La tecnologia non rimpiazzerà i traduttori (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Il passo successivo è rappresentato dalla traduzione automatica. I computer imparano, tramite enormi database di testi già tradotti, a rendere sempre migliori i suggerimenti su come tradurre interi periodi da una lingua all’altra. I traduttori di solito erano in disaccordo con questo processo, poiché consideravano il loro giudizio umano come insostituibile. Jiri Stejskal dell’“American Translators’ Association” afferma che oggi la traduzione automatica ha guadagnato rispettabilità.

Comunque sia, i cambiamenti tecnologici non hanno portato ad un consolidamento di un mercato frammentato. Lionbridge, che vanta il più alto fatturato dichiarato (489 milioni di dollari nel 2013), guadagna la maggior parte dei suoi ricavi da servizi diversi dalla traduzione. Come la maggioranza dei suoi rivali, Lionbridge promuove la tecnologia, pur essendo piuttosto tradizionale. Il cuore del suo business è la gestione dei progetti, ovvero fungere da intermediario tra clienti e traduttori freelance nei lavori come la gestione dei formati e delle posizioni dei file, le recensioni dei clienti e così via.

Lavori tediosi come questi, di gestione dei progetti, offrono un’opportunità per la “disruptive innovation” (l’innovazione che distrugge) – magari un equivalente nel mondo della traduzione di Uber, l’app dei taxi. È improbabile che un software rimpiazzi i traduttori, tuttavia potrebbe coordinare più efficientemente il loro lavoro con i clienti. Smartling, una compagnia americana che sta tentando di eliminare i mediatori umani in questo modo, ha tra i suoi clienti Tesla, produttrice di auto elettriche, e Spotify, un servizio di musica in streaming.

Jochen Hummel, un pioniere nelle memorie di traduzione, afferma che una svolta reale si avrebbe nel combinare il software, la memoria e la gestione dei contenuti in un unico database. Ma fare soldi può essere ancora difficile. Il colosso americano della tecnologia non ha provato a commercializzare Google Translate. Un ex dirigente ha affermato che l’azienda ha sperimentato un software di gestione dei contenuti, ma ha poi “deciso di focalizzarsi su cose più semplici, come le automobili automatiche.”

Fonte: Articolo pubblicato il 7 Febbraio 2015 su “The Economist”

Traduzione a cura di:
Federica Bucci
Traduttrice inglese, spagnolo > italiano
Sulmona (AQ)

La tecnologia non rimpiazzerà i traduttori

 Categoria: Strumenti di traduzione

Oggi puoi parlare al telefono in una delle maggiori lingue europee e un’app di Google tradurrà le tue parole in una lingua straniera, in forma scritta o attraverso una voce elettronica. Di recente, Skype, un servizio di telefonia tramite internet, ha affermato che avrebbe offerto praticamente la stessa cosa (solo in inglese e in spagnolo). Ma affermare che simili prodigi tecnologici implicheranno la fine di attività di traduzione tradizionali è prematuro.

Un software può dare un’idea generale di una lingua straniera, ma abbozzare non è abbastanza in presenza di un fine economico (se i dirigenti sono ragionevoli). Inoltre, i programmi poliglotti sono solo un graffietto in un’industria estesa. Il commercio della traduzione, dell’interpretazione e della localizzazione di software (modificare siti web, applicazioni e cose simili per metterle a disposizione in una lingua straniera) genera introiti di 37 bilioni di dollari l’anno, secondo una ricerca del Common Sense Advisory (CSA), un’azienda di consulenza.

Il mercato sta crescendo e si sta espandendo. Nell’Europa continentale, la traduzione un tempo era dominata dalle lingue FIGS (francese, italiano, tedesco e spagnolo); il giapponese, il cinese e il coreano erano le uniche lingue asiatiche di cui si parlava. All’incirca il 90% degli acquisti online vengono sostenuti da chi parla una tra 13 lingue, afferma Don DePalma del CSA. Ma altre lingue stanno crescendo, sia per ragioni politiche che commerciali.

I burocrati dell’Unione Europea oggi comunicano in 24 lingue. In Asia, lingue che una volta non venivano considerate, come il vietnamita e l’indonesiano, stanno diventando più importanti grazie alla crescita di quei Paesi. Le imprese che operano in Africa considerano le lingue del continente sempre più importanti. Grandi aziende di software, come Microsoft, trovano redditizio localizzare i loro prodotti in lingue minoritarie come il maya e il lussemburghese. La traduzione, dunque, non è più solo verso o dall’inglese.

La tecnologia, ben lontana dal rimpiazzare gli umani, si è rivelata invece uno strumento utile ad aiutarli nello stare al passo con le impetuose richieste di traduzioni di alta qualità. Le “memorie di traduzione” (TM) furono i primi importanti strumenti utili a tal scopo. A partire dagli anni 80 i traduttori ebbero accesso a enormi database TM che contenevano intere frasi già tradotte in precedenza in una data combinazione linguistica, che li aiutavano a velocizzare il lavoro ripetitivo, come la traduzione di manuali di istruzioni.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato il 7 Febbraio 2015 su “The Economist

Traduzione a cura di:
Federica Bucci
Traduttrice inglese, spagnolo > italiano
Sulmona (AQ)

Traduzione in ebraico a livello professionale

 Categoria: Servizi di traduzione

L’ebraico è  una lingua antica che appartiene alle lingue semitiche e, dopo che è stata rinnovata negli ultimi cent’anni, rappresenta la lingua ufficiale dello Stato d’Israele.
E’ importante sapere che questa lingua è considerata come una delle più difficili da studiare a causa della complessità della sintassi, delle moltissime regole grammaticali, della struttura dei verbi con tutte le coniugazioni verbali (“bynyanym”) e per l’assenza di vocali in ogni parola.

La difficoltà si evidenzia quando c’e la necessità di tradurre dei testi da altre lingue in ebraico: difficoltà per l’origine linguistica, grammaticale, del vocabolario e per le diverse espressioni . Perciò è molto importante la scelta di un traduttore professionista che sia capace di fare una traduzione di alta qualità che trasmetta i significati e i messaggi del contenuto tradotto  in modo preciso.

La sfida della traduzione di parole ed espressioni in ebraico
Una traduzione da una lingua straniera richiede ad un traduttore professionista di trovare le parole adatte al significato del testo con tutte le sue sfumature anche se ci sono giochi di parole, immagini, più significati, espressioni idiomatiche o parole che descrivono un aspetto molto specifico di un dispositivo o di una qualsiasi sua parte o una sua modalità di funzionamento sapendo che tutto questo non esiste nella lingua in cui si sta traducendo.

Questa sfida di lavoro della traduzione si distingue ancora di più nella traduzione in ebraico in quanto, rispetto alle altre lingue, la lingua ebraica è relativamente meno ricca come termini di vocabolario e di espressioni.

