Perché ti assumono. Perché no. Cosa fare (5)

 Categoria: Traduttori freelance

< Quarta parte di questo articolo

4) Dominate il vostro entusiasmo
Questo è contrario alle vostre aspettative, lo so. Ma dimostrarsi troppo eccitati riguardo ad un progetto può infastidire il cliente. Forse perché può sembrare un falso. O comunque suona un po’ da disperati. Disperati in cerca di un qualsiasi lavoro.
Davvero, più sono entusiasta di un progetto, più continuo a farfugliare frasi senza senso e meno il cliente sembra interessato. Probabilmente pensano ci sia qualcosa sotto. O semplicemente si ottiene l’effetto opposto per qualche assurda legge dell’universo.

Il migliore percorso: siete interessati. Siete intrigati. Sapete benissimo come fare quella cosa. Siete particolarmente felici di poter lavorare a quel progetto. Il cliente vi piace. E se per qualche motivo non funziona, va bene lo stesso. Anche questo sembra attirare i clienti.
Una volta ho lavorato con un ragazzo che era un esperto nel trattenere l’entusiasmo. Riusciva sorprendentemente a contenersi quando parlava di un potenziale progetto. In realtà era come se avesse voluto gridare “sarebbe fantastico, farei i salti mortali per questo progetto”, ma si controllava.
L’effetto è più o meno quello di tenere schiacciata l’estremità di una pompa da giardino, invece di lasciar sgorgare l’acqua.  Energia repressa. Il cliente percepisce sempre quella vibrazione.

5) Fate tutto quello che avete promesso. Tanto o poco che sia.
Ho ignorato l’importanza di questa frase per molto tempo. Che stupida.
Per i clienti, assumervi significa sempre un salto nel vuoto, il che richiede fiducia. Voi siete un qualcosa di sconosciuto. C’è sempre una possibilità che facciate qualche errore, o non consegnate, o inviate un lavoro fatto male. Dovete cercare di tranquillizzarli, costruire fiducia. A partire dal primo giorno.

Fornite un numero di telefono. Sareste sorpresi nel sapere quanti freelance non lo fanno. I clienti stanno ben alla larga da fantomatici freelance raggiungibili solamente via mail. E se potete, rispondete a quel dannato telefono.
Quando gli dite che invierete un mail con alcune idee e spunti in mattinata, fatelo. Mandate la mail alle 6 di mattina. E inviate una mail piena zeppa di idee. Esagerate. Dopo, passate due ore, dite “stavo anche pensando”… e aggiungete altre due idee.

Quando promettete di richiamare dopo dieci minuti, chiamateli dopo 8 minuti.
Se il lavoro non è quello giusto per voi, offritevi di fornire dei nomi di altri colleghi. Poi mandate 6 nominativi. E accompagnate la mail con una o due frasi di spiegazione.
Pian piano, fate tutto quello che avete promesso. E anche qualcosa di più.
Si fideranno di più di voi.

Fonte: Articolo pubblicato sul blog The Freelancery

Traduzione a cura di:
Martina Rotondi
Inteprete e traduttrice freelance
EN-IT-DE
Graz, Austria

Perché ti assumono. Perché no. Cosa fare (4)

 Categoria: Traduttori freelance

< Terza parte di questo articolo

Un esempio è quello che mi è successo due giorni fa. Non appena ho ricevuto la chiamata, dal numero pensavo fosse un qualche venditore. Ho quindi risposto con freddezza.
Ooops. Un potenziale cliente. Ho cercato di recuperare esagerando con l’entusiasmo e parlando a macchinetta. Potevo immaginarmi il cliente sollevare lo sguardo e roteare gli occhi, ma non riuscivo a smettere di parlare. Per fortuna, mi sono ricordata:

3) Abbondare con idee, consigli e suggerimenti
I clienti sembrano apprezzare particolarmente una qualsiasi forma di aiuto gratuito. Invece, odiano sentirsi dire “quando verrò assunto, le farò vedere”. Semplicemente lo detestano.
Se si tratta di un grande progetto, offritevi di tradurre i primi due paragrafi, così da dare un’idea del vostro approccio e del vostro stile. Oppure provate in modi diversi.
Se per esempio conoscete qualche link, sito, libro o risorsa che possa essergli utile, metteteli a sua disposizione.
Se stanno cercando suggerimenti per  programmi promozionali, o per un nuovo progetto web o ancora per qualche applicazione per iPad, fatevi venire qualche idea. Certo, non è altro che una premessa ma dimostra che fate parte del loro team. Dimostra quello che pensate, quello che siete.
Più idee gli fornirete, più tenderete a piacergli, e di conseguenza più lavoro porterete a casa. Sì, anche soltanto spiegargli come modificare l’altezza dell’intestazione con i CSS. (Se perdete un lavoro per questo motivo, non era un vero lavoro ovviamente)

Quando ho rovinato tutto con quella chiamata di cui vi ho parlato sopra, mi sono ripromessa che li avrei ricontattati proponendogli una tariffa e delle idee su come promuovere la loro nuova linea di servizi.
Gli ho inviato una mail lunga 4 pagine contenente tutto quello a cui avevo pensato, quello su cui mi ero già informata, e anche quello che sicuramente non avrebbe funzionato. Cose che avrebbero comunque dovuto sperimentare a prescindere dalla mia collaborazione. Ci ho impiegato circa 30 minuti. In realtà non ci voleva mica una laurea. Ma poco importa, era un qualcosa fatto per loro. E gratis. Sono stata assunta.
Anche se non ho avessi ottenuto nulla quella volta, avrei comunque ricevuto dei punti karma da riscattare in futuro, o in qualche altro lavoro. Ad ogni modo, mi piace pensarla così.

Quinta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato sul blog The Freelancery

Traduzione a cura di:
Martina Rotondi
Inteprete e traduttrice freelance
EN-IT-DE
Graz, Austria

Perché ti assumono. Perché no. Cosa fare (3)

 Categoria: Traduttori freelance

Nell’articolo di ieri ho parlato dei motivi per cui un cliente conferma o meno un incarico a un traduttore, in quello odierno, in quello di domani e in quello di dopodomani darò alcuni semplici consigli per aumentare le possibilità di ricevere una conferma anziché un rifiuto (ndr).

1) Ascoltate di più, parlate di meno
Nel primissimo contatto il cliente dovrebbe essere l’oratore, e voi degli ascoltatori instancabili. Immediatamente gli piacerete. “Davvero? Interessante, mi dica” gli direte voi.
Questa è più una strategia di difesa. Meno cose balbettate, meno lo annoierete o rischierete di uscire con qualcosa di stupido, ed essere cancellati dalla lista.
Il fatto di ascoltare vi rende in un qualche modo più intelligenti, e coinvolti. Siete affascinati. Il cliente si sentirà al centro dell’universo per alcuni minuti. (Questo funziona anche con gli appuntamenti galanti). “Davvero interessante”, direte voi. “Mi dica cosa ne pensa di questo.”

