Come tradurre la forma del pensiero? (4)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Terza parte di questo articolo

Gli artisti hanno il dovere/onore di trasmettere un messaggio di crescita alla società, di occuparsi dei problemi e sollevare questioni. Come usava dire uno dei più importanti critici dell’Ottocento, il danese Georg Brandes, l’artista deve sapere sette problemer under debatt, ovvero dibattere i problemi, sollevare le questioni per smuovere le coscienze. Chiaramente questa tendenza è andata affievolendosi col tempo e raramente gli artisti nordici di oggi si sentono legati dal bisogno di educare o anche solo di utilizzare le proprie creazioni per mandare un messaggio più o meno etico.

Resta comunque, soprattutto nella letteratura per ragazzi, una certa funzione di impegno sociale. Una caratteristica, questa, che deriva da svariati fattori: un humus culturale di natura protestante nel quale le azioni quotidiane vengono viste come passi necessari nella conquista della benevolenza divina. Ma anche la fiducia in un sistema politico all’insegna del welfare (in norvegese velferdsstatt, in svedese välfärdssamhälle, in danese velfærdsstat), ovvero del tentativo di dare vita ad uno Stato 1 nel quale il benessere non sia un privilegio ma una possibilità per chiunque, senza limiti di ceto sociale o status politico, e nel quale i bisogni primari di ogni cittadino siano garantiti al meglio.

Nella storia presa in questione, il piccolo Lars affronta il suo piccolo grande viaggio per imparare a superare la paura di crescere, a camminare sulle proprie gambe. Ma è soprattutto la mamma a dover imparare una lezione importante, e il lettore lo scopre alla fine del libro: nonostante mille ripensamenti, Lars riesce infine a giungere al limitare del bosco; la scuola è ormai vicinissima. Ma all’improvviso spunta la madre da dietro un albero: ha seguito Lars per tutto il tempo, preoccupata che potesse perdersi nel bosco. «Per oggi è andata così – dice la mamma al figlio – ma ci riproveremo domani».

Al lettore medio italiano questo modo di pensare non è del tutto estraneo, tuttavia è difficile rendere in maniera fedele quello che per uno scandinavo significhi sette problemer under debatt. È una dedizione, un modo di intendere il mondo intorno a noi che implica sempre un’attenzione verso l’altro, verso lo svantaggiato, verso una realtà da migliorare. Un punto di vista che, non esule da avere difetti, resta uno degli elementi più affascinanti della mentalità scandinava. Ma anche uno di quelli più difficili da assimilare e comprendere.

Autrice dell’articolo:
Valentina Fatichenti
Traduttrice dall’inglese e dalle lingue scandinave
Firenze

Come tradurre la forma del pensiero? (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Ma fino a che punto può il traduttore modificare, plasmare la materia e dove invece deve fermarsi? È estremamente difficile stabilire l’esatto punto in cui si oltrepassa il limite del consentito: il punto in cui la traduzione diventa tradimento. La lingua rappresenta l’identità culturale di un popolo, il codice attraverso il quale esso si esprime e sul quale la storia, le esperienze del popolo stesso sono state impresse. Trasformare la lingua è quindi immergersi in questa identità e farsi tramite di un messaggio. Se si segue questo filo di pensieri si arriva a un secondo ostacolo. La Scandinavia è un Paese ancora profondamente immerso nelle sue credenze popolari. Il legame con la natura, con i boschi e le montagne, è ancora profondamente sentito e questo viene trasmesso di riflesso in tutto quello che fanno.

Le storie su troll e spiriti dei boschi che vengono raccontate ai bambini possono aver cambiato forma (troll che vivono in città come persone normali, déi germanici che diventano supereroi e così via…) ma restano assolute protagoniste oggi come ieri. Nel seguente brano viene raccontato l’incontro di Lars con una creatura dei boschi: un essere a metà tra una fata e una farfalla.

Det er Skruvla! Hun ser meg dypt inn i øynene.

«Lars,» hvisker hun. «Så du ikke hunden?»

Jeg rister på hodet. Hun smiler til meg. «Lurt, forresten, at du går baklengs. Ellers hadde du ikke sett meg.»
[…]
«Er det noe jeg kan, så er det å skremme hunder,» smiler hun lurt. «Kommer den igjen, er det bare å gå videre og late som ingenting. Og vips, så er den borte.»

Ma è Skruvla! Mi guarda dritto negli occhi: «Lars – mi sussurra – non hai visto il cane?»

Io scuoto la testa e lei mi fa, sorridendo: «A proposito, è stata un’idea astuta quella di camminare all’indietro, sennò non mi avresti vista!»
[…]
«Se c’è una cosa che so fare è spaventare i cani – dice, e mi sorride con aria furba – Se ritorna basta che tu continui a camminare, facendo finta di niente. Così, puff!, lui scompare.»

