Traduzione di fumetti

 Categoria: Servizi di traduzione

Quando si traduce un testo che presenta delle immagini, si traducono sia il testo sia le immagini. Posto di fronte a un qualsiasi oggetto iconico-testuale, il traduttore è sempre cosciente di trovarsi all’interno di uno spazio di scrittura che bisogna, innanzitutto, studiare a fondo; poi interpretarlo al meglio e, in seguito, arrivare a una traduzione la più precisa possibile. Completamente avviluppato dall’atmosfera spaziale di ogni fumetto, il traduttore di BD (bande dessinée, N.d.T.), vi si immerge, non solo per tradurre il testo delle nuvolette, ma anche, e soprattutto, per identificarsi con l’immagine, restituendo l’intima essenza propria di ognuna di esse. Curare il senso dello sguardo del traduttore, imparare a «bloccare l’immagine», ecco l’obiettivo pedagogico che mi sono posto come insegnante-ricercatore dell’Università di Vigo, poiché non è che la prospettiva figurativa propria del traduttore che diventa immagine. È, in effetti, lo sguardo del traduttore che, in tutti i suoi lavori, crea l’immagine nello spazio da esplorare. È ancora quello sguardo che permette all’immagine di sprigionare il suo potere immaginifico.

La stessa immagine può, secondo il lettore (oppure secondo il momento che riguarda lo stesso lettore) essere recepita (e, di conseguenza, letta, interpretata e tradotta) in maniera estremamente diversa. L’immagine tradotta non può più essere esclusivamente pensata dal punto di vista del solo segno, in quanto il modello del segno costituisce il paradigma che ci permette di pensare il nostro rapporto con la lingua.  Mai come oggi, l’immagine è considerata un mezzo fondamentale di comunicazione. Ma sia i sostenitori che gli oppositori di questa, compiono lo stesso errore: considerano l’immagine da uno solo dei suoi punti di vista, quello del senso. Vi è un eccesso di senso nella nostra lettura dell’immagine! L’occidente ha appreso a trattare le immagini come dei segni. Questa concezione ha permesso, a partire dal Rinascimento, di poterci appropriare di strumenti fondamentali di controllo e di conquista. Ma, allo stesso tempo, ci ha impedito di comprendere il significato delle nuove forme di immagine. […]

Di conseguenza, dobbiamo insegnare agli alunni dei corsi di traduzione a leggere, interpretare e tradurre ogni immagine come un simbolo e non come un segno! Più precisamente, un traduttore deve pensare l’immagine come un elemento para testuale essenziale e fare in modo che l’elemento simbolico diventi la chiave di lettura di ogni strategia testuale da leggere, interpretare e tradurre in una lingua e in una cultura determinate. Come a più riprese è stato suggerito dalle opere di Serge Tisseron, ogni immagine, ancora prima di significare qualcosa, è uno spazio aperto da penetrare e percorrere (Tisseron, 2003, Ibidem, p. 104).   I semiologi che studiano l’immagine (…) si sono resi conto che la categoria dell’icona ideata da Peirce, incentrata sulla somiglianza, è insufficiente a descrivere i poteri dell’immagine. […] La carenza maggiore rappresentata da questo approccio è quella di utilizzare uno strumento inadatto per raggiungere l’obiettivo. Effettivamente, lo strumento pensato da Peirce, riguarda le relazioni interne fra il significante dell’immagine e il suo referente, mentre, il problema principale che pone ogni immagine, concerne la relazione che ogni lettore stabilisce con essa. […] Pensare all’immagine esclusivamente come un «segno» è, in generale, pericoloso e insufficiente. Pericoloso, perché subordina l’immagine alla parola; insufficiente, in quanto non tiene conto delle peculiarità che presenta. […] l’immagine considerata come segno soffre di una irrimediabile inferiorità rispetto alla parola. (Tisseron, 2003, Ibidem, pp. 128-129) […]

Fonte: Articolo scritto da José Yuste Frías e pubblicato l’8 maggio 2013 sul sito Sur les suils du traduire

Traduzione a cura di:
Marco Gravina
Traduttore tecnico professionista
Latina

Le competenze del traduttore giuridico

 Categoria: Servizi di traduzione

Sintassi complessa, elevato grado di specializzazione, diversità contestuali e dei sistemi giuridici, termini non univoci inseriti in una cultura ben definita,  presenza di linguaggi specialistici legati ad un dominio in particolare, trasposizione di concettualizzazioni e categorizzazioni: queste sono soltanto alcune delle difficoltà che il traduttore giuridico si trova ad affrontare quotidianamente.
In questo breve articolo, intendo delineare le molteplici competenze specialistiche richieste dal mercato al traduttore professionista giuridico (da non confondere con quello giurato!).

L’ambito giuridico rappresenta un campo di analisi esteso e permeato a livello culturale, essendo il diritto la manifestazione culturale per eccellenza di una nazione. Il linguaggio di questo settore si presenta strettamente legato al diritto di riferimento e ricco di divergenze derivanti dal diverso approccio classificatorio all’interno dei vari sistemi giuridici.
Il traduttore professionista dovrà essere in grado di maturare consapevolezza in merito a questioni di ordine comparativo, possedere nozioni di legistica (modalità di elaborazione e di applicazione delle norme), di legimatica (modellizzazione del ragionamento e delle procedure), di sociolinguistica giudiziaria e di linguistica forense ed in definitiva va a svolgere un ruolo di mediazione tra le culture presenti in ciascun testo.

La traduzione di un testo giuridico è destinata ad avere valore di testo autentico e, quindi, si riconosce l’esigenza di adottare un criterio molto pratico: il principio della legal equivalence, l’equivalenza giuridica in un’ottica consapevole di quelle che sono le esigenze del pubblico destinatario. Si tratta di un vero e proprio processo di ritestualizzazione che permette di produrre nuovi testi con valore giuridico a partire da un testo di partenza.

In questo frangente, la terminologia riveste innegabilmente un’importanza primaria. I dizionari, pur altamente specialistici, non risultano ancora sufficienti per il traduttore professionista. Non è soltanto necessaria la consultazione di banche dati terminologiche provviste di informazioni contestuali riguardanti ciascun lemma, bensì è richiesto di saper risalire al concetto designato nel testo di partenza, di verificarne il suo valore e la sua funzione nella lingua di partenza e successivamente di procedere a una ritestualizzazione che dovrà contraddistinguersi per chiarezza interpretativa nella lingua d’arrivo. Alcune volte, la ritestualizzazione risulterà molto complessa, in quanto sarà prevista una vera e propria riformulazione e spiegazione di un concetto giuridico non presente nel sistema di diritto della lingua d’arrivo. Perciò, viene spesso fornito un equivalente di tipo descrittivo.

Inoltre, la mancata corrispondenza di alcuni concetti molto simili tra lingue diverse spesso comporta la creazione di falsi amici che il traduttore deve essere in grado di evitare, a cui si aggiunge la conoscenza delle differenze lessicali e terminologiche tra diversi paesi. In sintesi, è molto importante che il traduttore, oltre a vantare eccellenti conoscenze linguistiche e terminologiche, riesca a cogliere ed interpretare la logica delle procedure e delle norme, piuttosto che a decodificare semplicemente questa logica. In questo modo, è possibile ottenere un prodotto preciso e puntuale che sarà il risultato finale di un meticoloso lavoro di tipo multidisciplinare.