2) Limitate i vostri “racconti” a un paio di frasi. Due.
Quando un cliente vi dice, “Dunque, mi parli dei suoi servizi” oppure “ che tipo di web design offre” o “ mi parli delle sue esperienze”, dovete rispondere in 25 parole al massimo. Mai di più. Nessuno ascolterà le successive. Vi è permesso di parlare per un massimo di due frasi. Dopo, rivolgetevi nuovamente al cliente.
“Ho iniziato a lavorare come ghost writer per le tesi di alcuni amici al college, per quanto poco etico fosse allora. Ora mi occupo di ghost writing di discorsi, articoli e contenuti web per aziende tecnologiche, ovviamente il tutto in modo legale.”
“Mi dia un testo in francese, uno in inglese, e viceversa. Sono piuttosto bravo sia in campo tecnico che scientifico e lavoro praticamente full-time. Mi dica invece cosa pensa di…”

Non siate troppo evasivi, semplicemente non volete mettere alla prova la loro pazienza. Se fanno domande, rispondete senza problemi. Ma non siate prolissi. Voi stessi odiate i discorsi infiniti. Spiegate per bene che cosa gli verrà offerto, e risparmiate invece i discorsi su di voi.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato sul blog The Freelancery

Traduzione a cura di:
Martina Rotondi
Inteprete e traduttrice freelance
EN-IT-DE
Graz, Austria

Perché ti assumono. Perché no. Cosa fare (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Trovo estremamente interessante il fatto che i clienti siano invece piuttosto bravi a spiegare perché non hanno assunto quella persona.
“Troppo insistente. Irritante. Ci ha messo tropo a richiamarmi. Era dannatamente arrogante. Mi faceva sentire un cretino. Sembrava non ascoltarmi. Non riuscivo più a sbarazzarmene. Non faceva altro che parlare di come ha lavorato e di quanto è stato pagato. Come prima cosa ha parlato di soldi.”
Un conoscente mi ha fatto notare che effettivamente le dinamiche sono simili a quelle di quando si ha un appuntamento galante: c’è una scintilla. Oppure no. Non si può sempre spiegare. A volte, semplicemente c’è un’immediata repulsione. Anche qui, difficile da spiegare il perché.
Lo so. Sembra tutto così nebuloso, capriccioso, imprevedibile e ingiusto. E così è.
I freelance che lavorano in settori più tecnici,  dove le qualifiche contano eccome, sono disgustati da tutto ciò.  Incominciano a brontolare “ E allora i miei studi? La mia esperienza, la mia competenza e la mia professionalità dove vanno a finire? Cos’è questo, un concorso di popolarità?”.

Per quel che ho visto, le vostre spettacolari qualifiche e i risultati ottenuti lavorando sodo potranno farvi ottenere una telefonata. Ma non per forza vi porteranno un lavoro, o una collaborazione seria e duratura.
La prima decisione del cliente è data dall’istinto. Le “storielle” raccontate nel vostro CV, verranno unicamente utilizzate per giustificare la loro scelta in un momento successivo. Sensazioni prima, fatti dopo.
Se quella responsabile marketing non ci azzecca con me per un qualche motivo, del fatto che io abbia lavorato impeccabilmente su 2.861 progetti, non le frega un fico secco.
E non le importa nemmeno se qualcun altro pensa che io sia intelligente.
I freelance che nella vita sono estroversi e socievoli pensano che questo basti. Pensano che automaticamente anche gli altri devono trovarli interessanti.

Quindi cosa fare? Quello che possiamo fare è diversificarci. Comportarci come se, per il nostro cliente,  fossimo qualcuno di estremamente interessante dal punto di vista lavorativo. Qualcuno con cui si può semplicemente collaborare giorno dopo giorno.
Esatto, anche se non abbiamo ricevuto in dono una personalità magnetica e la capacità di attrarre il mondo.
Nell’articolo di domani darò alcuni semplici consigli su come gestire una richiesta da parte di un cliente (ndr).

Fonte: Articolo pubblicato sul blog The Freelancery

Traduzione a cura di:
Martina Rotondi
Inteprete e traduttrice freelance
EN-IT-DE
Graz, Austria

Perché ti assumono. Perché no. Cosa fare

 Categoria: Traduttori freelance

Ad oggi, sono stata assunta da almeno 393 clienti. Mi hanno  semplicemente detto “Okay. Iniziamo”. Invece, non sono stata assunta da circa un migliaio di clienti, o forse anche di più. (Del resto, chi mai terrebbe il conto in questi casi?).

La cosa strana è che non ho la benché minima idea del motivo per cui sono stata o non sono stata assunta. Dentro di me dico “avranno notato la mia vasta esperienza in XYZ”, oppure “probabilmente sono rimasti impressionati dalla mia esperienza pratica nel marketing aziendale”. Ma è vero? Forse no. Ma è così bello pensarlo.

Quando invece non mi affidano un incarico penso, “ ho avuto un approccio troppo sfrontato e particolare per loro. Preferiscono qualcuno di“classico”,  di vecchio stampo.” O “non hanno capito niente” oppure ancora “stavano solo curiosando qua e là, non erano seri”. E anche questo non è vero, molto probabilmente. Sono semplicemente storie che mi racconto per passare la giornata.
Un po’ di tempo fa ho iniziato a fare qualche domande ai miei clienti sull’argomento.
“Perché avete assunto quel fotografo?”, “Cosa vi ha spinto a scegliere quel designer”?, “Perché proprio lui come redattore?”.

Sono rimasta sorpresa nella loro incapacità di rispondere, o meglio, di dare delle risposte sensate.
Alcuni di loro sono rimasti sul vago e hanno dato delle risposte accettabili. “Ci è piaciuto il suo stile. Avevamo bisogno di un programmatore esperto in materia di XXX o ZZZ. Era una traduttrice con esperienza in traduzioni finanziarie complicate. Ci è stato raccomandato.” Le loro risposte mi sono sembrate un po’ strane, esattamente come le storie che raccontavo a me stessa.
Tuttavia, in alcuni casi, non erano davvero in grado di spiegarsi. Questo perché le loro decisioni sono perlopiù subconscie, istintive, “di pancia” come si suol dire. Alcune volte anche emotive.  In qualche modo anche irrazionali, forse. Istantanee.

Quando parlano con un libero professionista, in qualche modo si sentono subito affini. Provano una sorta di connessione. Sulla stessa lunghezza d’onda. Qualcosa fa “clic” nella loro testa, e pensano “posso lavorare con questa persona” oppure “al mio capo piacerebbe”.
Pensano “è lei”. Sono immediatamente inclini a fidarsi, sentendosi a loro agio. Cosa che può basarsi su qualcosa di concreto, oppure no. Semplicemente prendono una decisione, ed è quella.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Articolo pubblicato sul blog The Freelancery

Traduzione a cura di:
Martina Rotondi
Inteprete e traduttrice freelance
EN-IT-DE
Graz, Austria

Traduzione è tradimento?

 Categoria: Problematiche della traduzione

Tradurre è tradire. Verità o falsa credenza?

Tradurre da un sistema linguistico a un altro significa trasportare da una cultura a un’altra una serie di valori, pensieri ed ideologie strettamente connesse al tessuto linguistico di chi scrive. Dal momento che il traduttore, più che un semplice “traghettatore” di significati letterali è prima di tutto un mediatore culturale, il suo compito è più complesso di quanto sembri. Si è parlato a lungo della presunta fedeltà o meno al testo, ma è ormai chiaro che il termine fedeltà, da solo, non riesca a esprimere la notevole varietà di implicazioni sottese a una traduzione.

Il vero tradimento non consiste nella traduzione in sé, quanto nel rischio di fraintendere le intenzioni e il background culturale dell’autore della lingua di partenza. La teoria della traduzione è ricca di dibattiti sull’argomento, ma non tutti sono pienamente convinti dell’importanza, da parte del traduttore, di un’ interdisciplinarietà. Il traduttore dovrebbe essere non un semplice conoscitore di lingue e idiomi, non soltanto un teorico della traduzione, ma anche (e soprattutto) un abile conciliatore. Un conciliatore fra chi? Fra che cosa?

