La moralità cambia in una lingua straniera (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

Catherine Harris e i suoi colleghi offrono una prova convincente sulle risposte viscerali che una lingua nativa può scatenare. Usando la conduttività elettrica della pelle per misurare l’eccitazione emozionale (quando l’adrenalina impenna, la conduttività aumenta), hanno fatto ascoltare a due madrelingua turchi, che avevano imparato inglese in tarda età, parole e frasi in entrambi le lingue. Alcuni di queste erano neutrali (tabella) mentre altre erano dei taboo (shit) o dei rimproveri (Vergognati!). Le risposte a pelle dei partecipanti, hanno rivelato che, paragonando con le parole neutre, le eccitazioni si intensificavano per le parole taboo,  specialmente quando queste venivano espresse nella loro lingua nativa turca.  Ma la differenza più grande tra le due lingue era evidente con i rimproveri: i volontari rispondevano di aver sentito questi rimproveri nelle voci dei loro familiari. Se la lingua può servire da serbatoio per le forti memorie delle nostre più giovani trasgressioni e punizioni, allora non è sorprendente che quelle associazioni emozionali possano colorare i nostri giudizi morali fatti nella nostra lingua nativa.

L’equilibrio si sposta ulteriormente verso questa spiegazione grazie ad uno studio recente pubblicato nel giornale Cognition. Questa nuova ricerca ha coinvolto scenari in cui buone intenzioni hanno portato a cattivi risultati (regalare una giacca nuova a un senzatetto può far si che gli altri pensino che il poveruomo l’abbia rubata) o buoni risultati possono generarsi nonostante moventi discutibili (una coppia adotta un bambino disabile per ricevere soldi dallo stato). Leggere ciò in una lingua straniera piuttosto che in quella nativa, induce i partecipanti a dare più peso all’esito finale e a darne meno alle intenzioni nel fare giudizi morali. Questi risultati contrastano con l’idea che le persone pensano più intensamente quando usano una lingua straniera, perché altri studi hanno dimostrato che riflessioni più attente inducono le persone a pensare di più alle intenzioni che stanno dietro alle azioni della gente.

Ma i risultati armonizzano con l’idea che quando usiamo una lingua straniera, le reazioni emozionali – meno compassione per coloro con intenzioni nobili, meno indignazione per coloro con moventi nefasti – diminuiscono l’impatto delle intenzioni. Questa spiegazione viene rafforzata dalla scoperta che, pazienti con danni cerebrali alla corteccia ventro-mediale prefrontale, un’area che è coinvolta nelle risposte emozionali, mostrano uno schema reattivo molto simile, con i risultati che privilegiano sulle intenzioni.

Quindi, qual è la vera morale delle persone multilingue? Sono i miei ricordi morali? È l’eco d’interazioni cariche di emozioni che mi hanno insegnato cosa significa essere “buono”? O è il ragionamento che sono capace di applicare quando sono libero di questi limiti inconsci? O forse, questa linea di ricerca delucida semplicemente cosa è vero per tutti noi, indipendentemente da quante lingue parliamo: quella nostra bussola morale è una combinazione delle prime forze che ci hanno formato e hanno formato la maniera in cui fuggiamo da queste.

Fonte: articolo di Julie Sedivy pubblicato sul giornale Scientific American il 14/09/2016

Traduzione a cura di:
Andrea Battola
Barcellona

La moralità cambia in una lingua straniera (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Usando delle configurazioni sperimentali differenti, Janet Geipel e suoi colleghi hanno riscontrato che il giudizio morale dei partecipanti cambiava se usavano una lingua straniera. Nei loro studi, i volontari hanno letto delle descrizioni di azioni che non appaiono nuocere nessuno, ma che molte persone trovano moralmente riprovevoli. Ad esempio, storie di fratelli che facevano sesso protetto consensualmente tra loro, o qualcuno che aveva cucinato e mangiato il proprio cane ucciso da una macchina. Quelli che leggono queste storie in una lingua straniera (sia inglesi sia italiani) giudicano queste azioni meno sbagliate rispetto a coloro che le leggono nella loro lingua nativa.

Perché è importante il giudizio morale nella nostra lingua o in una straniera? Una spiegazione sostiene che questi giudizi coinvolgono due modalità di pensiero separate e competenti: una di queste è un sentimento veloce e viscerale e l’altra è una riflessione attenta circa il bene supremo per la massa. Quando usiamo una lingua straniera, sprofondiamo inconsciamente nella modalità più riflessiva, semplicemente perché lo sforzo di operare con una lingua non nativa segnala al nostro sistema cognitivo di prepararsi ad una attività faticosa. Questo può essere paradossale, ma è in linea con la scoperta che leggere problemi di matematica scritti con dei caratteri difficili da leggere, diminuisce le probabilità di commettere errori d’attenzione (nonostante questi risultati siano stati difficili da riprodurre).

Una spiegazione alternativa è che queste differenze tra lingua nativa e straniera, nascano perché la lingua d’infanzia vibra con un’intensità emozionale più forte di quella che apprendiamo con impostazioni accademiche. Come risultato, i giudizi morali fatti con una lingua straniera sono meno carichi di reazioni emozionali di quelli fatti con la lingua che abbiamo imparato durante l’infanzia.

Ci sono delle prove convincenti che la memoria interconnette la lingua con le esperienze e le interazioni attraverso le quali quella lingua è stata imparata. Per esempio, le persone bilingui sono più propense a ricordare un’esperienza se suggerita nella lingua in cui quell’evento è avvenuto. La nostra lingua d’infanzia, imparata attraverso i dolori di un’emozione passionale – quella dell’infanzia, d’altronde, non è segnata da un’abbondanza di amore, rabbia, meraviglia e punizione? – s’infonde di sentimenti profondi.  Facendo un paragone, le lingue apprese in tarda età, specialmente se imparate attraverso interazioni limitate a una classe scolastica o insipidamente apprese attraverso un computer o delle cuffie, entrano nelle nostre menti scolorite dell’emozionalità che è presente nei loro madrelingua.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: articolo di Julie Sedivy pubblicato sul giornale Scientific American il 14/09/2016

Traduzione a cura di:
Andrea Battola
Barcellona

La moralità cambia in una lingua straniera

 Categoria: Le lingue

Pensare in una lingua diversa genera affascinanti cambiamenti nell’etica. Che cosa definisce chi siamo? Le nostre abitudini? I nostri gusti estetici? I nostri ricordi? Se spremuto, risponderei che se ci fosse una parte di me che risiede al mio centro, che è una parte essenziale della persona che sono, allora sicuramente deve essere il centro della mia morale, il mio profondo senso del giusto e sbagliato.

E sì, come tante altre persone che parlano più di una lingua, spesso ho la sensazione di essere una persona leggermente diversa in ogni lingua che parlo: più determinato in inglese, più rilassato in francese, più sentimentale in ceco. È possibile che, insieme a questi cambiamenti, la mia bussola morale si rivolga verso direzioni diverse in base alla lingua che sto usando al momento?