Autrice dell’articolo:
Giulia Grasso
Traduttrice Inglese/Tedesco/Francese>Italiano
Genova

Yo, tú y vos (5)

 Categoria: Le lingue

< Quarta parte di questo articolo

Per molti anni, utilizzare il “vos” era considerato agrammaticale, incorretto e addirittura indegno e poco colto.Il “voseo”, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, è stato oggetto di una forte condanna da parte dei diversi accademici. Veniva considerato una volgarità, una macchia del linguaggio. Nonostante ciò, in alcuni territori dell’America Latina si è continuato ad usare il “vos” negli ambienti familiari e nei colloqui informali.

Nel 1982 l’Accademia Argentina di Lettere è stata la prima ad accettare il “voseo” come regola colta, cioè ha riconosciuto l’utilizzo del “vos” come legittimo e corretto, sia per un trattamento informale che per la letteratura ed i documenti ufficiali.
Il riconoscimento ufficiale ha tardato ad arrivare, infatti solo 2005, con la pubblicazione del “Diccionario Panhispánico de Dudas (Dizionario Panispanico dei Dubbi), la Reale Accademia della Lingua spagnola e la Associazione delle Accademie di Lingua spagnola, ha definito il ‘voseo’ come «l’utilizzo della forma pronominale vos per rivolgersi all’interlocutore».

Dal panorama generale qui presentato è importante ricordare sempre che, con riferimento alle “forme di cortesia”, nessuna forma pronominale ha un valore di per sé più o meno cortese se non si considera il contesto socioculturale in cui deve essere inserita. E in relazione ai cambiamenti, è importante considerare che il sistema pronominale della lingua spagnola è storicamente complesso. Le società americane sono territori di culture trapiantate. La lingua non è omogenea perché i gruppi sociali non sono né storicamente, né politicamente, né economicamente omogenei. Le differenze etniche, sessuali o generazionali influenzano le interazioni comunicative, il contatto linguistico e sociale.

Bisogna accettare un dato storico: non esiste un”unico spagnolo!”.

Articolo scritto da:
Ilaria Matola
Traduttrice ES>IT
San Mango Piemonte (SA)

Yo, tú y vos (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

Dopo le prime colonizzazioni, diversi gruppi di emigranti europei esportarono le loro tradizioni linguistiche in Sudamerica ed incontrarono a loro volta altri idiomi e culture. Da questa fusione presero origine una varietà di dialetti locali. Lo spagnolo delle colonie iniziò poi a svilupparsi in varie direzioni, a causa dei contatti molto limitati con la madrepatria spagnola; cosicché alcune caratteristiche del vecchio spagnolo vennero mantenute, altre eliminate.

Uno degli esempi più significativi di questo processo è il termine “vos”. Il pronome personale “vos” comincia ad utilizzarsi in Spagna nel secolo IV per rivolgersi a persone che avevano autorità, come gli Imperatori. Nel secolo XV, i cambiamenti che si producono nella società spagnola alla fine della conquista modificano nuovamente i pronomi allocutivi. Il “vos” scompare lentamente ed il “tú” torna a recuperare il suo primitivo valore di seconda persona del singolare nelle relazioni che implicano confidenza e familiarità. Queste modifiche della lingua spagnola d’Europa non arrivarono in tutta l’America Latina.

Ricordiamo che a quei tempi il Perù ed il Messico erano i centri nevralgici dell’Impero Spagnolo. Non è un caso che questi due Paesi, al tempo più in contatto con l’Europa, abbiano adottato il pronome “tú”, mentre quelli più distanti, come Argentina, Paraguay e Uruguay e alcuni Paesi del Centroamerica, abbiano continuato ad usare il “vos”, probabilmente ignorando i cambiamenti che si erano verificati.

Questo fenomeno è molto comune, tanto è vero che il linguista Albert Henry Marckwardt inventò il termine “colonial lag”, per descrivere la situazione in cui la lingua parlata nelle colonie non riesce più a restare al passo con le innovazioni linguistiche che si verificano nel paese d’origine . In conclusione, è necessario rispondere ad un’ultima domanda: parlare con il “vos” è un errore?

Quinta parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Ilaria Matola
Traduttrice ES>IT
San Mango Piemonte (SA)

Yo, tú y vos (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Nei vicini Ecuador e Perù, il “voseo” è considerato rurale ed incorretto. Si impiegano, infatti, i pronomi“tú” e “usted” nelle loro accezioni standard, mentre il “vos” è completamente sparito dalla forma parlata. In Venezuela il “voseo” è una regola regionale, cioè ha prestigio all’interno di una regione nello Stato di Zulia, dove gli abitanti sono orgogliosi del suo utilizzo. La Bolivia si può dividere in due zone “linguisticamente” diverse: la zona Colla, a ovest e sud del Paese; e la zona Camba, ad est e nord. Nella zona Colla, il “tú” si alterna al “vos” pronominale; nella zona Camba, invece, si utilizza il “vos” in maniera confidenziale, ma anche dispregiativa, perché viene impiegato dal ceto medio-alto per rivolgersi alle classi più basse. In Bolivia il “vos” ha la stessa sorte del Venezuela: è un fenomeno regionale che ha assunto i tratti peculiari di un’identità comune. In Cile è stato utilizzato il pronome “vos” fino all’arrivo del venezuelano Andrés Bello, considerato uno degli umanisti più importanti delle Americhe. Bello, rettore dell’Università del Cile nel 1843, realizzò una grande campagna a favore dell’utilizzo del “tú”.

In conclusione, come si può notare il “vos” si espande in alcune zone come il Cono Sud ed il Centroamerica, nei Paesi più a nord è in disuso, mentre in altri ancora sopravvive come una reliquia isolata che probabilmente scomparirà a causa della pressione degli altri Paesi e dell’influenza dei mezzi di comunicazione. Ma qual è l’origine del “voseo”? Quando i conquistadores spagnoli lasciarono la loro madrepatria, per diffondere nel mondo il Verbo di Dio e ricevere in cambio metalli preziosi, portarono con sé una lingua che stava giù subendo dei processi di cambiamento nella sua terra d’origine, oltre a vari elementi dei loro dialetti locali.

Quarta parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Ilaria Matola
Traduttrice ES>IT
San Mango Piemonte (SA)

Yo, tú y vos (2)

 Categoria: Le lingue

Prima parte di questo articolo >

Attualmente, il “voseo” è distribuito in diverse parti del mondo di lingua ispanica, ma predomina in America Centrale, ad esclusione del Panana dove viene relegato in zone circoscritte, e nel Cono Sud. L’Argentina, il Paraguay e l’Uruguay, insieme alla Costa Rica, infatti, sono le uniche Nazioni che hanno escluso completamente l’utilizzo del pronome “tú”. Il“vos” lo ha sostituito in tutte le sue derivazioni, impiegandosi in dialoghi che implicano una certa familiarità con l’interlocutore ed in contesti in cui si è soliti utilizzare un registro relativamente informale. Tuttavia esistono regioni, ma anche singole città, in cui si registrano casi di utilizzo dei pronomi allocutivi piuttosto caotici.

Bogotà ne è un chiarissimo esempio. Nella capitale è difficile per gli stessi colombiani scegliere il pronome personale da utilizzare con una persona appena conosciuta (per uno straniero prendere questa decisione può portare all’esasperazione!). Il pronome “tú” nello spagnolo standard è la forma privilegiata per esprimere un trattamento di confidenza e familiarità, tuttavia, a Bogotà molto spesso esprime il contrario: distanza e rispetto. Sembra preferibile dare del tu al proprio datore di lavoro, ai suoceri ed agli adulti in generale. Tra i giovani invece, a prescindere dalla classe sociale, il “tuteo” (dare del tu) tra due uomini può considerarsi addirittura effeminato.