In primo luogo, un conciliatore fra due lingue. Il rischio di scivolare nelle numerose trappole offerte dal testo, specialmente i calchi, è notevole. Il testo di partenza, con tutta la sua ricchezza e complessità, si mostra al traduttore con le strutture linguistiche e narrative proprie del suo sistema linguistico. Una traduzione che presenti troppi calchi manifesta immediatamente il suo carattere artificioso e forzato, privo di naturalezza e musicalità. Il calco, oltre che un fastidioso ostacolo ai fini della comprensione del testo, è indice della scarsa propensione del traduttore alla mediazione.

In secondo luogo, è necessaria una conciliazione fra la cultura di partenza e quella di arrivo. Ammettiamo, per esempio, che il testo di partenza sia un romanzo incentrato sulla vita di una famiglia americana negli anni ’90 e che il traduttore italiano si appresti a  tradurlo nel 2015. Non risulterebbe forse un po’ strano trovare marchi commerciali italiani, magari nati dopo il 2000? È molto probabile che una traduzione del genere inneschi nel lettore un meccanismo di rifiuto, una percezione dell’artificiosità pari a quella suscitata dal calco. Oltretutto, vi sono fraintendimenti culturali che scivolano in un odioso atteggiamento di superiorità da parte del traduttore, convinto che l’autore del testo di partenza appartenga a una società inferiore a quella di chi traduce.

Infine, il traduttore deve saper conciliare il proprio lavoro con la creatività e il messaggio dell’autore del testo di partenza. Si tratta di un dialogo fra due autori a tutti gli effetti: il primo, che parla e si esprime nella propria lingua, il secondo con il compito di ri-scrivere nella lingua di arrivo.

Alla luce di queste riflessioni, ecco le conclusioni che potremmo trarre. Il traduttore dovrebbe sempre ricordare che la traduzione da un sistema linguistico all’altro, lungi dall’essere un mero esercizio stilistico o uno sfoggio di conoscenze grammaticali, dovrebbe prima di tutto essere un atto di mediazione culturale fra realtà diverse, una mediazione che tenga conto dei numerosi elementi sottesi a un testo.

Autrice dell’articolo:
Francesca Perozziello
Dottore in Storia e forme delle arti visive, dello spettacolo e dei nuovi media
Dottore in Scienze umanistiche per la comunicazione
Traduttrice freelance EN > ITA
Marina di Pietrasanta (LU)

Porto franco (4)

 Categoria: Traduttori freelance

< Terza parte di questo articolo

Vedo il disagio socio psicologico degli immigrati causato dal diniego totale nell’imparare l’italiano e conoscere la cultura del posto. Vedo anche l’identità sospesa dei figli degli immigrati. Quante volte gli immigrati diventano soggetti principali della cronaca nera. Quante volte gli Italiani guardano con occhi diffidenti e sospettosi il comportamento degli stranieri, come quello di un padre musulmano che ha ucciso la propria figlia per il senso di impotenza, senza conoscere  e scandagliare la cultura di adozione. L’azione brutale non è compiuta dall’immigrato, ma dal padre disperato e dall’uomo impaurito. Ovviamente lui è colpevole in tutti i sensi in prima persona, ma nessuno può capire perché questo povero uomo ha fatto un gesto così folle e disumano in un Paese sconosciuto contro una figlia adolescente confusa nel minaccioso tessuto sociale. Se fossi nel fidanzato italiano della ragazza, invece di istigarla contro il padre invitandola a scappare, avrei provato a guadagnarmi la sua fiducia riportandola a casa sempre prima del coprifuoco. Forse l’uomo impaurito avrebbe imparato con il tempo a aprirsi alla cultura non natia e la tragedia non sarebbe accaduta, spezzando per sempre il legame sacro della famiglia.

Posso confermare con certezza che il mondo è troppo grande e va ben al di là delle comunità nazionali cui ognuno di noi appartiene. Vivere nel mondo limitato o chiuso, come preferisce fare la maggior parte dei miei connazionali a discapito dell’opportunità di conoscere nuove realtà fuori dalla propria Patria, non è altro che un regresso nella vita come si racconta della vita dei migranti italiani negli Stati Uniti d’America in “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi.

La vita di un immigrato non è per nulla semplice, non soltanto in Italia ma in tutto il mondo. Tuttavia provo una profonda gratitudine per le Istituzioni italiane, perché mi hanno sempre aperto le porte del mondo della conoscenza e dell’apprendimento lavorativo, ogni volta che bussavo. Le porte culturali italiane non sono per niente simili a quelle di Kafka che è in eterna attesa dell’accesso all’ingresso negato. Ringrazio anche coloro che mi sono stati vicini nei momenti difficili con pazienza e amore.

Ora spetta a ognuno di noi immigrati sfruttare dell’occasione offertaci per creare un mondo di armonia e rispetto e riscattare la qualità della propria vita, poiché ciò che conta davvero nella vita è avere una tale possibilità di crescita a portata di mano.

Autrice dell’articolo:
Oui Suk Choi
Traduttrice KO > IT
Roma

Porto franco (3)

 Categoria: Traduttori freelance

< Seconda parte di questo articolo

Nella mia vita la fiducia degli altri l’ho sempre guadagnata con fatti e azioni, non a parole. Tante volte ho bussato alla porta delle istituzioni italiane e mi sono vista respinta e non considerata. Mai, però, ho gettato la spugna, continuando a chiedere informazioni sul perché non fossi idonea e accettata. Mancava il titolo di studio perché la mia laurea, conseguita in Corea, non è riconosciuta dallo Stato italiano per l’equipollenza? Non mi sono mai data per vinta né ho insistito in modo cocciuto, ma mi sono laureata all’università di Roma “La Sapienza”. Non ho preteso nemmeno il riconoscimento degli esami equipollenti sostenuti in Corea per agevolare il percorso di studio. Avevo per esempio già sostenuto, dieci anni prima, la prova d’inglese nel mio Paese, diversa però per crediti e per contenuto da quella in Italia: non mi sembrava una perdita di tempo ripeterne l’esame e anzi colsi l’occasione per arricchire la mia conoscenza in materia, visto che la lingua si era evoluta nel tempo per argomenti ed esigenze sociali. Alla fine sostenni ventuno esami. In questo modo mi avvicinai sempre più all’ottica della cultura italiana ed entrai in modo naturale nel tessuto socio-culturale. Dopo la laurea ho seguito diversi corsi gratuiti, mirati a professionalità specifiche, per imparare nuovi termini, accrescere le conoscenze e la mia cultura generale.

Ora, dopo questa preparazione di base, non voglio essere più un’immigrata attiva, ma una cittadina attiva. Non ho ancora la cittadinanza italiana, ma mi preparo giorno dopo giorno. Il mio impegno verso la nuova tappa non ha il solo scopo di ottenere il tanto agognato pezzo di carta, ma anche e soprattutto quello di diventare una cittadina attiva nel tessuto socio-culturale, economico e politico, in altre parole essere integrata in modo rizomatico nella cultura di adozione. Il che significa tenermi in forma a livello culturale attraverso l’impegno civile. Quindi mi informo leggendo giornali, seguendo trasmissioni e dibattiti in televisione, partecipando a incontri e frequentando associazioni culturali. Tutto questo per restare al passo con il mondo attuale e per essere una cittadina attiva a pieno titolo. Nessuno mi costringe a farlo, ma credo fermamente che l’espressione “Porto Franco” significhi non soltanto libertà di scelta di vita in un luogo non natio, ma rappresenti un processo di crescita continua per un individuo, una decisione arbitraria di progredire giorno dopo giorno: l’integrità dell’uomo si forma attraverso la perseveranza e la conservazione dei principi nel corso della vita.