Gli psicologi che studiano i giudizi morali hanno rivolto un grande interesse alla questione. Alcuni studi recenti si sono focalizzati sul capire come le persone pensino ai principi morali in una lingua non nativa (questo può accadere, ad esempio, all’ONU tra un gruppo di delegati che devono usare una lingua franca per trovare una soluzione a un problema). I risultati di questi studi suggeriscono che di fronte a dilemmi morali, le persone rispondono in maniera differente in base all’utilizzo di una lingua straniera o di quella nativa.

In un articolo di Alberto Costa del 2014, dei volontari sono stati sottoposti a un dilemma morale conosciuto come il “problema del carrello ferroviario”: immaginate che un carrello ferroviario impazzito, stia sbandando verso un gruppo di cinque persone che si trovano sui binari incapaci di muoversi. Tu ti trovi vicino a un interruttore che può deviare il carrello ferroviario verso una direzione differente. In questo modo puoi salvare le cinque persone, ma provochi la morte di una persona che si trova sul binario secondario. Premeresti l’interruttore?

Molte persone direbbero di sì. Ma, se l’unico modo di fermare il carrello ferroviario fosse quello di spingere sui binari uno sconosciuto grasso che si trova sulla passerella pedonale? Le persone sono molto riluttanti nel dire che lo farebbero, anche se in entrambi gli scenari, si sacrifica una persona per salvarne cinque. Costa e i suoi colleghi hanno visto che sottoponendo questo dilemma in una lingua che i volontari hanno appreso come lingua straniera, le inclinazioni allo spintonare la persona sacrificale dalla passerella aumentavano in maniera drammatica. Si parte da un 20% delle persone che pensavano con la loro lingua nativa, a un 50% di quelle che usavano quella straniera. (Sia i madrelingua inglesi sia quelli spagnoli erano inclusi, con spagnolo e inglese come loro lingua straniera rispettivamente. Il risultato era lo stesso per entrambi i gruppi, mostrando che l’effetto era dovuto all’uso della lingua straniera e non a quale lingua particolare fosse stata usata (inglese o spagnolo).

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo di Julie Sedivy pubblicato sul giornale Scientific American il 14/09/2016

Traduzione a cura di:
Andrea Battola
Barcellona

La lingua Spagnola è una delle più influenti

 Categoria: Le lingue

È risaputo che la lingua Inglese è quella di maggiore portata mondiale. Eppure, che tipo di autonomia offrono le altre lingue? In che modo fluiscono le idee da una lingua all’altra? Tali quesiti hanno stimolato lo sviluppo di un nuovo metodo per rendere visibile in che modo l’informazione fluisce in tutto il mondo, individuando le migliori lingue per divulgare le idee. Ricercatori del MIT e dell’Università di Harvard, insieme ad altre istituzioni, affrontarono il problema descrivendo tre reti di linguaggio incentrate sulle traduzioni di libri, utenti bilingue di Twitter ed edizioni plurilingue di Wikipedia. La rete di traduzioni di libri ci illustra quanti libri vengono tradotti verso altre lingue. Ad esempio, un libro in Ebraico, tradotto in Inglese e Tedesco, verrebbe rappresentato da linee partendo da un nodo di Ebraico verso nodi di Inglese e Tedesco. La rete si basa su 2.2 milioni di traduzioni di libri stampati e pubblicati in più di 1.000 lingue.

Come spesso avviene nelle visualizzazioni delle reti, lo spessore delle linee rappresenta il numero di connessioni tra i nodi. Per i tweets, i ricercatori utilizzarono 550 milioni di tweets creati da 17 milioni di utenti in 73 lingue. In tale rete, se un utente scrive tweets sia in Indiano che in Inglese, le due lingue vengono rappresentate come connesse tra loro. Per dar vita alla rete di Wikipedia, i ricercatori rintracciarono edizioni addirittura in cinque lingue fatte da editori, escludendo i bots. Per coloro i quali non parlano Inglese, la scelta di tale idioma come loro seconda o terza lingua  è scontata. Tuttavia, per gli anglofoni, l’analisi suggerisce che sarebbe più vantaggioso optare, per esempio, più per lo Spagnolo che per il Cinese Mandarino. Per lo meno se tali idee si diffondono tramite testi scritti.

Questo concetto si contrappone ad alcuni idiomi parlati da un gran numero di persone, come il Cinese Mandarino, l’Indiano o l’Arabo, in quanto le loro reti sono relativamente isolate. Mentre una lingua come l’Olandese, parlata da 27 milioni di persone, può essere un canale di comunicazione sproporzionatamente alto se confrontato con l’Arabo che conta 530 milioni di persone che lo parlano come lingua nativa o come seconda lingua. Quest’ultimo trova giustificazione nello studio, data l’ampia padronanza di lingue da parte dei neerlandofoni, e della loro attiva presenza online. Domande di questo tipo diventano sempre più importanti in un mondo altamente globalizzato e connesso attraverso Internet. La conoscenza di molteplici lingue è parte integrante delle abilità di leadership (Inglese), poiché conoscere un’altra lingua comporta implicitamente comprendere un’altra cultura e, pertanto, avere una percezione più ampia del mondo. Fattore che la comunità Ispano-americana può confermare semplicemente comparando le diverse varianti di Spagnolo (o Castigliano, per essere più precisi) in distinti paesi e regioni.

Fonte: Articolo scritto da Raul Aliaga e pubblicato il 12 febbraio 2015 sul sito Manzana Mecánica

Traduzione a cura di:
Luigi Messina
Dott. in Scienze della Mediazione Linguistica
Insegnante di Inglese e Spagnolo, Traduttore Freelance e Vignettista
Canicattì (AG)

La gestione della classe e il clima emotivo (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

Robert Hinshelwood ha elaborato il concetto di ‘personalità collettiva di classe’ inteso come lo stile relazionale preponderante fra i suoi componenti e definisce la classe demotivata, quieta ma spenta e indifferente in cui l’atteggiamento prevalente è l’astenia. In tale classe, si assorbono le critiche, ci si adatta alle circostanze, si adotta la logica del minimo sforzo, crogiolandosi nell’apatia e spegnendo le motivazioni individuali ed eventuali slanci che falliscono sul nascere. L’obiettivo del docente è la creazione di ciò che Hinshelwood definisce la ‘classe costruttiva’, ossia quella armonicamente bilanciata che, se non fortuitamente costituita grazie a una serie di coincidenze, è frutto di un minuzioso lavoro educativo e programmatico.

La trasformazione di una classe amorfa in una costruttiva è possibile privilegiando un’impostazione a forte impianto cooperativo; infatti l’attivazione di percorsi collaborativi, mediante una gestione di spazi e una diversificazione delle attività, accresce la responsabilità individuale e sollecita le dovute risposte. Anche un gruppo classe demotivato ha in ogni caso una sua struttura collaborativa, che però impedisce lo sviluppo delle potenzialità individuali, attivabili, invece, grazie a processi di competizione motivante e con una divisione dei compiti. Un clima motivante è quello integrativo e di riconoscimento reciproco improntato alla massima dinamicità degli scambi, nel quale il docente adotta strumenti operativi che colgono la pluridimensionalità della conoscenza.

