Lost in “Trumpslation” (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Trasmettere un’impressione in un’altra lingua
Il processo di traduzione implica la trasposizione delle parole ma, soprattutto, di un modo di pensare, di una personalità per «trasmettere al lettore la stessa impressione e suscitare la stessa riflessione del lettore originale». Il vocabolario estremamente scarno di Trump obbliga colui che ha il compito di trasmettere il suo discorso in un’altra lingua a trovare degli stratagemmi per enfatizzare la sua dichiarazione. Bérengère Viennot parla di un vocabolario monopolizzato da iperboli. «Great» viene utilizzato ben 45 volte nell’intervista al New York Times, seguito da «tremendous», «incredible», «strong» e «tough». Tali aggettivi possono essere tradotti in francese in diversi modi con conseguenti molteplici gradi di correzione. Ecco l’esempio di una dichiarazione: « I mentioned them at the Republican National Convention! And everybody said: “That was so great.” » Bérengère Viennot ha preso la decisione di utilizzare un registro famigliare e tradurre con « stato fantastico». «Dovevo tradurre l’espressione di un entusiasmo puerile e soddisfatto e, quindi, se avessi scelto di tradurre con: “E il mio discorso ha fatto l’unanimità.” Il significato sarebbe stato lo stesso ma avrei trasmesso una fittizia forma d’espressione del locutore.»

Strategia di campagna o pensiero limitato?
Per constatare l’importanza della scelta del registro la traduttrice rievoca l’esempio del comunista George Marchais, un classico prototipo nel mondo della traduzione: nell’URSS la traduzione dei suoi discorsi era affidata solamente ad un interprete dal «linguaggio raffinato». Ciò ha permesso di trasmettere un’immagine elegante, in totale disaccordo con quella riconosciuta in Francia. Ecco la grande responsabilità del traduttore giornalistico, che Bérengère Viennot descrive più dettagliatamente della rivista letteraria Los Angeles Review of Books, pochi giorni dopo la nomina del presidente Trump. Non si tratta solamente di parole ma di un’immagine trasmessa da un uomo politico, divulgata consciamente da quest’ultimo o meno. Ecco il dilemma del traduttore: scegliere di tradurre Trump esattamente nel modo in cui si esprime e lasciare ai lettori francesi un discorso poco comprensibile e di scarsa qualità? Oppure ristrutturare la sintassi e prendere il rischio di lasciar credere che Trump si esprima con normalità come un uomo politico qualunque? Come spiega la traduttrice in Slate, utilizzare un vocabolario semplice per colpire la gente e distinguersi dall’élite politica considerata sconnessa dalla realtà sarebbe potuta essere una strategia «valida» durante la campagna. Ma «nel caso di Trump non si trattava di una strategia: è, dunque, evidente che il suo vocabolario scarno traduce delle concezioni limitate e circoscritte.»

Fonte: Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017 sul blog Big Browser a cura della redazione de “Le Monde”

Traduzione di:
Giulia Cazzola
Traduttrice specializzata Francese-Italiano
Bordeaux (Francia)

Lost in “Trumpslation”

 Categoria: Tecniche di traduzione

Tradurre l’uomo nella sua reale forma d’espressione o ristrutturare la sintassi creando un’illusoria impressione di un’ordinaria eloquenza?

Lo scorso dicembre Bérengère Viennot ha confidato a Slate le numerose difficoltà riscontrate nel tradurre Donald Trump in francese: le «dichiarazioni shock», i «tweets assassini» e i discorsi pubblici pre e post elezioni «di facile comprensione» ma estremamente poveri dal punto di vista lessicale rendono il lavoro del traduttore assai complicato. La scorsa primavera un famoso studio,realizzato dall’università Carnegie Mellon negli Stati Uniti, aveva rivelato che il livello grammaticale dei discorsi di Donald Trump poteva essere collocato al di sotto dei parametri della scuola media superiore. Bérengère Viennot riporta come esempio l’intervista accordata al New York Times lo scorso novembre.

Dal suo punto di vista, quando Donald Trump si esprime improvvisando, senza un discorso scritto in precedenza, esso «si aggrappa disperatamente ad alcune parole presenti nella domanda posta senza riuscire a formulare una risposta precisa». Esempio: il Capo Redattore Dean Baquet lo interroga sui discorsi tenutasi durante la campagna con scopo di «galvanizzare» («energize») l’estrema destra.

La sua risposta: «Non credo, Dean. Prima di tutto non voglio galvanizzare il gruppo. Il mio obiettivo non è quello di galvanizzarli. Non voglio galvanizzare il gruppo, al contrario voglio rinnegarlo. Non so se la colpa sia dei giornalisti. Non so dove fossero quattro anni fa, con Romney, Mc Cain e tutti gli altri, non lo so, non avevo nessun elemento di paragone. Ma non è un gruppo che voglio galvanizzare e, se sono galvanizzati, voglio capire il perché.»

Questo esempio evidenzia il fatto che Donald Trump, tenendo conto delle difficoltà che tutti possono riscontrare nell’improvvisazione di una risposta, si accontenta di «ripetere in continuazione le stesse parole e gli stessi concetti.»

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 19 gennaio 2017 sul blog Big Browser a cura della redazione de “Le Monde”

Traduzione di:
Giulia Cazzola
Traduttrice specializzata Francese-Italiano
Bordeaux (Francia)

Lavoro da un solo cliente: è un problema? (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Gli altri rischi di avere un cliente principale sono:

  • la richiesta di abbassare le tariffe, nonché la preoccupazione di veder diminuire i propri ricavi qualora si accettasse o quella di perdere il cliente in caso di risposta negativa;
  • l’improvvisa riduzione del carico di lavoro, se il tuo cliente principale è un’agenzia che perde il cliente per cui lavori solitamente;
  • l’acquisizione di un’eccessiva familiarità con quel determinato cliente, per cui materiali pubblicitari e piani di marketing non vengono più aggiornati in quanto il cliente si sente al sicuro;
  • la perdita del cliente, se questo fallisce, si ritira o il tuo contatto principale ti molla, ecc.

Cosa fare quindi? Ecco alcuni suggerimenti.

  • Se hai un cliente principale, assicurati che sia una decisione consapevole e ponderata. C’è una bella differenza tra pensare “voglio che l’80% dei miei ricava provenga da questo cliente per le ragioni X, Y e Z” e “Cavoli… Quanto ho guadagnato da questo cliente quest’anno?? E ora fallisce?”
  • Metti da parte qualcosa per la tua attività. Quando ho perso il mio cliente principale non sono andata nel panico. È stato un peccato perché mi piaceva il loro lavoro, ma sapevo che potevo recuperare qualche soldo dai miei risparmi, qualora ce ne fosse stato il bisogno (in quanto mi ero imposta di mettere qualcosa in quel fondo per momenti come questo). Il fondo per le emergenze ti può salvare dal dilemma di cui vi ho scritto prima, cioè quando ti senti intrappolata in una di quelle spiacevoli situazioni in cui un cliente non vuole stare alle tue tariffe.
  • Elabora un piano B. Se domani il tuo cliente principale ti abbandona, che fai? Hai tutto il tuo materiale pubblicitario in ordine? Con che tipo di cliente vorresti rimpiazzarlo? Cosa faresti per ricostruire da zero l’80% del tuo carico di lavoro?
  • Se il tuo cliente principale è un’agenzia, fai attenzione alla provenienza del lavoro. Proviene da un singolo cliente finale o da più clienti finali? Se proviene da uno solo, sei doppiamente a rischio perché sei soggetto non solo alle vicissitudini dell’agenzia ma anche alla sua potenziale perdita del cliente finale. Se invece lavori per diversi clienti finali allora le cose saranno un pochino meno rischiose.