Quarta parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Oui Suk CHOI
Traduttrice KO > IT
Roma

Porto franco (2)

 Categoria: Traduttori freelance

< Prima parte di questo articolo

Vedevo i miei connazionali conosciuti a scuola abbandonare lo studio appena terminato il corso medio, ritenendo già sufficiente la preparazione linguistica. Non li invidiavo e proseguivo il mio disegno per un futuro solido e invulnerabile. Mi sentivo a volte abbattuta, tra alti e bassi d’umore, quando non riuscivo ad assimilare i concetti. In tale stato d’animo quante volte scagliavo il dizionario contro il muro! Ed ero altrettanto scoraggiata quando gli insegnanti non riuscivano a capirmi, e quindi non sapevano spiegarmi le cose in modo appropriato perché erano abituati alle domande dei colleghi europei, e non a quelle di un’orientale. Ricordo la professoressa Giuliana Di Nardo…mi invitava dopo la lezione per aiutarmi, una mera cortesia personale, mossa dalla passione per Dante: si tratteneva a volte più di mezz’ora, con pazienza e a discapito del suo prezioso tempo, per capire la natura delle mie domande. E poi il bibliotecario Tudor, che mi incoraggiava e consigliava libri di lettura più appropriati al mio interesse. In questo modo mossi i primi passi verso la Conoscenza. Dopo un duro lavoro, arrivando persino a mordermi la lingua a furia di esercitare la pronuncia della “R” e della “V”, tutti gli insegnanti mi dissero che ero pronta a spiccare il volo da sola, quindi mi spronarono a iscrivermi all’università.

Si dice che imparare significa conoscere e farsi conoscere, in altre parole è un processo verso l’integrazione multiculturale. La lingua è sicuramente un potenziale strumento per accostarsi più facilmente al Sapere e dunque a farsi conoscere. Tuttavia mi ero resa conto, e ne sono convinta ancora oggi, che l’apprendimento linguistico non è sufficiente in un mondo dove regnano sfiducia e poca chiarezza di fronte al regime socio-burocratico. Ci vuole un impegno concreto, nei limiti delle regole sociali, per costruire rapporti dignitosi e rispettosi. Mi spiego meglio: in Papua Nuova Guinea, dove svolgevo servizio diplomatico, avevo un ambasciatore molto severo. Non permetteva mai alla cuoca connazionale di andare in giro con altre persone. Mi permise di accompagnarla per alcune passeggiate o per un sorso di caffè, ma ci impose il coprifuoco alle tre del pomeriggio; io la riportavo in macchina sempre mezz’ora prima. Con il tempo però ci lasciò persino andare in discoteca da sole, poiché avevamo saputo guadagnarci la sua fiducia da parte sua.

Terza parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Oui Suk CHOI
Traduttrice KO > IT
Roma

Porto franco

 Categoria: Traduttori freelance

Credo fermamente che il mondo ideale consista nel poter scegliere arbitrariamente il posto dove ognuno vuole radicarsi senza nessun vincolo razziale, culturale e stato sociale, sebbene a volte la scelta sia sempre dovuta a cause di forza maggiore.

Decisi di immigrare in Italia per amore de “La Divina Commedia”, il capolavoro indiscusso della letteratura italiana, lasciando alle spalle una carriera diplomatica stabile e brillante e affrontando dubbi e perplessità della mia famiglia.

La prima cosa da fare per essere un immigrato Attivo in un mondo ignoto è quella di impadronirsi della lingua del posto. Così iniziai il mio percorso linguistico. Scelsi di frequentare la scuola di lingua “Dante Alighieri”, rifiutando categoricamente la possibilità di prendere lezioni d’italiano dai miei connazionali: spesso gli immigrati non hanno il coraggio di avere il primo approccio culturale verso una scuola italiana o una persona di madre lingua adducendo la scusa più retorica, l’incomprensione, nel rendimento iniziale di studio.

Vedevo la maggior parte dei miei compagni di banco europei – spagnoli, francesi e tedeschi, lingue sorelle dell’italiano – prendere dimestichezza già dopo qualche lezione. Io, invece, mi affaticavo per capire, anzi già per apprendere nozioni e termini la cui definizione stessa mi metteva in enorme difficoltà. Il mio percorso linguistico durò ben tre anni: Seguivo i corsi di insegnanti diversi ritenendo che ogni docente, essendo portatore di cultura autoctona, applicasse il proprio metodo nell’insegnamento. Infatti mi interessava, e mi interessa tuttora, l’identità culturale di ogni singolo individuo, l’approccio personale alla vita e allo scorrere inesorabile del tempo: in questo modo facevo tesoro di ogni corso, di ogni lezione, ricavando sapere al mio bagaglio umano e culturale.

Seconda parte di questo articolo >

Autrice dell’articolo:
Oui Suk CHOI
Traduttrice KO > IT
Roma

Bilinguismo e traduzione (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

Se le varie teorie linguistiche atte ad interpretare la natura e struttura del linguaggio non potessero essere applicate al raggiungimento di un modo di pensare che permetta la produzione di frasi e discorsi in nulla e per nulla scostanti dal modello originale, non sarebbe nemmeno possibile ipotizzare che l’intelligenza artificiale possa un giorno fare lo stesso. Ergo, l’impasse tecnologica di cui sopra. Diventare o crescere bilingue significa essere consapevoli di elementi e perfino percezioni anche vastamente differenti, senza che ciò alteri in nessun modo la facoltà della consapevolezza, una ding an sich singola ed indivisibile in individui sani, quindi non affetti da schizofrenia, psicosi, ecc. In realtà, alcuni esemplari della specie sono in grado di raggiungere risultati al di fuori dal comune.

Prendiamo ad esempio le arti marziali. Il neofito, il quale si trova nella condizione di potenziale vittima di eventi criminali, riesce dopo anni di dura pratica a trasformarsi in un’arma letale in grado di abbattere nemici fisicamente più dotati. A certi livelli operativi, la forte determinazione personale combinata all’applicazione di tecniche intelligenti e speciali addestramenti produce spie che spesso agiscono indisturbate in ambienti stranieri.

Il perfetto bilinguismo viene effettivamente raggiunto da soggetti di talento sospinti da organizzazioni e motivazioni straordinarie. Idealmente, il perfetto bilinguismo è ciò che serve per produrre traduzioni irreprensibili, specialmente quando si tratta di lavori letterari, i quali, per via delle elevate conoscenze linguistiche e culturali dei loro autori, sono in linea di massima notevolmente più complessi di altri tipi di testi, come quelli di carattere tecnico, dove la costruzione della frase è secondaria rispetto alla trasmissione dei contenuti. Il concetto dominante di madrelingua viene perciò meno, e potrebbe al contrario essere un’indicazione della possibile bassa qualità della traduzione. Infatti, è necessario avere conoscenze superiori in entrambe le lingue del testo di origine e di quello tradotto per evitare di cadere in trabocchetti e perdere sfumature sia in fase d’interpretazione sia di esecuzione. Il tutto non può prescindere dall’esperienza sul campo e dall’affinamento costante delle proprie capacità e specifiche competenze maturate nel tempo.

Autore dell’articolo:
Luigi Noto
Traduttore e Linguista Specializzato in Sintassi e Fonetica
Los Angeles, California (USA)

Bilinguismo e traduzione

 Categoria: Le lingue

Acquisire un nuovo modo di pensare è essenziale per raggiungere la padronanza di un’altra lingua. A tale scopo, è d’uopo immergersi completamente in un’altra realtà, tracciare un territorio in una parte inutilizzata del proprio cervello dove la lingua originale non può infiltrarsi. Una sorta di compartimento a tenuta stagna, con le sue esperienze e memorie autoctone, dove la nuova lingua può crescere indisturbata. Un importante effetto di un simile esperimento è un significante accrescimento della consapevolezza metalinguistica.

