiere (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

3. Le macchine rimpiazzeranno presto i traduttori
Basta effettuare una traduzione tramite uno strumento online gratuito e poi effettuarla nuovamente in senso contrario per rendersi conto di quanto questa idea sia lontana dalla realtà. Nessuno strumento, nemmeno il più sofisticato, potrà mai rimpiazzare il cervello umano. Se siete dei professionisti, tenete a mente che un errore, anche banale, nella comunicazione di un prezzo, un servizio o di condizioni può comportare perdite di tempo e di denaro, disaccordi, affari mancati e perdita di credibilità. Basta un clic per spostare nel cestino una e-mail che potrebbe contenere un’offerta interessante, ma la cui presentazione non ha invogliato il lettore a proseguire nella sua lettura. Una traduzione ‘intelligente’ non comporta la traduzione parola per parola, ma piuttosto si tratta di rendere una frase, un concetto, un’idea in un’altra lingua e – molto importante – in un’altra cultura. É un lavoro di elaborazione, di comprensione del senso intrinseco, di reinterpretazione in un’altra chiave linguistica e culturale. Appassionato di lingue straniere, curioso per natura, un maniaco dei dettagli, il traduttore a volte si tormenta l’anima e tormenta le parole per ottenere un lavoro che sia all’altezza dei suoi standard.
Invece di essere un concorrente, la tecnologia costituisce per il traduttore un aiuto prezioso che arricchisce il suo ambiente lavorativo e che valorizza le sue competenze. Del resto, sono traduttori, copywriter e revisori che contribuiscono allo sviluppo di strumenti tecnologici destinati ad abbattere le barriere linguistiche.

4. Io traduco il testo per conto mio e poi lo faccio revisionare da un traduttore
Questa è bella! Cosa vi fa pensare che uno stagista senza esperienza in traduzione o uno strumento per traduzioni automatiche vi daranno un risultato di una qualità talmente alta che una semplice rilettura da parte di un professionista sarà sufficiente? In generale, revisionare un testo tradotto da una persona che non è del mestiere o – peggio – da una macchina, occupa al traduttore più tempo che tradurre dalla A alla Z.

5. E’ un testo corto, la traduzione occuperà poco tempo!
No. Perché ogni professionista che ama il proprio mestiere si preoccupa di consegnare un lavoro di qualità ottimale, curato fin nei minimi dettagli. Anche perché non sarebbe professionale consegnare al cliente un lavoro scadente, che danneggerebbe la reputazione e la credibilità professionale del traduttore. Succede che una traduzione occupi più tempo di quel che pensavamo (e soprattutto di quel che il nostro cliente pensava). Il tempo per trovare un documento o un’informazione specifica, per effettuare una ricerca terminologica … É per questo che siamo riconoscenti verso i clienti che ci lasciano il margine di tempo necessario per far fronte agli imprevisti e per permetterci di consegnare un lavoro di qualità ottimale.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Serafina Loggia e pubblicato l’8 dicembre 2016 sul proprio blog

Traduzione a cura di:
Michela Simonelli
Traduttrice EN>IT, IT>EN, FR>IT, IT>FR
Brescia

Il traduttore: 10 miti su questo mestiere

 Categoria: Traduttori freelance

Il traduttore, uno dei mestieri più belli del mondo. In effetti dico spesso di adorare il mio lavoro: ogni giorno è differente, interessante, stimolante … gratificante! E poi, essere traduttori, è libertà! Di viaggiare, di lavorare ovunque, di rimanere in pigiama tutto il giorno. Beh, non proprio …
Come ogni altra professione, e soprattutto in questi casi, quando si lavora per conto proprio, l’attività del traduttore non ha solo aspetti positivi. Spesso ignorate, le responsabilità, le limitazioni e le pressioni sono numerose.
Vediamo le 10 convinzioni più diffuse riguardanti questa figura professionale, che lavora nell’ombra per portare luce alle vostre letture.