Agli occhi di un bambino norvegese Skruvla apparirà come una creatura estremamente familiare: i boschi nordeuropei sono vasti e coprono, assieme alle catene montuose, la maggior parte del territorio.

Il passare delle stagioni, l’arrivo e la fine dell’inverno, il Natale sono eventi vissuti a stretto contatto con il mondo dei boschi. Sono un qualcosa che gli scandinavi vivono nei ruscelli, nelle caverne dentro la montagna, sulla corteccia degli alberi. Il rapporto con la natura è profondamente sentito, in una maniera che forse un lettore italiano non potrà mai comprendere a fondo. Sebbene una creatura con la precisa forma e nome di Skruvla non sia presente nel folklore nordico, tuttavia la sua presenza non stona affatto. C’è infine una questione legata alla funzione stessa che la letteratura e più in generale l’arte svolgono per gli scandinavi. Si tratta della necessità di ritrovare sempre un fine etico o didattico in qualunque forma artistica. È infatti un tratto tipico della mentalità scandinava il pensare che tutto quello che facciamo possa trasformarsi in un momento di crescita a livello personale ma anche collettivo.

Quarta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Valentina Fatichenti
Traduttrice dall’inglese e dalle lingue scandinave
Firenze

Come tradurre la forma del pensiero? (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Il libro
La storia prende spunto da un evento molto semplice: per la prima volta nella sua vita il piccolo protagonista, Lars, dovrà fare la strada che porta a scuola tutto da solo. La madre gli indica la via, dritta e breve, attraverso un piccolo bosco, poi lo saluta, facendogli tutte le raccomandazioni del caso. Il bambino però sembra aver molta paura di restare solo, specialmente all’idea di dover attraversare il bosco. Prende così una decisione quantomeno bizzarra: fare tutta la strada camminando all’indietro, così da poter guardare la madre e la propria casetta finché può. Il resto del libro è tutto dedicato a questo strano “viaggio”: tutto è raccontato attraverso i pensieri, le riflessioni, i timori e i desideri del piccolo Lars. Lungo la strada varie figure, fantastiche, reali o forse soltanto immaginate, vengono incontro e incoraggiano Lars a proseguire nel suo viaggio, raccomandandosi in vari modi.

Riflessioni
Per quanto riguarda la differenza stilistica e formale della lingua scandinava, di seguito è riportato un sample di traduzione: si tratta della prima pagina del libro. La madre saluta Lars e gli raccomanda di fare attenzione. Nella prima colonna a sinistra la versione originale; nella colonna al centro una traduzione letterale e nell’ultima colonna la traduzione definitiva.

«Bare rett fram nå, Lars,» sier mor.

«Du kan veien.»

Jeg går baklengs og vinker til henne.

Hun står i vinduet og roper at jeg skal være forsiktig. Det er vanskelig å gå baklengs, men da kan jeg se henne.

«Før du aner det, er du der,» roper hun og skal til å lukke vinduet.

Lukker hun vinduet, kan jeg ikke høre henne. Da kan jeg ikke se henne heller.

«Adesso basta andare a diritto, Lars», dice la mamma. «La strada la conosci.»

Io cammino all’indietro e la saluto con la mano.

Lei sta in piedi accanto alla finestra e mi urla di fare attenzione. È difficile camminare all’indietro, ma così posso vederla.

«Prima che tu te ne accorga, sarai arrivato», esclama e fa per chiudere la finestra.

Ma se chiude la finestra non posso più vederla, né sentirla.

«Ora basta andare a diritto, Lars – dice la mamma – la strada la conosci.»

Cammino all’indietro, salutandola con la mano mentre lei, in piedi davanti alla finestra, mi urla di fare attenzione. É difficile camminare all’indietro, ma così posso vederla.

«Sarai arrivato prima che tu te ne accorga!», mi dice, e fa per chiudere la finestra. Ma se chiude la finestra non la posso più vedere, né sentire.

Anche chi non è familiare con le lingue scandinave potrà notare dalla tabella alcune differenze stilistiche fondamentali: in norvegese è comune usare periodi brevi, frasi semplici caratterizzate da una punteggiatura frequente e monocorde (il punto e la virgola: raramente vengono utilizzate forme più articolate come i due punti o il punto e virgola, nemmeno nei testi più complessi). In italiano questo tipo di struttura risulta ripetitiva, quasi fastidiosa (seconda colonna). La lingua italiana ha bisogno di periodi costituiti da più di una frase: essa ricerca l’armonia nei legami (congiunzioni, punteggiatura “morbida”), la musicalità nei rapporti fra le parole e soffre l’eccessiva concisione. Il norvegese invece funziona all’opposto: la cadenza ritmica del discorso si fa musica nella ripetizione, nella brevità, nella semplicità del periodo.