Si può così comprendere che il linguaggio umano è un fenomeno veramente complesso, che comporta anche l’uso di facoltà extralinguistiche, e che l’esperienza in un ambiente consono non può essere sostituita da corsi di lingue e libri di testo. Di norma, ci vogliono anni di apprendimento per acquisire la propria lingua originale: non è perciò inverosimile ipotizzare che la ricostruzione di simili circostanze sia il modo migliore per parlare e scrivere una seconda lingua in maniera ottimale. Ancora oggi, la consapevolezza metalinguistica comune considera la favella come la massima espressione della personalità senza differenziare il sé dal parlante.

Forse a causa della diffusa convinzione — assurta allo stato di formula filosofica inconfutabile con l’assioma cartesiano cogito ergo sum — che il linguaggio è compenetrante col segreto della consapevolezza, quando si tratta di automatizzare le capacità linguistiche di un essere umano le strabilianti tecnologie dei nostri tempi appaiono molto meno strabilianti. È proprio quest’antiquato ed erroneo pensiero che, unitamente a sentimenti radicati nell’identità nazionale, porta certi linguisti prominenti nel mondo accademico d’oltreoceano a pronunciare diktat pseudoscientifici che senza mezzi termini dichiarano l’impossibilità per un qualsiasi parlante di raggiungere un livello equivalente alla competenza da madrelingua in un’altra lingua anche dopo il compimento dell’adolescenza.

Seconda parte di questo articolo >

Autore dell’articolo:
Luigi Noto
Traduttore e Linguista Specializzato in Sintassi e Fonetica
Los Angeles, California (USA)

Sopratitoli a teatro (3)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Seconda parte di questo articolo

Tenendo presente tutto quanto esposto nell’articolo di ieri (ndr), non stupisce che i sopratitoli abbiano avuto di recente una rapida crescita, specialmente a Parigi. Nel settembre 2014 ‘Madre Courage e i suoi figli’ di Bertold Brecht è stato rappresentato in tedesco al Théâtre de la Ville, seguito da ‘Tratando de Hacer una Obra que Cambie el Mundo’ (‘Cercando di creare un’opera che cambi il mondo’) in spagnolo e ‘Ravens, We Shall Load Bullets’ (‘Ravens, dovremo caricare i proiettili’) in giapponese. Nel novembre dello stesso anno sono stati portati in scena ‘Straight White Men’ (‘Onesti uomini bianchi’) di Young Jean Lee, in inglese al Pompidou Centre e ‘Fragments’ (‘Frammenti’) al Bouffes du Nord, col copione francese di Beckett proiettato attraverso i sopratitoli. All’inizio del 2015 abbiamo visto ‘Le Sorelle Macaluso’ in italiano e ‘Daisy’ in spagnolo al Théâtre du Rond Point, per non parlare delle altre innumerevoli produzioni sopratitolate in tutta la città. Quando le barriere linguistiche, culturali sono abbattute e contemporaneamente abbracciate, è un momento incredibile ed emozionante per un amante del teatro, in tutto il mondo.

E non è solo la gente locale che viene messa a conoscenza del segreto del teatro internazionale. L’industria del turismo è fiorente e i visitatori non sono più soddisfatti dai tour sugli autobus scoperti. Camminando per le strade di alcune delle principali città europee, la gamma di accenti e lingue differenti che probabilmente si riesce ad ascoltare per caso è sorprendente. Io per prima non batto più ciglio quando sento un viaggiatore americano dalla voce acuta in una carrozza della metropolitana parigina, oppure un gruppo di australiani camminare lungo il quai de la Seine. Infatti, Tobias Veit, produttore artistico ed esecutivo dello Schaubühne, ha detto lo stesso di Berlino, la città turistica con la più rapida crescita in Europa. Attualmente lo Schaubühne sopratitola 4-6 rappresentazioni al mese, in inglese e francese, mentre il Maxim Gorki Theater ha fatto un passo in più, sopratitolando il 100% dei loro spettacoli. I teatri in Spagna, Olanda e Giappone sono recentemente saltati sul carro del vincitore e ora, grazie alla start-up ‘Theatre in Paris’, anche in Francia. Per la prima volta nella storia, gli spettatori stranieri sono invitati a fare un passo dentro i teatri parigini e ad assistere a rappresentazioni in lingua originale, fianco a fianco con gli amanti locali del teatro.

Penso che il ‘The Spectator’ di Joseph Addison sarebbe molto felice di sapere che, alla fine, abbiamo trovato la soluzione definitiva alle barriere linguistiche teatrali. Non dobbiamo più sederci in un teatro facendo finta di capire, mentre segretamente ci preoccupiamo di aver perso un elemento  cruciale della trama o qualche astuto gioco di parole.

Il meglio di tutto questo? L’apprezzamento delle lingue e delle culture straniere che rimane completamente intatto e, a mio avviso, più forte che mai.

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

Sopratitoli a teatro (2)

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

< Prima parte di questo articolo

In anni più recenti, le compagnie teatrali di tutto il mondo hanno afferrato il concetto e lo hanno portato avanti, usando i sopratitoli per aprire le porte del teatro internazionale a un pubblico completamente nuovo. L’iniziativa ‘Globe to Globe’ del World Shakespeare Festival ne è un perfetto esempio. Nel 2012, per oltre 6 settimane, 37 compagnie da 37 paesi diversi si sono esibite in un’opera shakespeariana nella loro lingua madre al Globe Theatre di Londra, usando sopratitoli per riassumere l’azione sul palco. Tre degli spettacoli sono poi ritornati al Globe nel 2013, così pure nel 2014. Quest’anno saranno ospitati l’Opera di Pechino con un ‘Riccardo III’ in cinese mandarino e un ‘Macbeth’ in cantonese diretto da Tang-Shu Wing, tutto con l’aiuto di riassunti proiettati. Con un’iniziativa simile, la ‘Quatrième Salle’ ( la ‘Quarta Sala’) della Comédie Française di Parigi gira il mondo portando i classici francesi in Asia, Russia e oltre, sopratitolando le rappresentazioni nella lingua locale e, quindi, portando il teatro tradizionale francese in luoghi che altrimenti non sarebbero mai stati messi in contatto con esso.

I sopratitoli non sono unicamente una benedizione dove è interessata solo l’accessibilità; in effetti, sono diventati una vera e propria forma d’arte a sé stante. In una società che spinge costantemente a sfidare i confini e i limiti della tecnologia, non sorprende che sempre più compagnie teatrali sperimentino a cuor leggero la ricchezza di possibilità che la sopratitolazione è in grado di offrire. Prendiamo ad esempio la compagnia spagnola Atresbandes che ha girato il Regno Unito l’anno scorso. Nel loro spettacolo ‘Solfatara’ i sopratitoli cominciano traducendo fedelmente l’opera per un pubblico di lingua inglese, poi lentamente, ma inesorabilmente, cominciano ad assumere un carattere sovversivo, facendosi beffa della scena sottostante, alterando la traduzione e “litigando” con gli attori, fino a diventare essi stessi una parte fondamentale delle interazioni in scena. Sono spettacoli come questo che dimostrano quanto tecnologia e teatro possano assolutamente lavorare in tandem e, quando lo fanno, il risultato può essere elettrizzante.