1. Il traduttore non ha bisogno di dizionari
Falso. Il traduttore non è un dizionario ambulante. Se deve risolvere una questione riguardante una parola, lo farà in maniera precisa e vorrà sempre conoscerne il contesto. Se non conosce la risposta – un traduttore non è nemmeno un’enciclopedia, – un professionista scrupoloso la cercherà, appoggiandosi a risorse quali i numerosi dizionari tecnici che colleziona, dei glossari, delle basi terminologiche, dei siti specializzati, dei libri, dei forum di discussione dedicati alla traduzione. Poi, se ancora non avrà trovato la risposta, il traduttore contatterà qualsiasi persona, azienda o amministrazione che potrebbe conoscere la soluzione. Per questo mi è già capitato di contattare commissariati di polizia e commercialisti in Italia, un Ufficio Imposte e perfino una farmacia, nel bel mezzo della notte, per avere una traduzione da consegnare il giorno seguente.

2. Ogni persona bilingue può essere un traduttore
Sarebbe come dire che ogni persona che sa scrivere può essere uno scrittore professionista o che ogni persona che sa parlare può essere un oratore esperto. Certo, una persona bilingue sa comunicare nella vita di tutti i giorni, il che va bene; ma non conosce le tecniche professionali della traduzione e questa è la differenza con un professionista di mestiere. Poche persone sanno che un traduttore professionista deve sottoporsi a una specifica e continua formazione. Un traduttore specializzato – in diritto, in ingegneria o in medicina, per esempio – è spesso anche un professionista in diritto, in ingegneria o in medicina, perché, per riuscire a tradurre un testo, deve avere una profonda conoscenza del soggetto di cui si occupa. La traduzione è anche e soprattutto un mestiere che si basa sull’esperienza: come un buon vino, il traduttore migliora col tempo. Infine, un traduttore professionista è affidabile: rivolgendovi a lui, avete la garanzia di un lavoro svolto scrupolosamente, nel rispetto della riservatezza e del codice della professione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Serafina Loggia e pubblicato l’8 dicembre 2016 sul proprio blog

Traduzione a cura di:
Michela Simonelli
Traduttrice EN>IT, IT>EN, FR>IT, IT>FR
Brescia

Mandarino, giapponese e coreano (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Giapponese
Il Giappone ha 127 milioni di persone a rapporto 2017, un numero che in realtà è diminuito di un milione dallo scorso anno.
La cultura è governata da principi Scintoisti, una spiritualità che abbraccia l’idea che tutto in natura ha un kami, o dio. Di conseguenza, il cambiare delle stagioni è apprezzato, insieme alla salvaguardia dell’ambiente. Il sistema di scrittura giapponese possiede tre diverse serie di caratteri. I primi sono i Kanji, o simboli cinesi utilizzati per rappresentare i sostantivi. I kanji sono utili per discriminare tra gli omofoni (parole che suonano uguali con significato diverso), il che può accadere spesso nel giapponese. Ciò è abbastanza conveniente, giacché coloro che parlano il giapponese e il cinese possono spesso comunicare per iscritto attraverso i kanji.

Gli altri due sistemi sono (grazie al cielo) fonetici: l’Hiragana che è usato per scopi grammaticali, e il Katakana, che è utilizzato per formare parole più recenti e importate dell’inglese o da altre lingue. Dal momento che questi ultimi sistemi sono fonetici, spesso vengono utilizzati per sostituire i simboli kanji nei sostantivi quando lo scrittore lo dimentica.

La pronuncia del giapponese è alquanto semplice per chi parla inglese, poiché ha le stesse vocali (a, e, i, o, u) delle lingue europee, tipo lo spagnolo. Inoltre, esiste un gran numero di vocaboli giapponesi pre-esistenti presi in prestito dall’inglese: rendendo conveniente ad un inglese imparare questa lingua: riuscite a indovinare cosa è l’“aisu kriimu”? Esatto, ice cream (gelato). E che mi dite di “biiru”? Beer (Birra). Simile allo “spanglish”americano, se cercate di pronunciare una parola inglese con un accento giapponese in Giappone, ci sono buone probabilità che potreste essere capiti.