Il docente assume il ruolo di ‘regista del clima educativo’13 convogliando e promuovendo le competenze sociocognitive specifiche e lo sviluppo della motivazione ad apprendere. Il metodo di apprendimento cooperativo, che contrappone a una gestione tradizionale dell’aula, una mediazione sociale nella quale l’origine del processo di apprendimento è nell’allievo, corresponsabile del proprio percorso educativo, deriva dal paradigma costruttivista affermatosi in ambito pedagogico negli anni ’80, che enfatizza la cooperazione come la strategia ottimale per migliorare i risultati cognitivi, le interrelazioni e il benessere psicologico in un contesto socioeducativo, rivoluzionato dall’avvento dei nuovi media e dalla globalizzazione.

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

La gestione della classe e il clima emotivo

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Un apprendimento proficuo necessita di un’atmosfera serena e di un ambiente cognitivo adeguato. La gestione della classe include le azioni e le strategie di conduzione delle attività adottate dai docenti per consentire l’ottimizzazione del lavoro in aula e il coinvolgimento dei discenti, stimolando atteggiamenti cooperativi. Jacob Kounin, uno dei più autorevoli studiosi di questa tematica propone un modello comportamentale ‘ecologico’ che si fonda sulle condizioni ambientali e sull’incidenza del comportamento docente su feedback dei discenti. Un docente efficace agisce sempre in modo preventivo, coglie la multidimensionalità degli eventi, la simultaneità dei compiti e l’imprevedibilità delle situazioni. E’ necessaria una pianificazione preventiva, il management di tipo anticipatorio di cui parla JereBrophy, che si fonda su una progressiva e chiara esplicitazione di regole e norme adottate in una classe, sostenute fino alla routinizzazione (comunicazione regolativa).

La progettazione di interventi mirati di tipo motivazionale non può prescindere dal clima emotivo che si instaura in classe e che condiziona notevolmente le dinamiche relazionali. Gabriella Pozzo parla del ‘fattore C’, ossia il clima di classe, composto da una serie di variabili prosociali che afferiscono all’idea di unione (coinvolgimento, consapevolezza, condivisione, confronto, controllo, covalutazione, comunicazione, collaborazione). Il gruppo classe è, in primis, un gruppo affettivo, oltre che di lavoro, che funziona se vi è un forte senso di responsabilità e può rivelarsi una preziosa risorsa per lo sviluppo di abilità relazionali, a condizione che si rendano palesi, si sviluppino le potenzialità emotive e si estrinsechi una comunicazione circolare. Il docente è un socializzatore della motivazione, connotato da autorevolezza, che dovrà adottare uno stile di conduzione flessibile e assertivo e promuovere atteggiamenti responsabili e soprattutto l’autoregolazione e l’autonomia dei discenti.

Per sollecitare forme più interiorizzate di motivazione è imprescindibile un rimodellamento dei ruoli del docente e del discente, per loro natura asimmetrici, one-up/ one-down, affinché le regole scaturiscano da una negoziazione attiva e non da un’imposizione unilaterale. Un clima di classe che fa scattare ‘la molla motivazionale’ è quello nel quale il docente sperimenta la dimensione del ‘pedagogicalcaring’, il prendersi cura dell’allievo e in cui prevale la comprensione e l’accoglienza sull’autoritarismo che annichilisce l’apprendimento e soffoca la responsabilità individuale.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Maria Grazia Falcinelli
Traduttrice freelance ING-IT, FR-IT, SP-IT
Docente di Lingua Inglese Scuola secondaria superiore
Napoli

Articolo originale tratto dalla tesi di Master II livello in Didattica dell’Italiano L2 “Fattori emotivo- motivazionali nell’apprendimento della L2 e Cooperative Learning”

I giusti clichés (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Collocations
In sostanza, ciò che fa un corpus è dirti se la traduzione a cui avevi pensato è effettivamente usata nei siti che trattano di quel determinato sport (o di qualsiasi argomento tu ti stia occupando).  Potresti, ad esempio, non essere certo se quel tipo di sport si pratichi su un campo, una pista o su un percorso preciso o se chi regola il gioco si chiami arbitro, giudice o ufficiale. Tutto ciò che devi fare è cercare ognuna di queste parole e vedere quella che ricorre più volte. Questa è probabile che sia l’opzione migliore. Inoltre, puoi cercare le collocations che ti saranno di aiuto nel trovare la giusta combinazione di parole.

Ma attenzione: le ricerche saranno produttive solo se il corpus sarà anch’esso ben organizzato. Alcuni traduttori, infatti, impiegano molto tempo nel compilare i corpora di proprio pugno e li modificano assicurandosi che nessun testo inidoneo ne faccia parte. Molti di noi, tuttavia, non hanno il tempo per fare ciò e per questo motivo preferiscono usare con cura i corpora WebBootCat già compilati.  Bisogna sempre controllare tutte le opzioni che vengono in mente, piuttosto che fermarsi alla prima che riscontra uno o due risultati. Inoltre, è necessario guardare la provenienza dei risultati. Se provengono da siti web tradotti o se la grammatica è lacunosa, siate diffidenti: potrebbero non darvi le giuste informazioni e potreste aver bisogno di cercare e controllare le vostre idee altrove. Se, però, avete raccolto un buon numero di risultati, nel contesto adatto, in siti affidabili, è possibile che abbiate trovato la giusta opzione.

Sono venuto a conoscenza dei corpora e diWebBootCat attraverso dei seminari specifici gestiti dall’associazione MET (MediterraneanEditors and Translators). Come detto sopra, l’utilizzo dei corpora è stato inizialmente sviluppato con scopi accademici, ma si adatta perfettamente al contesto riguardante gli sport. Ad esempio, li ho usati con successo per testi riguardanti il ciclismo e sport di avventura di cui sapevo veramente poco prima di imbarcarmi nella traduzione dei rispettivi testi. L’uso di corpora non fa di te un esperto da un momento all’altro, ma ti impedisce di renderti ridicolo e permette di dare alle tue traduzioni quel tocco autentico (i clichés, se vuoi) di cui necessitano per essere accettate dagli esperti del settore. E, di sicuro, ti permette di imparare, che è l’unico modo per diventare veramente esperto in qualcosa.

Fonte: Articolo scritto da Simon John Berrill e pubblicato il 18 luglio sul proprio sito SJB Translations

Traduzione a cura di:
Rossella Lombardo
Dott.ssa in Lingue Moderne e Traduzione per le Relazioni Internazionali
Traduttrice  En-Fr>It  It>En-Fr
Trapani

I giusti clichés

 Categoria: Tecniche di traduzione

Ho cominciato a scrivere di sport molto tempo prima di tradurne dei testi. Quando avevo 17 anni mio padre, che era direttore di un settimanale locale, mi chiese di andare nel suo ufficio tutte le domeniche pomeriggio per scrivere i resoconti degli incontri locali.  Il mio compito era quello di chiamare tutti i manager delle squadre e scrivere le loro strategie di gioco in base a ciò che mi veniva detto. Prima di iniziare il mio lavoro domenicale, mio padre mi diede ciò che potrebbe essere considerato uno strano consiglio. Disse: “Non aver paura dei clichés. Quando si parla di sport, le persone si aspettano i clichés e il tuo scopo è di parlare di calcio in modo che tutti possano capire ciò che stai dicendo”. Di certo, quando parlava di clichés non intendeva le frasi noiose o le solite citazioni degli allenatori. Ciò a cui si riferiva era l’uso di un linguaggio che i fan dello sport si aspettano di leggere.