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

Sopratitoli a teatro

 Categoria: Attività correlate alla traduzione

Nel 1712 Joseph Addison, il fondatore del quotidiano inglese ‘The Spectator’, scrisse quanto segue:

“Non c’è dubbio che i nostri pronipoti saranno molto curiosi di sapere la ragione per cui i loro avi erano abituati a sedersi insieme, come spettatori stranieri nel proprio paese, e ad ascoltare interi spettacoli davanti a loro in una lingua che non comprendevano […] Naturalmente, non posso fare a meno di pensare come uno storico che scrive da qui a due o trecento anni […] e che farà la seguente riflessione:‘All’inizio del diciottesimo secolo l’italiano era così ben compreso in Inghilterra che le opere sui palcoscenici erano recitate in quella lingua.’” [1]

Come studentessa di lingue e amante del teatro, ho sempre apprezzato leggere e guardare opere in lingua originale e, guardando uno spettacolo tradotto, non riesco a fare meno di pensare di essere stata ingannata, di aver perso “l’autenticità”. L’andatura, il ritmo e la melodia di una lingua aggiungono ad un pezzo di teatro una dimensione talmente inestimabile che, togliendola, l’opera cambia completamente. Tuttavia, io non parlo russo, tedesco, italiano o spagnolo (la lista potrebbe andare avanti) e non posso lasciar perdere Čechov, Brecht, Goldoni, ecc. solo perché non sono in grado di leggerne i copioni originali. E non importa quanto mi piaccia andare a teatro: non riesco proprio a vedermi uscire fuori dopo due ore di ‘Три сeстры’ (‘Le tre sorelle’ di Anton Čechov) lodando la sottigliezza del linguaggio e i dialoghi avvincenti…

Secondo me, è proprio qui che i sopratitoli entrano in gioco. Conosciuti anche come ‘sovratitoli’, i sopratitoli sono incredibilmente recenti e la loro storia non è poi così definita. Ciò che sappiamo è che sono stati visti per la prima volta nelle opere liriche adattate per la televisione come “didascalie”, le quali sarebbero comparse davanti allo schermo per fornire agli spettatori un breve riepilogo di quanto stesse accadendo, non diversamente dalle didascalie nei film muti. Si pensa che i sopratitoli così come li conosciamo oggi siano stati introdotti nel 1983 a Pechino, seguita da Copenhagen, New York e, nel 1984, dal Canada; infatti, la parola ‘sopratitolo’ è un marchio registrato dalla Canadian Opera Company [2]. I sopratitoli sarebbero stati proiettati in alto, sopra il palcoscenico del teatro, permettendo al pubblico di seguire la storia senza perdere la ricchezza del linguaggio originale dell’opera (al prezzo di qualche giorno col torcicollo).

Seconda parte di questo articolo >

Riferimenti:
[1] J. Addison, Papers from “The Spectator”: The Opera, The Lotus Magazine, Vol. 5, No. 3 (Dic., 1913), pp. 165-172
[2] J. Burton, The Joy of Opera: The Art and Craft of Opera Subtitling and Surtitling (The Royal Opera House, London) <http://www.port.ac.uk/media/contacts-and-departments/slas/events/tr08-burton.pdf> [Accesso 20 Gennaio 2015]

Fonte: Articolo in inglese di Daisy Jacobs pubblicato il 3 agosto 2015 sul Blog TiP’s TIPS

Traduzione a cura di:
Luca Colangelo
Articolista, recensore e traduttore freelance EN > IT
Milano

Che lingua parlano i Minions?

 Categoria: Le lingue

Il film più promettente dell’anno, “Minions”, è stato presentato in anteprima nei teatri di diversi paesi. Il film, della casa di produzione Illumination Entertainment, ha avuto un record di incassi e la carica dei Minions non ha messo molto ad invadere fast food, negozi di giocattoli, negozi di abbigliamento e cartolibrerie.

Questi simpatici personaggi sono particolarmente popolari tra i bambini; tanto che molti hanno iniziato ad imitare il loro modo di parlare. Ultimamente, molti genitori hanno cominciato a prestare maggiore attenzione a questo aspetto, dal momento che il linguaggio apparentemente incomprensibile parlato da questi personaggi animati rischia di avere un impatto negativo sullo sviluppo linguistico di molti bambini. Riguardo a questo problema, una domanda nasce spontanea: i Minions parlano una lingua effettiva o hanno semplicemente deformato le diverse lingue in cui sono stati doppiati?

Sembra che uno dei registi del film, Pierre Coffin, abbia proposto di inventare una lingua artificiale proprio per dare al film un certo tocco di istrionismo. I Minions sono divertenti per lo più a causa del loro personaggio animato, dal momento che ciò che dicono è incomprensibile. Il creatore del “Minionese”, in varie interviste, ha spiegato che prima scrive le righe in inglese e poi le traduce in una lingua inventata, utilizzando parole da lingue diverse, ampiamente parlate in tutto il mondo tra cui spagnolo, italiano, francese, giapponese e coreano. Su richiesta degli altri creatori del film, ha incluso alcune parole in inglese per far sì che la trama avesse senso e i punti più importanti fossero compresi.

Avendo queste informazioni, ci si potrebbe chiedere allora che cosa succede mentre si doppia un film nelle altre lingue, che sono servite proprio come fonte di ispirazione. Beh, il direttore creativo ha spiegato che quando si adatta il film ad altri mercati, in molti casi hanno dovuto modificare alcune parole considerate offensive per determinate culture. È interessante sapere che i responsabili dei dialoghi in “Minionese”, quando lavoravano alla traduzione della sceneggiatura, non erano dei traduttori professionisti ma piuttosto i creatori stessi. Questo perché il linguaggio è così intransigente da permettere che questo compito potesse essere affidato solo all’autore stesso. Naturalmente, le parole chiave, che nell’originale erano in inglese, sono state tradotte in modo che il pubblico potesse comprenderle appieno, proprio come nell’originale.

Ci sono già diversi glossari Inglese-Minionese disponibili on-line. Sei pronto ad imparare questa nuova lingua che va tanto di moda?

Fonte: Articolo pubblicato il 26 agosto 2015 sul Blog di Trusted Translations

Traduzione a cura di:
Miriam Marra
Traduttrice EN>IT, FR>IT
Benevento

Il latino: la lingua della preghiera (4)

 Categoria: Le lingue

< Terza parte di questo articolo

E questo scisma nell’unità può verificarsi non solo a lungo termine, bensì rapidamente, nella stessa nazione e nella stessa generazione. La storia c’insegna che non appena una lingua viva era introdotta nella liturgia, spesso diventava la causa di scisma ed eresia. La Santa Madre Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, ha protetto sempre le sue pecore dalla calamità della Torre di Babele. Una critica che frequentemente si ricorda è che Roma, oltre al latino, approvò altre lingue per gli altri riti. Pertanto, la lingua locale dovrebbe usarsi da tutte le parti.

Questo argomento non può reggere, poiché le lingue liturgiche degli altri riti non sono nella forma moderna e viva. Invece, anche esse sono lingue antiche che, per la maggior parte della gente, sono conosciute come il latino lo è per noi. Ai giorni nostri, esistono undici lingue usate nei riti cattolici orientali: greco, siriaco, caldeo, arabo, etiope, slavo, bielorusso, bulgaro, armeno, copto e rumeno. Ad eccezione del rumeno, tutte queste lingue liturgiche sono antiche e morte. Gli apostoli, avendo ricevuto dallo Spirito Santo il dono delle lingue, avrebbero potuto offrire il Santo Sacrificio della Messa in qualsiasi lingua, ma se usassero l’aramaico (sirio-caldeo), il greco o il latino è impossibile da determinare.

È certo, tuttavia, che nei primi quattro secoli, non si usarono altre lingue liturgiche se non quelle tre iscritte sulla Croce: l’ebraico, il greco ed il latino. Nell’Ovest, per esempio, il latino fu usato in Italia, Germania, Spagna, Francia ed Inghilterra. Alla fine del IX secolo, Papa Giovanni VIII diede permesso ai Moravi (che vivevano in quelle che oggi sono conosciute come la Repubblica Ceca e Slovacca), affinché offrissero la Messa nella lingua slava. Come sappiamo, i Moravi furono convertiti dai Santi Cirillo e Metodio. Questo permesso fu concesso probabilmente per proteggere i Moravi dallo scisma greco.