Non è una lingua tonale, ad eccezione del fatto che i significati di alcune parole sono diversi a seconda se vengono pronunciati con un tono basso o alto, ma questo non è così comune come nel mandarino, il che è essenzialmente ogni parola.
Simile al coreano, il giapponese possiede tre gradi onorifici (l’informale, il cortese, e il differenziale) ed è anche una lingua di soggetto-oggetto-verbo. Entrambe le lingue costringono pertanto l’interlocutore a giri di parole rivolgendosi direttamente a qualcuno, una piaga che può fare impazzire un madrelingua inglese.

Parola giapponese per Giappone: 日本 – Pronuncia “Ni-hon”

(…il che, come abbiamo appena esaminato, è un sostantivo, e scritto nello stesso modo che in cinese.)

Dunque, qual è la lingua più difficile?
Ciò dipende veramente dal vostro contesto. Il coreano possiede sicuramente il sistema di scrittura più facile, che può essere imparato in una settimana. Il mandarino possiede la grammatica più semplice: se traducete “Io mangio il riso” parola per parola, la vostra traduzione è corretta, e non esistono onorifici. Il giapponese ha così tanti termini prestati dall’inglese, che aiuta a rendere più facile il ricordarsi le parole, specialmente quando si sta solo imparando. Allo stesso tempo, la grammatica coreana è presumibilmente la più difficile, mentre i toni in mandarino sono notoriamente difficili da sentire per un madrelingua inglese, ed il giapponese è la lingua parlata più veloce al mondo con più di sette sillabe al secondo. Tuttavia, dovuta all’enorme quantità di madrelingua inglese che vogliono imparare il mandarino e il giapponese, ci sono maggiori risorse per queste lingue. Dall’aspetto pratico, chi apprende potrebbero ritenere che la lingua più difficile da imparare delle tre sia il coreano.

Qualunque sia quella che sceglierete di imparare, conoscerne una vi aiuterà inevitabilmente con un’altra nello stesso modo come parlare tedesco aiuta a imparare il francese – non tanto, ma è sempre meglio avere una base.

Fonte:  Articolo pubblicato il 18 Agosto 2017 sul sito Core Languages

Traduzione a cura di:
Marika B.

Mandarino, giapponese e coreano (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Coreano
La Corea, schiacciata tra il Giappone e la Cina nord-orientale, ha una popolazione di 51 milioni di persone (la Corea del Nord ne ha 25 milioni).
Principi tradizionali coreani, fortemente influenzati dal Confucianesimo, pervadono ancora nella vita moderna. Di conseguenza, l’armonia di gruppo, il rispetto, e la famiglia sono al centro dell’importanza nella cultura.

La lingua coreana un tempo era scritta con i simboli tradizionali cinesi, ma è stata pian piano sostituita da un sistema di scrittura fonetico nel XIX e XX secolo. Il coreano è pertanto la lingua più semplice da imparare a leggere e a scrivere tra queste, per cui i principianti della lingua saranno contenti! Ciò che non è semplice è la grammatica o la pronuncia.

Il coreano è una lingua con soggetto-oggetto-verbo, nel senso che invece di dire “Io mangio il cibo,” la costruzione generale è “Io il cibo mangio.” Inoltre, la coniugazione dei verbi varia a seconda della persona con cui l’interlocutore sta parlando (attraverso tre gradi diversi di rispetto), così come il pronome “io” insieme alla scelta del verbo. E come se questo non bastasse, il coreano ha due diversi sistemi di numerazione che sono usati per ragioni specifiche approssimativamente nello stesso modo, e ogni sostantivo assume una forma diversa quando viene conteggiato (un concetto denominato “classificatori”, che possiede anche il giapponese).