Perciò una traduzione in ebraico da una lingua straniera richiede la comprensione approfondita dei significati delle due lingue, la ricerca di adeguate soluzioni  in termini di significato, precisione e spirito del testo.

Differenza di lunghezza del testo tradotto e impaginazione grafica
L’ebraico è considerata una lingua più corta rispetto le altre lingue, prevalentemente a causa  della sua ricchezza morfologica e delle caratteristiche specifiche dei pronomi, degli aggettivi e delle declinazioni verbali e questo consente di esprimere in poche parole quello che in altre lingue è espresso con frasi più lunghe e complesse. Inoltre il vocabolario della lingua ebraica è più breve perché l’ebraico è una lingua nuova e giovane che non ha ancora un vocabolario così vasto come hanno altre lingue.

Per queste ed altre ragioni nella traduzione in ebraico si riduce notevolmente il testo tradotto, rispetto a quello originale. A questo si deve poi aggiungere “la sfida” della direzione della scrittura, infatti la lingua ebraica è scritta da destra a sinistra come l’arabo, il contrario rispetto alle lingue europee.

La differenza di sintassi e grammatica nella traduzione in ebraico
Una traduzione in ebraico richiede al traduttore di superare le differenze sostanziali della sintassi, della grammatica e delle espressioni idiomatiche. Ad es. nella lingua ebraica c’e la separazione completa tra maschile e femminile, mentre nella maggior parte delle altre lingue non esiste. Traducendo una frase semplice che parla ad entrambi i sessi dall’inglese in ebraico, occorre usare un approccio diverso e tanta creatività.

Questo argomento è particolarmente evidente nei testi commerciali quando si parla  dirittamente ad un certo genere di pubblico. Si riesce a superare il problema con la forma maschile oppure in modo professionale e più  intelligente usando ad es. le parole che si rivolgono agli uomini e alle donne nello stesso modo:  (“לך- lekha/lakh- a te),   ( בשבילך- bishvilkha/bishvilekh – per te ), (רוצה – rotze/rotza – tu vuoi).

Fonte: Articolo pubblicato il 28/04/2014 sul Blog dell’Agenzia di Traduzione Israeliana “Hever  hametarghemym” sul sito TARGUM.CO.IL

Traduzione a cura di:
Lily Sherman
Traduttrice: ebraico/russo <> italiano
Haifa (Israele)

L’arte della traduzione (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Ogni traduzione ha un suo valore, indipendentemente dal contenuto, dalla lunghezza o dalla provenienza del testo, ed è con questo spirito che il traduttore deve affrontare il proprio compito. Il traduttore è uno scienziato della lingua e deve conoscerne ogni aspetto. Come un buon ricercatore egli deve studiare un tema a lungo, e come un buon diplomatico deve conoscere le istanze culturali e sociali che in nessun momento la traduzione può trascurare. Il traduttore deve sempre studiare, ricercare, informarsi, e, se necessario, consultare esperti delle materie che non conosce a sufficienza.

Per ogni traduttore è facile “immergersi” in un testo che gli è affine e comprensibile, e al quale è ricettivo, mentre risulta difficile identificarsi con una materia che sentiamo lontana, con pensieri e sentimenti estranei, talvolta addirittura con incongruenze. Qui entra in gioco il dono di saper affinare, perfezionare e avvicinare il testo al lettore in ogni suo senso, e tuttavia senza che nulla venga cambiato.

Una traduzione povera è composta di parole e frasi trasposte, di un testo limitato ripetuto al quale manca quel tocco finale necessario affinché lo scritto acquisisca significato. Uno stesso testo in una lingua straniera può suonare completamente differente se tradotto da due diversi traduttori: si tratta di quell’impalpabile alito vitale che si infonde al testo, una piccola differenza che significa molto.

I traduttori dicono scherzando che la traduzione è come una donna: se è bella non è fedele e se è fedele non è bella… e se riusciamo a mettere da parte il tono sciovinista di questa espressione possiamo concludere che è davvero precisa.

Tradurre sollecita la creatività, fa espandere gli orizzonti e scoprire nuove e interessanti opere e persone. Tradurre connette, crea, modella, approfondisce. Non è forse quello che fa ogni arte?

Fonte: Articolo di Maja Velkovski, pubblicato in serbo il 6 settembre 2014 sul blog www.prevodioci.co.rs

Traduzione a cura di:
Maja Musi
Traduttrice EN-ES-HR-SR>IT
Genova

L’arte della traduzione (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Se per esempio un traduttore di giapponese non conosce la cultura, la tradizione, le abitudini e la mentalità del Giappone, egli non potrà in nessun modo tradurre bene un libro da una lingua occidentale. Quel libro probabilmente non sarebbe interessante da leggere per il popolo giapponese, perché non avrebbe lo spirito e il ritmo che intrigano il lettore.

Un buon traduttore deve essere invisibile, e questo è il compito più arduo di tutti. Il nostro noto traduttore Milovan Danojlic ha detto una volta: “la migliore traduzione è quella in cui il traduttore non si vede né si sente”. Il traduttore deve dare al suo lavoro un marchio personale, ma in modo tale che i lettori o gli ascoltatori non lo sentano.

Allo stesso tempo, esistono situazioni in cui il traduttore, come un vero artista, deve orientarsi, discernere e scoprire alternative e sinonimi adeguati a evocare l’essenza di ciò che traduce.

Talvolta, prima della traduzione vera e propria, è necessario studiare e fare ricerca. Non è la stessa cosa tradurre un testo letterario, un discorso, una causa legale, una poesia o occuparsi di traduzione orale. Il traduttore deve in ogni occasione studiare bene la materia, la terminologia, identificarsi con il suo compito, adattare lo stile, la lingua, le forme di espressione. Deve essere aggiornato in entrambe le lingue, perché ogni lingua è in costante mutamento e come un essere vivo subisce mutazioni di generazione in generazione: cambiano il gergo, le forme espressive, i prestiti linguistici, le abbreviazioni, appaiono nuovi termini e altri vengono dismessi al bisogno. Nella traduzione di opere letterarie, racconti e poesie, oltre alla traduzione semantico-linguistica è importante conoscere lo stile dell’autore, sentire l’opera nel modo giusto, percepirne l’impalcatura, il tono, il ritmo.

La traduzione deve suonare bene, presentarsi bene ed essere perfettamente comprensibile. Esiste sempre un dilemma tra una traduzione esatta ed una che sia in grado di rendere il senso completo del testo: la traduzione letterale non è sempre adeguata, e una traduzione appropriata non sempre è letterale.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Maja Velkovski, pubblicato in serbo il 6 settembre 2014 sul blog www.prevodioci.co.rs

Traduzione a cura di:
Maja Musi
Traduttrice EN-ES-HR-SR>IT
Genova

L’arte della traduzione

 Categoria: Tecniche di traduzione

L’arte è tutto ciò che stimola i sensi, l’intelletto e lo spirito umano. Essa trasmette o suscita emozioni e idee, e risveglia la creatività nelle persone.