Dopo, la Chiesa permise agli scismatici ed eretici di ritornare al gregge mantenendo le proprie lingue liturgiche. È importante dire che ai tempi di Cristo, la lingua dei patriarchi del Popolo eletto fu l’ebraico antico, che le persone comuni del popolo ebreo non capivano. Dietro la tirannia babilonese, usarono il dialetto sirio-caldeo (aramaico). Così, appuriamo che Nostro Signore e gli apostoli presero parte alle opere in una lingua antica e non viva. Il culto di Dio è un mistero, impossibile da comprendere nella sua totalità o di captare coi sensi. Per questo motivo, la frase “oggi possiamo capire con la liturgia volgare” non conta.

Fonte: Congregatio Mariae ReginaeImmaculatae

Testo tradotto dallo spagnolo a cura di:
D’Ignoti Carlo
Perito Industriale
Traduttore ES>IT et IT>ES
Catania

Il latino: la lingua della preghiera (3)

 Categoria: Le lingue

< Seconda parte di questo articolo

In onore ai termini latini, i maestri della parola (i poeti) scrissero poemi ed i grandi compositori scrissero musica. Il latino fu veramente la lingua del mondo: “Urbi et Orbi”. Sì, il latino fu, è e sarà sempre la lingua ufficiale della Chiesa, e non solo nel Santo Sacrificio della Messa, ma anche come mezzo di comunicazione tra il Papa, i Vescovi e teologi, specialmente nei concili della Chiesa. Ironicamente, i temi del Concilio Vaticano II posero fine al latino ed in questo concilio eretico si ordinò l’uso continuo del latino come: “prescrizione prontamente abbandonata”.

Quando un Sacerdote, per esempio in Cina, riceveva un documento ufficiale di Roma, lo trovava scritto in latino. Da Roma, il latino portava le decisioni ed istruzioni del Papa ai Vescovi, in Brasile, negli Stati Uniti, in Inghilterra, Sudafrica o Zanzibar. Nella storia della Chiesa riscontriamo vari tentativi per rimpiazzare il latino con il linguaggio quotidiano, ma il latino rimase vittorioso. Quelli che desideravano distruggere la preminenza del latino, furono coloro che lottavano apertamente o di nascosto per distruggere l’unità della Chiesa, per ostacolare i lacci con Roma, per debilitare lo spirito del cattolicesimo o per distruggere la semplicità e l’integrità della nostra fede.

Che cosa sarebbe accaduto ai libri liturgici se, nel corso del tempo, i cambiamenti inevitabili delle lingue vive avessero causato lo stravolgimento del significato di certe parole? Qualunque traduttore sa che, anche con le migliori intenzioni, è facile commettere errori (ed anche errori gravi) durante la traduzione. Con ragione, i traduttori riscuotono prezzi esorbitanti per il loro lavoro: da 25 centesimi ad un dollaro per parola! Che cosa accadrebbe se si usassero le lingue vive e quotidiane? La Chiesa avrebbe un problema continuo di rileggere e tornare a rileggere le traduzioni, al fine di mantenere l’uniformità della fede. Molto facilmente questo gioco avrebbe potuto causare la perdita dell’unità della Chiesa Cattolica.

Quarta parte di questo articolo >

Fonte: Congregatio Mariae ReginaeImmaculatae

Testo tradotto dallo spagnolo a cura di:
D’Ignoti Carlo
Perito Industriale
Traduttore ES>IT et IT>ES
Catania

Il latino: la lingua della preghiera (2)

 Categoria: Le lingue

< Prima parte di questo articolo

La Provvidenza divina scelse Roma come il centro della Chiesa Cattolica. Mentre il cristianesimo si estendeva nel mondo occidentale, il latino liturgico si diffondeva insieme ad esso. Nel corso dei secoli, il latino smise di essere utilizzato nella comunicazione quotidiana; ma nella Sacra Liturgia si preservò la sua originale, immacolata ed incontaminata bellezza e solidità. La Chiesa, ispirata dallo Spirito Santo, salvaguardò l’uso del latino con vigilanza paterna e lo difese con inattaccabile fermezza di generazione in generazione. Questo non fu un inutile sentimentalismo, bensì una necessità essenziale. Il Santo Sacrificio della Messa — il cuore della Chiesa romana ed universale — doveva essere preservato da ogni corruzione e macchia, doveva essere sacro.

Come lingua “morta”, il latino fu il più appropriato per il culto di Dio. Da una parte, unì tutti i fedeli; dall’altra, preservò l’integrità della fede. La Sacra Liturgia è la via principale per la quale si è trasmessa la tradizione dogmatica di generazione in generazione. Il dogma è la base della vita ecclesiastica, della disciplina e del culto. Questa è la ragione per la quale le verità della fede cattolica si riflettono nei discorsi liturgici, le opere e le cerimonie.

Da lì viene l’assioma teologico “Lex orandi, lex credendi”, ossia “così come preghi, così credi”, o più letteralmente “la legge della preghiera è la legge della fede”. Grazie all’immutabilità del latino, le verità della nostra fede sono state preservate dell’aberrazione e della distruzione. Dobbiamo essere allegri e grati che possiamo pregare nella stessa lingua e con le stesse parole, come fecero tutti i cristiani attraverso i secoli. Il latino stette nelle labbra dei primi cristiani, fu ascoltato nelle oscure catacombe, nelle antiche Basiliche e nelle Cattedrali del Medioevo…. I Papi, i Santi, i Vescovi ed i Sacerdoti di tutte le epoche offrirono il Santo Sacrificio della Messa in questa lingua…

Terza parte di questo articolo >

Fonte: Congregatio Mariae ReginaeImmaculatae

Testo tradotto dallo spagnolo a cura di:
D’Ignoti Carlo
Perito Industriale
Traduttore ES>IT et IT>ES
Catania

Il latino: la lingua della preghiera

 Categoria: Le lingue

Nel passato, prima ancora che alcuni di voi nascessero, i raggi solari cadevano ad ogni ora sulle Cappelle e le Cattedrali, gli ospedali ed accampamenti, luoghi dove a Dio si offriva incessantemente il Santo Sacrificio della Messa. Sapete già che quando il sole si posiziona nel nostro emisfero occidentale, sorge ad Est: in Australia, in Asia, in Europa ed in Africa. Così, in ogni momento, in qualche parte del mondo, un Sacerdote stava ai piedi dell’Altare, dicendo in latino: “Introibo ad altare Dei”, cioè “Verrò all’altare di Dio” (v. Salmo 42, 4).

Il latino è la pia voce del Rito Romano, al quale appartengono decine di milioni di cattolici. Nell’offerta universale della Messa si realizza la profezia dell’Antico Testamento: “Poiché dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le genti e in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e una oblazione pura, perché grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore degli eserciti” (Malachia 1, 11). Il latino è una lingua sacra. Per comunicare con gli altri, utilizziamo le altre lingue, ma per parlare con Dio usiamo il latino. Le altre lingue sono state usate in certe parti o regioni del mondo; il latino fu usato universalmente, prima della Grande Apostasia.