In città come Cali o Medellín, al contrario, per le strade è molto difficile ascoltare “tu”. Il “vos” è onnipresente, costituendo la “forma de tratamiento” più utilizzata. Anche a Bogotà il “vos” è diventato molto popolare negli ultimi anni. Il fenomeno di migrazione dalle zone più limitrofe del Paese verso la capitale ha  fatto giungere a Bogotà persone provenienti da diverse regioni colombiane in cui si “vosea”. In aggiunta a questo, ci sono anche persone che lo hanno adottato capricciosamente, solo per gusto per sembrare snob.Per dimostrare confidenza, familiarità e vicinanza, i colombiani della capitale si avvalgono del pronome “usted”, corrispondente nel resto dell’America Latina al nostro pronome personale “Lei”, che ha per scopo, quindi, quello di rendere visibili la distanza o il rispetto tra parlante e interlocutore.

Terza parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Ilaria Matola
Traduttrice ES>IT
San Mango Piemonte (SA)

Yo, tú y vos

 Categoria: Le lingue

La maniera in cui ci rivolgiamo all’interlocutore è alla base della nostra relazione con questo e ci localizza in una complessa rete di legami sociali. I ruoli sociali si definiscono anteriormente all’incontro comunicativo: si pattuiscono in base al rapporto esistente tra i parlanti. Oggigiorno sappiamo che le abitudini linguistiche sono necessariamente legate ad un gruppo sociale o socioculturale, agli usi ed ai criteri di valutazione del prestigio che si attribuiscono alle relazioni. Queste valutazioni generano cambi, pertanto le regole delle cosiddette “formas de tratamiento” (pronomi allocutivi) sono dinamiche ed eterogenee perché attraversano fasi storiche, sociali ed economiche che influiscono direttamente sulle relazioni sociali e di conseguenza sul comportamento linguistico dei parlanti. Le modalità di uso degli allocutivi scelte dai diversi gruppi sociali o socioculturali, riflettono chiaramente le interazioni nelle quali si instaurano. Con i pronomi personali, infatti, si marcano le barriere funzionali e gerarchiche, l’autorità e la familiarità.

In America Latina, oltre alla forma “tú” (tu) e “usted” (lei), con il loro rapporto di opposizione (rispettivamente confidenziale e formale), esistono regioni dove viene utilizzato il pronome personale “vos“. Il “vos” assume significato e connotazioni diverse a seconda del luogo o del rapporto tra parlante e interlocutore: in alcune regioni è considerato quasi slang di strada, da non usare per iscritto; in altre, è considerato una forma di rispetto e cortesia; in altre ancora, è utilizzato nei rapporti confidenziali e informali. L’uso del “vos” e delle sue corrispondenti coniugazioni verbali è conosciuto come “voseo”. ll “voseo” è un fenomeno linguistico interno alla lingua spagnola nel quale, in sistuazioni di familiarità, si impiega il pronome “vos”, unito a particolari coniugazioni verbali, per rivolgersi ad un interlocutore anziché impiegare il “tú”. Il “voseo” si è radicato in gran parte del territorio dell’America Latina con alterne vicende.

Ci sono molti fattori che concorrono alla sua espansione o limitazione. Ad esempio, il fattore politico: i governi nazionalisti o populisti sono a favore dell’utilizzo del vos; fattori economici: il boom editoriale spagnolo degli anni ’80 da un lato, e la letteratura che veniva censurata in Argentina dall’altro, hanno contribuito alla scomparsa del “vos” nella maggior parte della letteratura moderna; fattori sociali: di prestigio o status; fattori sessuali: esistono Stati, come il Guatemala, dove il “voseo” è utilizzato dagli uomini ma non dalle donne. A questo punto, è necessario tracciare una mappa, più o meno completa, sull’espansione attuale del “voseo” in America Latina.

Seconda parte di questo articolo >

Articolo scritto da:
Ilaria Matola
Traduttrice ES>IT
San Mango Piemonte (SA)

Gli impiegati modello sono poliglotti (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Vi sono prove sempre più evidenti dei benefici cognitivi per i bilingui, ad esempio possono ritrovarsi con maggiore attenzione, intelligenza, e migliori abilità verbali e spaziali. Essendo probabilmente il risultato di cambiamenti strutturali nei sistemi e nelle connessioni cerebrali, ciò suggerisce che questi individui abbiano una maggiore capacità di processare le informazioni. Si ritiene che ciò accada perché, come in ogni esercizio mentale, logico o visivo, l’apprendimento della lingua può stimolare e alterare la struttura del cervello nello stesso modo in cui una persona costruisce la massa muscolare. Questo spiegherebbe perché individui poliglotti nella stessa squadra promuovano la diversità cognitiva: le loro menti elaborano problemi e soluzioni in modi differenti.

Queste scoperte dimostrano come i bilingui possiedano attributi di assunzione di alto valore: pensiero analitico, abilità di concettualizzazione, memoria lavorativa, prontezza. Queste abilità sono chiaramente delle risorse quando si tratta di pianificazione razionale, gestione delle complessità, e risoluzione dei problemi, che sono punti chiave della funzione esecutiva.

Formare una squadra multilingue è come avere a disposizione diversi strumenti cognitivi nella  propria scatola degli attrezzi: maggiore è la gamma di assortimento, maggiori i risultati che potete raggiungere. Questa è un’ulteriore ragione per cui le aziende dovrebbero investire in un gruppo di talenti variegato. Non solo una gamma di situazioni etniche e socioeconomiche aiuta a migliorare la cultura aziendale, ma più lingue sa parlare una squadra, maggiora sarà il suo potenziale nel trovare soluzioni originali, che attingono a tutti questi contesti. In questo modo, i gruppi di lavoro assunti strategicamente assicurano un margine competitivo e accrescono il capitale intellettuale dell’azienda.

Fonte: Articolo scritto da Gabrielle Hogan-Brun e pubblicato il 09 marzo 2017 sul sito Quartz

Traduzione a cura di:
Chiara Conti
Dott.ssa in Mediazione Linguistica e Culturale
Milano

Gli impiegati modello sono poliglotti (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Per esempio, a una mente tedesca il verbo inglese “put” (posare, mettere) evoca diverse immagini: “legen”, che significa poggiare/posare orizzontalmente; “setzen”, far sedere/appoggiare; e “stellen”, mettere/poggiare in verticale. Ognuno di questi significati fornisce automaticamente al parlante tedesco accesso a nuovi modi di approcciarsi a un problema pratico. In questo modo, l’utilizzo di diverse lingue in collaborazione può portare alla creazione di nuove connessioni, soprattutto quando si ha a che fare con lavori complessi. Che cosa avviene dunque nella testa di questi poliglotti? Recenti studi sulla plasticità strutturale di un cervello bilingue hanno dimostrato come i cervelli poliglotti funzionino diversamente da quelli monolingue. Quando degli individui parlano una seconda lingua, si nota chiaramente che diverse parti cerebrali dell’area di Broca (l’area del cervello coinvolta nella produzione linguistica) si illuminano, al contrario di quando usano la loro lingua madre. Anzi, lo stesso gruppo di neuroscienziati ha poi scoperto che il cervello bilingue è strutturalmente diverso dal cervello monolingue.

La corteccia parietale inferiore sinistra (un’area del cervello intensamente coinvolta nell’elaborazione del linguaggio, nella formulazione di concetti e nel pensare concetti astratti) è più densa nei cervelli bilingui rispetto a quelli monolingue, e diventa più densa ogni qualvolta l’abilità linguistica aumenta. Si è inoltre scoperto che le persone bilingui presentano in generale più materia grigia dei monolingue.