La traduzione è un’arte di fini sfumature, padronanza della lingua, sottili differenze nel pensiero e nelle parole. Essa congiunge popoli, culture e società giacché se non vi fosse traduzione il mondo sarebbe chiuso, vuoto, inconsapevole e sordo. Quest’arte trova equilibrio tra due paesi, due popoli, due lingue, due tradizioni talvolta totalmente dissimili. Oltre a essere un’arte, la traduzione è un poco anche artigianato, capolavoro, perizia. La traduzione è un lavoro creativo: come uno scultore, il traduttore modella un testo da zero; da ciò che è nato in una lingua, egli deve creare qualcosa di identico, e tuttavia distinto, in un’altra. Il sentimento verso ciò che si traduce è peraltro decisivo, giacché i lettori leggono, e gli ascoltatori ascoltano, ciò che il traduttore ha provato. La traduzione poggia in egual misura sulla conoscenza e sul sentimento, poiché se il traduttore non comprende lo spirito di ciò che traduce ogni teoria di traduzione, ogni dizionario, ogni grammatica diventa vana.

I traduttori sono coloro che debbono conoscere profondamente due lingue al tempo stesso, sentire lo spirito di due popoli. Al di là della lingua, essi devono conoscerne a menadito le abitudini, la tradizione, le espressioni letterarie e colloquiali. Ognuno può apprendere una lingua straniera, ma sono rare le persone che ne ottengono completa padronanza. Per avere padronanza di una lingua bisogna trascorrere un certo periodo di tempo in un dato paese, conoscerne le persone, sperimentare la vita nel suo contesto, stringere amicizie, pranzare insieme, fare la spesa, osservare le feste. Tale conoscenza di un paese e un popolo in tutti gli aspetti è particolarmente importante per una buona traduzione.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo di Maja Velkovski, pubblicato in serbo il 6 settembre 2014 sul blog www.prevodioci.co.rs

Traduzione a cura di:
Maja Musi
Traduttrice EN-ES-HR-SR>IT
Genova

Hindi: La nostra madrelingua

 Categoria: Le lingue

Il mezzo principale per trasmettere i propri pensieri nonché i propri sentimenti ad un’altra persona è la lingua.  Ogni persona ha la propria lingua grazie alla quale stabilisce un contatto con altre persone. Dalla persona nasce il pensiero e dal pensiero la nazione. In ogni paese vengono parlate diverse lingue, ma ogni paese ha la propria lingua nazionale. Quest’ultima tramanda la conoscenza della cultura, dei pensieri e delle tradizioni di quel paese. La lingua madre dell’India è l’Hindi.

Nel 1947, dopo aver ottenuto l’indipendenza, l’Hindi fu dichiarata lingua nazionale dell’India come paese libero.  Nella costituzione del nostro paese venne immesso l’Hindi come lingua nazionale. Questo fu permesso grazie agli studiosi e ai politici di quel tempo che non ebbero controversie sull’argomento. Solo dopo intense consultazioni di pensiero all’Hindi fu data la gloria della lingua nazionale. L’idea di tutti gli studiosi e dei politici era che l’Hindi, invece di essere per molte nazioni la lingua ufficiale, dovesse avere l’onore di esserlo solo per l’India. Effettivamente solo l’Hindi è la lingua del popolo indiano.

Eppure oggi la nostra lingua nazionale passo dopo passo si sta disgregando. Non ha più quell’onore che avrebbe dovuto avere. La verità è che per ricevere la libertà dalla dominazione inglese fu necessario un lungo conflitto. Durante la dominazione inglese veniva utilizzata in modo manifesto solo la lingua inglese nelle azioni amministrative. Ma anche dopo aver ottenuto la libertà dall’assoggettamento inglese, la nostra nazione non riuscì ad essere libera dalla lingua inglese. La cosa triste è che nel nostro paese viene dato risalto al progresso nel grado di conoscenza della lingua inglese mentre la lingua hindi viene considerata arretrata.

In nessun altro Paese la lingua ufficiale della nazione viene screditata come in India. Non solo il comune cittadino ma anche l’uomo politico da più importanza alla lingua straniera inglese. E’ chiaro che non è corretto essere ostili nei confronti di quest’ultima. Ogni lingua ha la propria dignità e la propria ricchezza. Ma non è tantomeno giusto sprezzare la ricca lingua hindi a causa dell’apprezzamento per la lingua inglese.

Inoltre politici stranieri, venendo nel nostro paese, hanno cercato di istruirci utilizzando la propria lingua madre molte volte, eppure non siamo stati capaci di liberarci dall’apprezzamento della lingua inglese. Non solo gli uomini politici ma anche altri, andando in un altro Paese, utilizzano esclusivamente la propria lingua. I politici di Susa in svariate occasioni sono venuti nel nostro Pese pronunciando discorsi solo nella loro lingua. L’onorevole Atal Bihari Vajpayee andando a Susa ha proferito il suo discorso nella lingua Hindi dando così importanza a quest’ultima nella lega internazionale. Il popolo ha bisogno di questa attitudine nei confronti della lingua nazionale.

La lingua di qualsiasi nazione fa in modo che si conservi la cultura originaria di quel Paese. Per tenere in vita la propria cultura c’è bisogno di inculcare la lingua nazionale in coloro che sono inesperti. Inoltre i governi e le ONG (Organizzazione non governative) utilizzando la lingua nazionale possono rivestirla di più onore. Non si deve aver vergogna di chiamare la propria madre “mata”.

Articolo scritto da Aliva Manjari in hindi e pubblicato su Share Your Essays

Traduzione a cura di:
Valeria Carrera
Interprete e traduttrice  HI-UR>IT
Napoli, Italia

Portandovi il Mondo delle Parole (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

La comunicazione è possibile a diversi livelli; non è necessario essere fluidi in una lingua per essere in grado di comunicare. Tuttavia, abbracciare la bellezza completa di una lingua, per comunicare (condividere e scambiare informazioni, pensieri e idee) attraverso quella lingua in maniera educata, appropriata e creativa, è ben diverso.Lo imparai concretamente, quando mi trasferii negli Stati Uniti: lo spirito libero Inglese, combinato con la necessaria struttura grammaticale, era la perfetta unione per interconnettere con le persone, capire il nuovo mondo che mi stava attorno e immergermi in una cultura nuova ed eccitante. Il totale cambio linguistico successe quando mi trovai a sognare in Inglese.

Il sentimento che mi portai dentro, per tanto tempo, fu che la barriera tra l’Italiano e l’Inglese era stata abbattuta completamente. La cosa curiosa era che quando i miei sogni avevano luogo in Italia, sognavo in Italiano. Non più traduzioni nella mia mente, i geni Italiani e Inglesi erano diventati un team e pensare, parlare e sognare in Inglese o in Italiano era naturale e confortevole. Quell’amore a prima vista, molti anni fa, non ha mai perso la sua vitalità. Sono ancora completamente innamorata. Aggiungere nuove espressioni e ricercarne il loro significato è come energia per la mia mente, un’energia che mantiene sia il mio spirito libero che la mia “una volta nemica” contenti, vivi e produttivi.