In conclusione: non sono del tutto contraria all’idea di avere un cliente principale ma dev’essere una decisione risoluta e consapevole. Prima di tutto avrai bisogno di un fondo di emergenza per poterti rimettere in sesto nel caso in cui perdessi il cliente e in secondo luogo dovrai elaborare un piano per trovare un nuovo progetto qualora succedesse.

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKaye e pubblicato il 3 febbraio 2017 sul blog Thoughts on Translation

Traduzione a cura di:
Utmos Translation Team
Translation unit freelance EN/ES/FR> IT
Roma

Lavoro da un solo cliente: è un problema?

 Categoria: Servizi di traduzione

“Ricevo troppo lavoro da un solo cliente, dovrei preoccuparmi?”

Questa è una domanda che ho sentito pronunciare spesso dai traduttori freelance, specialmente da coloro che lavorano per conto di agenzie. È un problema che il 50%, il 60% o addirittura l’80% dei ricavi provenga da un singolo cliente? Da una parte,chi ha un lavoro retribuito e a tempo pieno riceve il 100% dei propri ricavi da un solo “cliente”, il proprio datore di lavoro. E di questi tempi, molti lavori retribuiti non sono poi così tanto più costanti rispetto al lavoro di un freelance. Il traduttore stipendiato potrebbe essere licenziato con poco preavviso e liquidazione minima e addirittura senza alcuno stipendio. In un mondo ideale si avrebbero 20 clienti e ognuno costituirebbe il 5% dei ricavi, in modo tale da diversificare il lavoro. Ma il mondo reale dei freelance non gira sempre così.

A volte si lavora con clienti che commissionano un’infinità di lavori importanti, che pagano bene e con i quali è facile collaborare; non è dunque insensato lasciare che diventino i clienti principali. Inoltre, un minor numero di clienti significa meno tempo da dedicare alle fatture. È necessario conoscere le procedure dei clienti, al fine di ridurre i tempi di contrattazione delle tariffe e delle scadenze, di capire le preferenze stilistiche del cliente, ecc. Dall’altra parte, avere un cliente principale può essere fonte di problemi. Voglio condividere con voi quello che mi è successo l’anno scorso.

Ho iniziato nel 2010 la traduzione di piccoli progetti per conto di un cliente diretto e, con il passare degli anni, la mole di lavoro è aumentata parecchio. Non si trattava di un cliente principale però era comunque un cliente importante. Poi un bel giorno (riuscite a sentire l’inquietante musichetta in sottofondo?), ho ricevuto un’e-mail da parte del cliente che mi informava del fatto che aveva trovato per una posizione part-time un parlante madrelingua inglese che aveva lavorato anche come traduttore; così aveva deciso di assumere quella persona a tempo pieno e includere la traduzione tra le varie mansioni da svolgere. Quindi, letteralmente da un giorno all’altro,sono passata da lavori a quattro zeri a lavori da poche centinaia di dollari all’anno (quando il traduttore in-house era pieno di lavoro o non disponibile).

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Corinne McKaye e pubblicato il 3 febbraio 2017 sul blog Thoughts on Translation

Traduzione a cura di:
Utmos Translation Team
Translation unit freelance EN/ES/FR> IT
Roma

Le difficoltà traduttive

 Categoria: Problematiche della traduzione

“E’ facile essere traduttore: basta comprendere l’inglese, no?”… Niente affatto, non ci si inventa traduttori dopo un soggiorno all’estero e sì, è molto più semplice leggere un menù in un ristorante di Madrid che tradurre. Sarebbe ora di sfatare questi miti relativi alla pratica della traduzione. Tradurre significa trasmettere intenzioni, sentimenti, messaggi impliciti osservando le sfumature di significato, l’accuratezza e l’eleganza della lingua. Tradurre vuol dire anche comunicare e a volte significa essere poeta, antropologo e linguista, altre volte psicologo e scrittore.  Allora facciamo il punto su alcune delle principali difficoltà legate alla bellissima professione del traduttore.

La polisemia
Non è detto che un termine di uso comune sia semplice da tradurre. Soffermiamoci sull’America latina. Come si fa ad essere un buon traduttore in quest’area del pianeta, quando persino una parola di base come “fresa” (“fragola” nella maggior parte dei paesi di lingua spagnola) definisce  un figlio di papà del Messico, un omosessuale in Colombia,  una persona presuntuosa in Ecuador, mentre in Argentina questo frutto delizioso è semplicemente “una frutilla” (letteralmente “un piccolo frutto”)? Peggio ancora “el chuco”: è una prigione in Cile, un cane in Messico e un animale di compagnia qualsiasi in Spagna. In Venezuela, se vi chiamate “Jesύs” (nome tipico ispanico), vi soprannomineranno Chuco; in Guatemala i “chuchos” sono dei buongustai e in Honduras sono persone avare. Ciò dimostra che molte parole sembrano insignificanti ma in realtà hanno diverse connotazioni.

I falsi amici
Parliamo dei famosi falsi amici. Come possiamo dare fiducia a qualcuno che chiama il pericolo “azzardo” e l’azzardo “chance”? I falsi amici sono proprio questi termini che si traducono a priori letteralmente, ma che in realtà hanno tutt’altro significato. In Gran Bretagna, vi consiglieranno di rivolgervi a un fisico quando sembrerete pallidi e non comprerete un berretto se avrete un’insolazione. Quanto agli Stati Uniti, non stupitevi se  il giorno della consegna dei diplomi sarete invitati alla cerimonia di “Commencement”, così viene chiamata la consegna dei diplomi.

I giochi di parole e le battute
Tuttavia il peggior incubo del traduttore è rappresentato dai giochi di parole. E bisogna ammettere che alcune lingue, tra cui l’inglese ne fanno un uso eccessivo. A questo proposito, il traduttore dispone di pochi metodi per preservare l’essenziale: allora deve necessariamente ricorrere alla propria immaginazione. Se le battute fanno ridere nella maggior parte dei casi è perché riguardano la cultura. È in questi casi che entra in scena il lato comico del traduttore (e non è un gioco di parole). Spetta proprio al traduttore il compito di ritrovare l’equivalente culturale in base ai singoli destinatari, senza allontanarsi troppo dalla battuta originale. Ad esempio, osserviamo lo slogan originale di Haribo: “Haribo macht Kinder froh, und Erwachsene ebenso”, letteralmente significa: “Haribo rende felici i bambini e anche gli adulti”. Dalla rima tra froh e ebenso è nato lo slogan francese: “ Haribo c’est beau la vie, pour les grands et les petits!” e quello italiano: “Haribo è la bontà, che si gusta ad ogni età.” Purtroppo non esiste la traduzione perfetta e può accadere che il traduttore debba ricorrere a una spiegazione, a discapito dell’aspetto comico.

Dunque, è davvero così semplice la traduzione?

Fonte: Articolo scritto da Gaelle Hardy e pubblicato il 24 agosto 2016 su Cultures Connection

Traduzione a cura di:
Jessica Mele
Dottoressa in Lingue e Letterature Moderne
Salerno

I benefici di imparare una seconda lingua (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Il multitasking viene più naturale
Uno studio dell’università statale della Pennsylvania ha riscontrato che una persona bilingue riesce ad avere prestazioni migliori rispetto a una monolingue nel gestire più progetti simultaneamente. È più naturale per una mente bilingue eliminare rapidamente le informazioni irrilevanti e concentrarsi solo su ciò che è importante. I ricercatori hanno individuato le basi di questa sviluppata capacità nel modo in cui la mente bilingue si destreggia tra i due linguaggi: la trattativa interiore necessaria per parlare funge da “palestra mentale”, allenando la mente a percepire e valutare rapidamente le priorità.