In quel senso, il suo consiglio si adatta a qualsiasi tipo di scrittura riguardante lo sport, anche la traduzione. Chi legge del suo sport preferito si aspetta di trovare determinate espressioni e frasi e di non trovarne altre, e se vogliamo incontrare le aspettative dei lettori, è nostro compito da scrittori e traduttori usare un linguaggio appropriato. Ovviamente ciò non riguarda né un giornalismo prestigioso né un romanzo scritto in modo eccelso che ha come tema lo sport, per il quale è stato scelto un particolare linguaggio. Qui si parla di testi sportivi generici: resoconti, siti web ecc.

Specializzarsi
Come fanno i traduttori sportivi a conoscere il linguaggio da usare? Un modo è sicuramente conoscere lo sport. Se si è fan, parlando e leggendo di un determinato sport tutto il tempo, già si conoscono le espressioni usate per descriverne alcuni aspetti. I miei sport preferiti sono calcio, cricket e tennis e sono piuttosto a mio agio a scrivere e tradurre al riguardo, sebbene nessuno mi abbia mai commissionato una traduzione sul cricket, essendo uno sport praticato soprattutto nel mondo inglese. In un mondo ideale, ovviamente, ci limiteremmo a tradurre soltanto testi riguardanti gli sport che conosciamo. Ma in pratica, quando si comincia a specializzarsi, vengono richieste traduzioni riguardanti anche altri sport e qui bisogna prestare più attenzione. Ci sono dei metodi, comunque, che ci permettono di capire se il nostro lavoro è convincente.

Uno di questi è l’utilizzo di corpora linguistici.  Questi sono delle raccolte di testi, da un contesto ben preciso, che possono essere ricercati per particolari parole o espressioni usando dei concordancingsoftwarescome AntConc sviluppato da Laurence Anthony della WasedaUniversity in Giappone e scaricabile gratuitamente. Questa tecnica è stata creata originariamente per l’uso accademico, ma è adatta anche per trovare espressioni usate in un qualsiasi ambito specialistico. Dove è possibile trovare i corpora linguistici di cui si ha bisogno? Molti sono stati compilati e sono disponibili su diversi siti web. Ma se si ha bisogno di un corpus su un argomento specifico – nel nostro caso  su uno sport particolare – la cosa migliore da fare è crearne uno proprio.
Non è così difficile come si potrebbe pensare.  Per farlo, si ha bisogno di un altro software chiamato WebBootCat, che può essere trovato su internet insieme ad atri strumenti chiamati Sketch Engine. È a pagamento, sebbene ci sia un periodo di prova gratuito. Sostanzialmente ciò che bisogna fare è caricare su WebBootCatle parole chiave che ci si aspetterebbe di trovare sui siti web che parlano di quello specifico sport. Il software, poi, cercherà sul web dei siti in cui si trovano queste parole chiave scaricando i testi che le contengono, creando così il tuo corpus. Generalmente è possibile farlo in pochi minuti. Puoi scegliere se cercare il tuo corpus online usando Sketch Engine o se scaricarlo sul tuo computer ed usare AntConc.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Simon John Berrill e pubblicato il 18 luglio sul proprio sito SJB Translations

Traduzione a cura di:
Rossella Lombardo
Dott.ssa in Lingue Moderne e Traduzione per le Relazioni Internazionali
Traduttrice  En-Fr>It  It>En-Fr
Trapani

Perché le lingue hanno il genere? (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Curiosità sui generi e le lingue

  • In portoghese, la parola mulherão significa “donna voluttuosa”. Tuttavia, il sostantivo è di per sé maschile.
  • Nella lingua dei Ket della Siberia, “quelli [i nomi] che non hanno importanza per i Ket sono femminili, mentre gli oggetti importanti (ad esempio pesci e legno) sono maschili”. Questo è forse un indicatore dello status della donna nella società Ket.
  • La parola “mascolinità” è femminile nelle seguenti lingue: spagnolo, latino, tedesco, polacco, russo e hindi.
  • La lingua Klingon ha tre generi, e sono tanto casuali quanto ci si potrebbe aspettare da una lingua aliena: esseri capaci di usare il linguaggio, parti del corpo e tutti gli altri nomi.

Trucchi e suggerimenti per chi impara una lingua
Se siete cresciuti parlando una lingua che non usa il genere, come l’inglese, provare ad imparare una lingua che ne fa uso può essere complicato. Bisogna ricordare quali parole appartengono ad un determinato genere, classificazione che è spesso completamente arbitraria e controintuitiva. Ecco qualche utile consiglio.

  1. Quando memorizzate il lessico, fatelo memorizzando sostantivi e articoli insieme. Sapere che làpiz significa “matita” non è sufficiente. Mandate a memoria el làpiz, e l’articolo maschile el vi indicherà il genere.
  2. Meglio ancora, la maggior parte delle lingue che usano il genere hanno anche specifici gruppi di desinenze per un genere o l’altro. Ad esempio, in spagnolo i sostantivi che terminano in -a sono solitamente femminili in spagnolo. Provate a memorizzarli, insieme a tutte le eccezioni rilevanti.
  3. Benny Lewis di Fluenti in 3 mesi ci offre questo consiglio: “Se non lo sapete, tirate ad indovinare! Sul serio, è quasi impossibile imparare una lingua se non si è pronti a mettersi un po’ in imbarazzo nel tentativo di parlarla. Quindi… provate a indovinare. Molto probabilmente vi comprenderanno comunque. Nel peggiore dei casi, commetterete un divertente e involontario errore chiedendo di avere il “Papa” (el Papa in spagnolo) invece di una “patata” (la papa) per pranzo”.
  4. Non siate troppo duri con voi stessi. Uno studio ha scoperto che anche i madrelingua francesi hanno difficoltà nel concordare su quale genere vada con quale parola. Quando è stato chiesto loro di assegnare un genere a 93 sostantivi maschili, i partecipanti all’esperimento sono riusciti a mettersi d’accordo solo su 17 di essi. Ancora peggio, in una serie di 50 parole femminili, il gruppo ha concordato su una. Sono cose complicate.

Come può una chiave essere donna? Quando la grammatica e la politica di genere si scontrano
Come può una chiave essere donna? Ebbene, uno studio ha rivelato che chi parla lo spagnolo (o una lingua in cui la parola “chiave” è femminile) potrebbe descrivere le chiavi come “intricate”, “piccole” e “adorabili”. D’altro canto, chi parla tedesco (o una lingua in cui la parola “chiave” è maschile) potrebbe utilizzare attributi quali “pesante”, “metallico” e “seghettato”.
Ancora più preoccupante è il fatto che un altro studio ha preso in esame le lingue del mondo ed ha riscontrato che “in media, i paesi nei quali si parlano lingue che usano il genere si sono classificati agli ultimi posti nella scala dell’uguaglianza di genere”.
In futuro, alcune lingue potrebbero perdere queste fastidiose e insensate distinzioni di genere se i paesi in cui sono parlate perseguono l’uguaglianza tra uomini e donne. Il Guardian ha suggerito che questo potrebbe essere il destino della Germania.
Cosa ne pensate? Il genere grammaticale rende più difficile l’apprendimento di una nuova lingua? Le lingue che usano il genere grammaticale dovrebbero trovare un altro sistema, nel nome dell’uguaglianza, oppure sarebbe un passo troppo azzardato? Condividete il vostro pensiero nei commenti!