Sappiamo anche che un individuo è incline a prendere decisioni più razionali quando pensa in una lingua secondaria. Uno studio sui bilingui condotto negli Stati Uniti e in Corea del Sud ha dimostrato come l’utilizzo di una seconda lingua elimini la propensione all’avversione alla perdita, e riduca perciò i pregiudizi decisionali che influenzano ingiustificatamente la percezione di rischi e benefici. Lo studio suggerisce che questo accada perché parlare una seconda lingua fornisce una maggiore comprensione cognitiva ed emotiva rispetto alla sola lingua madre.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabrielle Hogan-Brun e pubblicato il 09 marzo 2017 sul sito Quartz

Traduzione a cura di:
Chiara Conti
Dott.ssa in Mediazione Linguistica e Culturale
Milano

Gli impiegati modello sono poliglotti

 Categoria: Le lingue

Parlare un’altra lingua, che sia quella originaria dei vostri nonni o lo spagnolo imparato a scuola, modifica radicalmente la struttura del vostro cervello. Radunate un gruppo di simili menti malleabili in un’azienda, e avrete creato del potenziale per la nascita di idee realmente innovative. È risaputo che le aziende prosperano nella diversità di idee generate da una forza lavoro multiculturale. La sensibilità culturale è una competenza relazionale essenziale sul lavoro così come nella vita, e oltrepassa la cultura aziendale dei benefici economici: secondo un recente sondaggio dell’Economist, su 572 dirigenti di aziende internazionali, due terzi affermano che la natura multiculturale dei loro gruppi di lavoro accresce l’innovazione aziendale.  Ma le lingue parlate da questi gruppi variegati possono essere rilevanti tanto quanto le loro offerte culturali. Secondo la scuola di pensiero del determinismo linguistico, la struttura della lingua che parliamo influenza il nostro modo di vedere il mondo.

Ciò implicherebbe che persone provenienti da diversi ambienti linguistici pensino, agiscano e comunichino in modi differenti (per mettere in pratica un esempio della teoria Sapir-Whorf, si può far riferimento al recente film Arrival, che indaga su come la lingua di una specie aliena abbia alterato la percezione del tempo – e quindi dell’universo – dei parlanti). In questo senso, chi parla una lingua straniera manifesta diversi modelli mentali e differenti associazioni semantiche. Osservando gruppi di lavoro poliglotti, si evidenzia che i gruppi di lingua mista sono propensi a trovare soluzioni innovative a problemi pratici. Questo avviene perché utilizzano una gamma di strategie comunicative in modi flessibili e dinamici. Quando parlanti provenienti da diverse situazioni linguistiche lavorano insieme utilizzando una lingua comune, attingono a concetti subconsci che giacciono sotto la superficie della lingua in cui si trovano a conversare.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabrielle Hogan-Brun e pubblicato il 09 marzo 2017 sul sito Quartz

Traduzione a cura di:
Chiara Conti
Dott.ssa in Mediazione Linguistica e Culturale
Milano

I 7 vantaggi del parlare due o più lingue (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

4) Mantiene aggiornati
Spesso leggendo un libro in inglese mi accorgo che l’autore ci ha buttato lì un’espressione in francese. E la capisco istintivamente invece di dover stare a cercare su Google cosa diavolo significa, il che mi fa sentire super speciale e sempre al corrente di tutto. E siccome il francese viene dal latino, di solito capisco la frase anche se è in spagnolo o italiano, per esempio. Che spasso!

5) Rende persone diverse
Chi parla varie lingue spesso avverte un cambiamento nella propria personalità a seconda di quella che sta parlando, poiché è costretto ad usare parole che in un’altra lingua potrebbero non avere equivalenti. Nel 1968, Susan Ervin, esperta di sociolinguistica, ha studiato un gruppo di donne giapponesi bilingue residenti negli Stati Uniti, chiedendo loro di completare una serie di frasi in inglese e giapponese. E ha scoperto che non cambiavano solo le parole, ma anche l’intenzione, dato che ogni lingua ha differenze culturali. Lo stesso risultato è stato confermato nel 2003 dai sociolinguisti Jean-Marc Dewaele e Aneta Pavlenko durante uno studio biennale su centinaia di bilingue. Due terzi dei partecipanti hanno riferito di sentirsi davvero “un’altra persona” quando cambiavano lingua. Credo che questo spieghi perché mi sento come Maria Antonietta ogni volta che me ne esco con una frase in francese.

6) Migliora  la memoria
Siccome imparare un’altra lingua richiede molta memoria, i bilingue ottengono punteggi più alti dei monolingue quando devono affrontare compiti mnemonici, secondo le statistiche. Una memoria di ferro è una stupenda abilità non solo intellettiva ma anche sociale. Pensate a quanto sarebbe bello riuscire sempre ad associare le facce ai nomi, invece di fissare qualcuno con sguardo perso chiedendosi chi mai sia.

7) Fa apprezzare ancora di più le altre culture
Da inguaribile viaggiatrice, ogni volta sono grata al mio bilinguismo. Anche quando capito in un Paese del quale la lingua mi è totalmente sconosciuta, di solito c’è sempre qualcuno in grado di parlare una delle due che conosco, inglese o francese. È un dialogo che arricchisce le mie esperienze culturali, e la sensazione di riuscire a comunicare è la migliore del mondo.

Fonte: Articolo scritto da Amanda Chatel e pubblicato l’ 8 dicembre 2014 su sito bustle.com

Traduzione a cura di:
Gea Flora Rigato
Traduttrice EN>IT, FR><IT
Sasso Marconi (BO)

I 7 vantaggi del parlare due o più lingue

 Categoria: Le lingue

Da bilingue in inglese e francese, mi sono resa conto che parlare due lingue non solo mi facilita in altri Paesi, ma mi apre qualche porta anche nel mio. L’idea che il francese a New York sia d’aiuto potrebbe sembrare strana, ma guardate che se non lo parlavo avrei pagato il mio albero di Natale 45 dollari invece di 30 la settimana scorsa (il tipo che me lo vendeva era di Montreal e siccome riuscivamo a scherzare in francese me l’ha scontato di 15 dollari. Queste sì che sono magie natalizie!).

Naturalmente, oltre a farvi avere uno sconto e a cavarvela meglio all’estero, essere poliglotta è fantastico anche per il vostro cervello. Studi scientifici hanno dimostrato che parlare più lingue oltre alla vostra è un modo stupendo di mantenere la mente in esercizio e al top della forma, soprattutto se si continuano ad alternare le lingue durante tutta la vita.

Non è mai troppo tardi per imparare una seconda lingua e non c’è periodo migliore di questo, visto che dicembre in America è il mese nazionale dedicato al loro apprendimento. E a titolo di incoraggiamento nel caso ve ne servisse ancora, ecco di seguito sette vantaggi dell’essere poliglotta (sia provati scientificamente che derivati da esperienze personali).

1) Rende più intelligenti
Una ricerca del 2004 ha scoperto che i soggetti bilingui o poliglotti avevano prestazioni cognitive di livello più alto ed erano più abili a pianificare, risolvere problemi ed altri compiti mentalmente impegnativi. Il dover alternare le lingue continuamente rappresenta una ginnastica cerebrale a tutto tondo per i bilingue, il che li rende più veloci, migliori nel multitasking e sì, più intelligenti.

2) Aumenta le opportunità lavorative
Anche se la maggioranza della popolazione mondiale è bilingue, secondo le statistiche soltanto il 17% degli americani parla un’altra lingua. Se paragoniamo il dato al 56% complessivo degli europei e al 38% dei britannici, abbiamo la prova che gli americani devono davvero darsi una mossa. Nel senso che parlare una seconda lingua ti mette veramente una spanna sopra gli altri nel mercato del lavoro americano.