Prendere decisioni è più semplice in una lingua straniera
I ricercatori dell’università di Chicago hanno scoperto che utilizzare una lingua straniera per valutare i pro e i contro di una decisione permette di pensare in maniera più razionale e con meno pregiudizi. Sorprendentemente, l’utilizzo di una lingua straniera riduce anche la repulsione nei confronti della sconfitta. I ricercatori attribuiscono questi effetti al fatto che la lingua straniera consente di mantenere una maggiore distanza emotiva e cognitiva nel valutare i rischi di una decisione.

La memoria è più protetta
Uno studio condotto in Lussemburgo ha dimostrato che coloro che parlano più di due lingue hanno un rischio inferiore di sviluppare problemi di memoria come l’Alzheimer e la demenza. Infatti, il multilinguismo avrebbe “un effetto protettivo sulla memoria negli anziani che hanno utilizzato lingue straniere nella loro vita o a scuola”. Questo beneficio potrebbe essere esponenziale, dato che il rischio di malattie legate alla memoria è ancora più basso in coloro che parlano fluentemente quattro o più lingue.

La mente acquisisce maggiori dimensioni
Uno studio del 2014 intitolato “L’età in cui si impara una lingua modella la struttura cerebrale” ha riscontrato che lo spessore della corteccia cerebrale(normalmente associato a una maggiore intelligenza) delle menti bilingue si modifica solamente quando l’apprendimento di una seconda lingua avviene dopo che è stata acquisita competenza nella prima. Più tardi si impara una seconda lingua, più grande è l’effetto sulla struttura cerebrale, secondo questo studio. Inoltre, le persone bilingue che usano frequentemente entrambi gli idiomi potrebbero avere più materia grigia nelle regioni della mente responsabili dell’attenzione, dell’inibizione e della memoria a breve termine, secondo uno studio recente della Georgetown University Medical Center.

Fonte: articolo scritto da Richelle Szypulski, pubblicato il 2 febbraio 2017 in Travel and Leisure

Traduzione a cura di:
Cristina Tormen
Traduttrice editoriale
Bologna

I benefici di imparare una seconda lingua

 Categoria: Le lingue

Imparare una seconda lingua fa bene al cervello
Il desiderio di imparare una seconda lingua nasce spesso dalla volontà di vivere un’esperienza più completa quando siamo all’estero. Quando si viaggia in un paese la cui lingua è diversa dalla propria, le applicazioni online per la traduzione possono essere utili solo fino a un certo punto. Ci permettono di decifrare un menù, ma non necessariamente di iniziare una conversazione con il nostro cameriere. Una conoscenza fluente della lingua locale permette di aumentare il proprio potenziale di scoperta.  Imparare a parlare una seconda lingua può senz’altro essere ostico, questo perché alleniamo la nostra mente a fare qualcosa di molto più complesso che imparare a memoria nuovi termini e la loro corretta pronuncia; ampliamo la nostra capacità di ragionare, in diversi modi.

Il bilinguismo porta benefici che vanno oltre la capacità di chiedere indicazioni o di ordinare un caffè senza ricevere per sbaglio un vassoio di paste (incidente felice comunque, no?).

La mente dei poliglotti opera in maniera diversa rispetto a quella dei monolingui. L’utilizzo frequente di una seconda lingua affina diverse capacità cognitive, e pare che ci faccia addirittura apparire più attraenti. Ci sono migliaia di possibilità per acquisire nuove competenze linguistiche: iscriversi a un corso, scaricare un’applicazione come ad esempio Duolingo, o provare dei software più intensivi, come Rosetta Stone (che al momento sta offrendo lo sconto del 40% sul pacchetto completo fino a febbraio 2017). Per ciascuna di queste opzioni la chiave del successo è l’impegno. Esercitarsi costantemente, anche solo per un quarto d’ora al giorno, permette già di vedere i primi benefici che accompagnano l’apprendimento di una seconda lingua.

L’attenzione migliora, e molto velocemente
Non è una scusa valida per arrendersi non appena le coniugazioni verbali iniziano a spaventarci, ma la ricerca ha dimostrato che è sufficiente un periodo breve di apprendimento di una lingua per aumentare l’agilità mentale. Uno studio dell’Università di Edimburgo del 2016 ha esaminato 33 studenti tra i 18 e i 78 anni che hanno preso parte a un corso di gaelico scozzese di una settimana. I risultati hanno dimostrato un miglioramento in diversi aspetti della lucidità mentale (indipendentemente dall’età) maggiore rispetto a quello di un gruppo di studenti di un corso non linguistico e di un gruppo che non ha preso parte ad alcun corso.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Richelle Szypulski, pubblicato il 2 febbraio 2017 in Travel and Leisure

Traduzione a cura di:
Cristina Tormen
Traduttrice editoriale
Bologna

Il latino: lingua ufficiale della UE? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Nicola Gardini mette in rilievo la figura di Seneca. E si congratula della gioia che ci ha conferito il maestro stoico. Sia nella forma trasparente della sua letteratura, sia nelle sfumature concettuali. Vivere il presente –sebbene il carpe diem sia di Orazio-, evitare la superstizione della speranza, godere di ciò che si ha piuttosto di frustrarsi a causa di quello che non si ha. “Il latino di Seneca”, scrive Gardini, “è il riflesso diretto della sua lucidità e della sua propensione alla sintesi, va diretto al nocciolo delle questioni, senza complicazioni, senza alzare la voce. Un latino spontaneo. Il latino di chi medita e di chi trasforma le idee in regole di vita”. È il perfetto antagonismo all’ampollosa retorica di Cicerone, sebbene Gardini non la rimproveri. Al contrario, le attribuisce un valore molto superiore all’artificio linguistico. Afferma che Cicerone dice cose adeguate con una forma adeguata. E che la sua oratoria è una scienza di emozioni, ma anche lo strumento grazie al quale si scorpora tutto un sistema di valori. “Parlare bene è una filosofia.  Scrivere bene è una forma di fare il bene. E Cicerone lo ha dimostrato, esponendo la sua stessa eloquenza al servizio di una società minacciata dalla tirannia. Fu il nemico giurato di qualsiasi dispotismo e fu un eroico portavoce del Senato. La sua arma era una parola: libertas ”( libertà, nel caso in cui ci fosse bisogno della traduzione).

Tornare al latino, secondo il parere di Gardini, non sarebbe né una regressione né una stravaganza anacronistica, bensì una risorsa dell’Europa per riconoscersi nella sua identità e nella lingua che l’ha strutturata nella sua idiosincrasia civilizzatrice. Scrivere e parlare in latino ci renderebbe delle buone persone, come Cicerone. E oscene, come Catullo. E commoventi, come Virgilio. E profondi, come Lucrezio, sebbene tale monumento della lingua latina non sarebbe mai nato senza l’evangelizzazione di Catone (234-149 a.C.) e di Plauto (250-184 a.C.). Sono stati loro a fissare le colonne della lingua, a predisporre il primo alito di un prodigio sopravvissuto molto più del suo tempo e del suo spazio.

Lo dimostrano le cerimonie pontificie e gli “schiaffi” che diamo al dizionario latino (de motu propio, a grosso modo, el quiz de la cuestión..), così come l’adesione alla lingua che fece distinguere nel corso dei secoli Petrarca, Milton, Ariosto, Tommaso Moro, ma anche Rilke, Montale, Beckett, Joyce o Jorge Luis Borges. “Non senza una certa vanagloria, avevo cominciato a quei tempi lo studio metodico del latino”, scrisse il saggio argentino. Gardini evoca la frase all’inizio del suo saggio. O bisognerebbe dire nell’incipit, dato che qualunque libro è pieno di espressioni o abbreviazioni latine (circa, sic, op. cit.), come le briciole di pane che il professore italiano ha lasciato cadere davanti a noi per proseguire il cammino fino alla “pienezza culturale” e la resistenza ciceroniana. “Bisogna studiare il latino”, conclude Gardini, “non solo per il piacere di farlo, ma anche per educare lo spirito, per offrire alle parole tutta la forza trasformatrice che vive in esse”. E per capirsi con un prete tedesco buttato sulla strada con la macchina guasta. E dirgli: “Desolatus”.