Quello che ebbe luogo quando venne il momento di decidere il mio indirizzo per la scuola superiore, successe nuovamente quando il prospetto di diventare una traduttrice professionista bussò alla mia porta. Una nuova opportunità di utilizzare questo strumento meraviglioso che ci è stato regalato: la comunicazione attraverso la traduzione. Come traduttori, non traduciamo solo parole, traduciamo pensieri, sentimenti, tradizioni, passioni e entusiasmi. Traduciamo messaggi importanti, dove la precisione è necessaria e traduciamo anche messaggi dove è utile entrare, per così dire, nella mente dello scrittore e comunicare correttamente ciò che lo scrittore vuole trasmettere, non in modo robotico, ma realisticamente interpretando una lingua nel suo insieme. Con gratitudine il mio gene linguistico ha espresso la sua opinione molte volte nel corso della mia vita e sono veramente entusiasta di avere l’opportunità di continuare ad utilizzare questa meravigliosa realtà chiamata COMUNICAZIONE.

Autrice dell’articolo:
Fosca Azzolin
Traduttrice EN<>IT
Lusiana (VI)

Portandovi il Mondo delle Parole

 Categoria: Le lingue

Penso davvero che alcune persone siano nate con un gene linguistico, l’innato interesse e attrazione-amore di essere in grado di comunicare con altri in lingue diverse. Questo supera quell’ostacolo comunicativo che renderebbe ogni scambio difficile, se non del tutto impossibile. Mi considero una di quelle persone.
Mi ricorderò sempre la mia primissima lezione di Inglese a scuola. L’insegnante entrò in classe, scrisse il suo nome e cognome sulla lavagna e cominciò a parlare in Inglese. Sono sicura che lo sguardo perplesso nei nostri occhi la fece sorridere, l’ardore di interesse ed eccitazione in alcuni di noi mentre questa lingua incomprensibile veniva parlata. Che cosa stava dicendo la nostra insegnante? Che cosa stava tentando di comunicarci? Che cosa avremmo dovuto dire, se avessimo dovuto dire qualcosa? Fu amore a prima vista.

L’attrazione ad una lingua che entrò nel mio animo dal primo giorno, grazie anche, senza dubbio, all’abilità della mia prima insegnante di Inglese, di infondere in noi l’interesse nel dare significato a quelle “insignificanti” parole e trasferirci il suo amore per questa lingua meravigliosa. È così che la mia “carriera” Inglese iniziò. Quando venne il tempo di decidere quale sarebbe stato il mio indirizzo alla scuola superiore, non ci fu nemmeno un attimo di incertezza nella mia mente. Quel gene linguistico disse quello che pensava senza esitazione e disse “Lingue, voglio studiare le lingue”. Anche se gli insegnanti negli anni ebbero approcci e stili diversi, nulla interferì con le mie grandi aspettative durante ogni singola lezione.

Inizialmente, devo ammettere, la grammatica era, in qualche modo, la mia “nemica”, quasi un ostacolo tra me e la lingua che bramavo di imparare. L’Inglese era una delle opportunità per sfamare il mio spirito libero, quello strumento che aveva il potenziale di realizzare uno dei miei sogni: trasferirmi in Inghilterra e diventare parte della cultura Britannica. La grammatica era, a quel punto, la struttura necessaria per realizzare quel sogno, non la mia favorita, ma necessaria. La mia “nemica” era allo stesso tempo una nuova amica che innescava in me la costante curiosità di comprendere la ragione per cui i pensieri erano espressi in un certo modo in Inglese mentre noi, in Italiano, trasmettevamo lo stesso concetto in modo diverso. Fu solo pochi anni dopo che scoprii come la mia “nemica” iniziale fosse, invece, la mia migliore amica.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Fosca Azzolin
Traduttrice EN<>IT
Lusiana (VI)

La traduzione dal mio punto di vista

 Categoria: Traduttori freelance

“Non si traducono parole”. Questa affermazione, con cui ho iniziato il mio percorso universitario, all’inizio mi scioccò. Ma dopo anni immersa nello studio e nella pratica della traduzione posso finalmente concordare: non si traducono parole, ma concetti. Ogni lingua, oltre ad avere una propria grammatica, ha anche un modo di scrivere, di esprimere i propri pensieri, di fare allusioni, che è suo, solo suo. Inimitabile oserei dire. Di fronte alla necessità di tradurre un testo, queste caratteristiche sembrerebbero quindi insormontabili, ma non è così. Bisogna solamente conoscere i segreti di ogni lingua e saperli riportare in un altra.

Tradurre è creatività; equivale a trasportare i pensieri di un autore in una lingua non sua, facendoli sembrare il più naturali possibile. La traduzione è perfetta laddove non è possibile riconoscere un lavoro di traduzione, di trasformazione del testo, di manipolazione di esso; quando il testo tradotto sarà esattamente come se fosse stato originariamente scritto in quella lingua, allora la traduzione avrà raggiunto il suo scopo. E il traduttore? Beh, questo personaggio scaltro e instancabile ha le chiavi di due mondi che riesce a mettere in comunicazione con il suo sapere, la sua esperienza e la sua mano.

E’ l’unico che conosce gli ostacoli superati, le ore passate per tradurre un singolo concetto, i sottintesi da riprodurre. E quando penso al ruolo di traduttore, mi torna in mente un’altra frase con cui questa volta ho finito il mio percorso universitario: “senza i traduttori, la Babele di lingue che è il mondo non si capirebbe”. E io sono fiera di poter dire di sapere le lingue, di poter mettere in comunicazione persone che altrimenti non potrebbero comunicare.

Autrice dell’articolo:
Tiziana Calà
Mediatrice linguistica interculturale,
Forlì

Cosa ricordare quando si traduce una canzone

 Categoria: Tecniche di traduzione

È inaccettabile accostarsi in maniera letterale alla traduzione di una canzone, di una poesia o di un proverbio (anche se vedremo in seguito un esempio per il quale la traduzione letterale si configura come l’unica soluzione). Nel caso specifico di una canzone, occorre trovare il modo di esprimere il significato originario delle parole, adattandolo tuttavia a un contesto spesso completamente diverso da quello originale: è a questo punto che entrano in gioco i riferimenti culturali o storici del pubblico cui la traduzione è destinata.

Sono molti i pezzi che perdono il proprio significato o il cui testo è così diverso dall’originale da sembrare addirittura altre canzoni. È questo il caso di artisti come i Beatles (Yesterday), Frank Sinatra, Bon Jovi (Bed of Roses) e molti altri le cui canzoni sono state rese popolari in lingue diverse dall’inglese (nel caso specifico in spagnolo) e non hanno mantenuto la stessa sensibilità.