Un po’ come per l’inglese è la struttura della frase, fissa, inamovibile a orchestrare il concerto: soggetto, verbo, complemento, soggetto, verbo, complemento. Le regole della grammatica stabiliscono le regole del pensiero: breve, semplice, ritmico per i norvegesi; espanso, variegato, sinuoso per gli italiani. Il traduttore deve saper trovare la via di mezzo fra le due concezioni: dovrà saper mitigare la concisione scandinava (percepita come freddezza o aridità dal lettore italiano) con la complessità romanza (prolissità ad occhi germanici). Dovrà smussare gli angoli più acuti, tentando di rendere il testo familiare pur mantenendo l’impronta dell’originale.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Valentina Fatichenti
Traduttrice dall’inglese e dalle lingue scandinave
Firenze

Come tradurre la forma del pensiero?

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il seguente articolo presenta una riflessione sul rapporto che intercorre fra lingua e cultura. La lingua, mezzo di comunicazione, specchio di cultura di un popolo e fondamento della sua identità è utilizzata, ma non considerata. Per questo i suoi artigiani (i traduttori in primis, ma anche i linguisti, i filologi e tutti coloro i quali hanno nella lingua un oggetto di studio e di creazione artistica) sono spesso poco considerati. Il loro lavoro in realtà è estremamente importante: essi diffondono una cultura attraverso, appunto, la sua lingua.

Rivestono la sua pelle di codici che permettono la trasmissione di valori, di esperienza, di arte. Ma quanta fatica e quanta pazienza richiede tale lavoro? Il traduttore deve saper trasformare, sublimare, cesellare il prodotto, fino a renderlo non solo familiare, ma anche (e soprattutto) piacevole all’orecchio e all’occhio di chi ne fruirà. Porto come esempio la mia esperienza di studiosa e traduttrice di lingue scandinave (di norvegese in particolare) attraverso qualche esempio di traduzione di un testo di letteratura per l’infanzia. Il titolo è Ikke Helt Alene (Constance Ørbeck-Nilssen, Akin Duzakin, Magikon, Oslo: 2009), che letteralmente potrebbe essere tradotto con “Non completamente/interamente solo”.

Il testo, un libro per immagini per bambini dai cinque agli otto anni, è inedito in Italia. Le principali difficoltà/sfide nella traduzione di questo testo hanno riguardato sostanzialmente tre aspetti: il primo, la concisione tipica delle lingue scandinave, opposta alla talvolta prolissità dell’italiano. Il secondo, La trasmissione di alcuni aspetti del folklore nordico che possono talvolta risultare incomprensibili al lettore italiano. Infine, una marcata differenza fra le due culture nel concepire gli scopi della letteratura, e della letteratura per l’infanzia in particolare: per gli scandinavi ogni forma d’arte è spesso legata a uno scopo etico o didattico, un fine educativo che al contrario non sempre viene considerato una priorità all’interno della tradizione artistica italiana.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Valentina Fatichenti
Traduttrice dall’inglese e dalle lingue scandinave
Firenze

Disuguaglianza di scambi (5)

 Categoria: Storia della traduzione

< Quarta parte di questo articolo

Tali competenze linguistiche spiegano, in parte, il circuito traduttivo. Come ricordato da Juan Goytisolo, molti testi circolavano grazie alle lingue centrali, dette anche veicolari. Oggi, la traduzione diretta è diventata la norma nell’editoria letteraria, ma alcuni editori, che non hanno a disposizione lettori con competenze sufficienti in lingue periferiche, aspettano generalmente la traduzione del libro in una lingua veicolare al fine di poterlo leggere da soli. Mi è così capitato di intervistare alcuni editori americani che aspettavano la traduzione in francese di un libro coreano per poterlo leggere direttamente, oppure un editore cileno che aveva ugualmente bisogno di una traduzione in francese per avere accesso a testi scritti in arabo o in altre lingue. Tale problema di competenze linguistiche spiega in parte la scarsità di traduzioni tra lingue o paesi periferici, dato che i testi tra di essi circolano generalmente in una lingua centrale.

Un altro fattore garante di diversità e di arbitraggio tra le lingue periferiche è l’esistenza di politiche di sostegno per la traduzione che spesso condizionano le aziende. Tali politiche si sono impiantate in vari paesi a partire dagli anni 1980, ed è oggi possibile misurarne gli effetti. Nel caso della letteratura israeliana, scritta in lingua ebrea, e di quella olandese, i paesi di provenienza hanno rispettivamente stabilito delle politiche di esportazione molto spinte.