3) Protegge dalla demenza senile
Un esperimento del 2012 organizzato dall’Università di San Diego in California ha rilevato che tra i 44 partecipanti anziani che parlavano inglese e spagnolo, quelli che padroneggiavano meglio entrambe le lingue avevano minori probabilità di ammalarsi precocemente di demenza o Alzheimer. Con questo non voglio dire che il bilinguismo sia una panacea miracolosa, ma di certo una padronanza maggiore consente di tenere a bada le malattie.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Amanda Chatel e pubblicato l’ 8 dicembre 2014 su sito bustle.com

Traduzione a cura di:
Gea Flora Rigato
Traduttrice EN>IT, FR><IT
Sasso Marconi (BO)

Traduttore freelance: vantaggi/svantaggi (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Passiamo ora ai vantaggi di questa posizione: la libertà. Si è liberi di lavorare come si vuole, dove si vuole e quando si vuole, essendo consapevoli ovviamente che tali fattori influenzeranno probabilmente la nostra produttività. Altro vantaggio da associare a quest’ultimo è che nessuno controllerà il nostro lavoro, né ci dirà come lavorare: anche in questo caso di può parlare di “libertà”. Inoltre, si è liberi di lavorare su diversi progetti allo stesso tempo, per diversi clienti.

Il terzo vantaggio da menzionare è che se si è iscritti al ROI, il Registro degli Operatori Intracomunitari, si può lavorare con aziende estere eseguendo quindi un’operazione intracomunitaria il cui vantaggio è l’esenzione dal pagamento dell’IVA.

Qual è dunque la migliore opzione, per i neotraduttori?
Senza dubbio, il primo obiettivo di un neotraduttore deve essere accumulare esperienza. Inizialmente, dunque, è più consigliabile lavorare per un’agenzia di traduzione, nella quale probabilmente già si trovano traduttori che hanno fatto la gavetta e hanno esperienza lavorativa da poter condividere. Aver lavorato in un buon team è assolutamente imprescindibile per arrivare ad essere freelance. La capacità decisionale, l’organizzazione ma anche la tecnica, caratteristiche fondamentali nell’ambito lavorativo, quando si è ancora alle prime armi hanno bisogno di essere modellate, e per farlo devono seguire un modello esistente. Passo dopo passo, si può arrivare a lanciarsi nel mondo dei liberi professionisti: solo così si potrà decidere se restarvi o se si è più portati a dipendere da qualcun altro, almeno nel mondo del lavoro.

Difficile ma non impossibile, la sfida del freelance è ancora viva e mette a confronto ogni giorno milioni di liberi professionisti con la dura (ma affascinante) realtà del dipendere solo da se stessi. Lo Stato italiano, dal suo canto, ha cercato di dare una mano a questo gruppo di lavoratori con un nuovo tipo di partita Iva a regime forfettario agevolato, lanciata nel 2016, che sembra fatto risalire il numero di liberi professionisti italiani rispetto al passato. Solo nel lungo termine, però, si potrà esprimere un giudizio a riguardo. Nel frattempo, l’unica opzione è quella di continuare a lavorare.

Autore dell’articolo:
Cristiano Capomaccio
Traduttore EN-ES-FR-CA>IT – EN-FR-CA-IT>ES
Barcellona – Spagna

Traduttore freelance: vantaggi/svantaggi

 Categoria: Traduttori freelance

Il sogno di tutti è fare il lavoro dei propri sogni, non dipendere da nessuno se non da se stessi e decidere quando, dove e come lavorare. Ma non è tutto oro quel che luccica, soprattutto di questi tempi: la professione di libero professionista non è più conveniente come lo era una volta, e la prova è che il numero di questa categoria di persone è calato negli ultimi 10 anni e continuerà a calare nel prossimo futuro.

Andiamo a dare un’occhiata velocemente ai numeri del lavoro in Italia dell’ultimo anno solare: dei 22,7 milioni di occupati, i lavoratori freelance sono circa 3,5 milioni, ovvero il 13,8% della popolazione attiva. Nonostante abbia subito un calo del 2% nell’ultimo decennio, tale percentuale è superiore a quella della media europea, che è del 9,2%.

Ma quali sono i vantaggi e gli svantaggi di dipendere solo da se stessi?
Nel mondo della traduzione, ovviamente, sono diversi da quelli di altri settori. Iniziamo citando i più ovvi: tra gli svantaggi, l’instabilità. Essere lavoratori autonomi porta in molti casi ad un’instabilità professionale, non potendo essere certi di avere un carico di lavoro stabile e continuo per un determinato periodo di tempo. Spesso non dipende solo dal lavoratore in sé, ma anche dall’assenza di lavoro, dall’impossibilità di essere in contatto proprio con l’azienda che avrebbe bisogno di una determinata traduzione in un determinato momento, e anche dalla concorrenza, che non manca mai.

Un secondo svantaggio sono le spese: ogni spesa, ovviamente, è a carico del lavoratore stesso, e in genere le ritenute sono leggermente superiori per i liberi professionisti rispetto a quelle di un normale contratto di lavoro.

Infine, non dimentichiamoci che essere liberi professionisti significa lavorare da soli: per se stessi, e con se stessi. Si è l’unica compagnia che si ha, durante le ore di lavoro. A meno che non si voglia passare il tempo con qualcun altro, ma probabilmente ne risentirebbe la produttività.

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Autore dell’articolo:
Cristiano Capomaccio
Traduttore EN-ES-FR-CA>IT – EN-FR-CA-IT>ES
Barcellona – Spagna

Come ridurre i costi della traduzione (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

PRENDI VANTAGGIO DAGLI STRUMENTI DI TRADUZIONE
Viviamo in un mondo guidato dagli strumenti. Gli strumenti sono stati sviluppati e distribuiti in ogni industria immaginabile ed è lo stesso per la traduzione e l’industria di localizzazione. Dovremmo prendere familiarità e avvantaggiarci degli ultimi strumenti di traduzione per aiutarci a risparmiare sui costi della traduzione e accelerare i tempi dell’ingresso nel mercato.

1.Assicurati che il tuo LSP utilizzi una memoria di traduzione (TM)
Una Translation Memory (TM) è un database utilizzato per conservare parole dal loro contenuto originale e le loro traduzioni associate. La TM prende il contenuto che era stato precedentemente tradotto da traduttori professionisti umani, e inizia a creare un progetto con quel contenuto. I traduttori umani possono quindi focalizzarsi su tutte le parole nuove. Avere un TM ridurrà i costi di traduzione dal momento che stai riutilizzando contenuto e inoltre accelera il processo.

2.Utilizzare un Project Managment System di traduzione
Avere un Project Managment System di traduzione elimina i costi amministrativi associati ad un progetto. Permette anche di gestire tutti i tuoi progetti in un unico posto mentre si ottengono aggiornamenti in tempo reale e informazioni sul budget. Soluzioni come un Net-Cloud gestiscono l’intero processo di traduzione, dall’iniziale invio, alla traduzione sino alla fattura. Inoltre risparmierai sui costi di traduzione dal momento che l’uso di Net-Cloud richiede meno tempo di gestione della traduzione.

3.Collega il tuo Content Management System con il tuo LSP
Pianificando il tuo contenuto e utilizzando strumenti di traduzione, puoi ridurre i tuoi costi di traduzione. Per consegnare traduzioni di alta qualità devi seguire ancora un processo consistente, attraverso la traduzione, di gestione della terminologia, controlli di qualità e recensori nazionali. Se vorresti saperne di più riguardo questi suggerimenti e strumenti, contattaci oggi. Ti invitiamo anche a seguirci su Linkedln, Twitter e Facebook per ulteriori suggerimenti e migliori utilizzi.