Non è certo una sorpresa che sempre più canzoni originariamente scritte in inglese vengano ascoltate in spagnolo. Tutti gli artisti vogliono raggiungere un pubblico più ampio e, di solito, musicisti e cantanti non se la sentono di registrare in una lingua straniera. Questo vale non solo per le traduzioni dall’inglese allo spagnolo e viceversa, ma per qualsiasi combinazione linguistica.

Tra le linee guide da tenere in considerazione durante la traduzione di una canzone, occorre menzionare l’intento artistico della canzone, la sua identità, per così dire, e il contesto in cui si colloca. A volte, per quanto ci piacerebbe evitarlo, occorre dimenticare i consigli precedenti e tradurre letteralmente o in modo da rispettare la melodia e il fraseggio. Per evitare quest’ultima eventualità, è necessario che il traduttore abbia un background musicale e che la persona che traduce un libro o una poesia sia anche uno scrittore. Con “background musicale”, non intendo una conoscenza teorica, bensì dei generi musicali, delle melodie e dei ritmi, non solo contemporanei, ma di ogni epoca.

Non si tratta di un lavoro per tutti e può rappresentare una vera e propria sfida. Tuttavia, seguendo alcune linee guida specifiche come quelle sopracitate, può anche essere davvero soddisfacente. Tradurre una canzone, così come tradurre commedie e umorismo, non è affatto semplice, ma provare è divertente.

Fonte: Articolo pubblicato il 21 giugno 2015 sul blog di Trusted Translations

Traduzione a cura di:
Erika Trabattoni
Traduttrice EN/DE > IT
Seregno (MB)

Siamo il prodotto della lingua che parliamo?

 Categoria: Le lingue

Ogni lingua ha una struttura grammaticale propria e diversi modi di esprimere le idee, cosa che, chiunque abbia studiato un’altra lingua sa e cosa di cui i traduttori sono pienamente consapevoli. Le sfumature linguistiche proprie a ciascuna lingua insistono spesso su diverse parti del discorso e richiedono che i locutori considerino differenti cause, possibilità e idee. Ma è possibile che le caratteristiche linguistiche che si trovano nella lingua (o nelle lingue) che parliamo possano avere un impatto sul modo in cui pensiamo e sulla nostra visione del mondo?

In un mondo globalizzato dove è sempre più comune e spesso necessario acquisire competenze nelle lingue straniere è una domanda che molte persone si sono poste, compresi i traduttori, i quali devono conciliare due o più lingue nell’uso quotidiano. Come già menzionato in un post precedente nel nostro blog, molte persone che parlano più di una lingua dicono di reagire diversamente in certe situazioni, a seconda della lingua che parlano in quel momento preciso. In effetti, essendo io stessa una studentessa di lingue, posso confermare di averlo provato anche io. Benché questa idea non appartenga solo al mondo moderno, ma qualcosa di cui ci si interroga da secoli. Prendete, per esempio, la celebre citazione di Carlo Magno, il quale afferma che “parlare una seconda lingua è come avere una seconda anima”. Certamente molte persone che parlano più di una lingua possono condividere questa affermazione.

Ne è un esempio la prevalenza di  parità tra i sessi nelle lingue. In uno studio condotto, è stato dimostrato che i bambini che parlano con difficoltà, in alcune lingue con riferimento al genere, come l’ebraico, tendono a prendere coscienza della parità almeno un anno prima dei loro pari che parlano lingue non sessiste come il finlandese. I bambini anglofoni, la cui lingua contiene una quantità moderata di riferimenti al genere, si trovano in una posizione intermedia tra le due.

Ancora più interessante è il modo in cui il concetto di direzione è percepito nella vostra lingua. Nella lingua Pormpuraaw, un gruppo autoctono australiano, il concetto di sinistra e di destra non esiste. Le direzioni sono espresse unicamente con “nord, sud, est, ovest” . Un altoparlante della lingua può dirti di spostarti a nord-ovest piuttosto che di fare un passo a sinistra. Inoltre, “buongiorno”, si dice in questa lingua “dove andate?””. In maniera sorprendente, i locutori della lingua possiedono un senso dell’orientamento estremamente sviluppato, anche in spazi chiusi dove non ci sono marcatori direzionali.

In questo  modo, come si può notare, i locutori delle diverse lingue sperimentano diverse maniere di pensare o di vedere il mondo, ma non è sempre chiaro, se questo sia un risultato diretto delle strutture linguistiche o se non sia, di fatto, la cultura del popolo che influenzi la lingua comune. Molto probabilmente, è un mix di entrambe le cose. Anche se non si trova sempre un consenso scientifico sulla questione, c’è sicuramente un modo per decidere da voi: imparate una nuova lingua!

Autrice dell’articolo:
Dott.ssa Marta Felici
Laurea magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione (La Sapienza)
Traduzioni EN-FR>IT. Roma

La traduzione non esiste

 Categoria: Traduttori freelance

La traduzione non esiste. Non ne esiste un concetto astratto, una definizione universale. Non ne esiste una regolamentazione univoca, né una storia lineare. Insomma, non ne esiste un’«idea», per usare il linguaggio di Platone.
Eppure è certamente da annoverare tra le più grandiose delle invenzioni umane insieme alla ruota, la stampa, il motore a scoppio.
E prima di liquidare le mie affermazioni come deliri di onnipotenza di una piccola traduttrice in erba, pensate a quello che dobbiamo a questa invenzione:

- la matematica, quindi l’informatica, quindi il web (perdonate il semplicismo, ma ci siamo capiti);
- la religione;
- la letteratura di tutto il mondo;
- la giurisprudenza;
- la storiografia.

Potrei continuare con l’elenco, ma forse non è davvero necessario. Qualsiasi cosa sia nata in qualsiasi parte del mondo ha potuto propagarsi (diversi secoli prima dell’avvento del pulsante «Share» di Facebook) grazie all’invenzione della traduzione.
Sul tavolo dove lavoro ho una riproduzione in gomma antistress della Stele di Rosetta, e quando la vedo mi viene la pelle d’oca e penso al piccolo Champollion, al quale si schiuse la magnificenza di una scoperta epocale, guadagnata solo grazie alla conoscenza delle lingue (moltissime lingue) e ad un’immensa passione.

Ogni volta che mi sono trovata di fronte ad un testo da tradurre ho sempre cominciato pensando che la traduzione non esiste. Non molto incoraggiante, potreste osservare voi, ma invece molto liberatorio. Se la traduzione non esiste, il traduttore non esiste, e il mio lavoro può finalmente tornare ad essere ciò che è stato nei lunghi secoli che hanno preceduto la teorizzazione della traduzione: un passaggio di parole da un codice linguistico-culturale ad un altro. Le parole devono migrare: posso concentrarmi sulla magia da compiere per dar loro le ali, senza tradirle, senza storpiarle, senza violarle. Poi alla fine rileggo tutto e mi accorgo di aver “fatto” traduzione. Una «magia vuota», come dice mio zio per parlare di un trucco che non c’è.