In ultimo, sebbene il coreano NON sia una lingua tonale, esiste una distinzione tra consonanti sostanzialmente inaudibile a un orecchio straniero: non importa quante volte un inglese chieda a un coreano di ripetere qual è la differenza tra il suono di una ”g” e una “gg”, probabilmente non lo dirà mai correttamente.

Parola coreana per Repubblica di Corea: 대한민국– Pronincia “Dae-han-min-guk”

Terza parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo pubblicato il 18 Agosto 2017 sul sito Core Languages

Traduzione a cura di:
Marika B.

Mandarino, giapponese e coreano

 Categoria: Le lingue

Molti americani pensano all’Asia come a un vago gruppo di nazioni dall’altra parte del mondo, con lingue misteriose e una cultura esotica. Oggi, abbiamo pensato di prenderci un po’ di tempo, per ognuno di noi, per chiarire un pochino alcune di esse. Dopotutto, ogni comunità è un entusiasmante epicentro di cultura e storia, con linguaggi completamente unici, e merita la propria attenzione. Daremo un’occhiata a tre grandi protagoniste dell’Asia: la Cina, il Giappone e la Corea, e onoreremo le loro differenze linguistiche, per poi stabilire quale delle tre sia la lingua più difficile da imparare.

Mandarino
Tutti noi sappiamo che la Cina è il Paese più grande al mondo in termini di popolazione, che sfiora quotidianamente gli 1.4 miliardi totali di persone (seguito strettamente dall’India con 1.34 miliardi di persone). Con così tanta gente deriva una grande varietà culturale in tutto il Paese. Significa inoltre che esiste pure una grande varietà di linguaggio — sapevate che esistono centinaia di dialetti mutualmente incomprensibili di lingua cinese?

Il cinese è suddiviso in sette ceppi linguistici, che sono a loro volta divisi in ulteriori dialetti. Tuttavia, il sistema di scrittura cinese è relativamente consolidato in tutto il Paese, nel senso che una persona che parla cantonese sarà in grado di comunicare con qualcun altro che parla in mandarino solo attraverso un messaggio scritto. Ciò funziona fantasticamente per le comunicazioni transnazionali, ma è molto faticoso per chi impara il cinese come seconda lingua, poiché ogni parola è un’immagine che richiede una memorizzazione mnemonica (al contrario di una scrittura fonetica come l’inglese, nella quale i termini sono pronunciati).

Va anche osservato che il presidente Mao attuò una semplificazione della scrittura in tutto il Paese negli anni cinquanta per contrastare il basso tasso di alfabetizzazione in Cina, un’azione che fu in linea generale efficace. Taiwan e Hong Kong però, non essendo sotto l’influenza di Mao, mantennero il sistema di scrittura tradizionale. Le persone che utilizzano il sistema tradizionale riescono solitamente a leggere la scrittura semplificata, ma nel senso contrario è molto più difficile.

Per finire, i linguaggi cinesi sono tonali, in altre parole se voi parlate con un tono interrogativo (ad esempio, mamma?) in contrapposizione a un tono esclamativo (mamma!)(insieme a molte altre variazioni) ciò può completamente cambiare il significato del termine. Molte lingue nel modo sono tonali, e il mandarino non è di gran lunga il più difficile. Ciò nonostante, quest’aspetto del mandarino è ciò di cui i madrelingua inglesi hanno timore quando imparano; può essere scoraggiante, ma la buona notizia è che la lingua ha davvero poca grammatica ed è facilmente trasferibile dall’inglese.

Parola cinese per Cina: 中国 – Pronuncia “Zhōng-guó”

Seconda parte di questo articolo >

Fonte:  Articolo pubblicato il 18 Agosto 2017 sul sito Core Languages

Traduzione a cura di:
Marika B.