Fonte: Articolo scritto da Rubén Amón e pubblicato il 9 Febbraio 2017 sulla sezione “Cultura” del quotidiano El País.

Traduzione a cura di:
Michela  Pusceddu
Dottoressa in Lingue e Letterature Straniere
Milano

Il latino: lingua ufficiale della UE?

 Categoria: Le lingue

Il successo editoriale di un professore italiano dimostra che la lingua fondativa della cultura europea gode di buona salute e potrebbe risorgere come tema identitario per un continente che sta vivendo un periodo di sfiducia e immobilismo.

Una delle scene più colorite del film Il sorpasso (Dino Risi, 1962) riguarda il passaggio in cui alcuni sacerdoti tedeschi fermano l’Alfa Romeo decapottabile in cui viaggiano Vittorio Gassman e Jean-Luis Trintignant. Si è guastata la macchina, hanno bucato, hanno bisogno di un cric, ma non sanno come spiegarlo ai loro interlocutori. Ed è così che uno dei preti decide di farlo in latino: “Elevator nobis necesse est”. Trintignant, che è francese, spiega il problema a Gassman, che è italiano, ma non può soddisfare il bisogno urgente dei religiosi. E risponde in modo chiaro: “Non habemus gato, desolatus”. La scena illustra con chiarezza il vincolo del latino nella cultura occidentale. La sua forza come prova di comunicazione. E perfino il suo valore identitario nella tradizione del continente, in ancora di più ora che le pressioni di Trump e Putin hanno spronato una sorta di reazione e di orgoglio. L’inglese predomina sulle altre lingue ed è la più diffusa nei piani scolastici. Il problema è che identifica anche un sabotaggio, il sabotaggio della Brexit. E che potrebbe sconvolgersi, fino all’azione estrema di convertire il latino nella lingua egemone dell’Unione Europea. Fino a tollerare anche espressioni così macaroniche come il “desolatus” di Gassman.

L’idea, la provocazione, nasce da un professore italiano, Nicola Gardini, e dalla celebrità – febbrile – che ha ottenuto nel suo Paese un saggio, un libro, concepito, in realtà, senza le benché minime ambizioni commerciali. Ha ottenuto tale successo come se la società pretendesse un esercizio retrospettivo di autostima verso una lingua che è troppo viva per essere considerata morta. La LOMCE spagnola (2013), per esempio, lo ha abilitato nuovamente come materia fondamentale e obbligatoria della maturità, ma il latino rappresenta anche un veicolo di comunicazione straordinario nell’ambito del diritto, della medicina, della filosofia, della liturgia religiosa, dell’esercito, dell’ingegneria, dell’architettura e del linguaggio quotidiano. Diciamo motu proprio, quid pro quo, de facto, ergo, ex profeso o in extremis, forse non troppo coscienti del fatto che stiamo evocando una pietra miliare e fondativa della cultura europea, il cui respiro è ancora capace di far comunicare sull’asfalto un prete tedesco e un latin lover italiano. È il contesto in cui è risultata provvidenziale la pubblicazione di “Viva il latino, storie e bellezza di una lingua inutile“.

L’iniziativa di Garzanti Editore presenta otto edizioni, e il titolo non ha bisogno di traduzione in spagnolo, proprio per la radice comune della lingua. E perché la Spagna fu uno dei territori più fertili della romanizzazione e anche tra i più dotati nell’esportazione di talenti all’impero. Non tanto per le figure di Adriano o Traiano nella lista degli imperatori, bensì per l’entità dei filosofi e degli scrittori che contribuirono ad arricchire il latino.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Rubén Amón e pubblicato il 9 Febbraio 2017 sulla sezione “Cultura” del quotidiano El País.

Traduzione a cura di:
Michela Pusceddu
Dottoressa in Lingue e Letterature Straniere
Milano

Il difficile mestiere del traduttore

 Categoria: Traduttori freelance

Fare il traduttore può spesso apparire come il lavoro ideale: lavorare dove, quando e come si vuole (anche in pigiama!), poter gestire autonomamente i propri tempi, leggere libri in anteprima, guadagnarsi da vivere comodamente seduti al computer, svolgere un lavoro appassionante e interessante. Tutte cose verissime. Eppure quello del traduttore non è certo un lavoro perfetto, a volte, la sua vita può essere davvero dura. Perché? Ecco qua:

1) Lavorare dove si vuole, tipo da casa, è un bel vantaggio certo, ma… quando il postino suona nel bel mezzo di un passaggio complicato? Quando in casa guardano la televisione o ascoltano musica a tutto volume e la concentrazione sfugge in ogni momento?

2) Lavorare da soli sì, che bello, potersi organizzare il proprio tempo, però bisogna anche saperselo organizzare. Evitare distrazioni ma comunque sapersi porre dei limiti. Insomma, non bisogna distrarsi ma neanche andare avanti a oltranza. È necessario imparare a un certo punto a spegnere il computer. Solo così un traduttore potrà avere una vita “normale”.

3) Le prove da superare non finiscono mai. Per lavorare con una nuova casa editrice o agenzia di traduzione ci sarà sempre un test di traduzione da affrontare. È comprensibile. Ma, pur facendo un ottimo lavoro, non è detto che il test andrà bene, ci potrà infatti essere sempre qualcuno con più esperienza o con tariffe più basse che verrà preferito.

4) Il pagamento, altro tasto dolente. La maggior parte dei clienti chiede il classico lavoro fatto “per ieri” eppure i pagamenti spesso tardano ad arrivare, soprattutto quando si parla di clienti privati. Ecco dunque che arriva a un certo punto il momento di sollecitare il pagamento per il lavoro svolto, magari già da qualche mese. C’è chi è più bravo in queste cose e chi lo è meno. Ad ogni modo è una vera scocciatura.

5) La sfida della traduzione in sé stessa è, per la maggior parte delle volte, davvero stimolante per chi questo mestiere lo fa con vera passione. A volte però il compito di riportare un concetto in una lingua diversa dall’originale si fa davvero arduo. La preparazione linguistica da sola non basta, ad esempio, per tradurre giochi di parole, slogan o battute divertenti, ciò che serve è una grande creatività e una profonda conoscenza delle due culture.

6) E comunque, per essere un traduttore, non basta “conoscere le lingue”, bisogna avere anche una grande padronanza della propria lingua madre (quella verso cui si traduce), bisogna costantemente aggiornarsi e mai sospendere la propria formazione. In questa professione non si può mai dire di essere arrivati. Ci sarà sempre qualcosa in più da imparare.

7) Il tutto deve poi essere fatto nel rispetto dell’autore, del suo stile, delle sue intenzioni. Il traduttore c’è, ma quello più bravo è quello che non si vede, quello che riesce a farsi invisibile. Quindi, se è davvero bravo probabilmente il suo lavoro certosino non verrà nemmeno notato.

Diciamocelo dunque, quello del traduttore è un mestiere davvero difficile, eppure pieno di tutte le cose più belle che la vita ha da offrire: sfide, parole, storie, creatività, conoscenza, nuovi mondi. Quindi, probabilmente – anzi, sicuramente – ne vale la pena!

Autrice dell’articolo:
Eleonora Tedeschi
Traduttrice, editor, giornalista
Firenze

La traduzione…in attesa di più tradimenti (5)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Che cosa rimane, quindi, dell’”universale”? O in altre parole: che cosa può farci rimanere nell’universale dopo ciò che ha detto Barbara Cassin sulla questione teorica più spinosa e difficile, la questione della rivelazione della fragilità delle sue origini greche monolingue? Perché ci appelliamo ad esso dopo che è stato fatto cadere dalle sue altezze ed è diventato ciò che sta dietro la globalizzazione? E non è conveniente che noi miriamo alla sua frammentazione, alla distribuzione dei suoi significati tra le lingue e che apriamo davanti ad ogni lingua la possibilità di liberarsi da esso? Non è meglio che ci fermiamo in una zona “tra-tra” per ampliare le direttrici di ricerca e gettare le fondamenta della molteplicità? Queste sono le domande essenziali che è inevitabile porre cercando di rispondervi con l’allontanamento dell’universale dalla sua “superbia”, facendolo uscire dal monolinguismo e dalla limitatezza della sua visione.