Rileggendo il mio lavoro di solito vengo assalita da un altro pensiero: ma se queste parole restassero dove sono, se io non mi fossi permessa di farle migrare, se nessuno nella storia avesse preso tale potentissima iniziativa… Cosa sarebbe successo? Se nessun animale fosse mai migrato, se nessuna popolazione si fosse mai spostata, se nessuna parola fosse mai stata tradotta?
Non è facile da immaginare come scenario. Mi piace pensare che ci sarebbe una varietà immensamente maggiore: di lingue, di dialetti, di storie, di letterature, di religioni, di costumi, di credenze, di artigianati, di mestieri. Vivremmo in un mondo infinitamente più ricco, più in pace, forse, e più stimolante. Ma non lo verremmo mai a sapere.

Allora stringo la mia Stele antistress e benedico il giorno in cui qualcuno inventò la magia vuota della traduzione.

Autrice dell’articolo:
Sofia Dilaghi
Traduttrice freelance ES, DE, EN, FR, RU > IT
Firenze

Tradurre musica (3)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Riprendendo esplicitamente la teoria di Vermeer, Peter Low presenta un approccio alla traduzione vocale che egli stesso chiama il Principio del Pentathlon, basato appunto su cinque criteri: cantabilità (per soddisfare i requisiti di un’“esibizione artistica” e fungere efficacemente da testo orale riproducibile alla velocità di una performance, prestando attenzione al rapporto tra vocali e note, tono di voce, schema sillabico, ecc.); senso (accuratezza semantica di primaria importanza.

In un genere testuale in cui il numero di sillabe è importante, la necessità di manipolare il senso sorge altrettanto spontanea); naturalezza (il testo di una canzone deve comunicare efficacemente al primo ascolto, per evitare un inutile sforzo elaborativo da parte del pubblico e ciò non fa altro che attribuire alla naturalezza un ruolo ancor più preminente); ritmo (il dovere del traduttore implica un alto livello di fedeltà nei confronti del ritmo della composizione originale); rima (lo scopo è di ottenere un risultato il più possibile vicino allo schema di rime originale, a patto di non stravolgere gli altri elementi del testo, come ad esempio il significato).

La scelta di modificare la musica originale, laddove risulti inevitabile ai fini di ottenere una traduzione cantabile, è stata proposta e analizzata da molti studiosi. Tuttavia, un intervento del genere può estendersi fino a un certo punto: in alcuni casi si corre il rischio di comporre una nuova melodia, e a quel punto non si parlerebbe più di traduzione, ma di un vero e proprio atto originale di creatività artistica. Si può dunque affermare la predominanza della musica in qualsiasi tipo di traduzione di testi musicali e l’effettiva influenza che essa esercita su ogni altro conflitto metodologico.

Accade molto spesso di provare emozioni positive o negative quando si ascolta musica o, ancor più inaspettatamente, dopo averla ascoltata. Tutto dipende dallo stato di chi ascolta e dai pensieri associati a quella musica particolare. La musica può essere un mezzo per esprimere emozioni come per suscitarle: per questo è fondamentale che in una canzone tradotta si rimanga fedeli al testo, alla musica e all’effetto che essa produce su chi ascolta. Dunque perché non ipotizzare un approccio che si prefigga lo scopo di riprodurre lo stesso effetto scaturito dal brano originale? In che modo si può provare la stessa sensazione quando si ascolta un testo tradotto in una lingua completamente diversa da quella di partenza, con le sue sonorità, la sua poesia, il suo ritmo? Le risposte a queste domande potrebbero celarsi dietro lo stimolo di una nuova metodologia “emotivo-centrica” e nell’esplorazione di un nuovo terreno nel mondo della traduzione.

Autrice del testo:
Debora Carlacchiani
Traduttrice Ing/Fra/Gia>Ita
San Ginesio (Macerata)

Tradurre musica (2)

 Categoria: Tecniche di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Secondo la teoria avanzata dalla filosofa americana Susanne K. Langer, un testo verbale perde la sua connotazione originale nel momento in cui viene associato alla musica. Esso viene annientato e successivamente trasformato in testo musicale, seguendo un “principio di assimilazione”. Una canzone non è un compromesso tra poesia e musica. Una canzone è musica. Un altro punto di vista, seppur più moderato, aderente al musicocentrismo è quello di Francesco Orlando, il quale individua due sistemi semiotici ben distinti ma coesistenti: il sistema semiotico musicale e il sistema semiotico verbale. Secondo Orlando, quando si “inserisce” un discorso letterario in un contesto musicale, il significato delle parole influenza l’interpretazione del discorso musicale, come accade di norma nell’opera o nelle commedie musicali. Viceversa, elementi musicali quali tono, volume, timbro, ecc. influenzano l’interpretazione del testo verbale.

Sul piano funzionale, la teoria dello skopos del linguista e traduttore tedesco Hans J. Vermeer è in grado stabilire se il testo di partenza debba essere tradotto, parafrasato o completamente riscritto. Tuttavia, questa teoria applicata ad una canzone rischia di essere drastica: il traduttore potrebbe preferire una parafrasi per migliorare le caratteristiche funzionali del TT, non rimanendo però fedele all’originale. Ancora più radicali sono le scelte proposte da Johan Franzon. Secondo lo studioso, una canzone tradotta è definita come tale solo se alcuni elementi fondamentali della musica e/o delle parole e/o della performance di partenza sono riproducibili nella lingua di arrivo. Il traduttore infatti può:

1. Lasciare la canzone non tradotta;
2. Tradurre il testo senza curarsi della musica;
3. Comporre un nuovo testo che non abbia nessuna relazione con quello originale e adattarlo alla musica;
4. Tradurre il testo e adattare la musica ad esso – a volte richiedendo una composizione del tutto nuova;
5. Adattare la traduzione alla musica originale.

Terza parte di questo articolo >

Autrice del testo:
Debora Carlacchiani
Traduttrice Ing/Fra/Gia>Ita
San Ginesio (Macerata)

Tradurre musica

 Categoria: Tecniche di traduzione

Il rapporto tra musica e traduzione ha sempre ricoperto un ruolo secondario nell’ambito degli studi accademici, come dimostra la scarsa bibliografia dedicata all’argomento. La traduzione di testi direttamente o indirettamente collegati alla musica viene spesso trascurata a causa delle effettive difficoltà metodologiche che essa comporta e all’approccio multidisciplinare che il traduttore è tenuto a rispettare per non compromettere la validità dello studio.