Fonte: Articolo scritto da Alison Kroulek e pubblicato il 18 Gennaio 2016 sul BlogK-International

Traduzione a cura di:
Claudia Iannessa
Traduttrice dall’inglese e dall’arabo
Pescara

Perché le lingue hanno il genere?

 Categoria: Le lingue

Perché le lingue hanno il genere? Per un madrelingua inglese, il genere grammaticale è uno degli aspetti più esasperanti dell’apprendimento di una nuova lingua. Come scriveva Mark Twain, in riferimento al tedesco: “La bocca, il collo, il petto, i gomiti, le dita, le unghie, i piedi e il corpo di una persona sono maschili, mentre la testa è maschile o neutra, a seconda della parola scelta per denotarla, e non del sesso dell’individuo che la porta sulle spalle! Il naso, le labbra, le spalle, il seno, le mani e le dita dei piedi di una persona sono femminili; ma i capelli, le orecchie, gli occhi, il mento, le gambe, le ginocchia, il cuore e la coscienza non hanno sesso…”.
Non sembra avere molto senso, giusto? Eppure molte, se non quasi tutte, le lingue del mondo dividono i nomi per “genere”, spesso in modi abbastanza arbitrari. Ecco una breve introduzione a questa interessante caratteristica linguistica, insieme ad alcuni trucchi e suggerimenti per imparare più facilmente le lingue che fanno distinzioni di genere.

Genere grammaticale vs Genere naturale
È importante fare una distinzione tra genere grammaticale e genere naturale. Il genere naturale è semplicemente il genere di una persona, un animale o un personaggio. Il genere grammaticale è un modo per dividere i sostantivi in categorie; non è necessariamente sovrapponibile al “genere naturale” della persona o dell’oggetto che viene descritto.
In molte lingue, il genere grammaticale è molto più che “maschile” e “femminile”. Molte di esse hanno una classe “neutra”, mentre altre hanno generi diversi per oggetti animati o inanimati. Le lingue hanno anche diversi modi di attribuire il genere. Alcune seguono le caratteristiche fisiche dell’oggetto in questione. Spesso entrano in gioco anche la mitologia e le visioni culturali in merito al genere. Ad esempio, nella lingua Alamblak della Papua Nuova Guinea, il genere maschile “comprende cose alte, o lunghe, e sottili, o strette (pesci, serpenti, frecce e alberi slanciati)”. Mm. Chissà come mai?
Così, la lingua africana Zande divide i sostantivi in quattro generi: maschile, femminile, animale e inanimato. Tuttavia, alcuni oggetti inanimati, importanti nella mitologia Zande, sono classificati come animati.
Altre lingue assegnano il genere in base alla desinenza della parola. Ad esempio, le parole spagnole che terminano in -a sono solitamente femminili. Per questo la mesa è femminile, nonostante il tavolo non sia considerato animato.

Perché dividere i nomi per genere?
Perché esistono lingue che usano il genere? Dopotutto, l’inglese se la cava benissimo anche senza assegnare caratteristiche “maschili” e “femminili” agli oggetti privi di genitali.
In realtà, anche l’inglese un tempo distingueva tra generi. I parlanti hanno smesso di classificare la maggior parte dei nomi in base al genere durante la fase dell’inglese medio.
In sostanza, il genere nelle lingue è solo un modo di dividere i sostantivi in classi. Infatti, stando al parere di alcuni linguisti, il “genere grammaticale” e le “classi di sostantivi” sono la stessa cosa. È un’eredità del lontano passato. Gli studiosi ritengono che il protoindoeuropeo avesse due generi: animato e inanimato. In alcuni casi, può essere più semplice utilizzare i pronomi in maniera chiara, quando si parla di più oggetti.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Alison Kroulek e pubblicato il 18 Gennaio 2016 sul BlogK-International

Traduzione a cura di:
Claudia Iannessa
Traduttrice dall’inglese e dall’arabo
Pescara

La variazione diastratica (2)

 Categoria: Servizi di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Statisticamente le donne utilizzerebbero forme linguistiche più vicine alla lingua standard in quanto, al fine di rafforzare il loro status sociale, sentirebbero maggiormente la pressione delle norme del comportamento linguistico (Chambers, 1995, Sociolinguistic Theory). Contrariamente, gli uomini utilizzerebbero il turpiloquio molto più di frequente delle donne che invece sembrerebbero ricorrere di più a eufemismi e giri di parole. Ovviamente, non tutte le lingue seguono questo tipo di comportamento ma, almeno per quanto riguarda quelle indoeuropee, si tende a conservare intrinsecamente la struttura delle società primitive, in cui l’immagine dell’uomo è quella di una persona forte che sovrasta la controparte femminile.

Questa ipotesi sembrerebbe giustificare l’uso del turpiloquio come mezzo per imporre il proprio dominio sul sesso debole. Analizzando a fondo la spiegazione dell’uso delle “parolacce” anche dal punto di vista psicologico e socioculturale, una parola è considerata tabù in un certo contesto, rivolto a un determinato tipo di destinatari e se è scritta o detta in presenza di un adulto o di un bambino. In sintesi, la variazione diastratica è l’unica soggetta a tutte le altre dimensioni sociolinguistiche: diamesica, diatopica, diafasica e diacronica (basata sull’evoluzione della lingua nel tempo).

La lingua è, dunque, un comportamento inevitabilmente connesso a fattori sociali. La determinazione della posizione sociale comporta non pochi problemi se si considera la resa traduttiva di un prodotto audiovisivo, poiché la sua caratteristica multimediale è corredata da altri fattori determinanti la collocazione sociale. Non sempre è facile rendere linguisticamente l’idea che un personaggio appartenga a un determinato ceto sociale, soprattutto se parla in lingua standard. In questo caso gioca un ruolo fondamentale la dimensione pragmatica, di cui fanno parte anche la cinesica, la vestemica, l’oggettemica e la prossemica. In linea generale, le immagini sembrano offrire maggior materiale di ancoraggio identificativo e interpretativo in fase di adattamento, mentre i dialoghi passano in secondo piano nella comprensione della storia da parte del pubblico.

Autrice dell’articolo:
Roberta Fino
Dott.ssa in Lingue e Istituzioni economiche e giuridiche dell’Asia e dell’Africa mediterranea
(Ca’ Foscari University of Venice)
Traduttrice JAP-ENG-ITA/ITA-ENG-JAP
Corigliano Calabro (CS)

La variazione diastratica

 Categoria: Servizi di traduzione

La variazione diastratica è la dimensione linguistica che si riferisce ai cambiamenti e alle evoluzioni che la lingua subisce in base alle differenze di stratificazione e identità di gruppi sociali. In particolare, l’elenco dei tratti salienti che si rapportano a questa variazione si identificano con l’etnia, l’istruzione, la professione, il sesso (la lingua degli uomini e delle donne) e l’età (la lingua dei “giovani” e degli “anziani”) (Santipolo, 2002). Da ciò si evince che parlanti di diverso status sociale usano in modo differente la stessa lingua. Ad esempio, «è possibile individuare, in base alle sole caratteristiche linguistiche, che un determinato enunciato sia stato prodotto da una persona di modesta o elevata estrazione sociale» (Sapir E., 1921, Language: An introduction to the Study of Speech).