In Europa esistono scambi di una varietà e di una densità ineguagliabili. Due terzi dei contratti di cessione dei diritti e di acquisto realizzati dagli editori francesi tra il 1997 e il 2006 sono stati firmati con partner europei. Il tasso a riguardo delle concessioni letterarie è del 72%, mentre quello degli acquisti è del 50%, leggermente inferiore a causa del peso degli Stati Uniti. Il ruolo centrale dell’Europa è dovuto al grado di anzianità degli scambi in questa zona. Fino agli anni 1950 quest’ultimi erano soprattutto interni al continente europeo, fatta eccezione per la letteratura americana la cui importazione già era iniziata negli anni 1930, a cominciare da Faulkner, Dos Passos e altri, per rinforzarsi poi dopo la guerra. Nel lavorare su un articolo a proposito di traduzioni per il catalogo del centenario della casa Gallimard, ho misurato quanto il lancio della collezione “La Croix du Sud” da Roger Caillois per la letteratura latinoamericana, e quello della collezione “Connaissance de l’Orient” da Etiemble per quella asiatica e indiana, abbiano allargato l’orizzonte geografico durante gli anni 1950, in quanto iniziativa del programma di sostegno alla traduzione creato dall’UNESCO. In secondo piano esiste dunque un volontarismo politico. In questa epoca, nella collezione “Du monde entier”, sempre della Gallimard, la media dei titoli pubblicati annualmente è passata da 15 a 37, e si è mantenuta durante i vent’anni successivi. Tra il 1950 e il 1960, il numero di lingue tradotte in questa collezione aumenta da 14 a 24 e quello dei paesi da 23 a 28. Infine oggi, nell’era della globalizzazione, più di quaranta sono le lingue, e 57 i paesi. Si nota quindi che, durante tutto questo periodo, l’orizzonte geografico della traduzione si è gradualmente allargato e diversificato.

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Disuguaglianza di scambi (4)

 Categoria: Storia della traduzione

< Terza parte di questo articolo

Questa situazione deriva da un aspetto della struttura del mercato di traduzione che influisce notevolmente sul suo percorso geografico, ossia la polarizzazione tra grande produzione o produzione di massa, il “mass market”, e la produzione o circolazione ristretta. Tale opposizione, definita da Pierre Bourdieu, si applica anche al mercato mondiale della traduzione. Studiando le lingue rappresentate, è possibile notare che, nel polo della produzione di massa, disciplinato dalla logica della produttività a corto termine, l’inglese è ovunque la lingua predominante, al punto da fare concorrenza perfino alle lingue nazionali nei generi più commerciali, come i best seller, i thrillers e i romanzi rosa. Negli anni 1980-1990, si traducevano dall’inglese tre quarti dei titoli della collezione “Best-sellers” della casa editrice francese Robert Laffont, mentre prima del 1989 si trovavano solo due titoli tradotti dal tedesco, un romanzo di spionaggio tradotto dal russo, e qualche libro scritto in francese. La presenza usurpatoria dell’inglese in questi generi a grande diffusione spiega anche come mai esista così poca traduzione nel mondo anglofono, dal momento in cui non esiste praticamente nessun best seller tradotto da una lingua straniera. Nel polo di produzione ristretta, invece, esiste una diversità linguistica massima soprattutto nel campo letterario più che in altre categorie, poiché c’è un legame storico importante tra letteratura e nazione. Non si tratta realmente della domanda esistente, dal momento in cui questo è proprio un mercato destinato ad offrire, ma si tratta di ciò che effettivamente viene proposto e preso in considerazione da un certo numero di mediatori, fino ad arrivare al lettore.

In Francia, la diversità di origini linguistiche e geografiche è garantita sopratutto dalle collezioni di letterature straniere costituite dai grandi editori quali sono Gallimard e Le Seuil, che traducono tra venti e trenta lingue e autori provenienti da una quarantina di paesi, o ancora Actes Sud, casa editrice specializzata in traduzione, e altri piccoli editori che hanno investito nelle lingue rare, come Picquier per le lingue asiatiche.