I confini non ben definiti tra “traduzione”, “adattamento”, “versione”, “riscrittura” e la diffusione di traduzioni anonime e non ufficiali di testi musicali (testi verbali composti, collegati, aggiunti o sincronizzati ad una composizione musicale) hanno spesso ostacolato l’utilizzo di tecniche traduttive canoniche, come quelle attuate in ambito operistico. In musica leggera, sono rari i casi in cui viene commissionata la traduzione ad un traduttore, poiché di norma sono professionisti del settore (cantanti, cantautori, scrittori, poeti, commediografi, ecc.) ad occuparsene. Per questo motivo è spesso impossibile, e forse non auspicabile, individuare dove finisce la traduzione e inizia l’adattamento.

In questo contesto multidisciplinare, il traduttore deve procedere per gradi, o meglio, per priorità. Una valida strategia iniziale è quella di analizzare il testo di partenza e capirne la destinazione: il libretto di un’opera, una canzone rock, gli inserti dei CD, i sottotitoli di un musical proiettato al cinema o ancora il copione di una commedia musicale sono esempi di testi musicali che potrebbero essere tradotti. In questo caso, le tecniche traduttive variano notevolmente: se si desidera comprendere un testo in lingua straniera, è sufficiente una traduzione in prosa semanticamente fedele al testo di partenza; se invece la canzone è destinata ad essere cantata nella lingua di arrivo, è necessario ottenere una traduzione “cantabile”.

La traduzione cantata non si configura in una tipologia standard di traduzione, volta a preservare semanticamente i significati sostituendo i significanti della lingua di partenza con quelli della lingua di arrivo, né può essere considerata una traduzione intersemiotica, ovvero un’interpretazione di segni verbali per mezzo di un sistema di segni non verbali. Essa rappresenta piuttosto una chiave di lettura per comprendere la giustapposizione dei due differenti elementi semiotici che caratterizzano un testo musicale: quello logocentrico e quello musicocentrico.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice del testo:
Debora Carlacchiani
Traduttrice Ing/Fra/Gia>Ita
San Ginesio (Macerata)

La fallacia dei madrelingua (2)

 Categoria: Problematiche della traduzione

Nell’articolo di ieri abbiamo parlato di un caso evidente di fallacia dei madrelingua. Qui di seguito ne citiamo un altro altrettanto lampante (ndr).

Caso 2
Mi accorsi di alcuni errori gravi, come errori di punteggiatura, calchi dall’inglese e altro, in una traduzione di un’organizzazione per la quale lavoro. Chiesi di non pubblicare quella traduzione prima di farla revisionare e correggere. Mi dissero che lo avrebbero tenuto presente, ma il giorno dopo la traduzione venne pubblicata senza alcuna modifica. Poiché mi infastidiva vedere quegli errori, e credo danneggino l’organizzazione, segnalai nuovamente gli errori che avevo trovato, spiegando il perché dell’errore, e chiesi di correggerli. Spiegai loro che non è sufficiente essere bilingue per essere traduttore e lo dimostrai con gli errori presenti nel testo. Sapete cosa risposero? Questo: “Quello che dici è interessante, però la traduttrice è madrelingua di inglese e spagnolo, sicuramente sa tradurre bene”.

Ah, avevo dimenticato di nuovo che se qualcuno è madrelingua di professione non gli si può contestare nulla.

È questa la fallacia dei madrelingua. Essere madrelingua non è una professione! Siamo tutti parlanti nativi di qualche lingua, non è una cosa che si studia né per la quale è prevista una specializzazione.

Presa dall’impotenza che provavo quasi stavo per rispondergli qualcosa come “Anche Belén Rodriguez (ndr) è madrelingua spagnola e non le chiederesti di revisionare un testo”. Invece mi rassegnai e risposi “va bene, grazie”.

Questo mi riporta alla domanda iniziale: perché? Perché alla gente costa tanto credere che noi traduttori possiamo apportare qualcosa in più? Perché la nostra formazione non è valida come quella di qualsiasi altro professionista? Perché anche quando si dimostra che quel “madrelingua” ha commesso un errore, si dà priorità al suo criterio e non al nostro?

Non lo capisco e non trovo nessuna risposta a questa domanda. Non è che, in preda a un attacco di ego, abbia detto “sono una traduttrice, so farlo meglio”. Quello che ho fatto è stato trovare e spiegare gli errori che dimostrano che qualcuno con formazione ed esperienza nel campo della traduzione può tradurre meglio rispetto a chi non ha questi requisiti. È davvero un’idea così strampalata?

Occhio, non fraintendetemi. Sono sicura che molti bilingue madrelingua sono anche traduttori, eccellenti traduttori. Non dico che chi è bilingue madrelingua traduca peggio di coloro che non lo sono. Il fatto è che ci sono bilingue che si sono formati come traduttori o che sono arrivati alla traduzione da un’altra strada e vantano anni di esperienza. In ogni caso, i traduttori non sono solo “madrelingua”.

Sarebbe molto difficile per altre professioni. Assumereste un cuoco solo perché è nato in Italia? Se voleste un quadro della Torre Eiffel, chiamereste un pittore o il primo parigino che passa per strada? Con la traduzione succede la stessa cosa: bisogna assumere un professionista. Non dimentichiamo che noi traduttori siamo anche madrelingua, o monolingue o bilingue, l’importante è essere professionali. Per questo dobbiamo farci valere e far sì che la gente capisca che essere madrelingua non è di per sé una professione, mentre essere traduttore sì, e che inoltre siamo sempre e comunque madrelingua.

Non saprei dire come farlo, ma credo che sia nostro dovere lottare per il riconoscimento del nostro lavoro. Per il momento, ho pensato di creare questa immagine per rivendicare un poco quello che siamo. Se volete, potete condividerla su Twitter o Facebook, e magari riusciremo a farci apprezzare di più. Vi invito anche a condividere le vostre esperienze nella sezione dei commenti, sperando che ce ne siano di positive.

Fonte: Articolo pubblicato il 22 settembre 2015 sul Blog “Bailando entre traducciones

Traduzione a cura di:
Ambra Sottile
Master Translation Studies
Traduttrice EN-FR-ES-CAT>IT
Catania

La fallacia dei madrelingua

 Categoria: Problematiche della traduzione

Oggi vi parlerò di un male con il quale noi traduttori dobbiamo misurarci: la fallacia dei madrelingua. Di che si tratta? Lasciate che lo contestualizzi e capirete rapidamente.

Sono arrabbiata. Sì, sono arrabbiata per il poco rispetto che si ha verso la nostra professione. So che questo argomento è stato discusso molte volte, che non raggiungeremo nessuna nuova conclusione e che l’unica cosa che possiamo fare è difendere il nostro lavoro. D’accordo, però io mi pongo una domanda: perché?

Tornerò dopo su questa domanda, adesso voglio illustrarvi le situazioni che mi hanno portata a scrivere questo articolo.