Allo stesso modo, anche i linguaggi cosiddetti “transitori” (termine utilizzato da Santipolo M. in Dalla sociolinguistica alla glottodidattica per indicare “la varietà di linguaggio di certe fasce d’età o gruppi di pari non permanenti”) ovvero i linguaggi giovanili, studenteschi, militareschi rientrano nella categoria dei tratti linguistici presi in esame dalla variazione diastratica. Sono linguaggi “deperibili”, nel senso che variano nel corso del tempo. Proprio come i gerghi e gli slang, lo scopo dei linguaggi “transitori” è quello di mettere in evidenza l’appartenenza dei parlanti a una certa comunità.

Spesso accade però, come per i linguaggi giovanili, che alcune espressioni vengano utilizzate con una frequenza talmente esuberante da influenzare la lingua comune fino a diventare parte di essa. Un altro fattore caratterizzante la variazione diastratica è la differenza esistente tra il linguaggio degli uomini e quello delle donne che dipende quasi esclusivamente dai ruoli imposti dalla società sui due sessi.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Roberta Fino
Dott.ssa in Lingue e Istituzioni economiche e giuridiche dell’Asia e dell’Africa mediterranea
(Ca’ Foscari University of Venice)
Traduttrice JAP-ENG-ITA/ITA-ENG-JAP
Corigliano Calabro (CS)

Servizi professionali di traduzione

 Categoria: Servizi di traduzione

La maggior parte delle persone vorrebbe essere capace di tradurre, ma non ci si può fidare dei servizi di traduzione di una macchina (o traduttore automatico) che promette la traduzione di interi brani, paragrafi, documenti e siti internet, in altre lingue. Proprio perché il tentativo di dedicarsi al processo di traduzione è compiuto da un software non in grado di affrontare e di chiarire nei minimi particolari il senso di un testo che solo un traduttore professionista (e umano!) è capace di rendere. Che cos’è una traduzione automatica? La traduzione automatica, anche chiamata traduttore automatico, consiste nel produrre un testo equivalente che comunichi lo stesso messaggio in un’altra lingua senza l’ingerenza dei traduttori umani. Sin dai primi anni la traduzione automatica ha avuto degli obiettivi nobili, promettendo traduzioni veloci ed economiche. Oltre a tutte le richieste espresse dagli appassionati nel 1950 c’era la necessità di avere un programma per i computer che traducesse documenti dal russo all’inglese. Lo scetticismo è cresciuto quando il vocabolo russo per “martinetto idraulico ” è stato tradotto come “capra d’acqua”.

Non importa a quale metodo di traduzione automatica ci si riferisce, il problema principale della traduzione automatica è la precisione. Si dovrebbero considerare  varie possibilità se si cerca una soluzione per un’informazione sulle autostrade …. non riuscivo a trovare una testimonianza migliore di quella di parlare di tutto ciò con un operatore on-line, secondo Google Traduttore FAQ, “Tuttavia anche i più sofisticati software odierni non si avvicinano alla fluidità di un madrelingua o non hanno l’abilità di un traduttore professionista. La traduzione automatica è molto difficile, dato che il significato delle parole dipende dal contesto nel quale vengono usate”. Il rischio di utilizzare la traduzione automatica online può essere spiegato bene dall’incidente avvenuto nel 2007 tra un giornalista israeliano e il Ministro olandese agli Affari Esteri . Potete leggere l’articolo completo sul giornale Jerusalem Post. La tensione ha causato un grave incidente diplomatico, sicuramente perché qualcuno non ha considerato con abbastanza accuratezza che la traduzione è una spesa di vitale importanza quando si inviano messaggi diplomatici attraverso i confini internazionali.

La traduzione è un processo complesso e delicato di conservazione degli aspetti linguistici e culturali del testo originale. La traduzione ed il suo obiettivo di precisione non possono essere affidati ad un procedimento meccanico che traduce parola per parola -  ci vogliono anni di formazione professionale, di esperienza e di approfondimento per diventare un traduttore professionista ampiamente qualificato. A differenza dell’approccio adottato dai sistemi di traduzione automatica, il traduttore professionista qualificato non fa nessun compromesso sulla qualità, dato che lui/lei è consapevole che l’imprecisione dei metodi di traduzione sono una fonte di rischio e conducono ad un risultato errato del testo finale. I traduttori professionisti forniscono servizi di alta qualità con un approccio attento ad ogni dettaglio. Solo un traduttore professionista è capace di abbattere le barriere linguistiche, e di trasmettere il messaggio al target di riferimento, quindi rendendo la comunicazione ed il lavoro più semplice e più efficiente. Oggi, il mercato è pieno di speranze di salvezza per la traduzione, ma …. per chi riconosce l’importanza di una traduzione accurata solo un traduttore professionista porta a termine il lavoro nel migliore dei modi. Per chi non fa distinzioni tra le due, la traduzione automatica diventerà il pozzo di Babele, dove si gettano le parole.La precisione e l’affidabilità richiedono il tocco umano del traduttore professionista.

Fonte: Articolo pubblicato sul Blog dell’agenzia “One Hour Translation

Traduzione a cura di:
Manuela Uggé
Traduttrice freelance con partita iva
Milano

L’evoluzione della scrittura cinese (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Parliamo in ultimo stadio della grafia regolare, nata nel tardo periodo degli Han Orientali, e che raggiunse la piena maturità all’epoca delle dinastie del Nord e del Sud (420-589), imponendosi come forma standard e rimanendo fino ad oggi lo stile ufficiale di scrittura. Ma non siamo ancora arrivati alla fine del nostro excursus, poiché giunti a questo punto, stiamo ancora parlando di caratteri complessi, o che comunemente vengono definiti “tradizionali”, mentre la Repubblica popolare cinese si avvale di caratteri che definiamo“semplificati”. In ogni carattere i tratti seguono un ordine fisso e regole definite – la loro corretta composizione è infatti importante – per motivi di ordine estetico e per facilitare la memorizzazione del gesto grafico. Le unità grafiche cinesi sono quindi combinazioni di un certo numero di tratti fondamentali – si pensi che il carattere più semplice si compone di un solo tratto – mentre i più complessi arrivano anche a sommarne una trentina; è naturale pensare che più alto è il numero dei tratti e più difficoltosa sarà la sua memorizzazione.