Nel suo libro Elogio della traduzione Barbara Cassin congiunge le due estremità nel mondo, l’antico greco chiuso nel monolinguismo e il mondo moderno che mostra di accogliere il multilinguismo e che presuppone maggiore ibridità. Riunendo il vecchio e il nuovo, Barbara Cassin tocca un tasto dolente per proclamare la necessità di liberare la traduzione dal “peccato del tradimento” e dal giogo di un pensiero passato e chiuso in se stesso. Inoltre ricorda che la lingua – quando si situa al crocevia delle civiltà e nel massimo rischio di resa del significato – si astiene dall’essere un semplice strumento di informazione e mezzo di comunicazione e si rivela suo malgrado (o meglio con la volontà dei suoi parlanti) un’arma di dominio e potere. Con questa logica, sta al traduttore essere il perfido traditore…schierandosi al fianco della molteplicità di significati con l’apertura a ciò che va oltre il noto e il diverso. Nella traduzione, in verità, non ci sono significati impossibili da tradurre, ci sono solo significati che non dobbiamo rinunciare a tradurre…nell’attesa di più tradimenti consapevoli, di più tradimenti belli!

Fonte: articolo scritto da Sahby al-Alany e pubblicato il 23 dicembre 2016 sul sito arabo alaraby.co.uk

Traduzione dall’arabo all’italiano a cura di:
Laura Serraino
Dottoressa magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale
Traduttrice AR>IT -  EN>IT
Cantù

La traduzione…in attesa di più tradimenti (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Nell’articolo di ieri abbiamo elencato (ndr) le domande più importanti che Barbara Cassin ha proposto sulle categorie fondamentali del pensiero occidentale. Per capire più approfonditamente i motivi che l’hanno portata a questa visione, è inevitabile ricordare che l’autrice del libro ha vissuto un’esperienza nella traduzione del tipo più difficile che possa provare una persona specializzata, come è lei, nei campi della filosofia e della filologia. Tra il 1993 e il 2000 ha realizzato un’opera, pubblicata poi nel 2004, con più di 1500 pagine alla cui stesura hanno partecipato oltre cento ricercatori universitari. Questo lavoro ha un titolo non privo di stranezza: Il dizionario europeo della filosofia-un dizionario intraducibile e l’aspetto strano in esso è l’ammissione sincera dell’autrice sull’impossibilità di spostare molti concetti da una lingua a un’altra senza che si parli di “crepe” profonde nel significato, rendendo il “tradimento” un fatto reale, inevitabile. Tuttavia gli aspetti di stranezza nel “dizionario” che Barbara Cassin cita nel suo nuovo libro Elogio della traduzione rappresentano alcune direttrici che percorrono quest’ultimo e non solo. Ci basterà indicarne tre.

In primo luogo il campo linguistico europeo di cui si occupano gli autori del “dizionario” non si limita ai confini dei paesi che oggi formano lo spazio politicamente conosciuto come “Unione europea” e dunque i concetti che si sono diffusi in Europa in secoli di sforzo intellettuale e teoria filosofica non sono puramente europei, anzi ci sono concetti con radici arabe, ebree, russe, ucraine e svedesi.

In secondo luogo, l’Europa che è riuscita o era sul punto di realizzare la sua unità attraverso la fondazione dell’Unione, non si è accordata completamente nel “riunire” i suoi discorsi e “unificare” la sua visione. E nonostante la struttura ufficiale dell’Unione e i suoi testi fondamentali siano riconosciuti in molte lingue usate dai popoli che vi appartengono, la verità oggettiva e la realtà svalutano questa “illusione”. A livello di produzioni intellettuali e filosofiche il greco antico continua a occupare i cuori e le menti, pur non avendo  alcuna autorità. Anche se molti intellettuali e filosofi hanno provato a superare la presenza del greco, si ritrovano ora sotto l’influenza della lingua tedesca che si è fatta luce con il suo ruolo di “potere” e “strumento di dominio” attraverso l’influenza del filosofo Martin Heidegger (1889-1976). Per quanto riguarda il modo in cui vengono trattate le lingue oggi all’interno  delle istituzioni dell’Unione, è la lingua inglese che si è appropriata della maggioranza assoluta e del dominio palese a spese delle altre lingue europee.

In terzo luogo – e ciò fa progredire la stranezza e le sue manifestazioni a un livello di disorientamento e sorpresa – la lingua inglese che tutti pensano monopolizzi gli ingranaggi dell’Unione europea e di tutti gli altri organi delle Nazioni Unite non ha, secondo l’opinione di Barbara Cassin, niente a che fare con la vera lingua inglese, anzi questo fatto arreca più danni che benefici alla lingua di Shakespeare. La versione di inglese utillizzata in questi ambiti non è che un insieme di espressioni ibride consacrate dagli esperti di finanza e business con il fine di ottenere piani di finanziamento da questa o quella istituzione europea o internazionale. Per questo motivo Barbara Cassin, nella sua descrizione delle relazioni tra le lingue europee nell’ambito della traduzione, preferisce non parlare di “dominio” della lingua inglese, ma di ciò che chiama dominio del “glo-bish”. E “glo-bish” non è che una parola creata per richiamare astutamente da una parte (glob) la globalizzazione e dall’altra, anzi nell’ultima parte, ciò che rimane della lingua inglese (ish) che noi pensiamo lingua di un popolo intero (English).

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Sahby al-Alany e pubblicato il 23 dicembre 2016 sul sito arabo alaraby.co.uk

Traduzione dall’arabo all’italiano a cura di:
Laura Serraino
Dottoressa magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale
Traduttrice AR>IT -  EN>IT
Cantù

La traduzione…in attesa di più tradimenti (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Secondo Barbara Cassin tutti questi intellettuali non sono solo dei nomi nelle pagine della storia, anzi rappresentano gli esponenti più significativi perché hanno vissuto quella che lei chiama l’”esperienza tra-tra”, un’esperienza tra le più dure e difficili in cui si possa addentrare un traduttore quando, trovandosi tra due lingue, non riesce a far piegare una di loro verso l’altra, ma non esita a tradire, trionfante, questa o quella lingua. Forse l’elemento più importante che cattura la nostra attenzione nei primi capitoli del libro è che Barbara Cassin si considera erede dell’esperienza più dura e difficile, ma non propone i suoi pensieri e le sue posizioni sulla base del fatto che sono un’alternativa o una delle forme della “salvezza della traduzione” attraverso la “fedeltà al significato”, anzi è il contrario ciò a cui lei ambisce e che mira a fondare attraverso l’invito alle “traduzioni indecise” al posto delle “traduzioni rassicuranti”. Questa è l’essenza di ciò che lei chiama “molteplicità dell’universale”.