Caso 1
Tempo fa avevo trovato un’impresa che sembrava ambire a una clientela internazionale, ma i cui testi erano un disastro. Pensai che avessero un buon progetto e che magari, essendo un’impresa piccola e giovane, non sapessero come offrire determinati servizi.

Per alcuni giorni indagai un poco, prendendo appunti e cercando informazioni, e alla fine mi misi in contatto con l’impresa. Spiegai loro perché li contattavo, quello che avremmo potuto fare e i vantaggi che ne avrebbero tratto. Non mi ascoltarono, era come parlare al muro. Neanche un “in questo momento non possiamo permettercelo” o un “grazie, ci penseremo”. Nulla.

Negli ultimi mesi li ho visti pubblicare, tramite i loro profili sulle reti sociali, testi pieni di errori, uno dopo l’altro. Mi venne in mente che una buona maniera per convincerli del bisogno di assumere un professionista era inviando loro una delle traduzioni pubblicate, segnalando tutti gli errori e fornendo una spiegazione per ognuno di essi.

Mi misi di nuovo in contatto con l’impresa e spiegai loro, ancora una volta, che pubblicare un testo con tanti errori crea una pessima impressione, che poi non è facile cambiare. Inviai loro il testo con tutti gli errori segnati e la loro risposta fu la seguente: “Non abbiamo bisogno di traduttori”. Forse non vorrete dei traduttori, ma è abbastanza chiaro che ve ne serve uno. Considerate che non si trattava di errori insignificanti, che a malapena si notano. C’erano tantissimi errori di concordanza, con le preposizioni, articoli mancanti e tutto quello che potete immaginare, oltre che chiari errori di traduzione. Al “non abbiamo bisogno di traduttori” seguiva un “inoltre, a tradurre i testi è un madrelingua”. Ah, certo, scusate! Avevo dimenticato che essere madrelingua è una professione!

Nell’articolo di domani parleremo di un altro caso di fallacia dei madrelingua (ndr).

Fonte: Articolo pubblicato il 22 settembre 2015 sul Blog “Bailando entre traducciones

Traduzione a cura di:
Ambra Sottile
Master Translation Studies
Traduttrice EN-FR-ES-CAT>IT
Catania

Tradurre: reazioni contro la tecnologia (3)

 Categoria: Strumenti di traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Davanti a stimoli differenti la mia esperienza può essere legata a brutti o cattivi ricordi: se la storia che sto leggendo narra di un coniglio la mia reazione è positiva, perché la prima immagine che si apre nella mia mente è quella di Pisolino, il mio peluche preferito di quando ero bambino, un coniglietto panciuto azzurro, tuttavia, nella mente di un altro lettore le sensazioni potrebbero essere opposte, perché da piccolo, giocando nella fattoria del nonno, è stato morso da uno di questi terribili animaletti.

La questione però va oltre e mi porta a negare l’esistenza della sinonimia. Sbornia o sbronza? Albe-de-dessert o moscato moldavo? Di sbieco o di sguincio? Trincare o bere? I deliri annebbiati dai fiumi dell’alcool del protagonista di Mosca-Petuški di Erofeev mi appaiono con sfumature diverse a seconda delle parole utilizzate in varie traduzioni italiane o anche per quella che potrebbe sembrare un’inezia come la posizione di un aggettivo o di una virgola. Non ci si faccia ingannare da questi discorsi: lo stesso concetto è valido a tutti gli effetti anche per quello che viene considerato l’ambito tecnico-scientifico, non rimane confinato all’élite letteraria.

La sinonimia non esiste neanche qui. Una pompa di calore può raffreddare, refrigerare o raffrescare, mentre un’impresa di giardinaggio a corto di strumenti potrebbe ordinare un certo numero di tagliaerba, rasaerba o falciaerba. La scelta spesso è frutto di ragionamenti di marketing, dove la differenza la fanno le sfumature; occorre trovare quella giusta per innescare nel lettore la reazione voluta e accendere nel suo cervello una determinata spia: è come spingere un pulsante su un telecomando (ci sono ricascato, senza tecnologia non so stare).

Cara tecnologia, ti ho sconfitto. Tu non hai questa sensibilità verso la non-sinonimia, la tua “anima” non funziona come la nostra, non carpisci le sfumature, nella tua mente non si verifica quel meccanismo di stimolo e reazione che permette al traduttore umano di comporre un testo seguendo una certa sensibilità. E questo non cambierà mai; in fondo ho trovato il mio angolo di paradiso.

Autore dell’articolo:
Marco Panzavolta
Dottore in Traduzione Specializzata e in Lingue e Culture Moderne e Contemporanee
Ravenna

Tradurre: reazioni contro la tecnologia (2)

 Categoria: Strumenti di traduzione

< Prima parte di questo articolo

Tuttavia, ci sarà sempre qualcosa in cui fallirà, qualcosa di fondamentale che le manca ed è quel concetto misterioso che è l’anima. Dopotutto, se queste innovazioni fossero migliori di noi finirebbero per programmarsi e costruirsi da sole, e gli ultimi esseri umani rimasti passerebbero il loro tempo a girarsi i pollici in un robot-bar a rimpiangere i tempi in cui i padroni eravamo noi. Quello che è veramente diverso è il processo di assimilazione, il nostro modo di recepire e reagire alla lettura delle varie parole che diventano frasi e poi testo.

Ogni insieme di lettere stampato nero su bianco (o su schermo, diviso in stringhe, intervallato da tag, uffa), ogni frase, ogni capitolo, insomma, qualsiasi cosa leggiamo rappresenta uno stimolo per il nostro cervello; di fronte a un certo stimolo ognuno di noi ha una reazione particolare, che è dovuta e influenzata da tutta la nostra esperienza di vita. Si pensi al diverso significato attribuito al crisantemo dalla nostra cultura e, ad esempio, da quella giapponese, dove è simbolo di vita e gioia; facciamo un esempio ai limiti dell’assurdo: un’agenzia matrimoniale asiatica di successo vuole esportare il proprio business in Italia, attratta dalle grandi opportunità offerte dai nostri paesaggi romantici e storici.

Per farsi conoscere nella nostra penisola questa compagnia decide di tradurre (o, meglio, localizzare) il proprio sito web, che pullula di foto di cerimonie addobbate con cascate e archi di crisantemi e di descrizioni di servizi che fanno riferimento all’utilizzo di questo fiore per decorare la location della cerimonia. La reazione che abbiamo di fronte all’immagine del crisantemo è quella di pensare al lutto, alla tristezza e sono certo che il messaggio che vuole inviare questa agenzia sia del tutto opposto; sarà quindi necessario effettuare delle modifiche per stimolare nel lettore la reazione desiderata. Ad ogni stimolo una reazione, non solo a livello di cultura nazionale, ma anche sul piano personale.

Terza parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Marco Panzavolta
Dottore in Traduzione Specializzata e in Lingue e Culture Moderne e Contemporanee
Ravenna