Nessuna meraviglia dunque che già all’inizio del secolo fosse abbastanza diffusa l’opinione che la scrittura andasse semplificata. Già nel 1935 il governo nazionalista fece pubblicare un elenco di circa 320 caratteri, le cui forme semplificate venivano rese ufficiali. L’iniziativa incontrò l’opposizione dei conservatori, ma venne riproposta nuovamente nel 1956 e nel 1964 fu pubblicato l’Elenco generale dei caratteri semplificati, che contava circa 2238 caratteri interamente o parzialmente semplificati. I principi generali che ispirarono la scelta dei diversi tipi di semplificazione furono cinque: 1. Adozione di varianti corsive più semplici delle regolari. 2. Adozione di varianti arcaiche composte da un numero inferiore di tratti. 3. Adozione di omofoni costituiti da un minor numero di tratti e aventi significati tali da non comportare rischi di ambiguità. 4. Adozione di una parte del carattere in sostituzione dell’insieme. 5. Riduzione del numero di tratti di un componente del carattere, mirate a sostituire un elemento complesso con uno più semplice. In realtà, questo sistema di scrittura semplificato viene usato nella Repubblica Popolare Cinese, mentre Taiwan e Hong Kong utilizzano ancora i caratteri complessi.

Il cinese è una lingua priva di flessione e i cui morfemi per la maggior parte corrispondono a una sillaba, elemento fondamentale della lingua spesso corrispondente ad un morfema, che rimane intatto indipendentemente da ciò che lo segue o precede, ad eccezione del tono. Un sistema di scrittura morfemica quale è quella cinese presenta rispetto alle scritture fonetiche vantaggi e svantaggi. Tra i vantaggi annoveriamo una maggiore stabilità da cui è caratterizzata, considerato che cambiamenti morfologici sono di gran lunga più lenti rispetto a quelli di tipo fonetico e l’alto grado di stringatezza che consente grazie all’uso di varie forme monosillabiche che può fare. D’altra parte però, e secondo alcuni, una scrittura di questo tipo ostacola l’alfabetizzazione, in quanto richiede diversi anni di studio soltanto per imparare a leggere e a scrivere; altri, invece, non sono d’accordo con questa tesi, sostenendo che si sovraestimino le difficoltà connesse all’apprendimento del cinese, confondendo con troppa facilità lingua e scrittura.

Autrice dell’articolo:
Lucrezia Piscopo
Traduttrice e interprete IT<>EN – IT<>CH
Roma

L’evoluzione della scrittura cinese (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Le manifestazioni più antiche della scrittura cinese sono costituite dalle iscrizioni su piastroni di tartaruga e ossa di bovidi (detti jiǎgǔwén 甲骨文) utilizzati a scopo divinatorio. Nel momento stesso in cui sono state ritrovate, ovvero circa cento anni fa (nel 1899), ci si è subito resi conto di essere davanti ad una forma arcaica di scrittura cinese e che, nonostante le notevoli differenze, la struttura dei caratteri sia rimasta fondamentalmente identica. Per quanto siano stilisticamente aride, le iscrizioni oracolari presentano una maturità linguistica, in termini di struttura grammaticale e ricchezza lessicale, tale da lasciar supporre che la scrittura già ai tempi della dinastia Shang avesse alle spalle una lunga storia, purtroppo, non documentata.

Altra preziosa fonte sono le iscrizioni su vasi di bronzo; le più antiche sono caratterizzate da un’estrema concisione e da uno stile grafico fortemente pittorico e di difficile decifrazione, mentre quelle di  epoche successive, che venivano impiegate per celebrare avvenimenti importanti, si fecero sempre più lunghe ed articolate. Nell’arco della loro pluriennale storia documentata, i caratteri cinesi hanno conosciuto una continua evoluzione stilistica, che può essere ricondotta a cinque tappe principali: iscrizioni su piastroni di tartaruga e ossa di bovidi, iscrizioni su bronzi, grafia dei sigilli, grafia degli scribi e grafia regolare. Si passa da tratti caratterizzati da linee dritte e angoli squadrati, vista l’usanza di incidere il supporto col coltello, fino a linee più allungate e dagli angoli smussati, che è la tipologia di grafia introdotta nel periodo della dinastia Zhou.

A questo punto, bisogna considerare un evento importante che incise sulla storia evolutiva dei caratteri: con il declino del potere centrale a partire dall’VIII secolo a.C e il disgregarsi dell’assetto politico-istituzionale del paese, vennero a formarsi numerosi stati, ciascuno dei quali sviluppò varianti locali dello stile del grande sigillo, tendendo ad una semplificazione della scrittura. Atipica e di grande effetto artistico fu poi una di queste varietà, denominata “grafia a uccello e insetto” per l’eleganza dei tratti che, nella loro involuzione, imitavano il piumaggio degli uccelli e le forme dei pesci e degli insetti. Dopo l’unificazione dell’impero nel 221 a.C. venne attuato un programma di codificazione della scrittura, nel quale si stabilivano le corrette proporzioni delle unità grafiche e la distanza da cui dovevano essere separate nella scrittura, introducendo così la grafia del piccolo sigillo. In epoca Qin poi, gli scribi del governo ripartirono da questo tipo di scrittura e ne raddrizzarono i tratti tondeggianti. L’adozione dello stile degli scribi rappresentò un momento cruciale nella storia della scrittura cinese, poiché sancì l’abbandono dell’antica grafia e inaugurò una rappresentazione più convenzionale, avviandosi verso la grafia standard ancora oggi in uso.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Lucrezia Piscopo
Traduttrice e interprete IT<>EN – IT<>CH
Roma

L’evoluzione della scrittura cinese

 Categoria: Storia della traduzione

Con l’espressione “lingua cinese”, (in cinese zhōngwén 中 文 o hànyǔ 汉 语 ), ci riferiamo al cosiddetto cinese mandarino o pǔtōnghuà 普 通 话 , lingua ufficiale della Repubblica popolare cinese. La scrittura cinese è una delle forme di scrittura più antiche attualmente in uso e una delle poche basata su ologrammi. Le prime testimonianze scritte pervenuteci (ovvero iscrizioni oracolari su gusci di tartaruga e su ossa di bovini, utilizzati a scopo divinatorio) ci permettono di tracciarne la storia fin dall’epoca della dinastia Shang (1752-1122 a.C.); si tratta di un periodo non molto anteriore alla comparsa degli alfabeti e decisamente posteriore alle prime scritture note, le quali comparvero in Mesopotamia e in Egitto. Questo vuol dire che la lingua cinese ha conosciuto un’evoluzione di millenni e, data la vastità del territorio, ha prodotto al suo interno differenziazioni notevolissime.

Nonostante le diverse varietà linguistiche racchiuse al suo interno, però, i suoi parlanti si servono di un’unica lingua scritta e comune, basata sui medesimi caratteri, resa possibile dalla profonda unità e dalla continuità storica che hanno contrassegnato la civiltà di cui era espressione, trasmessa ininterrottamente fino ai giorni nostri. La caratteristica più evidente della lingua cinese scritta è rappresentata dalle unità grafiche che formano il suo sistema di scrittura, costituite da caratteri, ognuno dei quali corrisponde grammaticalmente ad un morfema e fonologicamente ad una sillaba. I caratteri non contengono una precisa indicazione del suono ad essi associato ed è proprio grazie alla loro natura morfemica che superano gli ostacoli delle diverse varietà orali, divenendo così comprensibili a tutta la sua popolazione e fungendo da importante simbolo di identità etnica e culturale.