Nel tracciare l’origine di ciò che chiama “traduzioni indecise” Barbara Cassin ricorda la realtà linguistica che era dominante in Grecia al tempo della fondazione del discorso filosofico e nota che gli antichi Greci (coloro che sono riconosciuti nel mondo come “padri del pensiero”) non sono stati, assolutamente, tra i popoli plurilingue, anzi sono rimasti per molti secoli in una condizione monolingue che ha consolidato la fierezza per il loro idioma e l’orgoglio di parlare solo quella lingua. Per quanto riguarda le altre lingue le consideravano semplicemente “barbare”, ossia suoni privi di significato. E nonostante posizioni come queste fossero diffuse presso molti popoli all’interno di altre civiltà – come è il caso degli Arabi che continuano a considerare chi non parla la loro lingua “straniero” e lo classificano come “barbaro”- tuttavia la questione nella situazione greca sembra strana, anzi un autentico paradosso. L’aspetto della stranezza e l’origine del paradosso, come nota la scrittrice, è che la lingua greca, che è stata ed è rimasta per secoli e generazioni la lingua degli antichi Greci, è l’unica in cui è maturata la categoria “logos” con un posto fondamentale nel pensiero e nella filosofia, fino all’età moderna; categoria che estende la sua sfera semantica, comprendendo fianco a fianco i significati di “discorso”, “lingua”, “ragione”, “legge dell’universo”, “parola divina”,“universale”. E come può sorgere all’interno di una cultura monolingue una categoria che rivendica per se stessa un dominio semantico e concettuale come questo? E la domanda più importante, nel contesto della traduzione: è sensato “imporre” ad altre lingue di assimilare il campo semantico “logos”, come si è cristallizzato all’interno del greco antico, utilizzato dagli strati più alti della società che parlavano, pensavano e filosofavano solo in quella lingua? E quale posto occupa questo “universale presunto” che è spuntato dalle viscere di una lingua autosufficiente? Le risposte nell’articolo di domani (ndr).

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Sahby al-Alany e pubblicato il 23 dicembre 2016 sul sito arabo alaraby.co.uk

Traduzione dall’arabo all’italiano a cura di:
Laura Serraino
Dottoressa magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale
Traduttrice AR>IT -  EN>IT
Cantù

La traduzione…in attesa di più tradimenti (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

La traduzione…un’esperienza “Tra-Tra”
Facendo riferimento solo alle convenzioni presenti e alle norme vigenti, sembra irrazionale e inaccettabile che un intellettuale dichiari pubblicamente “la necessità del tradimento”, come dice chiaramente Barbara Cassin nel suo discorso. Infatti, nel tempo l’ossessione della “fedeltà all’originale” o “dell’avvicinarsi ad esso per quanto possibile” è rimasto il principio cardine della traduzione. E per quanto ci siamo sforzati di interpretare e giustificare, nessuno accetterà, ad esempio, che noi traduciamo il magnifico titolo di Gabriel Garcia Marquez Cent’anni di solitudine con Cent’anni di inquietudine o Mezzo secolo di caos! Non è questo, in realtà, che intende e ricerca Barbara Cassin e non abbiamo pensato che legittimasse questi “scandalosi tradimenti”. Le problematiche che propone il suo libro Elogio della traduzione, invece, rientrano nell’orizzonte più vicino a ciò che possiamo convenire di chiamare “Epistemologia della traduzione” e con ciò intendiamo un gruppo di fondamenti teorici e premesse basilari che offrono l’opportunità ai traduttori- quando li comprendono, riescono ad utilizzarli e li esaminano attentamente- di realizzare la loro opera in modo consapevole.

E non è strano che Barbara Cassin introduca nel suo libro un procedimento epistemologico -che racchiude in sé la profondità della trattazione, la vastità delle prospettive e l’accuratezza dei risultati – sia a livello di approccio teorico specifico, sia a livello di applicazione puntuale. Cassin fa notare fin dalle prime pagine, nella sezione che ricade sotto il titolo “avvertenza”, di essere debitrice, in tutto ciò che ha scritto, degli intellettuali che l’hanno preceduta, iniziando da San Girolamo (347-420), il dalmata che tradusse i vangeli dall’aramaico e dall’ebraico al latino, e finendo con l’italiano Umberto Eco (1932-2016) che faceva della traduzione uno dei fulcri della sua vita intellettuale e culturale, passando per il tedesco Walter Benjamin (1892-1940) che è stato l’anello di congiunzione tra la letteratura francese e la lingua tedesca, con la sua traduzione della raccolta di Baudelaire (1821-1867) I fiori del male e del famoso lavoro di Proust (1871-1922) Alla ricerca del tempo perduto.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Sahby al-Alany e pubblicato il 23 dicembre 2016 sul sito arabo alaraby.co.uk

Traduzione dall’arabo all’italiano a cura di:
Laura Serraino
Dottoressa magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale
Traduttrice AR>IT -  EN>IT
Cantù

La traduzione…in attesa di più tradimenti

 Categoria: Tecniche di traduzione

Molti nel mondo non serbano memoria della grande saggezza e dei numerosi aforismi degli Italiani, eredi della gloria di Roma. Una singola massima, però, è diventata più famosa e diffusa di quanto non siano decine di libri e con ciò intendiamo il motto che dice “traduttore, traditore”. La maggior parte delle lingue europee custodisce gelosamente la trasposizione di questo motto nel proprio idioma e si è impegnata molto a conservarne la forza espressiva fondata sull’assonanza che accosta suoni simili, i cui significati, però, si basano su una logica, più vicina all’antitesi, che trova detestabile il tradimento. In questo detto sono presenti abilità retorica e capacità espressiva a un punto tale che la sua formula abbreviata è stata considerata un riassunto delle più importanti problematiche legate traduzione, fino a incontrare il grande favore degli Arabi che hanno cercato di renderla nella loro lingua in varie forme e in seguito l’hanno accolta nella forma suggerita da Faqid Salah al-Qarmady (1933-1983), professore di linguistica dell’università di Tunisi: “il traduttore, un perfido traditore”.

Siamo cresciuti e invecchiati con questa originale traduzione di al-Qarmady e la consideravamo solo una trasposizione del significato, fedele alla bellezza e allo stile dell’arabo. Tuttavia, quando abbiamo letto il libro Elogio della traduzione- complicare l’universale, pubblicato recentemente dalla filosofa e filologa francese Barbara Cassin, siamo stati spinti a rivedere molte delle nostre convinzioni, e non abbiamo potuto astenerci dal domandare: che cosa succederebbe se fosse richiesto a una traduzione non di essere fedele all’originale, ma anzi di insistere sul “tradimento”? E se questo originale a cui continuano ad appellarsi in molti fosse semplicemente una menzogna nella cui trappola cadono tutti?

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Sahby al-Alany e pubblicato il 23 dicembre 2016 sul sito arabo alaraby.co.uk

Traduzione dall’arabo all’italiano a cura di:
Laura Serraino
Dottoressa magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale
Traduttrice AR>IT -  EN>IT
Cantù

Donald Trump e i suoi traduttori (3)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Molti hanno visto un parallelismo tra Jean-Marie Le Pen, del fronte di estrema destra del partito nazionalista francese, e Donald Trump. La figlia di Le Pen, Marine Le Pen, è attualmente in testa nei dati dei sondaggi elettorali, rilasciati nei giorni scorsi. Eppure, sotto il punto di vista linguistico, esiste una differenza basilare tra l’ottantottenne Jean-Marie Le Pen e Donald Trump. “Così come Trump, Le Pen ha sempre affermato tutto ciò che gli passava per la testa; tuttavia, il suo linguaggio e i suoi pensieri sono sempre stati molto più articolati, per quanto terribilmente razzisti e anti-semiti e, di conseguenza, illegali in Francia.”

Prosegue nell’intervista: “nel 1987, (Le Pen) ha affermato che i forni crematori dei campi di sterminio erano solo “un dettaglio della storia”. Questa affermazione è stata condannata da un tribunale francese per aver negato la natura della Shoah, eppure lo stesso tribunale ha sostenuto che la frase in questione fosse stata elaborata da un “politico che avesse dimestichezza nella retorica politica e nelle sfumature della lingua francese””. L’inglese di Trump non celebra le sfumature della lingua, ma forse questa definizione di “politico che abbia dimestichezza nella retorica politica” è solo un’espressione moderna di un concetto da cui George Orwell ci aveva già messo in guardia ai suoi tempi: il voler utilizzare un linguaggio volontariamente poco chiaro per nascondere la verità oppure, come ha dimostrato Betsy DeVos, ignorare direttamente le domande poste.