Ma tale diversità linguistica non dipende solo dal volontarismo editoriale, richiede anche determinate competenze linguistiche, come già menzionato precedentemente parlando dell’insegnamento delle lingue. Il fatto che la letteratura olandese o quella coreana siano riconosciute in Francia si deve soprattutto alla competenza e al talento dei traduttori che sono riusciti ad imporle. La geografia della traduzione dipende quindi anche dalla distribuzione irregolare delle competenze, la quale a sua volta è correlata ai rapporti di forza tra i paesi. Infatti, alcuni di essi sono riusciti nell’intento d’impiantare l’insegnamento della loro lingua nei paesi centrali, grazie ad accordi bilaterali. Nel caso precedentemente menzionato dell’ebreo, è stata l’aggregazione formata nel 1977 a favorire lo sviluppo delle traduzioni.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Disuguaglianza di scambi (3)

 Categoria: Storia della traduzione

< Seconda parte di questo articolo

La traduzione è inoltre diventata un interesse economico per molte case editrici, e infatti quella francese Gallimard firma annualmente più di ottocento contratti di cessione di libri per adulti, cosa che naturalmente genera diritti d’autore. Oggi, le grandi case editrici americane sincronizzano l’uscita della traduzione di un best seller in tutti i paesi Europei, al fine di organizzare la tournée dell’autore e razionalizzare la promozione del libro.

Nel caso di best seller come Harry Potter, ad esempio, l’acquisto dei diritti in traduzione genera una concorrenza tra editori orchestrata dagli agenti, i quali fanno del loro meglio per far salire l’offerta. È così che l’agente di Jonathan Littel, autore de Le Benevole, ha venduto i diritti del libro alla casa editrice americana Harper Collinsper un milione di dollari. Che io sappia, quest’ultima non è ancora rientrata nelle spese. Oltre tutto, il direttore aveva giustificato la scelta non con argomenti economici, bensì culturali: a parer suo, il libro era di una qualità tale che sarebbe sicuramente diventato obbligatorio in ambito universitario, diventando così un classico che si sarebbe venduto a lungo termine.

È quindi possibile dedurne che possono esistere motivazioni unicamente culturali alla traduzione, senza nessun tipo di interesse né economico né politico. Probabilmente quello di Jonathan Littel non è l’esempio più adatto, ma se non altro ha il merito di dimostrare che esiste ancora un valore letterario, anche a questo livello di offerta.

Uno dei migliori esempi di motivazione intellettuale è l’investimento che un insieme di editori di minore importanza e di traduttori fanno quasi per vocazione, tanto in Francia e negli Stati Uniti che altrove. Nel mondo anglofono, essi devono lottare contro l’invisibilità crescente delle traduzioni, relegate ai margini del mercato perché considerate non redditizie. Negli Stati Uniti si omette addirittura di scrivere il nome del traduttore sulla copertina del libro, temendo che le catene di librerie lo rifiutino con il motivo che il pubblico non accetterebbe traduzioni. Secondo una specie di self-fulfilling prophecy, una profezia auto-avverabile, si afferma che le traduzioni non funzionino rifiutando di pubblicarle o di presentarle come tale.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Disuguaglianza di scambi (2)

 Categoria: Storia della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Scambi asimmetrici
Negli anni 80, nel momento in cui ha avuto inizio la cosiddetta globalizzazione, il 45% delle traduzioni realizzate nel mondo erano quelle provenienti dalla lingua inglese, che era la lingua centrale. Seguivano poi lingue come il russo, il francese e il tedesco che rappresentavano rispettivamente tra il 10 e il 12 % delle traduzioni. Dietro tali lingue c’erano sei/sette idiomi classificabili come semi-periferici, che costituivano tra l’1 e il 3% delle traduzioni, mentre il resto delle lingue arrivavano a malapena all’1%.

A giudicare dal recente incremento delle fiere del libro, da Pechino a Guadalajara passando per Ouagadougou, si potrebbe pensare che la mondializzazione abbia favorito un’intensificazione di scambi. Certo, le traduzioni hanno subito un forte aumento considerato che, secondo l’Index Translationum dell’UNESCO, sono passate da 50000 a 75000 tra il 1980 e il 2000. Ma ciò non ha altrettanto portato ad un ulteriore diversificazione di scambi, anzi: le traduzioni dall’inglese sono chiaramente aumentate, passando dal 45 al 59%, mentre quelle dal russo sono diminuite dopo il 1989, passando dal 12,5 al 2,5%. Il francese e il tedesco, invece, sono riusciti a resistere. Alcune lingue periferiche sono addirittura scese sotto l’1%. L’unica lingua ad aver consolidato la sua posizione è lo spagnolo, passando dall’1,5 al 2,6%. Infine, ci sono ancora tante lingue e paesi, in particolar modo quelli del continente africano, che rimangono esclusi da tale sfera di scambi.