Racconti relativi all’origine della scrittura cinese sono contenuti in testi antichi, quali lo Shuōwén Jiězì, primo dizionario etimologico della storia cinese, che attribuisce l’invenzione a tre mitici imperatori: Fu Xi, Sheng Nong e Huangdi. Tuttavia, il racconto tradizionale sull’origine della scrittura cinese lascia soltanto un ruolo marginale al mito; la Cina dispone, infatti, di un insieme di testi datati con precisione, i quali suggeriscono di situare gli esordi di questa scrittura al XIII secolo prima della nostra era, anche se le sue lontane origini possono forse esser fatte risalire a un’epoca assai più remota di quella tramandataci dalla tradizione.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Lucrezia Piscopo
Traduttrice e interprete IT<>EN – IT<>CH
Roma

Traduzione e intertestualità

 Categoria: Tecniche di traduzione

Nell’articolo di ieri (ndr) abbiamo parlato di come si possano trovare esempi di intertestualità in ogni tipo di testo, da quello di natura letteraria a politica e così via, oltre che nelle conversazioni di tutti i giorni. Citando la frase di un libro o la battuta di un film o di una pubblicità, ogni volta che comunichiamo generiamo milioni di associazioni logiche e creiamo una rete di rimandi che conferiscono ai nostri messaggi un significato più ricco e profondo. Ogni  lettore ha un suo modo di interpretare e i riferimenti non sono sempre chiari a tutti. Ma se un lettore medio, mentre legge un testo nella propria lingua madre, può avere problemi a decifrare il significato di un riferimento o, addirittura, non lo coglie affatto, cosa accade nel caso di una traduzione, dove non solo la lingua è straniera, ma anche la cultura potrebbe essere radicalmente diversa? Quanti riferimenti intertestuali potrebbero andare persi per strada?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tenere conto della relazione tra traduttore e intertesto. Quando comunichiamo non entra in gioco solamente la nostra conoscenza della semantica, ma anche la nostra competenza sull’argomento, tutti i testi che abbiamo letto in passato e il nostro bagaglio culturale. Ed è qui che la figura del traduttore assume un ruolo essenziale. Oltre ad avere un’eccellente dimestichezza con la grammatica e la semantica della lingua di origine, un traduttore deve anche vantare un’ampia conoscenza della cultura a cui quella lingua appartiene. È sempre bene ricordare che il processo traduttivo non implica solo la traduzione di tutte le parole di un testo da una lingua all’altra, anzi, la grandezza di un traduttore sta proprio nell’abilità di fornire una lettura trasversale del testo, cogliendo così tutti gli aspetti che l’autore ha voluto trasmettere.

Perciò nel campo della traduzione la battaglia tra umani e macchine non è finita. Se avete già provato a tradurre un gioco di parole usando un traduttore automatico, per esempio, molto probabilmente vi sarete accorti che la traduzione letterale della frase non ha alcun senso.
Prendiamo in considerazione il modo di dire inglese “beware of Greeksbearinggifts” (“Guardati dai greci che portano doni”, ndt). In generale, significa di non fidarsi del proprio nemico, ma nello specifico fa riferimento all’Iliade, alla guerra di Troia e al famoso cavallo di legno. Chiunque conosca la storia non avrà difficoltà a cogliere il nesso logico, mentre chi non ne ha mai sentito parlare potrebbe domandarsi cosa ci sia di male nei regali ellenici. Un traduttore potrebbe rendere questa frase idiomatica con un “non fidarti dei tuoi nemici” o con un’altra versione semplificata, ma le sfumature andrebbero perse. È importante saper riconoscere questi casi se si vogliono trasmettere le stesse nuance ricreate dall’autore. È giusto sottolineare, però, che in molti casi la corretta interpretazione di tali esempi di intertestualità è il risultato di una ricerca approfondita. La struttura di una lingua non dipende solo dalle parole che la costituiscono, e spetta al traduttore il compito fondamentale di mettere in comunicazione culture diverse.

Fonte: Articolo pubblicato il 2 settembre 2016 sul blog di Trusted Translations

Traduzione a cura di:
Laura Agostinelli
Traduttrice Freelance EN>IT, FR>IT,
Bergamo

C’era una volta…l’intertesto

 Categoria: Agenzie di traduzione

In quanto lettori, ogni giorno ci troviamo di fronte a testi di ogni genere e, sempre più spesso, in lingue straniere. Ciò comporta un impegno quotidiano da parte nostra per decodificare i simboli che costituiscono le parole e che conferiscono loro un significato. Tale processo ci viene talmente automatico da dare per scontati tutti i collegamenti che facciamo durante la lettura.

I testi, da intendersi come qualsiasi cosa di orale o scritto, non sono indipendenti da altri testi e, soprattutto, non sono statici. Al contrario, sono dinamici e sono soliti evocare o fare riferimento ad altri testi. Ogni testo nuovo in cui si può imbattere un lettore contiene qualcosa, che sia una frase, un nome o un semplice concetto, che fa riferimento ad altri testi e che influenza la percezione e l’interpretazione del testo stesso da parte del lettore.

Tale interconnessione e interdipendenza tra testi è nota come intertestualità. Leggendo dei testi, non diamo solo forma a concetti, ma creiamo una complessa rete di collegamenti testuali sulla base di tutto ciò che conosciamo e di tutti i testi esistenti (a noi familiari o meno). Dopotutto, è il lettore che stabilisce i rimandi. Ognuno di noi ha un bagaglio culturale diverso e specifico, forgiato dalle proprie esperienze; facciamo associazioni che non saranno mai le stesse di quelle di qualcun altro. Più sono numerose le nostre esperienze, più ricco sarà il nostro intertesto. Se un personaggio si chiama Giulietta ed è tormentato da un amore impossibile, è molto probabile che tutti noi colleghiamo il testo a Shakespeare e alla tragedia di Romeo e Giulietta. Oggigiorno, inoltre, l’intertestualità si presenta anche sotto nuove e particolari sembianze: quelle dei collegamenti ipertestuali che, in un certo senso, non sono altro che intertesti resi visibili. Basta infatti un clic del mouse per essere proiettati in un mondo infinito di nuove pagine e idee.

Un altro esempio lampante di questo fenomeno si può trovare nel tradizionale incipit “C’era una volta…”. Ci bastano queste poche parole per sapere cosa ci aspetta. Sappiamo che si tratterà di una favola, probabilmente ambientata nel passato, in un luogo sperduto e imprecisato dove, tra molte altre cose, ci saranno re e animali parlanti, e alla fine ci sarà una morale. Senza rendercene conto, ci perdiamo nel mondo della fantasia e cominciamo a ricordare tutte le storie sentite in passato che iniziano con questa frase. Le varie associazioni che generiamo arricchiscono il testo e gli conferiscono più spessore. Ci saranno sempre diverse interpretazioni da parte dei lettori; alcuni riferimenti saranno chiari a quasi tutti, altri a pochi, ma rimarranno sempre sotto la superficie, in paziente attesa di essere scoperti.

Fonte: Articolo pubblicato il 26 agosto 2016 sul blog di Trusted Translations

Traduzione a cura di:
Laura Agostinelli
Traduttrice Freelance EN>IT, FR>IT,
Bergamo