Fonte: Articolo pubblicato sul sito Net-Translators

Traduzione a cura di:
Eva Badalamenti
Specializzanda in psicologia forense
Venaria Reale (TO)

Come ridurre i costi della traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

PIANIFICARE IL CONTENUTO
“Un obiettivo senza un piano è soltanto un desiderio”. Questa famosa citazione del consulente d’affari americano nato in Austria, Peter Drucker, è assai vera. Se fai un po’ di pianificazione del tuo contenuto e ti attieni al piano, puoi raggiungere i tuoi obiettivi, incluso ridurre i costi di traduzione e migliorare il tempo necessario per introdurti sul mercato, continuando a produrre traduzioni professionali di alta qualità.

1.Ridurre il numero di parole
I costi della traduzione sono dettati essenzialmente dal numero di parole del contenuto originale. Meno parole traduci, e meno alto sarà il costo. Accertati che il tuo contenuto si rivolga ai bisogni dell’utenza e non renderlo più complicato. In alcuni casi, così come certe traduzioni tecniche o materiali di marketing, potrebbe non essere possibile ridurre il numero delle parole a causa della natura del contenuto, ma avere un buon processo di stesura ti aiuterà ad indirizzare il pubblico verso quelle stesse parole.

2.Riutilizzo del contenuto
Il riutilizzo del contenuto è la pratica di scrivere il contenuto una volta e riutilizzare quel contenuto in più posti, sia nello stesso documento, in altri documenti, o in altri tipi di risultati. Quindi usi la parte del contenuto come blocco di costruzione per creare altri documenti, pagine web e altro. Puoi riutilizzare il contenuto per qualcosa di piccolo come il nome di un prodotto sino a interi paragrafi di istruzioni tecniche. Stabilendo un piano di riutilizzo del contenuto e utilizzando il corretto sistema di gestione del contenuto (CMS), invierai meno parole per essere tradotte, il che ridurrà i costi migliorandone anche la qualità.

3.Uso di un metodo di scrittura standard come Simplified Technical English
Simplified Technical English (STE) è un metodo di scrittura che fu originariamente sviluppato per le industrie dell’aerospazio e di difesa per incoraggiare la scrittura semplice e consistente per coloro che non erano madrelingua inglese. STE è stato adottato da molte altre industrie al giorno d’oggi come le manifatturiere, della comunicazione e dei software. Hanno adottato STE sia come loro linguaggio controllato, usato altri tipi di linguaggio controllato o creato il proprio per diminuire la complessità e aumentare la consistenza del loro contenuto di inglese. STE implica seguire un insieme di regole di scrittura e stabilire un dizionario di vocaboli. Possiamo usare il linguaggio controllato di STE o svilupparne uno nostro. Applicando un metodo di scrittura standard, puoi aumentare la consistenza e semplificare il contenuto, il che riduce il numero delle parole e i costi di traduzione.

4.Semplificare il formato del contenuto
E’ più facile lavorare con file di un certo formato piuttosto che con altri. Per esempio, il contenuto in un software dal design più complesso come Adobe InDesign, Adobe Illustrator o Microsoft PowerPoint richiede al fornitore del tuo linguaggio (LSP) di estrarre il contenuto, tradurlo, aggiungerlo al file originale e formattarlo. Questo viene chiamato desktop publishing (DTP) e può contribuire in gran parte al costo totale della traduzione. Se crei il contenuto in un formato gratuito, strutturato in modo da usare uno strumento di authoring XML e lo standard DITA, non avrai costi DTP, da cui ne risulta un largo risparmio sul costo. Inviare il contenuto in programmi software meno complessi o senza formattazione complicata può ridurre i costi totali DTP.

5.Estrarre testo dalla grafica
Se il testo è incorporato nella grafica, l’LSP deve estrarre il testo, tradurlo, aggiungerlo al file e formattarlo. Questo processo aumenterà i tuoi costi DTP. Comunque, se separi il testo dalla grafica, sarà più facile per il tuo LSP e dovrebbe richiedere meno tempo.

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Fonte: Articolo pubblicato sul sito Net-Translators

Traduzione a cura di:
Eva Badalamenti
Specializzanda in psicologia forense
Venaria Reale (TO)

Come ridurre i costi della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

Si sa che tradurre un contenuto è necessario per supportare il mercato globale. Con molti mercati locali spesso saturati e altamente competitivi, tradurre e localizzare il contenuto è uno dei solo modi possibili al giorno d’oggi per gli affari di crescere e aumentare il potere di mercato.

Localizzare il contenuto come le pubblicazioni tecniche, interfacce utente di un software (UI), siti web, applicazioni web, sistemi di supporto, ecc., permette alle compagnie di raggiungere i mercati stranieri e soddisfare il pubblico nel suo linguaggio nativo.

Le compagnie che stanno considerando di fare uso di strumenti di traduzione come Google Translate per le loro necessità di traduzione devono pensarci due volte prima di farlo. Sebbene lo strumento di traduzione ha il suo posto e tempo, non è adatto se si cerca di comunicare con pubblici vasti nel mondo nelle loro lingue native. I clienti locali sanno, quando vedono una pessima traduzione, che ciò porta a sfiducia verso i propri prodotti e verso il marchio aziendale. Inoltre, Google cancellerà contenuti tradotti in modo non professionale sui siti web e potenzialmente degradanti il sito web tra i risultati delle ricerche su Google.

Quindi che cosa dovremmo fare? Bisogna produrre il miglior possibile contenuto localizzato in modo da poter comunicare con il pubblico target come se si fosse una compagnia locale.

Comunque le traduzioni di alta qualità non costano poco. Implementare ogni misura che aiuti a risparmiare sul costo sarà un beneficio così che si potrà continuare a produrre contenuto localizzato. Pianificare il contenuto e usare strumenti di traduzione può aiutare a risparmiare denaro.

Nell’articolo di domani (ndr) discuteremo di alcune opzioni che possono aiutare in questo processo e aiutare nelle vendite nei mercati a livello globale.

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Fonte: Articolo pubblicato sul sito Net-Translators

Traduzione a cura di:
Eva Badalamenti
Specializzanda in psicologia forense
Venaria Reale (TO)

Molto più che una questione di parole (5)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Quarta parte di questo articolo

Il linguista Roman Jakobson propone ugualmente che tutto sarebbe traduzione negli atti del linguaggio [20] . Per lui, la comunicazione si divide in tre tipi di traduzione. La prima, la traduzione interlinguistica, è quella che alcuni autori qualificano di traduzione “propriamente detta”, cioè la traduzione di un testo da una lingua verso un’altra nella sua concezione più tradizionale. Da parte sua, il secondo tipo di traduzione, la traduzione intralinguistica, è più comunemente conosciuto nella forma della riformulazione che consiste nel tentativo di ricorrere a delle parole differenti di una stessa lingua per spiegare un concetto o un’idea. Nella vita quotidiana, questa strategia è frequentemente usata tra due livelli di lingua o due dialetti regionali, o tra diversi modi di parlare legati ad un dato periodo temporale [21].