Fattori economici come la grandezza del mercato non sono l’unica ragione di una simile disparità. Il caso del russo dimostra inoltre che esistono anche fattori politici, come ad esempio la censura, le politiche di aiuto per la traduzione e diplomazie con una certa influenza. È anche necessario tener conto di alcuni fattori simbolici quale il prestigio internazionale delle varie letterature, come quello attuale della letteratura americana e quello passato delle opere francesi, o ancora di quelle letterature che emergono da piccoli paesi e che ricevono un certo livello di riconoscenza, quali ad esempio quella olandese o ebrea di Israele. Nel campo della traduzione, la posta in gioco è tripla, comprendendo fattori economici, politici e culturali.

Un esempio d’interesse politico è costituito da quella politica di sostegno che Mussolini aveva messo in atto per finanziare la traduzione della letteratura italiana e rovesciare il predominio della Francia e della Germania. Allo stesso modo, uno dei metodi adottati dalla Germania nazista per attuare la sua poltica e spezzare l’egemonia culturale francese, fu quello di proibire le traduzioni dal francese al tedesco dando invece sostegno e appoggio a quelle in senso contrario.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Disuguaglianza di scambi

 Categoria: Storia della traduzione

Il percorso geografico della traduzione in piena globalizzazione
A partire dalla metà del XIX secolo, la traduzione è diventata lo strumento primo di circolazione interculturale delle opere letterarie. Mentre Balzac è stato ampiamente letto in francese, lingua delle élites europee, Zola lo è stato in traduzione. A mano a mano che si creavano le identità, le culture e le letterature nazionali, la traduzione è diventata sempre di più un metodo di democratizzazione e laicizzazione della vita culturale, non solo perché favoriva gli scambi culturali, ma anche perché è stata la base delle letterature che all’epoca emergevano in lingua vernacolare. Partecipando alla codificazione delle lingue nazionali, le traduzioni hanno portato alla creazione di repertori linguistici e stilistici, di modelli di scrittura e di corpus di opere in tali lingue. Un tantino assurda è l’idea che oggi le culture nazionali stiano subendo un processo di ibridazione a causa della traduzione: la storia letteraria ha in effetti tenuto ben nascosto il fatto che le culture e le letterature nazionali si siano costituite sulla base di quei corpus di traduzione che hanno contribuito a normalizzare le lingue nazionali.

Tuttavia, la circolazione delle opere non è né simmetrica né aleatoria. Se seguiamo le opere tradotte dal loro luogo di produzione a quello di pubblicazione, si delinea un percorso geografico che presenta alcuni elementi costanti ma che evolvono nel tempo. Questa costanza evolutiva rivela in realtà un’ineguaglianza di scambi tra lingue e culture. Parlerò in primo luogo della circolazione asimmetrica delle traduzioni tra lingue e paesi, trattando la questione a partire dal punto di origine. In secondo luogo si parlerà di come circolano le traduzioni nelle aree linguistiche considerandole dal punto di vista della loro ricezione. Infine, parleremo della geografia immaginaria della traduzione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: articolo pubblicato da Gisèle Sapiro sul sito de La Société des Gens de Lettres

Traduzione a cura di:
Vittoria Conti
Traduttrice EN-FR-SP>IT
Firenze

Introversi ed estroversi con le lingue (2)

 Categoria: Le lingue

<  Prima parte di questo articolo

Nelle ultime due settimane sto imparando il polacco. Sto ascoltando file digitali e audio libri, sto leggendo ed entrando nella lingua.
Fare queste cose non richiede di essere estroverso. Queste sono tutte attività introverse, se volete, sto comunicando con la lingua ed attraverso la lingua con la cultura, ma non è richiesto essere estroversi per fare questo.

Il mio scopo, eventualmente, è parlare e so che queste attività migliorano questa mia abilità. Ora, una persona introversa potrebbe essere più’ spaventata di esporre le proprie mancanze nella lingua e fare errori di fronte ad altre persone, forse hanno paura di risultare meno educati di quanto lo siano in realtà, meno intelligenti. La soluzione, tuttavia, è quella di impegnarsi nelle attività di base e creare una familiarità con il vocabolario e le abilità  di comprensione. In questo modo,  quando parleranno al pubblico si sentiranno a loro agio. Non ci sono prove che gli introversi siano meno capaci nella propria lingua, non ci sono prove che conoscano meno vocaboli, che leggano meno, che capiscano meno o che siano meno interessati. Quindi se tutto questo non vale per la propria madre lingua, penso valga la stessa cosa per una seconda lingua o una lingua straniera. Potrebbero comportarsi in un modo differente con questa nuova lingua o parlare di meno, ma gli introversi hanno molto da dire quando si sentono a proprio agio; hanno molte cose da dire di sostanza.

Se siete introversi, dedicatevi alle attività base come l’ascolto e la lettura ed arricchite il vostro vocabolario, questo vi renderà più’ sicuri perché quando andrete a parlare capirete con più facilità ed avrete un vocabolario più ricco. Sarete in grado di difendervi meglio e quindi sentirvi a vostro agio.