La lingua latina fu santificata per mezzo dell’iscrizione mistica sulla Croce: “Iesus Nazarenus, Rex Iudaeorum”, ossia “Gesù Nazareno Re dei Giudei”. Oltre ad essere in latino, l’iscrizione era anche in ebraico ed in greco. Questo lo leggiamo nella Passione secondo i santi Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Fu Pilato che diede questo titolo. Quando gli ebrei protestarono, egli disse: “Quod scripsi, scripsi”, cioè “Quel che ho scritto, ho scritto”. Dall’inizio stesso dell’istituzione della Santa Messa, l’incruento sacrificio si è offerto principalmente in queste tre lingue. Col tempo, tuttavia, la lingua latina prevalse.

Seconda parte di questo articolo >

Fonte: Congregatio Mariae ReginaeImmaculatae

Testo tradotto dallo spagnolo a cura di:
D’Ignoti Carlo
Perito Industriale
Traduttore ES>IT et IT>ES
Catania

Una lingua per imparare a cucire (2)

 Categoria: Le lingue

Nella stessa situazione di Viviane Friday di cui abbiamo parlato nell’articolo di ieri (ndr) si trova Hossnia Elkhadiri, 36 anni, che è arrivata dal Marocco da diversi anni. Entrambe affermano di essere in possesso del permesso di soggiorno. Hossnia, che nasconde i suoi capelli con un fazzoletto, sembra essere più decisa. Ha quattro figli e vive con suo marito, anche lui disoccupato dopo aver lavorato per 22 anni in Spagna. Questa donna dagli occhi vivi, nascosti dietro piccoli occhiali, ritiene un’ingiustizia il fatto di essere stata espulsa dal laboratorio. “Ci hanno sottoposto un esame di matematica e lingua. Abbiamo dovuto insegnare matematica a qualche compagna spagnola un po’ in là con gli anni. Siamo pronte e abbiamo voglia di imparare”, sottolinea con un forte accento tra il marocchino e il catalano. È ciò che le rimane dopo aver insegnato per sei anni a Tarragona. Hossnia è più audace e pensa che dietro la sua espulsione ci siano altri motivi: ”Quando parlava guardava sempre le spagnole mentre a noi non faceva caso”. Aspettava da due anni il laboratorio, ma quando è riuscita ad ottenerlo l’hanno cacciata subito dopo. Per questo, sente un misto tra frustrazione e indignazione. ”Domandai alla professoressa se il corso fosse per apprendere a cucire o per imparare a parlare perfettamente.”

Il sindaco, Mercedes García, giustifica la decisione della direttrice del laboratorio. “Le alunne devono passare una piccola prova di dettato e comprensione, ma queste persone non l’hanno superato. La decisone non spetta al comune ma alla direttrice del corso, ”segnala il sindaco di Quijorna, che si giustifica aggiungendo: ”Questa non è una scuola di formazione per adulti, né un corso d’insegnamento per stranieri”. Quando le viene fatto notare che nelle richieste del corso non ci fosse alcun requisito, Mercedes García spiega. ”Ci deve essere stato un grande errore nello studio dell’INEM (servizio pubblico del impiego statale), avrebbero dovuto sottoporle ad una piccola prova”. Ciò nonostante riconosce che devono essere ammesse tutte le persone che figurano nella lista d’occupazione che risponde all’INEM. ”Se non sanno lo spagnolo difficilmente possono fare il corso”, conclude.

Le due donne avevano riposto molte speranze in quel laboratorio retribuito. Adesso il loro mondo sembra crollare. Raccontano, in uno spagnolo elementare ma comprensibile, il loro cammino attraverso diversi lavori in questo paese. Si lamentano perché adesso non sanno come affrontare le spese per l’affitto. Credono che la loro situazione possa essere drammatica. Se non altro dispongono dell’aiuto di una ventina di vicini di Quijorna che si stanno mobilitando attraverso le reti sociali per dare una mano a queste due donne rimaste senza risorse finanziarie. “Stanno per essere sfrattate e tra sei mesi non potranno riscuotere il reddito minimo di integrazione”, spiega Azucena Concejo, vicina e portavoce socialista in municipio. “A Viviane le rimangono 11 euro nel conto corrente per arrivare a fine mese. Non paga l’affitto da due mesi e suoi figli non bevono latte da diversi giorni, ma acqua e zucchero”, spiega Azucena che racconto il modo in cui hanno organizzato una lista con le taglie delle famiglie di Viviane e Hossnia per raccogliere vestiti adatti alla stagione fredda. Inoltre stanno facendo provviste di alimenti non deperibili e sono alla ricerca di un luogo dove possano alloggiare.

Fonte : Articolo scritto da J. Sérvulio González e pubblicato il 21/10/2011 su El País

Traduzione a cura di:
Michele Ironico
Laurea in Traduzione specialistica
Traduttore EN-SP>IT

Una lingua per imparare a cucire

 Categoria: Le lingue

Due donne immigrate e a rischio espulsione sono state mandate via da un laboratorio di sartoria retribuito a causa della loro scarsa conoscenza dello spagnolo. L’unico requisito del corso consisteva nell’essere disoccupate.

Viviane Friday ha 32 anni, una chioma folta e un sorriso timido. Vive a Quijorna da quasi due anni. Si è trasferita lì da Fuenlabrada alla ricerca di un affitto più economico. Per anni aveva lavorato come vigilante di una fabbrica nel sud del paese, ma aveva perso il lavoro a causa della gravidanza. Adesso è sola, con due figli. È vittima di maltrattamenti e ha appena perso l’ultima speranza di guadagnare denaro.

Qualche mese fa, un’amica l’aveva informata riguardo delle scuole laboratorio per lo sviluppo dell’occupazione finanziate dalla Comunità di Madrid e gestite dai Comuni. Sono case d’ufficio che offrono possibilità di formazione per un anno – sei mesi di lezioni e altri sei di pratica -. Gli alunni vengono considerati lavoratori e riscuotono uno stipendio di circa 1000 euro al mese per un anno. Viviane non ci pensò due volte. Presentò la richiesta per partecipare ad un corso di sartoria a Quijorna. Attese pazientemente per più di anno fino a quando la fortuna le sorrise. Aveva riscosso il sussidio di disoccupazione che stava per terminare.

A settembre l’ufficio collocamento di Alcorcón, che gestisce il territorio, le comunicò che era stata selezionata per partecipare al laboratorio “Cucire e cantare” nel paese in cui vive. Le lezioni presero il via ad inizio ottobre. Viviane parla con un forte accento. Non è ancora completamente padrona dello spagnolo, anche se capisce e si fa capire con facilità. Ciò nonostante, aveva difficoltà a seguire la professoressa insieme a molte delle sue 16 compagne.

“Ci veniva data la rivista Hola affinché la leggessimo ed in seguito ci obbligavano a riassumerla,” racconta la nigeriana con tono amareggiato. “La professoressa spiegava in un maniera talmente tecnica che la maggior parte di noi ragazze non capiva. Quando le domandavamo qualcosa ci rispondeva: Se non sapete non potete stare qui”, racconta. Una settimana dopo l’inizio delle lezioni ricevette una lettera dal comune di Quijorna nella quale veniva informata che non aveva passato il periodo di prova e che doveva abbandonare il laboratorio.

La direttrice del laboratorio aveva inviato una relazione ai responsabili municipali nella quale comunicava. “Sono state riscontrate una mancanza di integrazione e problemi con il linguaggio per i quali non è in grado di seguire le dinamiche del resto del gruppo per la corretta comprensione della lingua”. Viviane ha perso il lavoro e non ha soldi per accudire i suoi due figli.
Nell’articolo di domani la storia di Hossnia Elkhadiri (ndr).

Fonte : Articolo scritto da J. Sérvulio González e pubblicato il 21/10/2011 su El País

Traduzione a cura di:
Michele Ironico
Laurea in Traduzione specialistica
Traduttore EN-SP>IT