Infine, il terzo tipo di traduzione proposto da Jakobson è la traduzione intersemiotica, ossia il fatto di usare un sistema non verbale per rappresentare dei segni verbali. Le espressioni facciali o gestuali o le onomatopee usate al posto delle parole nella comunicazione, o ancora l’uso di emoticon negli SMS per tradurre un’idea sono altrettanti esempi di questo tipo di traduzione [22]. Di conseguenza, la traduzione equivale, secondo questo teorico, ad una sorta di sinonimia a livello del senso, ed una conversazione sarebbe un atto di traduzione di intersemiotica costante, dove ogni interlocutore  “tradurrebbe” di continuo per se stesso il senso di ciascuno dei gesti che accompagnano le parole che egli sente. Seguendo la logica del linguista russo, affermare che il senso è una traduzione sarebbe dunque possibile.

Una nuova versione del mondo
Tutto sommato, il concetto di traduzione, inteso da alcuni come un fenomeno puramente linguistico, e rivendicato da altri come un atto interpretativo in senso allargato che rende possibile la creazione di una nuova “versione” del mondo, gioca un ruolo fondamentale nelle questioni e nella riappropriazione del senso degli elementi tradotti. Che la traduzione implichi una certa perdita di senso o che comporti al contrario un’aggiunta interessante sul piano semantico, essa da luogo all’esistenza di una versione alternativa e polifonica della realtà. Così, sebbene i teorici sono d’accordo per dire che una traduzione non può essere perfetta e che è per forza incompleta, essa apre la possibilità di coesistenza e di creazione di nuove soggettività ed analisi plurali altrettanto validi quanto le interpretazioni iniziali, poiché, come  lo ricorda Berman, nessun originale esiste in assoluto ma unicamente delle traduzioni [23].

Fonte: Articolo scritto da Gabriel Pannetier Leboeuf e pubblicato sul sito Ficsum

Traduzione a cura di:
Enrico Tosi
Traduttore freelance
Bastia (Francia)

Bibliografia

20 Cité dans Ibid. p. 69.
21 Ibid.
22 Ibid.
23 Berman, op. cit.

Molto più che una questione di parole (4)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Terza parte di questo articolo

La traduzione, solo da una lingua ad un’altra ?
Per capire questa idea di Berman, occorre mettersi d’accordo sulla definizione della parola traduzione. Da una parte, quella che viene data da un buon numero di esperti è essenzialmente linguistica : la traduzione sarebbe l’espressione in una lingua di ciò che è stato scritto o espresso in un’altra [12]. Così, invece di considerare ogni situazione quotidiana o ogni atto di comunicazione in cui viene decodificato e interpretato un concetto come uno dei molteplici aspetti della traduzione, il poeta e teorico dell’arte Johan Wolfgang von Goethe preferisce separare ciò che egli percepisce come la  “traduzione”, che si limita alla traduzione di un testo da una lingua ad un’altra, da tutti gli altri tipi di riformulazione, parafrasi o interpretazione [13]. Il filosofo, scrittore e traduttore Umberto Eco difende anche lui la stessa idea, postulando con forza e chiarezza che interpretare non è tradurre se il trasferimento del discorso verso un’altra lingua non è incluso nel processo [14].

La traduzione: un atto interpretativo?
D’altra parte, dal canto suo, Antoine Berman condivide la concezione che i romantici tedeschi dell’Ottocento avevano della traduzione, opposta a quella di Goethe e di Eco, e la definisce in questi termini: parliamo a ragion veduta di traduzione generalizzata , tutto ciò che riguarda la “versione” di qualcosa in un’altra cosa… La traduzione, qui, tocca contemporaneamente alla manifestazione di qualcosa, all’interpretazione di qualcosa, alla possibilità di formulare, o di riformulare, qualcosa in un altro modo [15]. Questa concezione della traduzione permette di affermare che la comunicazione in sé è essa stessa la traduzione di un’idea. In realtà, l’uso corrente del verbo tradurre riflette questa accezione della parola in quanto riformulazione, come in quelle espressioni frequentemente usate quali “ ho tradotto il mio pensiero in questo modo… ” o ancora  “ non riesco a tradurre ciò che sento [16] ”. In tal senso, “ ogni comunicazione è fino ad un certo punto un atto di traduzione-comprensione [17] ”.

Per Steiner, capire è perfino sinonimo di interpretare e di tradurre, a partire dal momento in cui la traslazione (che significa “azione di spostare” o “forma di spostamento”) e lo “spostamento”  di senso che si effettuano durante la decodificazione di un’informazione sono prese in conto [ 18 ]. Inoltre, da un punto di vista rigorosamente etimologico, il verbo tradurre viene dal latino traducere, il cui il senso si avvicinerebbe a “fare passare da un luogo ad un altro” [19] (nostra traduzione). Partendo da questa constatazione, Esteban Torre, professore di letteratura e di traduzione all’università di Siviglia, definisce la traduzione come una traslazione, una trasposizione, uno spostamento da un luogo ad un altro. Di fatto, il termine inglese per designare la traduzione è precisamente traslazione, nel quale la nozione di spostamento è molto esplicita.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabriel Pannetier Leboeuf e pubblicato sul sito Ficsum

Traduzione a cura di:
Enrico Tosi
Traduttore freelance
Bastia (Francia)

Bibliografia

12 Torre, E. (1994). Teoría de la traducción literaria [Théorie de la traduction littéraire]. 12 Torre, E. (1994). Madrid, Esp. : Síntesis.
13 Cité dans Berman, op. cit.
14 Eco, U. (2003). Dire quasi la stessa cosa : Esperienze di traduzione. [Dire presque la même chose. Expériences de traduction] Milan, It. : Bompiani.
15 Berman, op. cit., p. 136-137.
16 Ibid.
17 Ibid., p. 232.
18 Cité dans Wiesse Rebagliati, op. cit.
19 Torre, op. cit., p. 7.

Molto più che una questione di parole (3)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Seconda parte di questo articolo

La traduzione, per riscrivere il mondo
Se la traduzione è, agli occhi di alcuni, un tradimento, è percepita paradossalmente da altri come una strategia di riscrittura polifonica del mondo, cioè come un processo positivo dove i sensi e le voci si moltiplicano. Perché ogni traduzione (includendo le opere originali) sarebbe essa stessa imperfetta la maggior parte del tempo, la moltiplicazione delle traduzioni diventa possibile e perfino giustificata, come tentativi di approssimazione della realtà. Ogni traduzione, piuttosto che essere un’imitazione, costituirebbe così una versione, una riscrittura o una correzione di un testo, di un pensiero o di un avvenimento, versione che avrebbe dunque un’esistenza propria all’infuori dell’originale [7] .

Rappresenterebbe così una visione alternativa alla visione iniziale, cioè una visione che differisce dalla versione ufficiale, per non dire egemonica [8]. In questo senso, la traduzione permetterebbe di allargare le prospettive di un interlocutore, facendo in modo che  “l’originale [non sia che] una delle numerose versioni possibili [9] ” (nostra traduzione). Per esempio, gli adattamenti cinematografici del romanzo Millenium (e la loro traduzione nel linguaggio cinematografico) rappresentano in qualche modo una seconda versione di queste opere, ma nondimeno esse esistono a tutti gli effetti e hanno conosciuto un successo considerevole. Le traduzioni francesi dei racconti e dei poemi di Edgar Allan Poe da parte di Charles Baudelaire e Stéphane Mallarmé, la cui qualità letteraria è così grande che diversi lettori le hanno giudicate tanto ricche quanto la loro versione originale in inglese, forniscono altri esempi che illustrano bene questa possibilità.

Più ancora, per alcuni teorici della traduzione, l’opera tradotta, piuttosto che essere una versione diminuita, costituirebbe solo una  “rigenerazione” dell’idea iniziale che l’originale stesso tentava di esprimere. Il processo di traduzione potrebbe così dare vita ad una dimensione del testo che non appariva nella versione iniziale e che solo la traduzione permetterebbe di rivelare [10]. Secondo il teorico francese della traduzione Antoine Berman, l’obiettivo di una traduzione non è dunque di riuscire a rappresentare l’idea espressa nella parola originale, ma piuttosto di rappresentare l’idea alla quale la parola originale tentava essa stessa di avvicinarsi senza necessariamente riuscirci totalmente [11].