Penso che molto spesso si ha l’idea che coloro che sono estroversi ed amano parlare siano anche quelli migliori. Un po’ come la storia della lepre e la tartaruga. Gli estroversi si presentano come la lepre visto che parlano più facilmente, ma a lungo andare, in tutte le abilità di cui normalmente parliamo riguardanti una lingua ovvero l’ascolto, la lettura, il parlato, lo scritto, il vocabolario, l’accuratezza, in tutte queste cose, non penso che gli estroversi abbiano un vantaggio. Quindi e’ questa la mia opinione sugli introversi ed estroversi nell’apprendimento di una lingua. Essere un introverso non e’ un ostacolo.

Fonte: Articolo scritto da Steve Kaufmann e pubblicato in data 3/5/2016 sul sito The Linguist

Traduzione a cura di:
Eliana Zabellan
Traduttrice (ENG  > IT – IT < ENG)
Alba (CN)

Introversi ed estroversi con le lingue

 Categoria: Le lingue

Ci sono tanti miti intorno all’apprendimento di una lingua. Devi fare così. Devi essere così . Devi essere musicale. Devi possedere un orecchio musicale. Alcune persone hanno un talento. Io non ho un talento, non credo a nulla di quello che e’ stato detto precedentemente. Uno di questi miti è quello che esiste una battaglia nell’apprendimento: introversi contro estroversi e che gli estroversi sono i migliori nell’apprendere un qualsivoglia idioma ma io non credo che bisogna essere necessariamente estroversi per apprendere una lingua.
L’apprendimento di una lingua straniera avviene attraverso tre passaggi: numero uno , l’attitudine. Bisogna essere interessati alla lingua che si vuole apprendere, bisogna amare la lingua, bisogna essere convinti di poter raggiungere il proprio obbiettivo.

Per esempio se state cercando qualcosa per casa ed andate a cercarla nell’armadio o nelle tasche dei vostri pantaloni perché siete convinti che sia lì alla fine nella maggior parte dei casi la troverete. Ma se non siete davvero convinti, darete un’occhiata  in modo svogliato e alla fine non la troverete. La convinzione di poter raggiungere il proprio obbiettivo e’ molto importante anche se penso che il problema principale di colui che apprende una lingua per la prima volta sia appunto l’affrontare qualcosa che non si è mai fatto prima. Ma questo fa parte dell’attitudine – avere entusiasmo, interesse, dedizione e così via. L’attitudine e’ il 70% della battaglia.
La seconda fase è il tempo. Dovete dedicarci del tempo, molto tempo. L’apprendimento di una lingua richiede dedizione. Non bastano tre mesi per imparare un idioma fluentemente. Richiede tempo ogni giorno per diversi mesi se non anni.

La terza cosa che dovete fare è sviluppare l’abilità dell’attenzione. Molto spesso le persone si soffermano troppo a pensare a come le parole sono scritte nella propria lingua madre e non ascoltano come sono pronunciate nella nuova lingua. Questi traducono costantemente le espressioni partendo dalla propria lingua nella nuova e non fanno attenzione a come le parole sono pronunciate in quest’ultima. Vigilanza ed attenzione sono estremamente importanti.
L’attitudine , la buona volontà nel dedicare del tempo e la vostra attenzione nella lingua non richiedono per forza di essere un estroverso, gli introversi possono avere facilmente le stesse qualità.

Un estroverso potrebbe essere più facilitato a parlare al pubblico , probabilmente è più facile per loro non essere turbati dal fatto di non capire qualcosa e voler  mostrare le poche frasi che conoscono. Questo va bene. Non c’è niente di male , non sono davvero un introverso , ma non faccio così.
Quella non è una condizione necessaria per apprendere una lingua. Trovo un grande piacere nell’ascoltare e nel leggere e nel arricchire il mio proprio vocabolario, creare la mia familiarità con la lingua, tutte attività che trovo estremamente piacevoli.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo scritto da Steve Kaufmann e pubblicato in data 3/5/2016 sul sito The Linguist

Traduzione a cura di:
Eliana Zabellan
Traduttrice (ENG  > IT – IT < ENG)
Alba (CN)

Tradurre il terrorismo (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

< Prima parte di questo articolo

Si tratta quindi di un lavoro di squadra, seppur paradossale. Un soldato americano con una conoscenza limitata dell’arabo sta collaborando con un iracheno del posto per interrogare un detenuto/terrorista. È molto probabile che si verifichi il famoso effetto “linea telefonica”.
Ricorderemo tutti il gioco del telefono della nostra infanzia: una persona inizia comunicando un messaggio alla persona vicina, che a sua volta lo riferisce alla persona di fianco e così via; dopo essere passato attraverso venti o trenta compagni di classe, il messaggio è inevitabilmente alterato e il risultato comicamente grottesco. Ma nello scenario di un interrogatorio militare questa alterazione non è divertente, ma potrebbe anzi essere disastrosa.