Non lontano da Washington, il Baltimore Museum of Art ha riesposto una celebre installazione intitolata “Violins Violence Silence” di Bruce Nauman, che sta nuovamente illuminando la sua facciata orientale. Le parole “Silence-Violence-Violins” riproducono, una dopo l’altra, un fascio di luce che illumina il cielo notturno. Quando ero uno studente dell’università, mi sono ritrovato più volte a camminare vicino queste parole, pensando alla relazione tra silenzio e violenza e a come la musica fosse in grado estraniarci da entrambi. Non posso che pensare che in futuro il compito dei traduttori possa essere proprio questo: tradurre il silenzio, illuminandolo con la giusta attenzione.

Fonte: articolo scritto da Aviya Kushner e pubblicato il 20 gennaio 2017 sulla rivista online Forward

Traduzione a cura di:
Cristina Righi
Traduttrice freelance EN/ZH>IT
Milano

Donald Trump e i suoi traduttori (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Un comportamento analogo è stato riscontrato anche tra i suoi collaboratori, come risulta evidente dallo scambio tra Betsy DeVos e il Senatore Tim Kaine, durante il quale quest’ultimo le ha chiesto se fosse sua intenzione evitare le sue domande durante tutte le sedute della settimana.

Tutte queste forme di evasione rappresentano un grande ostacolo per i traduttori, il cui obiettivo è svelare il significato di un’affermazione, non offuscarlo. Sebbene durante la gara alla presidenza Trump abbia fatto di un linguaggio semplice il suo stendardo per arrivare a tutti, la Viennot vede nell’utilizzo dello stesso un motivo completamente diverso. “Nel caso di Trump, non si tratta di una strategia, quanto di un vocabolario limitato che esprime un pensiero a sua volta poco articolato”, afferma durante l’intervista. La Viennot ha eleborato ulteriormente il concetto della difficoltà di tradurre le affermazioni di Trump – e spiegato come spesso il traduttore venga accusato di aver prodotto un eleaborato senza alcun senso – durante un’intervista con il Los Angeles Review of Books.

“In quanto traduttrice, ho il compito di scrivere testi comprensibili, per cui, in questa circostanza, mi trovo costantemente di fronte a un bivio: tradurre Trump così come parla, lasciando ai lettori francesi l’arduo compito di comprendere il contenuto dei suoi commenti (senza dimenticare il fatto che verrei poi giudicata per l’utilizzo dei termini scelti o per la bassa qualità del pezzo); oppure mantenere il contenuto, ma riadattando lo stile così che risulti comprensibile, delineando l’idea che Trump sia un politico qualunque che si esprime in maniera corretta, sebbene sia evidente il contrario”.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Aviya Kushner e pubblicato il 20 gennaio 2017 sulla rivista online Forward

Traduzione a cura di:
Cristina Righi
Traduttrice freelance EN/ZH>IT
Milano

Donald Trump e i suoi traduttori

 Categoria: Problematiche della traduzione

Un traduttore rappresenta il più attento dei lettori, considerando nella lettura di un testo ogni parola, virgola o sfumatura di linguaggio utilizzata: ed è per questo che da mesi ormai, “translator Twitter” ha postato i commenti dei traduttori di tutto il mondo riguardo alle difficoltà della “Trumpduzione”. Uno dei dubbi più frequenti riguardava la traduzione di “Make America Great Again” in spagnolo, e così il quotidiano El País ha deciso di intervistare una serie di traduttori, ritrovandosi con ben sette risposte possibili, compresa “¡Arriba América!”. Recentemente, la questione ha suscitato un interesse sempre maggiore da parte dei media, e grazie alle analisi dettagliate fornite dai traduttori durante le interviste, è stato possibile delineare una visione più o meno concreta di ciò che Trump (non) afferma durante i suoi discorsi, e di come stia “(r)aggirando” il mondo.

Bérengère Viennot, incaricata di tradurre Trump in francese, spiega a Le Monde e Slate che uno dei problemi principali comparsi nella traduzione dei suoi discorsi riguarda la presenza di una ripetizione costante delle medesime costruzioni.  Solo per citare un esempio, durante la sua intervista presso il quartier generale del New York Times, l’attuale presidente degli Stati Uniti ha citato la parola “great”per ben 45 volte. Eccone un caso tra I tanti: “I mentioned them at the Republican National Convention, and everybody said that was so great”. In questa circostanza, la Viennot ha optato per un “c’était trop bien”(NdT.“è stato davvero grandioso”).

Uno degli aspetti più succulenti dell’articolo del Le Monde è rappresentato dall’affermazione della Viennot, secondo la quale il vocabolario di Trump risulti essere monopolizzato da aggettivi iperbolici: oltre a “great”, si è imbattuta in una serie interminabile di “strong”,“tough,” “tremendous” e “incredible”. In aggiunta, la traduttrice ha ribadito che oltre a ripetersi in maniera costante, Trump ha la tendenza a non rispondere alle domande che gli vengono poste, o per lo meno a non articolare chiaramente il punto della questione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo scritto da Aviya Kushner e pubblicato il 20 gennaio 2017 sulla rivista online Forward

Traduzione a cura di:
Cristina Righi
Traduttrice freelance EN/ZH>IT
Milano

L’invisibilità dei traduttori (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Cresci!
Non finire mai di imparare! La nostra professione è in rapida evoluzione, le lingue si evolvono ogni giorno. Dobbiamo evolverci! Rinnova le tue fonti, segui un corso di formazione a distanza, leggi, anche se è qualcosa che ti non interessa, non si sa mai se dovrai tradurre qualcosa su questo argomento. Tutto è per il nostro bene!

Non avere paura
Non avere paura di buttarti in un progetto nuovo o diverso. Ogni volta che cominci un nuovo progetto, tema, libro, stile, ricorda che in un primo momento sarà difficile, ma non preoccuparti, alla fine tutto passa e finirai con sentirti a tuo agio anche il lavoro ti sembrerà difficile.

Convivi con la lingua
Devi convivere con le tue lingue e utilizzarle tutte le volte che puoi: leggi, guarda la TV, scrivi, ascolta, parla. Puoi anche inventare giochi praticando accenti diversi, o giocare ai sinonimi, o a “come si traduce questo”, ecc. Dovresti inoltre usare o leggere non solo nella lingua di tutti i giorni o i best-seller, ma anche la letteratura classica e un linguaggio più altolocato; ciò contribuirà a espandere e mantenere il tuo vocabolario, la comprensione, la memoria, ecc.

Altri traduttori
Ascolta e leggi altri traduttori, imparerai sempre qualcosa di nuovo dai tuoi colleghi. Leggi traduzioni di lingua che conosci e di quelle che non conosci. Leggi articoli di traduttori di fama o opere legate alla nostra professione, ti aiuterà a crescere e ad aprire nuovi orizzonti.

Dov’è la mia musa?
Accade a tutti che, improvvisamente, la tua motivazione, la tua ispirazione, la tua musa svanisce. Ma se ci fermiamo ad aspettarla probabilmente non arriverà mai. È meglio sedersi davanti al computer, aprire la traduzione e far si che la musa ritorni. Iniziare con delle bozze, a mettere e togliere parole, aprire una pagina sull’argomento, navigare in rete, e vedrai come, alla fine,l’ispirazione ritornerà; se non funziona, forse hai bisogno di una pausa.

Limiti
Traccia tuoi limiti! È meglio decidere in anticipo su quali argomenti o testi preferisci lavorare. Devi tracciare tuoi principi professionali, sia quando ti appresti a tradurre un testo, sia sulle tue tempistiche, le tue tariffe, ecc. Quando avrai deciso tutto, vedrai che sarà più facile prendere altre decisioni.