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabriel Pannetier Leboeuf e pubblicato sul sito Ficsum

Traduzione a cura di:
Enrico Tosi
Traduttore freelance
Bastia (Francia)

Bibliografia

7 Benjamin, W. (1968). Selected Writings: Vol. 1. 1913-1926. Cambridge, Mass. : Harvard College.
8 Levine, op. cit.
9 Baixeras Borrell, op. cit., p. 220.
10 Benjamin (1968), op. cit.
11 Berman, A. (1984). L’épreuve de l’étranger : culture et traduction dans l’Allemagne romantique. Mayenne, France: Gallimard.

Molto più che una questione di parole (2)

 Categoria: Traduzione letteraria

< Prima parte di questo articolo

La traduzione come tradimento
Il primo interrogativo che i ricercatori si pongono pensando alle implicazioni della traduzione è il seguente : il processo di traduzione impoverisce o al contrario arricchisce il senso auspicato ? Per alcuni, la traduzione appare come una rappresentazione mancata dell’idea iniziale. Secondo lo scrittore Charles Pierre Péguy, ogni traduzione, ogni spostamento, comporta necessariamente una trasformazione ed una perdita di senso rispetto all’originale, che egli qualifica di  “ deperdizione “  o “ alterazione “ [1] . Così, secondo questa concezione, sebbene una traduzione o una riformulazione possa avvicinarsi all’idea originale, non la può mai uguagliare pienamente, e ciò porta il teologo e filosofo tedesco Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher ad affermare che  “ se lettera e senso sono legati, la traduzione è un tradimento e una impossibilità [2]” .

In questo ordine di idee, è vero che esistono quasi altrettante variétà di una stessa lingua che locutori, ed una traduzione perfetta esigerebbe che ogni espressione fosse tradotta in modo diverso per ogni destinatario. Infatti, il senso dato a diverse espressioni varia probabilmente da un locutore all’altro, in modo che un discorso non vuole mai dire esattamente la stessa cosa per due individui, perché ciascuno lo analizzerà, lo codificherà e lo tradurrà in funzione delle proprie concezioni e definizioni delle parole e delle loro sfumature [3]. In questa ottica, perfino il lettore di un romanzo è un traduttore-traditore, poiché la sua comprensione personale e soggettiva filtra e modifica il senso che per lui prenderanno le parole. Infine, la realtà stessa non può essere tradotta perfettamente dalla lingua, poiché le parole riescono difficilmente a tradurre con fedeltà e precisione assoluta i pensieri di un individuo,  non più di quanto questi pensieri possano tradurre in modo esatto i concetti ai quali essi si riferiscono. Lo scrittore e teorico della traduzione George Steiner spiega questo fenomeno o questa perdita di senso come una conseguenza dello sfasamento iniziale che esiste tra linguaggio e realtà, tra parola ed oggetto [4].

Seguendo questa logica, la traduzione perfetta sarebbe impossibile, poiché la comunicazione sarebbe essa stessa un filtro insufficiente. In senso lato, ogni opera originale sarebbe alla base una traduzione, poiché essa costituirebbe una traduzione approssimativa di idee in parole. Il saggista messicano Octavio Paz afferma questo: ogni testo è unico e, simultaneamente, esso è la traduzione di un altro testo. Nessun testo  è interamente originale, perché il linguaggio stesso, nella sua essenza, è una traduzione: innanzitutto, del mondo non verbale, e poi perché ogni segno ed ogni frase sono la traduzione di un altro segno e di un’altra frase [5] (nostra traduzione). Di conseguenza, una traduzione (che sia effettuata da una lingua ad un’altra o che traduca semplicemente un’idea con delle altre parole di una stessa lingua) può difficilmente essere perfetta, poiché è essa stessa la traduzione di una traduzione o la copia di una copia [6]. In tal senso, come potrebbe una traduzione essere fedele all’originale se l’originale stesso non è fedele alla realtà?

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabriel Pannetier Leboeuf e pubblicato sul sito Ficsum

Traduzione a cura di:
Enrico Tosi
Traduttore freelance
Bastia (Francia)

Bibliografia

1 Cité dans Steiner, G. (1975). After Babel: Aspects of Language and Translation. New York, N. Y. : Oxford University Press, p. 301-302.
2 Schleiermacher, F. D. E. (1985). Traduction ethnocentrique et traduction hypertextuelle. Dans A. Berman et al. (dir.), Les tours de Babel. Essais sur la traduction (p. 48-64). Mauvezin, France : Trans-Europ-Repress, p. 59.
3 Wisse Rebagliati, J. R.(1999). El lenguaje. Dos aproximaciones [Le langage. Deux approches]. Lima, Pérou : Universidad del Pacífico, p. 31.
4 Cité dans ibid.
5 Cité dans Baixeras Borrell, R. (2007). Análisis pluridisciplinar de Tres tristes tigres para el estudio de la poética de Guillermo Cabrera Infante [Analyse pluridisciplinaire de l’étude de la poétique de Guillermo Cabrera Infante]. Barcelone, Esp. : Universitat Pompeu Fabra Press, p. 219-220.
6 Levine, S. J. (1975). Writing as translation: Three Trapped Tigers and a Cobra. MLN, 90(2).

Molto più che una questione di parole

 Categoria: Traduzione letteraria

Una buona traduzione, sebbene debba essere il più fedele possibile al testo di origine, riesce raramente ad uguagliare sotto ogni aspetto la qualità di questo, ciò sembra un’evidenza. E se tutto questo processo di traduzione non implicasse necessariamente una perdita di senso, ma aggiungesse piuttosto una seconda dimensione al testo, assente dall’originale? Per capire in quale misura un testo può giovarsi della sua traduzione, la prima tappa consiste innanzitutto nel considerare la traduzione come un fenomeno che va ampiamente oltre la linguistica, e nel constatare che si estende al contrario ad una maggioranza di operazioni della vita quotidiana, come la conversazione che hai avuto con il collega alcuni minuti fa o anche la comprensione della frase che leggi in questo momento. Messa in discussione da certe concezioni tradizionali della traduzione considerando sotto una tutt’altra angolatura questa disciplina troppo spesso limitata alla linguistica.

Tradurre: concetto conosciuto, non è vero ? Molti lo credono, eppure non c’è nulla di meno sicuro. La traduzione ha un senso più ampio che il trasferimento di informazioni da una lingua ad un’altra, e permette di aprire molteplici possibilità sul piano del senso che superano ampiamente il rapporto con il testo originale. Così, una moltitudine di definizioni distinte e talvolta contraddittorie coesistono per la traduzione. Per esempio, in seno alla stessa comunità dei traduttori e teorici della traduzione, parecchi sono in disaccordo riguardo alle distinzioni ( o riguardo all’esistenza stessa di distinzioni ) tra le nozioni di traduzione e quelle di interpretazione. Nella sua accezione scientifica la più ampia, la traduzione può essere concettualizzata come un atto interpretativo che permette di presentare diverse versioni valide della realtà proponendo una riscrittura ed una riappropriazione delle nozioni che si cerca di tradurre. Ora, cosa implica realmente la traduzione ?

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Gabriel Pannetier Leboeuf e pubblicato sul sito Ficsum

Traduzione a cura di:
Enrico Tosi
Traduttore freelance
Bastia (Francia)