In altre parole, questa è una situazione-tipo in cui l’errore umano e la capacità degli uomini contano molto più di quanto si possa immaginare. Nessuna tecnologia è coinvolta, solo persone con vari gradi di formazione per compiere compiti diversi.
Il traduttore/interprete militare non è preparato per quelle specifiche abilità e manca di una sufficiente competenza nella lingua nella maggior parte dei casi.
Colui che conduce l’interrogatorio probabilmente non conosce niente della lingua che il detenuto/terrorista parla, ed è perciò totalmente dipendente dal traduttore/interprete che a sua volta viene affiancato da uno del posto.
Non è difficile immaginare la quantità di errori e omissioni, fraintendimenti e incomprensioni in cui si incombe.

Ciò che l’esercito e i servizi di intelligence stiano facendo per risolvere il problema rimane poco chiaro. Nonostante gli svariati nuovi programmi governativi per promuovere l’apprendimento della lingua, i fondi stanziati alle scuole per creare o incentivare la conoscenza dell’arabo e delle altre lingue straniere in cui si ha un critico bisogno, il reclutamento di figure che conoscono queste lingue, si assiste solo a un piccolo miglioramento.
Dal momento che l’apprendimento di una lingua è un percorso lungo e tortuoso, i risultati potrebbero non verificarsi prima di alcuni anni.
Sfortunatamente, ci vorrà molto tempo per scoprire cosa significa cosa.

Fonte:  Articolo pubblicato sul sito Language Realm

Traduzione a cura di:
Chiara Gatti
Como

Tradurre il terrorismo

 Categoria: Problematiche della traduzione

Chi traduce i terroristi? Quando un terrorista o un nemico viene catturato, chi traduce tutto quello che viene detto durante un interrogatorio? Questo sembra in apparenza un aspetto marginale, ma in fin dei conti è un quesito piuttosto valido dal momento in cui sulle informazioni raccolte in un interrogatorio si basano le strategie militari e la politica di governo.
I traduttori dell’esercito americano, che sono difatti coloro che nelle cerchie professionali vengono identificati come interpreti, presenziano l’interrogatorio, ascoltano ciò che la persona interrogata dice in arabo, farsi, davi, pashtu, o in qualsiasi altra lingua, e poi riportano la frase in inglese.

Questi traduttori non sono del tutti formati nell’arte dell’interpretariato e solitamente non presentano un alto livello di competenza nella seconda lingua.
Per semplificare, focalizzeremo l’attenzione sulla lingua araba e sugli interrogatori di sospetti terroristi e detenuti della Guerra del Terrore.
Altre persone provenienti da altri paesi e che parlano altre lingue ovviamente esistono, ma dato che viene mantenuta la medesima procedura di base, non occorre analizzarle tutte nel dettaglio.

Per prima cosa, gli interrogatori vengono registrati, cosicché niente che venga detto possa essere riesaminato successivamente da altri specialisti. Sia che questo venga effettivamente fatto o no, sia che tali specialisti sia disponibili o no e sia che le registrazioni siano di alta qualità o meno, non ci è dato saperlo. Probabilmente dipende dalla varietà di risorse impiegate.
Registrare un interrogatorio poi, sebbene utile, può rivelarsi rischioso, dato che una molteplicità di nuove agenzie, associazioni per i diritti umani e molti altri ucciderebbero per poter accedere a questo tipo di materiale e lo tradurrebbero senza aver in riferimento il contesto necessario per comprendere appieno ciò che viene espresso.

Come seconda cosa, notizia ricavata da persone interne al sistema, locali, nel nostro scenario gli Iracheni che parlano il dialetto locale dell’arabo sono coinvolti, come aiuto, nel processo comunicativo con il terrorista o il detenuto. Una completa conoscenza di tutti i modi di dire, delle frasi fatte, dei dialetti e di ciò che di contorno a una lingua esiste, richiede molti anni di permanenza nel paese per acquisirne la giusta padronanza, sempre che venga raggiunta.
Perciò collaborare con chi è già a questo livello si rivela molto utile. È anche rischioso, poiché le persone locali potrebbero non riuscire a tradurre determinate sfumature linguistiche e potrebbero non trovarsi a proprio agio nel guardare un interrogatorio, una tortura o cose di questo genere.

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Fonte:  Articolo pubblicato sul sito Language Realm

Traduzione a cura di:
Chiara Gatti
Como