Fonte: Articolo scritto da Cristina Aroutiounova e pubblicato il 24 febbraio 2011 sul suo blog “El placer de traducir”

Traduzione a cura di:
Sara Castelletti
Traduttrice letteraria
Novara

L’invisibilità dei traduttori

 Categoria: Traduttori freelance

Molti di noi, se non la maggior parte, sono invisibili nelle traduzioni, siccome il lettore dovrebbe leggere l’autore piuttosto che il traduttore. Certo che, come traduttore, tu sei il fulcro di questo processo, e lascerai sempre qualcosa della tua personalità nel risultato finale. Ti vedrai riflesso nelle parole che hai scelto di utilizzare, nelle espressioni, la sintassi, e via dicendo, ma non dovresti, in nessun caso, apportare nulla del tuo proprio repertorio. Ciò che è vero è che alcune opere guadagnano molto grazie ai traduttori e altre, invece, ci rimettono.

La traduzione di un testo può essere molto variopinta, dove io metterei A, tu metteresti B, ma la cosa più importante è sapere che cosa può essere sacrificato. Ci saranno sempre traduzioni migliori e peggiori, più o meno accurate, ma la precisione non dipende solo dalle parole che vengono usate, ma dal testo nel suo insieme e il risultato finale nella lingua di destinazione. Deve risultare natural!

Cerca e indaga bene
Le persone che non conoscono bene la nostra professione, credono che tradurre sia facile. Che puoi lavorare su un testo di 30.000 parole in tre giorni, senza commettere errori e in un italiano perfetto! Però no, si devono consultare i dizionari, il web, altre fonti di informazione, verificare se l’uso che si darà alla parola o ad un’espressione è corretta, la giusta trascrizione di un nome proprio, se la citazione che stai per tradurre è già stata tradotta, ecc. Più risorse si hanno, meglio è! È consigliabile fare più di una consultazione, piuttosto che rammaricarsi della propria pigrizia più tardi. Come afferma un detto russo: “семь раз отмерь, один раз отрежь” (qualcosa come “Prima di sposarti, guarda quello che fai”). Penso che dovremmo sempre unire la fiducia in noi stessi con un pizzico di dubbio verso di noi e la nostra conoscenza.

Come sta la tua ortografia?
L’ortografia e la grammatica sono essenziali per la nostra professione; per questo motivo devi amare sia la grammatica ama di una lingua tanto come quella di un’altra, o di diverse. Devi scrivere correttamente, è il tuo lavoro il tuo biglietto da visita! Dovresti anche sapere come lavora il tuo correttore o editore, conoscere lo stylebook della società, ecc. Questo ti aiuterà a conoscere meglio la lingua impiegata per il tuo lavoro!

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Cristina Aroutiounova e pubblicato il 24 febbraio 2011 sul suo blog “El placer de traducir”

Traduzione a cura di:
Sara Castelletti
Traduttrice letteraria
Novara

La parola, il linguaggio come progetto di senso

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

“ In principio era il verbo, …” così recita il Prologo al Vangelo di Giovanni.  Il Verbum, la parola, sono dunque gli artefici della creazione del mondo, ne plasmano i contorni e suggellano l’attitudine dell’essere umano a vivere e a comunicare all’interno di un contesto sociale. Ma cosa significa in realtà comunicare ? Non si tratta forse di riconoscere ad uno stesso fatto o alla medesima situazione analoghe caratteristiche percettive suscettibili di indurre le stesse reazioni sensoriali, siano esse visive, olfattive, uditive, gustative ? Le immagini, i suoni, i profumi creano come delle sinfonie percettive i cui toni si articolano in parole. Ogni tonalità di ciò che viene percepito tramite i sensi trova in tal modo una corrispondenza verbale, che viene poi codificata allorché venga condivisa all’interno di una stessa aggregazione sociale. La paura, la rabbia, il desiderio vengono interiorizzati e si rivelano nella loro essenza alle persone, e quelle stesse persone si rivelano a se stesse attraverso di loro.

Questa duplice rivelazione determina l’esigenza di aprirsi al mondo, di stabilire un contatto per conoscerlo e per votarsi ad esso nel modo più consono. Ne consegue che la verità di queste percezioni diviene allora una verità imperativa suscettibile di imporsi attraverso un progetto di senso che ne motivi le ragioni, un progetto vissuto ed elaborato dalla coscienza individuale al fine di anticipare le possibili conseguenze legate a quelle stesse percezioni. Comunicare assume quindi la valenza di una sorta di anticipazione di una vocazione futura già inscritta nella propria coscienza, che indurrà o meno ad assumere determinati comportamenti, oppure a rinunciarvi. Alla base di ciò troveremo sempre l’anelito alla conoscenza di se stessi, per poter rinascere ogni volta infrangendo il santuario dell’interiorità che non è fatto per rimanere serrato e inaccessibile ma che deve proiettarsi verso il mondo, senza peraltro sgretolarsi per concedersi ad esso.

Ecco allora che si prefigura l’ineludibile necessità di attribuire al linguaggio un senso comune, sulla base delle ragioni volte a giustificarne la convenienza e l’imperatività di fronte a verità non ancora conosciute o rivelate. Questo senso non può prescindere da una motivazione che nasce paradossalmente dall’ignoranza; è Socrate che ci ha fornito il più bell’esempio di questa forma paradossale di motivazione quando dice: « Tutto ciò che so, è che  non so nulla. » Rendersi conto di non sapere suscita un’attrazione formidabile verso ciò che bisogna conoscere, trasmettere, comunicare.

Fonte: Spunti tratti dal testo di Antoine de La Garanderie “La motivazione: il suo risveglio, il suo sviluppo”

Autore dell’articolo:
Dott. Guido Pancera
Traduttore freelance dal francese in italiano
Ceresara (MN)

Lavorare come traduttore in Bulgaria (4)

 Categoria: Traduttori freelance

< Terza parte di questo articolo

Transizione permanente
Pian piano e senza far tanto clamore è arrivato l’anno 2000. L’internet aveva già iniziato da qualche anno la sua marcia trionfante diffondendosi in tutta la Bulgaria. Con l’apparizione e lo sviluppo della rete mondiale il lavoro dei traduttori si è ulteriormente semplificato. Non bisogna girare per la città per consegnare il testo tradotto o prendere il materiale da tradurre, visto che le agenzie mandavano tutto per posta elettronica (il fax pian piano è sparito dalla circolazione). Per me questo significa avere a disposizione più tempo da dedicare alla cura dei testi tradotti.

I programmi di elaborazione dei testi avevano subito una rapidissima evoluzione. Quasi non riuscivo a seguire tutte le novità. Tuttavia cercavo di essere informata su tutto quello che concerneva il settore delle traduzioni e di ampliare le mie conoscenze, specialmente in materia di diritto ed economia. Sono apparsi i primi programmi di traduzione assistita (fantascienza all’epoca dei miei studi universitari). Naturalmente, potevo soltanto informarmi in oggetto, visto che tali programmi costavano (e tutt’ora costano) un occhio della testa e presuppongono un elevato grado di ripetizioni nei testi, mentre a me raramente succede che si ripeta un testo da tradurre nell’arco di un anno (salvi gli atti di stato civile).

La diffusione di massa dell’internet ha avuto un altro effetto sul settore delle traduzioni e vale a dire l’allargamento delle opportunità di lavoro a tutto il territorio nazionale e la possibilità di avere a portata di mano un accesso illimitato ad informazioni dettagliate sugli svariati argomenti dei testi da tradurre assegnatimi. Il settore della traduzione è in continua evoluzione seguendo e a volte anticipando i grandi cambiamenti tecnologici e mentali. Il mondo è in continuo movimento e noi traduttori non dobbiamo mai smettere di perfezionarci e di istruirci.

Articolo scritto da:
Ina Peeva
Dott.ssa di Ricerca
Varna – Bulgaria